Christian Scott aTunde Adjuah – The Emancipation Procrastination (2017)
Sebbene la storia del jazz si possa percepire nel suo modo di suonare la tromba – dall’esuberanza sfrontata di Louis Armstrong alla malinconia introspettiva di Miles Davis e al virtuosismo incandescente di Dizzy Gillespie – questo musicista di New Orleans ha creato un ibrido musicale unico e inclassificabile. Nell’ultimo decennio, ha costantemente spinto i confini del jazz con album come il politicamente impegnato The Emancipation Procrastination, che fonde rock alternativo, musica africana, hip-hop e sonorità ambient per arrivare a un suono che sfida ogni etichetta e che Adjuah descrive come “Stretch Music”. Prima uscita della sua acclamata Trilogia del Centenario, l’album offre un’esperienza di ascolto immersiva che è una straordinaria vetrina dello stile poliedrico del trombettista; dove le sue melodie di tromba malinconiche ed eleganti sono incorniciate da una miscela di paesaggi sonori cinematografici e ritmi trap sincopati.
Bob Dylan at Budokan è un album live registrato durante le due date di Tokyo dell’artista al Nippon Budokan Hall il 28 febbraio e il 1° marzo 1978, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1978 e poi diffuso in tutto il mondo nel 1979 da Columbia Records. L’album raccoglie 22 brani tratti da quei due concerti, con un sound più “arrangiato” rispetto alle versioni in studio, grazie all’uso di una big band e voci femminili in sottofondo. Associato al Bob Dylan World Tour 1978, è il suo primo vero tour mondiale dopo anni di assenza dai palchi internazionali. Nell’album compaiono sia grandi classici (Blowin’ in the Wind, The Times They Are a‑Changin’, Like a Rolling Stone) sia pezzi più recenti del periodo, tutti riarrangiati in chiave più teatrale e spettacolare. Dylan è accompagnato da una band solida: Billy Cross (chitarra), Ian Wallace (batteria), Alan Pasqua (tastiere), Rob Stoner (basso), David Mansfield (pedal steel, mandolino, ecc.) e un quartetto di coriste. Nel 2023 è uscito il cofanetto The Complete Budokan 1978, che include i due show interi (36 tracce “inedite” in precedenza) e rimasterizzazioni più fedeli del doppio LP originale. Esiste anche una versione economica, Another Budokan 1978, centrata solo su brani estratti da quei materiali, pensata per introdurre il suono di Dylan in tour giapponese senza acquistare il cofanetto completo. Se vuoi, posso elencarti brano per brano la tracklist di Bob Dylan at Budokan oppure suggerirti quali canzoni meritano più l’ascolto in questa versione “Budokan”.
L’album Bob Dylan at Budokan (1978) ha diviso fan e critica soprattutto perché suona molto diverso dall’idea che molti si erano fatti di Dylan “live”: più studiato, più “pop” e meno spontaneo del solito. Molti fedelissimi si aspettavano versioni “intime” e fedeli agli album originali, invece trovano brani rifatti con grandi arrangiamenti da big band, cori femminili e un sound quasi da spettacolo teatrale. Alcuni fan lo hanno visto come una “vendita” dello spirito folk‑rock dylaniano, più orientato al pubblico generalista e al grande palco che a quell’aura underground e politica che aveva fatto nascere la sua leggenda. La stampa discografica ha lodato la qualità esecutiva e la potenza scenica, ma criticato il grado di “arrangiamento”: era come se Dylan avesse “rivestito” le sue canzoni con un’atmosfera da mega‑show, perdendo parte del loro carattere crudo. In seguito, però, molti critici hanno rivalutato il disco come documento importante del suo World Tour 1978, uno dei primi tour davvero globali dopo anni di assenza, e come prova di quanto Dylan fosse capace di reinventare il suo repertorio in modo spettacolare. In sintesi, il disco divide perché è troppo “spettacolare” e “lucida” per i puristi di Dylan, ma troppo “pop” e poco “rock grezzo” per chi lo associa solo al folk‑rock anni ’60.
L’estate arriva senza chiedere permesso, spalanca le finestre, brucia le ore lente del pomeriggio e lascia il sale sulla pelle.
L’estate arriva e non si scusa, versa caldo sulle strade, apre finestre verso il mare, e brucia i giorni in silenzio.
L’estate è un pugno di luce in faccia, un sudario di zinco sul petto della terra. Il cielo scotta, l’asfalto sbraita, e il vento asciuga i pensieri e le ossa.
Attivo, e con successo, già negli anni Quaranta, Ray Charles Robinson (con il tempo, nella musica il cognome è caduto) può contare su un’autonomia inaudita, per di piú per un artista di colore. Convinto, dall’incursione nel jazz di qualche mese prima (Genius + Soul = Jazz), di avere di fronte a sé possibilità praticamente infinite, decide di provare ad approfondire alla sua maniera il repertorio del country. La sua maniera consiste nell’utilizzare una big band di ascendente jazz, con – quando serve – una sezione d’archi e cori in controcanto. E la ricetta degli album che ha inciso sul finire degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, quelli che hanno fatto di lui il numero uno sul mercato americano e della sua Ray Charles Enterprises un’azienda in ascesa. E chiaro, però, che la nuova impresa, di fronte alla quale peraltro tutti cercano di scoraggiarlo («Perderai i tuoi fan e non ne guadagnerai di nuovi», gli dice il presidente dell’ABC) è una scommessa in cui lui si gioca molto, se non tutto. Lui è nero, il country (o country and western, come lo chiama Ray) è bianco. E lui e il country sono in pratica i due bastioni del mercato discografico (ancora parzialmente segregato) di questi primi anni Sessanta, con le classifiche di vendita divise secondo la tazza (presunta) di chi acquista i dischi. Ma lui non molla: da bambino ascoltava religiosamente alla radio il Grand Ole Opry, lo show country in onda da Nashville, e niente lo fermerà. Si fa mandare dagli editori decine di canzoni, e ne sceglie dodici. Nel febbraio del 1962, ne registra un po’ a New York, un po’ a Los Angeles, sottolineando anche cosi, in fondo, che questa è un’idea inclusiva, non certo l’appropriazione indebita di un patrimonio altrui. Alla fine l’album è un album di Ray Charles, e basta: gli arrangiamenti non sono certo rivoluzionari, le interpretazioni si, se la bellezza e la perfezione possono essere rivoluzionarie. Sarà un trionfo, l’album starà in cima alle classifiche per quasi due anni, negli Usa, e la Ray Charles Enterprises chiuderà il 1962 con un fatturato gigantesco: 1,6 milioni di dollari. E la vendetta creativa del ragazzo che perse la vista a sei anni per una malattia che nessuno diagnosticò e nessuno curò (e che l’anno prima fece in tempo a vedere il fratello morire annegato in una tinozza), dell’uomo che soprannomineranno Genio.
Il 22 giugno 1960 muore il clarinettista Odell Rand, un personaggio emblematico del jazz di mezzo del Novecento.
Rimaniamo nel mondo dei “grandi dimenticati” del jazz di Chicago. Se Tommy Ladnier era la voce della tromba, Odell Rand (1905–1960) è stato uno dei pilastri del clarinetto nello stile South Side Chicago. Nonostante non sia un nome da copertina come Benny Goodman, Rand è stato un musicista fondamentale per definire il suono di un’intera epoca, in particolare quella legata ai piccoli gruppi blues e jazz degli anni ’30. Il nome di Odell Rand è indissolubilmente legato agli Harlem Hamfats, una delle band più interessanti e popolari degli anni ’30. Ecco perché erano speciali: A dispetto del nome, non venivano da Harlem ma da Chicago e New Orleans. Mescolavano il jazz tradizionale con il blues rurale e lo spirito dei “party” urbani. Il suo clarinetto non cercava il virtuosismo accademico, ma puntava su un suono aspro, ritmico e incredibilmente “bluesy”. Era la voce solista che rispondeva alla chitarra e al mandolino (strumento insolito per il jazz, suonato da Charles McCoy). Con loro incise brani famosissimi per l’epoca come Oh Red!, che influenzarono profondamente lo sviluppo del Rhythm & Blues. Odell Rand apparteneva alla scuola del clarinetto che privilegiava il registro basso (lo “chalumeau”) e un fraseggio sincopato. Come molti musicisti di Chicago dell’epoca, usava un suono “sporco” e graffiante, perfetto per accompagnare le voci blues. Oltre agli Hamfats, lavorò con grandi figure del blues come Memphis Minnie e Lovie Austin, dimostrando una versatilità straordinaria nel muoversi tra il jazz da ballo e il blues più crudo. Rand non divenne mai una star solista internazionale come Lucky Thompson. Rimase un musicista “di bottega”, un professionista solido che preferì restare nel circuito dei club di Chicago. La sua importanza risiede nell’aver contribuito a creare quel ponte sonoro tra il jazz di New Orleans e la musica popolare che avrebbe portato, decenni dopo, alla nascita del Rock ‘n’ Roll. Se ascolti le registrazioni degli Harlem Hamfats, noterai come il clarinetto di Rand sembri quasi una voce umana che ride o si lamenta: è l’essenza stessa del jazz di Chicago delle origini.
ITALY. Pisa. The Leaning Tower of Pisa. From ‘Small World’. 1990.
Nato nel 1952 a Epsom, nel Surrey, Martin Parr studia fotografia al Politecnico di Manchester (1970-73) e conquista una rapida fama vincendo per tre volte consecutive, alla fine degli anni Settanta, il premio dell’Arts Council della Gran Bretagna. Per mantenersi nella sua carriera di fotografo freelance tiene diversi corsi come insegnante nel periodo compreso tra il 1975 e i primi anni Novanta. Dopo questa data, e dopo aver suscitato dibattiti molto accesi per lo stile provocatorio della sua fotografia, diventa membro di Magnum Photos nel 1994. Il suo lavoro viene raccolto in una serie di mostre organizzate in diversi musei e gallerie tra Europa e Stati Uniti; attualmente le sue fotografie fanno parte del patrimonio permanente di molte importanti collezioni pubbliche e private. Negli ultimi anni Martin Parr, autore prolifico che trova il suo ambito espressivo più consono nella realizzazione di libri, ha continuato a fotografare, su assignment o seguendo progetti personali, soprattutto a colori in medio formato, senza però limitarsi a questo mezzo, ma sperimentando anche il “fill in flash” e la macchina 35mm con flash ad anello. Il suo soggetto preferito continua a essere lo studio della ritualità collettiva (come, per esempio, il turismo di massa) o la crisi di valori della piccola e media borghesia, che coglie in lapidarie, ironiche e graffianti immagini, piene di sense of humour tipicamente britannico, tra documentazione e studio sociologico. Oltre alla fotografia, ha girato una serie di film documentari e una serie per la televisione: Think of England.
Ha pubblicato molti libri; tra cui: Bad Weather (1982); A Fair Day (1984); The Last Resort (1986); One Day Trip (1989); The Cost of Living (1989); Home and Abroad (1993); Bored Couples (1993); From A to B (1994); Small World (1995); Common Sense (1999); Boring Postcards (1999); Martin Parr Autoportrait (2000); Think of England (2000); Martin Parr (2002), Fashion Magazine (2005).
Pubblicato nel 1978, Babylon By Bus è il grande affresco live di Bob Marley & The Wailers nel pieno della loro maturità artistica. Registrato principalmente durante il tour europeo del ’78 (con tappe memorabili a Parigi), il disco cattura l’energia spirituale e politica del reggae quando diventa rito collettivo. Babylon By Bus non è solo un album live: è la testimonianza di un momento in cui il reggae diventa lingua universale, ponte tra culture e coscienze. Un documento storico e spirituale, vibrante ancora oggi.
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Fatico ad assorbire informazioni in merito a cose, ma anche a persone, per cui non provo il benché minimo interesse. Per tutto ciò che non mi stimola curiosità. E allora osservo, e ascolto impassibile, ciò che la vita mi va a raccontare, lasciando inalterato e spoglio, ogni angolo di memoria, sempre pronto a nuova e corroborante accoglienza. La mia pelle è tovaglia, scacchi bianchi e rossi, solo selezione impermeabile di stimoli ben piantati.