Odell Rand

Il 22 giugno 1960 muore il clarinettista Odell Rand, un personaggio emblematico del jazz di mezzo del Novecento.

Rimaniamo nel mondo dei “grandi dimenticati” del jazz di Chicago. Se Tommy Ladnier era la voce della tromba, Odell Rand (1905–1960) è stato uno dei pilastri del clarinetto nello stile South Side Chicago.
Nonostante non sia un nome da copertina come Benny Goodman, Rand è stato un musicista fondamentale per definire il suono di un’intera epoca, in particolare quella legata ai piccoli gruppi blues e jazz degli anni ’30.
Il nome di Odell Rand è indissolubilmente legato agli Harlem Hamfats, una delle band più interessanti e popolari degli anni ’30. Ecco perché erano speciali: A dispetto del nome, non venivano da Harlem ma da Chicago e New Orleans. Mescolavano il jazz tradizionale con il blues rurale e lo spirito dei “party” urbani. Il suo clarinetto non cercava il virtuosismo accademico, ma puntava su un suono aspro, ritmico e incredibilmente “bluesy”. Era la voce solista che rispondeva alla chitarra e al mandolino (strumento insolito per il jazz, suonato da Charles McCoy). Con loro incise brani famosissimi per l’epoca come Oh Red!, che influenzarono profondamente lo sviluppo del Rhythm & Blues.
Odell Rand apparteneva alla scuola del clarinetto che privilegiava il registro basso (lo “chalumeau”) e un fraseggio sincopato.
Come molti musicisti di Chicago dell’epoca, usava un suono “sporco” e graffiante, perfetto per accompagnare le voci blues. Oltre agli Hamfats, lavorò con grandi figure del blues come Memphis Minnie e Lovie Austin, dimostrando una versatilità straordinaria nel muoversi tra il jazz da ballo e il blues più crudo.
Rand non divenne mai una star solista internazionale come Lucky Thompson. Rimase un musicista “di bottega”, un professionista solido che preferì restare nel circuito dei club di Chicago. La sua importanza risiede nell’aver contribuito a creare quel ponte sonoro tra il jazz di New Orleans e la musica popolare che avrebbe portato, decenni dopo, alla nascita del Rock ‘n’ Roll.
Se ascolti le registrazioni degli Harlem Hamfats, noterai come il clarinetto di Rand sembri quasi una voce umana che ride o si lamenta: è l’essenza stessa del jazz di Chicago delle origini.

Little Richard – Here’s Little Richard (1957)

Richard Wayne Penniman è incasinato e tormentato come il rock’n’roll. Ha 12 fratelli e sorelle e suo padre viene assassinato quando lui ha 20 anni. Non ha un soldo, e quel poco che guadagna lo spende in lezioni di pianoforte. Lo chiamano Little, ma è alto un metro e ottanta. Ha imparato a cantare in chiesa e a fare spettacolo dai venditori ambulanti che arrivano in città, a Macon, Georgia, pieno Sud degli Stati Uniti. E’ spirituale e carnale, religiosissimo e volgare, canta sconcezze indirizzate a donne che sanno come divertirsi e divertire, ma da come si trucca tutti capiscono che gli piacciono piú che altro gli uomini. Con i fratelli, fa musica da sempre. A 19 anni vince un concorso con la Rca, ma prima che accada qualcosa trascorrono altri quattro anni. Ora è con la Specialty, e in particolare con il produttore Bumps Blackwell, una piccola celebrità in quel momento, l’uomo che ha lanciato le Carriere di Ray Charles e di Quincy Jones. Non è che Blackwell ci capisca granché, di questo bizzarro pianista di night che dice di aver imparato a suonare il piano da Esquerita (da cui deve aver preso anche il gusto per il trucco e le parrucche) e che in un attimo passa dal sussurro all’urlo. Pensa che sia possibile lanciarlo come bluesman e lo porta a New Orleans per registrare un album. Tra un’incisione e l’altra, racconterà per sempre la mitologia rock’n’roll, in studio Richard improvvisa una specie di scioglilingua che decanta le virtù del posteriore femminile (femminile?), forse di tutti i posteriori femminili, forse di uno in particolare. Blackwell ferma tutto e gli chiede di registrare ciò che ha appena cantato, censurandolo un po’ e quindi rendendolo ancora più incomprensibile. Nasce così Tutti Frutti, il primo hit rock’n’roll che si affida esclusivamente al suono, e al ritmo, per comunicare il proprio significato. Il primo che non ha bisogno di parole. In quello stesso 1955, e poi lungo tutto il 1956, Little Richard registra altri due grandi successi, Long Tall Sally e Jenny Jenny, che appaiono con una manciata di turbo-boogie-woogie nel suo primo (e forse ultimo) album davvero memorabile. Per lui comincia quel rapporto tormentato tra musica e fede, con sensi di colpa nell’uno e nell’altro senso, che lo spingerà ad abbandonare il rock’n’roll per la predicazione, con infiniti ritorni. Comincia il rock’n’roll, insomma, che sarà sempre spirituale e carnale come Little Richard.


Joe Romano

Joe Romano (Joseph S. Romano, 17 aprile 1932 – 26 novembre 2008) è stato un sassofonista jazz statunitense noto per il suo contributo alle grandi orchestre e alla scena jazz dal dopoguerra in poi. Nato a Rochester, New York, Romano cominciò presto a suonare clarinetto e sax (alto e tenore), sviluppando uno stile solido e fluido che lo portò rapidamente ad affermarsi come musicista richiesto nella scena jazz americana. 

Negli anni ’50 entrò nella band di Woody Herman (con cui suonò anche in tournée internazionali) e negli anni ’60 collaborò con artisti come Chuck Mangione, Sam Noto e Art Pepper. Fu anche sideman ricorrente negli album di Buddy Rich tra il 1968 e il 1974. 

Durante gli anni ’70 Romano continuò la sua carriera con musicisti come Les Brown, Louie Bellson, Chuck Israels e nella Thad Jones–Mel Lewis Orchestra. Negli anni ’80 fu attivo come musicista di session, lavorando in California con artisti e leader jazz quali Frank Capp e Nat Pierce. 

Lo stile di Romano era caratterizzato da un forte senso del groove e dalla versatilità nel passare tra big band e formazioni più piccole, mantenendo un linguaggio jazzistico profondamente radicato nello swing e nel bebop. 

Morì nel 2008 a Rochester all’età di 76 anni per un cancro ai polmoni, lasciando un’eredità di registrazioni e performance che testimoniano la sua lunga presenza nella storia del jazz americano. 

Joe Rushton

Joe Rushton, il cui nome completo era Joseph Augustine Rushton, Jr. (morto il 2 marzo 1964), è stato un sassofonista jazz americano specializzato nel sassofono basso. Nato a Evanston, Illinois, fu uno dei musicisti jazz più noti a dedicarsi al sassofono basso, strumento che iniziò a suonare stabilmente dal 1928. Prima di questo, suonava il clarinetto e tutti gli altri tipi standard di sassofono, e occasionalmente registrava anche con questi strumenti. Ha collaborato con numerose band e musicisti prestigiosi come Ted Weems, Jimmy McPartland, Bud Freeman, Floyd O’Brien, Benny Goodman (1942-43), Horace Heidt (1943-45) e la band Five Pennies di Red Nichols, con cui suonò fino ai primi anni ‘60. Ha inciso sei pezzi per la Jump Records tra il 1945 e il 1947, ma per il resto compare nei dischi come sideman. Joe Rushton morì a San Francisco all’età di 56 anni.

Sympathy For The Devil – Rolling Stones (1968)

La canzone “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, pubblicata nel 1968, ha contribuito a creare l’immagine “cattiva” della band, in contrapposizione a quella più “buona” dei Beatles. In realtà, il brano parla del male insito nelle azioni umane, non di un’adorazione del diavolo. Nel testo, il diavolo stesso introduce sé stesso, facendo un’analisi critica del male presente nella storia e nella vita quotidiana, ma la responsabilità dei mali del mondo è dell’uomo, non di Lucifero.
Il brano, originariamente intitolato “Devil is My Name”, presenta un ritmo che evolve dal samba a uno dei pezzi rock più classici. Il celebre coro “uh uuh” è stato aggiunto solo alla fine della registrazione, suggerito da Anita Pallenberg, allora fidanzata di Keith Richards. Anche Marianne Faithfull, un’altra figura vicina alla band, ha partecipato al coro.
“Sympathy for the Devil” è diventato un classico del rock, spesso interpretato come una riflessione sul male interno all’uomo piuttosto che un inno satanico. Ha segnato un momento chiave per la band, stabilendo la regola dell’eccesso e contribuendo a definire la loro immagine nel panorama musicale.

Otis Redding

L’uomo, il personaggio. l’artista che meglio incarnava il “sogno” della Stax fu Otis Redding. Cantante di insuperabile fascino e dal talento esorbitante, Redding fu il personaggio fondamentale di quegli anni, capace di superare nettamente le barriere che ancora delimitavano i campi di interesse del pubblico bianco e di quello nero. I suoi primi singoli sono del 1962 e già colpiscono per precisione e sentimento; il primo album, Pain in My Heart, del 1964, raccoglie tanto le sue radici quanto le sue passioni: Sam Cooke, Little Richard, Ben E. King, e serve a calibrare meglio il tono e lo stile, giusto in tempo per mettere a segno, tra il 1964 e il 1965, brani come Respect, I’ve Been Loving You loo Long e un nuovo album con Steve Cropper e i Bar-Kays. Il successo arrivo prima con un singolo, la cover di My Girl, poi con un album, Otis Blue, del 1966, di sicuro uno dei pù grandi dischi soul di tutti i tempi. Redding si accorse della rivoluzione del beat, incise, traducendola in lingua soul, la Satisfaction dei Rolling Stones, gettò tutto se stesso sulla strada di una musica che pur restando rigorosamente e orgogliosamente nera era in grado di attraversare l’universo del pop e del rock con una leggerezza e una sicurezza straordinarie. Con Otis Redding Dictionary of Soul, del 1967, il musicista raggiunse il suo meglio, inanellando brani come Try a Little Tenderness e Fa fa fa fa fa (Sad Song) e puntando dritto verso il nuovo pubblico del soul e del rock. La sua leggendaria performance al festival rock di Monterey segnò simbolicamente questo passaggio. In quel concerto cantò ancora il pezzo degli Stones, ovvero Satisfaction, chiudendo in fondo un cerchio che si era aperto proprio con l’avvento del rock’n’roll.
Di piú, Otis Redding fu il cantante che meglio riuscí a sintetizzare la tradizione piú profonda del canto nero con la nuova sensibilità e il gusto della rivoluzionaria generazione dei Sessanta, come dimostrò con il suo ultimo capolavoro (Sittin’ on) The Dock of the Bay, inciso poco prima di morire, a ventisei anni. Nel 1968 la Stax sciolse il suo accordo di distribuzione con la Atlantic: Otis Redding era scomparso con i Bar-Kays in un incidente aereo e la storia dell’etichetta cambiò avviandosi verso il tramonto.

Red Richards, il pianista dalla matrice stride

Il 19 ottobre 1912 nasce a Brooklyn, New York, il pianista Charles Richards, più conosciuto dagli appassionati di jazz come Red Richards.
Red Richards, è stato un pianista jazz statunitense noto per il suo stile swing e stride. Ha avuto una carriera musicale che si è estesa per oltre sei decenni, collaborando con numerosi artisti di rilievo e lasciando un’impronta significativa nel panorama jazzistico.
Richards iniziò a studiare pianoforte classico all’età di dieci anni, ma a sedici anni si orientò verso il jazz dopo aver ascoltato Fats Waller. Il suo primo ingaggio professionale importante fu con Tab Smith al Savoy Ballroom di New York dal 1945 al 1949. Successivamente, collaborò con Bob Wilber (1950–51) e Sidney Bechet (1951). Nel 1953, partecipò a una tournée in Italia e Francia con la band di Mezz Mezzrow, suonando al fianco di Buck Clayton e Big Chief Moore, e accompagnando Frank Sinatra in Italia. 
Negli anni successivi, suonò con Muggsy Spanier, Fletcher Henderson e Wild Bill Davison. Nel 1960, formò il gruppo Saints & Sinners con Vic Dickenson, attivo fino al 1970. Negli anni ’70 e ’80, collaborò con artisti come Eddie Condon, Panama Francis e i Savoy Sultans, esibendosi in tutto il mondo. 
Red Richards era noto per il suo stile pianistico che combinava elementi di stride e swing, ispirandosi a pianisti come Fats Waller e James P. Johnson. La sua tecnica includeva una mano sinistra “rolling” e una profonda comprensione della storia del pianoforte jazz, che gli permetteva di esprimersi con sensibilità sia come accompagnatore che come solista.
Richards continuò a suonare fino alla sua morte, avvenuta il 12 marzo 1998 a Scarsdale, New York.

Con i Ramones nasce il punk rock

Fumo, urla e grida caratterizzano un locale “difficile” come il Performance Studio di New York, uno dei covi della musica alternativa della città. Il 24 marzo 1974, accolti da ululati e fischi, si presentano sul palco quattro ragazzi di Forest Hill.
I Ramones sono stati una delle band più iconiche e influenti nella storia del punk rock. Sono spesso considerati i pionieri del genere punk, con il loro sound veloce, minimalista e grezzo che ha ridefinito la musica rock negli anni ’70 e ’80.
Nonostante i membri non fossero imparentati, tutti adottarono il cognome “Ramone” come parte della loro immagine di gruppo unito e ribelle.
I Ramones si sono distinti fin dagli inizi per il loro approccio semplice e diretto alla musica rock. Le loro canzoni erano brevi, veloci e caratterizzate da riff di chitarra essenziali, ritmi incalzanti e testi ironici e provocatori. Il loro stile era una reazione contro la musica rock progressiva e il pop elaborato che dominava il panorama musicale negli anni ’70.
Il loro album di debutto, “Ramones” (1976), fu un fulmine a ciel sereno. Brani come “Blitzkrieg Bop”, con il famoso ritornello “Hey! Ho! Let’s go!”, e “Judy Is a Punk” definirono immediatamente il suono del punk. Anche se il disco non ottenne un grande successo commerciale, divenne una pietra miliare per il genere.
Album successivi come “Leave Home” (1977), “Rocket to Russia” (1977) e “Road to Ruin” (1978) consolidarono la loro reputazione nel circuito underground e nel movimento punk. La band era nota per i suoi spettacoli dal vivo intensi, dove suonavano set velocissimi e spesso senza pause tra una canzone e l’altra.
Nonostante non abbiano mai raggiunto un successo commerciale di massa durante la loro carriera, i Ramones hanno avuto un’influenza enorme sulla musica rock e su numerosi gruppi punk successivi, come i Sex Pistols, The Clash e i Green Day. Hanno ridefinito l’estetica punk, sia nel suono che nell’immagine, con i loro jeans strappati, giubbotti di pelle e attitudine “fai-da-te”.
I loro testi spesso parlavano di temi semplici, come l’amore adolescenziale, la ribellione, o situazioni assurde, ma sempre con un’ironia tagliente. Canzoni come “I Wanna Be Sedated”, “Rockaway Beach”, e “Sheena Is a Punk Rocker” sono diventate inni per generazioni di fan del punk.
Nonostante i continui cambi di formazione (Tommy lasciò la band nel 1978 e fu sostituito da Marky Ramone), i Ramones continuarono a pubblicare album e a fare tournée per oltre due decenni. Tra i loro album più noti degli anni ’80 e ’90 ci sono “End of the Century” (1980), prodotto da Phil Spector, e “Too Tough to Die” (1984).
La band si sciolse definitivamente nel 1996 dopo l’ultimo concerto al Lollapalooza Festival. Negli anni successivi, purtroppo, molti membri originali sono scomparsi: Joey Ramone morì nel 2001, Dee Dee Ramone nel 2002, Johnny Ramone nel 2004 e Tommy Ramone nel 2014.
Nonostante le vendite relativamente modeste durante la loro carriera, i Ramones sono oggi considerati una delle band più importanti nella storia del rock. Sono stati introdotti nella Rock and Roll Hall of Fame nel 2002 e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti postumi. Il loro impatto è ancora forte, e molte band punk e alternative continuano a citare i Ramones come una delle loro principali influenze.
La loro musica, semplice ma potentemente efficace, ha rappresentato una rivoluzione nella musica rock, dimostrando che non servivano grandi assoli o tecnicismi per creare qualcosa di autentico e duraturo.

A.C. Reed: il Blues con la voce ed il sax

A.C. Reed, nato Aaron Corthen il 9 maggio 1926 a Wardell, Missouri, è stato un importante sassofonista e cantante di blues e R&B, noto per il suo lavoro come sideman per molte leggende del blues e per la sua carriera da solista. Reed si trasferì a Chicago da giovane, dove si inserì rapidamente nella vivace scena blues della città, contribuendo a plasmare il suono del blues elettrico di Chicago.
Durante la sua lunga carriera, A.C. Reed suonò con grandi nomi come Muddy Waters, Buddy Guy, Earl Hooker, e Albert Collins. Uno dei suoi contributi più significativi fu il suo lavoro con la band di Albert Collins, con cui girò per molti anni. Reed era particolarmente apprezzato per il suo stile melodico e deciso al sassofono tenore, che aggiungeva un tocco distintivo alle performance delle varie band con cui collaborava.
Nonostante la sua fama come sideman, Reed intraprese anche una carriera da solista, registrando diversi album e canzoni memorabili. Era noto per il suo senso dell’umorismo nei testi, spesso ironici, e per la sua capacità di combinare l’energia del blues con un groove R&B più morbido.
Alcuni dei suoi brani più noti includono “I Got Money to Burn”, “My Buddy Buddy Friends”, e “She’s Fine”. Reed si distinse non solo come un grande sassofonista, ma anche come un uomo che portava una vivace personalità nelle sue esibizioni e registrazioni.
A.C. Reed è stato attivo fino alla sua morte avvenuta il 24 febbraio 2004, a Chicago, nell’Illinois (USA), lasciando un’eredità importante come uno dei grandi sassofonisti del blues di Chicago.

Little Richard: “principe” del Rock’n’Roll

Little Richard, il cui vero nome era Richard Wayne Penniman, è spesso chiamato il “principe” del Rock’n’Roll per il suo impatto rivoluzionario sulla musica e la cultura popolare negli anni ‘50 e ‘60. Nato il 5 dicembre 1932 a Macon, in Georgia, Little Richard è stato uno dei pionieri del Rock’n’Roll, contribuendo a definire il suono e lo stile del genere con la sua voce potente, il pianoforte esplosivo e una presenza scenica carismatica.
Richard è famoso per brani iconici come “Tutti Frutti”, “Long Tall Sally”, “Good Golly, Miss Molly” e “Lucille”. Queste canzoni, caratterizzate da un ritmo incalzante, testi energici e uno stile vocale unico, sono diventate pilastri del Rock’n’Roll. La sua capacità di fondere elementi del gospel, blues e rhythm and blues ha creato un suono nuovo e accattivante che ha influenzato innumerevoli artisti, dai Beatles a Elvis Presley.
Oltre alla sua musica, Little Richard era conosciuto per il suo stile eccentrico e audace. Con i suoi abiti sgargianti, il trucco vistoso e l’acconciatura caratteristica, sfidava le norme di genere e razza dell’epoca, diventando un’icona di ribellione e liberazione personale.
Little Richard non solo ha contribuito a rompere le barriere razziali nella musica, ma ha anche influenzato il modo in cui il Rock’n’Roll veniva percepito e accolto a livello globale. La sua musica è stata un ponte tra le comunità nere e bianche negli Stati Uniti, in un periodo di forti tensioni razziali.
Nonostante le sue lotte personali e i momenti in cui si è allontanato dalla scena musicale per dedicarsi alla religione, Little Richard è rimasto una figura fondamentale nella storia della musica. Il suo contributo al Rock’n’Roll gli è valso numerosi riconoscimenti e un posto d’onore nella Rock and Roll Hall of Fame.
In definitiva, Little Richard è stato un vero pioniere e “principe” del Rock’n’Roll, il cui impatto si sente ancora oggi nella musica moderna. La sua energia, il suo talento e la sua personalità larger-than-life lo rendono una leggenda indimenticabile del panorama musicale globale.