Bob Dylan: i suoi album #20

At Budokan (1978)

Bob Dylan at Budokan è un album live registrato durante le due date di Tokyo dell’artista al Nippon Budokan Hall il 28 febbraio e il 1° marzo 1978, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1978 e poi diffuso in tutto il mondo nel 1979 da Columbia Records.
L’album raccoglie 22 brani tratti da quei due concerti, con un sound più “arrangiato” rispetto alle versioni in studio, grazie all’uso di una big band e voci femminili in sottofondo. Associato al Bob Dylan World Tour 1978, è il suo primo vero tour mondiale dopo anni di assenza dai palchi internazionali.
Nell’album compaiono sia grandi classici (Blowin’ in the Wind, The Times They Are a‑Changin’, Like a Rolling Stone) sia pezzi più recenti del periodo, tutti riarrangiati in chiave più teatrale e spettacolare. Dylan è accompagnato da una band solida: Billy Cross (chitarra), Ian Wallace (batteria), Alan Pasqua (tastiere), Rob Stoner (basso), David Mansfield (pedal steel, mandolino, ecc.) e un quartetto di coriste.
Nel 2023 è uscito il cofanetto The Complete Budokan 1978, che include i due show interi (36 tracce “inedite” in precedenza) e rimasterizzazioni più fedeli del doppio LP originale. Esiste anche una versione economica, Another Budokan 1978, centrata solo su brani estratti da quei materiali, pensata per introdurre il suono di Dylan in tour giapponese senza acquistare il cofanetto completo.
Se vuoi, posso elencarti brano per brano la tracklist di Bob Dylan at Budokan oppure suggerirti quali canzoni meritano più l’ascolto in questa versione “Budokan”.

L’album Bob Dylan at Budokan (1978) ha diviso fan e critica soprattutto perché suona molto diverso dall’idea che molti si erano fatti di Dylan “live”: più studiato, più “pop” e meno spontaneo del solito.
Molti fedelissimi si aspettavano versioni “intime” e fedeli agli album originali, invece trovano brani rifatti con grandi arrangiamenti da big band, cori femminili e un sound quasi da spettacolo teatrale.
Alcuni fan lo hanno visto come una “vendita” dello spirito folk‑rock dylaniano, più orientato al pubblico generalista e al grande palco che a quell’aura underground e politica che aveva fatto nascere la sua leggenda.
La stampa discografica ha lodato la qualità esecutiva e la potenza scenica, ma criticato il grado di “arrangiamento”: era come se Dylan avesse “rivestito” le sue canzoni con un’atmosfera da mega‑show, perdendo parte del loro carattere crudo.
In seguito, però, molti critici hanno rivalutato il disco come documento importante del suo World Tour 1978, uno dei primi tour davvero globali dopo anni di assenza, e come prova di quanto Dylan fosse capace di reinventare il suo repertorio in modo spettacolare.
In sintesi, il disco divide perché è troppo “spettacolare” e “lucida” per i puristi di Dylan, ma troppo “pop” e poco “rock grezzo” per chi lo associa solo al folk‑rock anni ’60.

Bob Dylan: i suoi album #19

Street Legal (1978)

Considerato spesso l’album “big band” di Bob Dylan, Street-Legal (1978) è uno dei capitoli più discussi, densi e affascinanti della sua sterminata discografia. È il disco che segna il passaggio tra il Dylan narrativo degli anni ’70 e quello spirituale della fase “Born Again”. La tempesta spirituale che di lì a poco avrebbe portato Dylan verso la conversione cristiana. È un album di transizione, inquieto, teatrale, spesso sottovalutato.
Dopo l’intensità acustica di Blood on the Tracks e il sapore folk di Desire, Dylan decise di cambiare radicalmente rotta. Reclutò una band numerosa per un suono più ricco e soul, caratterizzato da una sezione di fiati imponenti, da coriste gospel (che diventeranno un marchio di fabbrica dei suoi tour successivi) e da Arrangiamenti complessi, quasi da “Las Vegas notturna”.
Il suono sorprende subito: arrangiamenti ampi, cori femminili, fiati, chitarre elettriche e una produzione quasi “urbana”, lontana dal folk scarno degli inizi. Dylan sembra guardare al soul, al rock di arena e persino al gospel nascente. La voce è ruvida, spezzata, ma piena di tensione drammatica.
Brani come “Changing of the Guards” aprono il disco con immagini apocalittiche e simboliche, in una delle sue scritture più enigmatiche e visionarie. “Señor (Tales of Yankee Power)” è invece un viaggio sospeso tra deserto, politica e spiritualità, con un’atmosfera notturna e allucinata. “Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat)” chiude il disco in modo febbrile e quasi disperato, come una corsa dentro il caos emotivo.
Molti critici all’epoca lo accolsero freddamente, anche per via della produzione considerata confusa. Col tempo però Street-Legal è stato rivalutato: oggi appare come un’opera irregolare ma coraggiosa, piena di crepe umane e intuizioni poetiche. Non ha la perfezione di altri classici di Dylan, ma possiede qualcosa di vivo, instabile, autentico.
È un album da ascoltare al tramonto, tra luci di città e pensieri irrisolti: il ritratto di un artista che sta cambiando pelle senza sapere ancora in cosa si trasformerà.
A margine va ricordato che la sfortuna iniziale di Street-Legal non fu dovuta alla qualità delle canzoni, ma al suono “fangoso. La stampa in vinile del 1978 era tecnicamente carente. Il suono risultava compresso, quasi ovattato, come se gli strumenti si calpestassero a vicenda. E’ solo con la rimasterizzazione di fine anni ’90 che l’album è stato “ripulito”, rivelando la brillantezza degli arrangiamenti e portando molti critici a rivalutare l’opera come un capolavoro dimenticato.
Una curiosità: la copertina ritrae Dylan sulle scale del suo studio di registrazione (Rundown Studios a Santa Monica). L’immagine riflette perfettamente l’atmosfera dell’album: un uomo in transito, elegante ma visibilmente provato.

My Favorites Albums #14/100

Miles Davis – Kind of Blue (1959)

[…] Con il passare degli anni, Kind Of Blue è diventato non solo tra i dischi più venduti di tutti i tempi in ambito jazz, ma uno dei momenti musicali più importanti dell’intera cultura del ‘900. Non impauritevi dei tecnicismi e che sia solo musica “suonata” (sebbene moltissimi abbiano poi dato testi a queste musiche) e lasciatevi trasportare dal suono elegante, puro e dolcissimo di questo disco: anche chi non ha mai ascoltato un disco jazz ne resterà rapito, ci scommetto.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Bob Dylan: i suoi album #18

Hard Rain (1976)

Sotto una pioggia impetuosa, Dylan inventa il capitolo finale della sua cronaca della dissoluzione di un matrimonio.

Registrato il 23 maggio 1976 allo Hughes Stadium di Fort Collins, in Colorado, questo concerto faceva parte della seconda metà del tour Rolling Thunder Revue, che attraversò gli Stati Uniti. L’LP uscì il 13 settembre 1976, la stessa data in cui il concerto fu trasmesso in televisione. Un’ottima opportunità promozionale, quindi, per “Hard Rain”, che tuttavia non fu universalmente acclamato. Sconnesso per alcuni, privo del fascino della prima tappa del tour per altri, questo album dal vivo è davvero diverso da qualsiasi cosa Bob Dylan avesse fatto prima, ma possiede innegabilmente ciò che manca a “Desire”: un tocco di follia. Fin dal brano di apertura, “Maggie’s Farm”, si percepisce che qualcosa di unico sta bollendo in pentola. L’intera band, Dylan incluso, è letteralmente elettrizzante, trascinando l’ascoltatore in un vortice melodico in cui chitarre, pianoforte, batteria e altri strumenti si scontrano in un caos scomposto – in breve, una vera e propria banda di ottoni che produce una gioiosa cacofonia. Ma il risultato è sorprendente. Il gruppo sembra sapere esattamente dove sta andando, senza mai perdere la rotta: “Stuck Inside Of Mobile” ne è un esempio perfetto. La sezione ritmica guida con efficacia il brano, mentre le chitarre si incrociano e si intrecciano in una frenetica sarabanda, spingendo il brano al limite, trasformandolo in un estenuante esercizio virtuosistico. Naturalmente, alcuni momenti di relativa calma punteggiano il tutto, come “One Too Many Morning”, più toccante che mai, la sempre magnifica “Oh Sister” (anche se la voce di Dylan rivela rapidamente i suoi limiti), o “Lay, Lady Lay”, che, pur essendo piuttosto riuscita, non riesce a farci dimenticare la versione da “Before The Flood”. E la macchina riparte, instancabile, più vibrante che mai. Perché ciò che accade durante i cinque minuti e ventotto secondi di “Shelter From The Storm” è a dir poco miracoloso. Bob Dylan non aveva mai cantato così, declamando i suoi testi con raddoppiata convinzione, riscoprendo lo spirito che lo aveva abitato in “Hurricane”, mentre i musicisti scatenano un vero e proprio diluvio di elettricità sull’ascoltatore, permettendo ai loro strumenti di esprimersi appieno. L’energia sprigionata dall’ensemble è fantastica, l’emozione che ne emana è quasi palpabile. E quando il brano finalmente finisce, si rimane sbalorditi da tanto genio creativo, da tanta potenza. Dopo un simile terremoto, “You’re A Big Girl Now” e “I Threw It All Away” sembrano un po’ insipide, ma questa sensazione viene rapidamente eclissata dalle prime note di “Idiot Wind”, il magistrale finale di un album altrettanto straordinario. Si potrebbe dire che tale enfasi non può che significare che siamo in presenza del capolavoro di uno dei maggiori compositori di questo secolo. Non andrei così lontano, per il semplice motivo che “Hard Rain” guadagna in maestria ciò che perde in perfezione. Durante questo concerto, ogni brano sembra sull’orlo del collasso, riuscendo in qualche modo a concludersi in qualcosa di diverso dal caos totale. Questa precarietà non è piaciuta alla maggior parte dei fan, che vedono questo album come un fallimento artistico. Ognuno ha la sua opinione in merito. Paul Williams, ad esempio, critico rock e autore di numerosi libri su Dylan, considera questo album una delle opere più importanti create dall’uomo. Credo che questo dovrebbe bastarvi…

Pete Daily

Il 5 maggio del 1911 nasce a Portland, nell’Indiana, il cornettista Pete Daily, uno dei personaggi più significativi del dixieland di Chicago.
Pete Daily è stato un trombettista jazz statunitense, legato soprattutto al Dixieland revival della West Coast.
Nato a Portland (Oregon), crebbe musicalmente nell’ambiente del jazz tradizionale degli anni ’20 e ’30. Il suo stile alla tromba (e talvolta al cornetto) era diretto, brillante, con un suono chiaro e festoso, profondamente radicato nella tradizione di Louis Armstrong e del primo jazz di New Orleans.
Negli anni ’40 e ’50 divenne una figura di riferimento nella scena revivalista californiana, collaborando con musicisti come: Turk Murphy, Lu Watters e altri esponenti del cosiddetto San Francisco Style.
Questa corrente cercava di recuperare l’energia collettiva del jazz primitivo, con arrangiamenti essenziali e grande enfasi sull’improvvisazione di gruppo.
Pete Daily non è stato un innovatore radicale, ma un custode appassionato della tradizione. La sua importanza sta nell’aver contribuito a mantenere vivo il linguaggio del primo jazz in un’epoca dominata dal bebop e dalle evoluzioni moderne.

Lonnie Donegan

Lonnie Donegan (Anthony James Donegan, Glasgow, 29 aprile 1931 – Market Deeping, Inghilterra, 3 novembre 2002) è stato un cantante, chitarrista e banjoista britannico, considerato il padre dello skiffle e una delle figure più influenti della musica popolare inglese del dopoguerra.

Cresciuto a Londra in una famiglia operaia, Donegan si avvicinò presto alla musica folk e al jazz tradizionale americano. Il suo primo successo arrivò a metà degli anni ’50 come membro della Chris Barber Jazz Band, con cui incise nel 1954 “Rock Island Line”, brano di Lead Belly che divenne un fenomeno inatteso nel Regno Unito e aprì la strada allo skiffle come movimento musicale e sociale.

Lo skiffle — musica essenziale, suonata con strumenti economici e spirito DIY — ebbe un impatto enorme sulla gioventù britannica. Grazie a Donegan, migliaia di ragazzi formarono band: tra questi futuri protagonisti come John Lennon, Paul McCartney, Jimmy Page e Van Morrison, che hanno spesso riconosciuto il suo ruolo decisivo nella loro formazione.

Negli anni successivi Donegan consolidò il successo con una lunga serie di hit, tra cui “Cumberland Gap”, “Does Your Chewing Gum Lose Its Flavour (On the Bedpost Overnight?)” e “My Old Man’s a Dustman”, diventando una presenza costante nelle classifiche britanniche tra anni ’50 e ’60. Pur attraversando periodi di minor visibilità commerciale, continuò a esibirsi e registrare, muovendosi tra folk, blues, country e pop.

Lonnie Donegan rimase attivo fino agli ultimi anni di vita, mantenendo una reputazione di artista autentico e diretto, capace di unire tradizione americana e sensibilità britannica. La sua eredità va oltre i dischi venduti: Donegan è ricordato come l’uomo che accese la scintilla da cui nacque il rock britannico.

Bob Dylan: i suoi album #17

Desire (1976)

A meno di un anno dal suo album più personale, Dylan rimette in spalla la chitarra ammazzafascisti di zio Woody.

“Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story by Martin Scorsese”, il film pseudo-documentario inizia con le immagini di un gioco di prestigio. È un film (“Escamotage d’une dame chez Robert-Houdin”) di Georges Méliès, l’inventore della finzione cinematografica, che ha insegnato a tutti i registi la magia del montaggio. Poco dopo, si sente Dylan dire di non ricordare nulla del tour della Rolling Thunder Revue. “Non ricordo nulla della Rolling Thunder. È successo così tanto tempo fa che non ero nemmeno nato”. Si era già avvertito e ribadito: Dylan non ha mai detto la verità in vita sua. E quando l’ha detto, nessuno lo sapeva. Ma Dylan è pur sempre un essere umano, pur appartenendo a una specie diversa, e soffre anche lui. E Desire è solo un altro esempio di questa speciale umanità.

Desire, l’album di Bob Dylan del 1976, nacque dal leggendario tour documentato in due monumenti essenziali per i devoti di Dylan: The Bootleg Series Vol. 5 e Bob Dylan – The Rolling Thunder Revue: The 1975 Live Recordings . Attraverso questi due documenti, ascoltiamo la creazione e il perfezionamento di questo album. Dylan trovò un furgone, indossò un cappello e si dipinse il viso di bianco per cantare senza preavviso. Tutto ciò di cui aveva bisogno per questo tour era pronto. I musicisti che volevano unirsi erano benvenuti. E così tanti volevano farlo.

Desire è un album caratterizzato principalmente dalla talentuosa Scarlet Rivera, una violinista che attraversò la strada proprio al momento giusto. La leggenda narra che un giorno Dylan – quel tipo notoriamente eccentrico – fermò la macchina e chiese alla giovane Rivera in che ambiente si trovasse, e da lì nacque questa fruttuosa relazione. Questa storia è vera o falsa? Nessuno lo sa, ma che importanza ha quando il risultato di questa collaborazione è così straordinario?

La canzone d’apertura, “Hurricane”, suona come un pezzo teatrale pieno di dialoghi e indicazioni di scena, con il violino di Rivera sempre sul filo del rasoio, carico di drammaticità che si sposa con il vigore della voce di Dylan, che quasi torna ai suoi giorni da cantante folk con un messaggio politico da trasmettere. Ma la verità è che Dylan è più interessato a come racconta la storia di Ruben Carter che alla verità o alle conseguenze della sua composizione. C’è tanta finzione quanto verità nel testo, ma Dylan è guidato da una semplice massima: “Non lasciare che la verità rovini una bella storia”. E tutti ne beneficiamo.

“One More Cup of Coffee” è una canzone che attinge alla tradizione musicale gitana, incorporando un eccellente duetto con Emmylou Harris, ed è uno dei punti salienti di questo album (e lo stile canoro di Dylan in questo brano è stato ampiamente elogiato da Jack White in tutte le belle canzoni che ha fatto, lode a lui). “Isis” è stata la prima canzone composta per l’album e racconta la storia di un uomo che lascia la moglie per vivere avventure e cercare gloria, solo per tornare dalla sua amata. Sebbene sia un’eccellente registrazione, Dylan è davvero magnifico dal vivo quando la canta (guardate il “documentario” di Scorsese in cui Dylan, mentre canta “Isis”, stringe il pugno e intona i versi “She said, ‘you been gone’/ I said, ‘that’s only natural'” prima, in una smorfia di esasperazione, continua con i versi “She said, ‘you gonna stay?’/ I said, ‘if you want me, yeah!'”).

Ma ci sono anche versioni più deboli in questa raccolta. “Mozambique” si dice sia nata da un gioco per vedere quante parole Dylan e il suo partner di scrittura per questo album, Jacques Levy, riuscissero a far rimare con “-ique”, ed è piuttosto poco interessante. “Black Diamond Bay” è anch’essa una canzone meno memorabile, ma segue una delle canzoni miracolose di Dylan: “Sara”, forse la più autobiografica di tutte le sue composizioni.

La Thunder Revue si è svolta mentre il matrimonio di Dylan con Sara Lownds stava andando in pezzi, e la sua presenza aleggia su questo album e su questo tour. La fine di quel contratto è già palesemente evidente nel magnifico e tragico Blood on the Tracks, il che rende ancora più strana l’inclusione di “Sara”, la straordinaria canzone d’amore che chiude Desire, nella tracklist di questo album. “Sara, oh Sara / Ninfa affascinante con freccia e arco / Sara, oh Sara / Non lasciarmi mai, non andare mai”, canta Dylan dopo una manciata di versi in cui spiega come sia stato responsabile dell’allontanamento della donna che è l’amore della sua vita. Alla fine del film di Scorsese, sentiamo Dylan dire: “Cosa resta di Rolling Thunder? Niente. Solo cenere”. Sta parlando del tour o del rapporto con la donna che amava? Cosa è vero, cosa è falso? Forse è solo un gioco di prestigio o un’interpretazione kabuki.

Cow Cow Davenport

Charles Edward “Cow Cow” Davenport (Anniston, Alabama, 23 aprile 1894 – Cleveland, Ohio, 3 dicembre 1955) è stato un pianista, cantante e intrattenitore statunitense, considerato uno dei pionieri del boogie-woogie e del piano blues nel primo Novecento. 

Nato in una famiglia numerosa, iniziò a studiare piano da giovanissimo, ma fu espulso da un seminario teologico per aver suonato ragtime durante un servizio religioso — una scelta che segnò il suo futuro musicale.  Negli anni ’20 si fece conoscere suonando nei circhi itineranti e negli spettacoli di vaudeville, accompagnando cantanti come Dora Carr e Ivy Smith e costruendo il suo stile che fondeva ritmi trascinanti e linee di basso marcate. 

Il suo brano più celebre, “Cow Cow Blues”, inciso negli anni ’20, divenne presto uno standard del genere e gli valse il soprannome di Cow Cow, ispirato alla simulazione del rumore del treno nel suo piano.  Oltre ad esibirsi come solista, Davenport lavorò anche come scout per la Vocalion Records, contribuendo alla scoperta e alla promozione di altri talenti. 

La sua carriera fu interrotta da un ictus nel 1938 che limitò la mobilità delle sue mani, ma grazie all’aiuto del pianista Art Hodes riuscì a riprendere alcune attività musicali.  Il successo del pezzo “Cow Cow Boogie” negli anni ’40, sebbene non scritto da lui, contribuì a riportare l’attenzione sul suo lavoro e sull’influenza che aveva avuto sulla rinascita del boogie-woogie

Cow Cow Davenport morì a Cleveland nel 1955 all’età di 61 anni. La sua eredità musicale — caratterizzata da energia ritmica, profondità blues e un ruolo chiave nella nascita di un linguaggio pianistico che influenzò generazioni di musicisti — lo ha reso una figura indimenticabile nella storia del blues e del jazz. 

Miles Davis – On the Corner (1972)

L’album di Miles Davis, On the Corner, ha cercato di conquistare i giovani fan del rock e del funk: inizialmente considerato un disastro, ora è considerato un capolavoro.

Miles Davis non pubblicò alcun album in studio dal 1973 fino alla metà del 1981. Per spiegare le ragioni di questa lacuna nella sua carriera discografica, i Milesologi possono indicare una varietà di fattori nella vita professionale e personale dell’uomo. Ma uno in particolare incombe: il fallimento del suo album del 1972 “On the Corner”. Davis non era noto per essersi dedicato a lungo a un solo stile jazz, per usare un eufemismo, ma le sessioni di “On the Corner” lo vedono quasi in rottura con il jazz stesso. Nel tentativo di riconquistare l’attenzione dei giovani ascoltatori neri, si lanciò in un mix di quello che in seguito descrisse come “Stockhausen più funk più Ornette Coleman”.

“Miles voleva i ragazzi a cui piaceva il rock”, scrive Colin Fleming di JazzTimes . “Quello era il target demo, un pubblico che corteggiava fin dai tempi di Bitches Brew degli anni ’70. Davis credeva nelle capacità di ascolto dei giovani, il che di solito è una cosa saggia da fare. Il mix apparentemente incongruo di esperienze e desideri musicali che ne risultò portò lui e una schiera di collaboratori – tra cui Herbie Hancock, John McLaughlin, Chick Corea e James Mtume – a creare ‘un baccano minimalista, incredibilmente groovy’.

Al momento della sua uscita, On the Corner fu deriso come un affronto al gusto, un insulto agli ascoltatori, una farsa perpetuata da un uomo che voleva spalmarti la faccia con qualcosa di estremamente sgradevole, solo perché pensava di poterlo fare. Eppure, ascoltandolo in quest’epoca si farebbe fatica a comprendere la fonte dell’offesa.

La cultura ha da tempo sdoganato l’esperimento sonoro contenuto in On the Corner, che è stato acclamato negli ultimi anni come l’album che ha contribuito alla nascita dell’hip-hop, del funk, del post-punk, dell’elettronica e di qualsiasi altra musica popolare con un ritmo ripetitivo.

Bob Dylan: i suoi album #16

The Basement Tapes (1975)

Nello scantinato di una grande casa di campagna, con un gruppo di amici e un cane sdraiato sul pavimento, prende vita il primo disco lo-fi della storia.

Bob Dylan e la Band crearono musica nello stato di New York nel 1967, unendo il talento unico dei due musicisti alla rilassatezza tipica dell’ambiente idilliaco in cui si trovavano, per creare qualcosa di magico. Gran parte del mondo ascoltò questa musica prima di qualsiasi pubblicazione ufficiale tramite bootleg. Infine, nel 1975, i partecipanti ci diedero la loro versione ufficiale con l’uscita del doppio album “The Basement Tapes” .

Anche se quasi tutto il materiale registrato dalla Band e da Dylan in quel periodo è ora ufficialmente disponibile, la musica continua ad affascinare con un’aura di stranezza e mistero. Scopriamo come il bootleg più famoso del mondo è finalmente diventato ufficiale.

Nel 1967, Dylan si era completamente ripreso dall’incidente in moto dell’anno precedente e si trovava a Woodstock, New York. Invitò i suoi amici della Band (anche se non si chiamavano ancora così), che erano ancora sul suo libro paga dopo averlo accompagnato nei tour incendiari del 1965 e del ’66. Tre membri della Band (Richard Manuel, Garth Hudson e Rick Danko) si trasferirono in una casa che chiamarono “Big Pink” nella vicina West Saugerties. Robbie Robertson e Dylan si univano a loro ogni giorno per fare musica.

Lo scopo apparente di queste registrazioni era quello di sfornare demo per la pubblicazione, che avrebbero permesso a Dylan di ricavare qualche spunto dalle registrazioni di altri suoi brani. Sebbene alcuni brani siano nati in questo modo (“This Wheel’s on Fire”, “The Mighty Quinn”, “You Ain’t Goin’ Nowhere”, per citarne alcuni che altri hanno ripreso poco dopo la loro pubblicazione), la maggior parte della musica che questi musicisti stavano producendo era troppo volutamente strana e oscura per essere trasformata in canzoni pop.

Mentre i nastri venivano passati a editori e amici, ne venivano fatte copie clandestinamente. Queste copie alla fine arrivavano ai negozi di dischi e ai venditori indipendenti, solitamente con il titolo ” Great White Wonder”. I bootleg divennero così diffusi che la musica venne addirittura recensita da importanti riviste come Rolling Stone, nonostante la qualità audio a volte fosse scadente e nessuno dei partecipanti ne avesse autorizzato la pubblicazione.

Facciamo un salto al 1975. L’anno precedente, Dylan e la Band avevano partecipato insieme a uno dei primi mega-tour della storia del rock. Era quindi giunto il momento di rispolverare le canzoni del ’67 e di dar loro una degna pubblicazione. Robertson esaminò ore e ore di registrazioni per prepararle a un doppio album. The Basement Tapes uscì nel giugno del 1975, con una copertina memorabile che vedeva Dylan, la Band e un’ampia varietà di personaggi.

Quando i fan che conoscevano il bootleg ascoltarono The Basement Tapes, notarono alcune differenze. La principale era che Robertson aveva incluso alcuni brani registrati dalla Band senza Dylan e separatamente dalle registrazioni di Big Pink. Questo gli permise di includere Levon Helm nel progetto, dato che Helm, che aveva lasciato brevemente la Band, non prese parte alle sessioni originali del Basement Tapes fino alla loro quasi conclusione.

Robertson aggiunse anche alcune sovraincisioni per ripulire la confusione delle registrazioni. Forse l’aspetto più controverso del suo processo è stata la selezione dei brani. Non incluse brani come “I’m Not There” e “Sign on the Cross”, che non erano registrati benissimo ma si distinguevano comunque per la loro straordinaria qualità.

Le perplessità sul processo decisionale di Robertson iniziano a svanire quando si mette in coda The Basement Tapes. Dylan sembra a suo agio come non lo è mai stato in nessun momento della sua carriera, mentre l’accompagnamento sobrio e genuino della Band si rivela la base giusta. E che serie di canzoni: dalle esilaranti e assurde (“Clothes Line Saga”, “Yea! Heavy and a Bottle of Bread”) alle straordinariamente belle e profonde (“Tears of Rage”, “Goin’ to Acapulco”). Anche se forse forzatamente inserite, le canzoni della Band come “Katie’s Been Gone” e “Ain’t No More Cane” si inseriscono perfettamente.

Nel novembre 2014, The Basement Tapes Complete è stato pubblicato come parte della serie Bootleg di Bob Dylan. Conteneva praticamente ogni singola bobina di nastro che Dylan e la Band avevano raccolto durante quel periodo indimenticabile. E sì, c’è un sacco di roba meravigliosa lì dentro che dovete assolutamente ascoltare se avete ascoltato solo i due dischi originali di Basement Tapes.

Detto questo, l’uscita del 1975 riassume magnificamente ciò che Dylan e la Band stavano facendo quando il resto del mondo non li stava guardando. I Basement Tapes riuscirono a risolvere il mistero e a perpetuarlo tutto in una volta, il che era tutto ciò che gli appassionati di musica avrebbero potuto sperare.