Appunti Corti #134

Riflettevo sul concetto di “abitudine” e mi sono incuriosito nel cercarne l’etimologia, che ovviamente, come suggerisce la parola stessa, deriva da “abito”. Ma a sua volta quest’ultimo deriva da “modo di essere, disposizione dell’animo”, un significato molto più profondo di ciò che potrebbe fuorviare, ovvero il vestito esteriore. Così mi è venuto in mente che anche nelle relazioni, quando ci si lamenta del subentro di abitudine, si commette un errore grossolano, perché l’abitudine a comportarsi in un certo modo peculiare al rapporto c’era fin dall’inizio; è piuttosto il rinnegare, il rinunciare all’abito caratterizzante degli inizi a impoverire e sbriciolare il rapporto stesso. La stanchezza, il distacco, le piccole o grandi ostilità, il disinteresse, la perdita di stima e di rispetto, lo spegnersi di passioni ed emozioni, tutto questo è un vero e proprio tradire le abitudini iniziali, quando l’entusiasmo dimorava nella relazione. Credo sia un processo fisiologico, anzi: per coloro che posseggono il dono della resistenza, la capacità di mettersi in discussione e la volontà di tramutare le umane paure del cambiamento in coraggio, questo può essere un salto di qualità che conferirà alla conoscenza nuova linfa, un rinnovato modo di vivere in compartecipazione.

Baaba Maal – Being (2023)

A sette anni dall’ultima sua pubblicazione “The Traveller”, Baaba Maal ritorna con “Being”, un disco ritmicamente potente e liricamente premuroso, una delle uscite più emozionanti della sua lunga discografia.
A 70 anni Maal sembra un uomo sulla quarantina. È invecchiato incredibilmente bene. Così come la sua musica. Dal 1989, album dopo album, ne ha pubblicato una ventina, una quindicina come solista e una manciata in collaborazione. Quasi tutti i suoi dischi non solo si basano sulle sue radici senegalesi, ma aggiungono suoni e vibrazioni occidentali, creando così un sound totalmente personale.
In questo “Being” Maal ci offre un qualcosa in più, che supera le sue uscite precedenti. La voce di Maal è sublime e le melodie sono ipnotiche. Si alzano e cadono con grazia, ma sono anche in grado di ruggire quando necessario. Le armonie sono squisite e, abbinate alla voce di Maal, diventano un bene prezioso che fanno il suo marchio di fabbrica.
Being è un’esplorazione delle radici africane di Maal in Senegal. Il disco attraversa i generi a lui consoni, mettendo in evidenza gli strumenti africani tradizionali insieme a suoni elettronici futuristici. Being mette in evidenza le problematiche di un mondo che cambia e si modernizza sottolineando soprattutto il cambiamento climatico che minaccia il suo territorio, la sua gente, il suo vivere.

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Oscar Valdambrini

L’11 maggio 1924 nasce a Torino il trombettista Oscar Valdambrini, uno dei personaggi chiave del jazz italiano.
Oscar Valdambrini è stato uno dei più importanti trombettisti del jazz italiano, figura centrale nel panorama musicale del dopoguerra.
Nato a Milano, si formò in un periodo in cui il jazz in Italia era ostacolato dal regime fascista, ma riuscì comunque a emergere grazie al talento e a un suono moderno, influenzato dallo swing americano e poi dal bebop.
Il momento più significativo della sua carriera fu il lungo sodalizio con il sassofonista Gianni Basso. Insieme formarono uno dei tandem più celebri del jazz italiano, spesso paragonati – per intesa e complementarità – alle grandi coppie americane tromba/sax.
Con loro nacquero: la Basso-Valdambrini Orchestra e numerose incisioni che segnarono gli anni ’50 e ’60.
Valdambrini non cercava l’esibizionismo tecnico: la sua tromba era misurata, musicale, sempre equilibrata.
Oltre all’attività jazzistica, lavorò molto come musicista da studio e in orchestra, collaborando con: la RAI, grandi orchestre italiane e artisti della musica leggera.
Oscar Valdambrini è considerato un pilastro del jazz italiano moderno: ha contribuito a professionalizzare il settore e a portare il jazz italiano a livelli qualitativi comparabili a quelli internazionali.

I migliori album jazz #80

Pat Metheny – Bright Side Life (1976)

Ampiamente ignorato e con appena 1.000 copie vendute alla sua uscita nel gennaio 1976, l’album di debutto jazz del mago della chitarra del Missouri crebbe gradualmente di statura e fu considerato un capolavoro post-bop. Metheny aveva solo 21 anni e insegnava alla Berklee School of Music di Boston quando il produttore ECM Manfred Eicher, che lo aveva sentito suonare con il gruppo del vibrafonista Gary Burton, registrò il giovane chitarrista con l’esperto di basso fretless Jaco Pastorius e il batterista Bob Moses. Il risultato fu un’entusiasmante vetrina per lo stile virtuoso, fluido e cristallino di Metheny, definito da filigrane melodiche ellittiche, improvvisazione liquida e voli di lirismo sfrenato. Nel corso della sua carriera, Metheny avrebbe realizzato album molto più ambiziosi, ma Bright Size Life si distingue per la sua combinazione vincente di energia giovanile e magistrale sicurezza.

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My Favorites Albums #13/100

The Clash – London Calling (1979)

[…] Questo è un lavoro di grande rock and roll a 24 carati dal riff bruciante e dalla vigorosa componente “funk-oide”. London Calling rimane il rifugio granitico dagli invadenti e tecnologici colpi dell’after-punk. Un classico nato tale, una rarità assoluta nell’emisfero musicale. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Grateful Dead

I Grateful Dead non sono stati soltanto una band: sono stati un fenomeno culturale. Nati a metà degli anni Sessanta nella California psichedelica di San Francisco, hanno incarnato lo spirito libertario, comunitario e visionario di un’epoca, trasformando il rock in esperienza collettiva.
Guidati dalla chitarra liquida e narrativa di Jerry Garcia, con Bob Weir, Phil Lesh, Bill Kreutzmann (e poi Mickey Hart) e Ron “Pigpen” McKernan agli inizi, i Dead hanno costruito un linguaggio unico: un intreccio di rock, folk, blues, country, psichedelia e improvvisazione jazzistica.
Dischi come Anthem of the Sun (1968) e Aoxomoxoa (1969) sono immersioni psichedeliche; Workingman’s Dead e American Beauty (1970) mostrano invece un volto più acustico e radicato nella tradizione americana, con brani come “Uncle John’s Band”, “Casey Jones”, “Ripple”.

Ma il vero cuore dei Grateful Dead era il concerto. Ogni esibizione era diversa: le canzoni diventavano territori aperti, esplorazioni senza mappa. Il pubblico – i leggendari Deadheads – seguiva la band di città in città, creando una comunità itinerante fondata su musica, libertà e condivisione.
Il loro suono non cercava la perfezione tecnica, ma l’istante irripetibile. Lunghi brani come “Dark Star” o “Playing in the Band” potevano trasformarsi in viaggi ipnotici, sospesi tra improvvisazione e trance collettiva.
Dopo la morte di Garcia nel 1995, l’esperienza originaria si è chiusa, ma l’eredità resta immensa. I Grateful Dead hanno insegnato che la musica può essere flusso, comunità, rito. Non solo canzoni, ma un modo di stare al mondo.

Pete Daily

Il 5 maggio del 1911 nasce a Portland, nell’Indiana, il cornettista Pete Daily, uno dei personaggi più significativi del dixieland di Chicago.
Pete Daily è stato un trombettista jazz statunitense, legato soprattutto al Dixieland revival della West Coast.
Nato a Portland (Oregon), crebbe musicalmente nell’ambiente del jazz tradizionale degli anni ’20 e ’30. Il suo stile alla tromba (e talvolta al cornetto) era diretto, brillante, con un suono chiaro e festoso, profondamente radicato nella tradizione di Louis Armstrong e del primo jazz di New Orleans.
Negli anni ’40 e ’50 divenne una figura di riferimento nella scena revivalista californiana, collaborando con musicisti come: Turk Murphy, Lu Watters e altri esponenti del cosiddetto San Francisco Style.
Questa corrente cercava di recuperare l’energia collettiva del jazz primitivo, con arrangiamenti essenziali e grande enfasi sull’improvvisazione di gruppo.
Pete Daily non è stato un innovatore radicale, ma un custode appassionato della tradizione. La sua importanza sta nell’aver contribuito a mantenere vivo il linguaggio del primo jazz in un’epoca dominata dal bebop e dalle evoluzioni moderne.