Alex Welsh

Il 9 luglio 1929 nasce a Edimburgo, in Scozia il trombettista e direttore d’orchestra Alex Welsh, uno dei pochi musicisti britannici che, insieme a Humphrey Lyttelton, Freddy Randall, Bruce Turner e pochi altri, ha saputo conquistarsi una solida fama a livello internazionale.

Protagonista del jazz tradizionale britannico del dopoguerra. Alex Welsh suonava tromba e cornetta ed era noto anche come cantante e leader della sua orchestra.

Dopo gli esordi con la Leith Silver Band e con il gruppo del clarinettista Archie Semple, si trasferì a Londra nei primi anni Cinquanta, dove fondò la sua band. Il suo stile, influenzato dal jazz di Chicago e dal Dixieland, contribuì in modo significativo alla rinascita del jazz tradizionale nel Regno Unito.

Negli anni Sessanta collaborò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Red Allen, Pee Wee Russell e Ruby Braff. Si esibì inoltre in importanti festival internazionali, tra cui il Newport Jazz Festival.

Alex Welsh morì nel 1982, a soli 52 anni, ma rimane una figura centrale del jazz tradizionale britannico, apprezzato per il suono caldo della sua tromba e per la capacità di rendere il jazz accessibile a un vasto pubblico.

Howlin’ Wolf

Il 10 giugno 1910 nasce ad Aberdeen, nel Mississippi il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra con l’innesto sugli stili del blues di Chicago dell’aggressività e dell linguaggio musicale del blues rurale.

Se Tommy Ladnier era “la cornetta che prega”, Howlin’ Wolf (Chester Arthur Burnett, 1910–1976) era il tuono che rispondeva. È stato uno dei giganti del Chicago Blues, una figura imponente (quasi due metri per 130 kg) con una voce che sembrava provenire dal centro della terra.
A differenza del suo grande rivale Muddy Waters, che incarnava un blues più urbano e “cool”, Wolf portò a Chicago l’energia selvaggia e pericolosa del Delta del Mississippi.
Una grana graffiante e gutturale, spesso paragonata al suono di una sega che taglia il metallo, capace di trasformarsi improvvisamente nel suo celebre “ululato” (howl). Suonava l’armonica con una forza fisica impressionante, usando un approccio meno tecnico e più viscerale. Era noto per le sue performance ipnotiche: strisciava sul palco, ululava alla luna e fissava il pubblico con un’intensità che intimidiva i colleghi.
La competizione tra i due era leggendaria. Entrambi incidevano per la Chess Records e si contendevano i pezzi migliori scritti dal bassista e autore Willie Dixon. Wolf spesso si sentiva trascurato a favore di Muddy, il che alimentava una rivalità che spingeva entrambi a dare il massimo in studio e sul palco.
Howlin’ Wolf è stato il ponte fondamentale tra il blues rurale e il rock moderno:
Nel 1965, gli Stones pretesero che Wolf apparisse insieme a loro nello show Shindig!, presentandolo come il loro idolo a milioni di adolescenti bianchi. Nel 1970 registrò a Londra con Eric Clapton, Steve Winwood e membri dei Rolling Stones, unendo le generazioni del blues. Senza di lui, non avremmo avuto la potenza vocale di Captain Beefheart, Tom Waits o dei Led Zeppelin (che “presero in prestito” molto da brani come Killing Floor).

“Nessuno può eguagliare Howlin’ Wolf. Muddy Waters era un gentiluomo, ma Wolf era… beh, Wolf era una forza della natura.”

Superstition – Stevie Wonder (1972)

“Superstition” è uno di quei brani che non si ascoltano soltanto: si sentono nel corpo. Pubblicata nel 1972, rappresenta uno dei vertici creativi di Stevie Wonder e uno dei manifesti assoluti del funk moderno.
Il cuore pulsante della canzone è il celebre riff di clavinet: tagliente, ipnotico, quasi percussivo. È un suono nervoso, elastico, che crea immediatamente tensione e groove. Attorno si intrecciano una batteria incalzante, fiati esplosivi e un basso profondo che costruisce un’architettura ritmica irresistibile. È funk allo stato puro, ma con una raffinatezza armonica tipicamente soul.

Il testo affronta il tema della superstizione come forma di ignoranza e paura: “When you believe in things that you don’t understand, then you suffer”. Wonder non predica, ma mette in guardia, con energia e consapevolezza. È una critica sociale travestita da hit radiofonica.
La voce è magnetica: Stevie alterna grinta, ironia e potenza espressiva con naturalezza straordinaria. C’è ritmo, ma anche intelligenza musicale; c’è ballabilità, ma anche profondità.
“Superstition” non è solo una canzone iconica degli anni Settanta: è un pilastro della musica nera americana, un brano che ha ridefinito il linguaggio del funk e continua a suonare attuale, vibrante, necessario.

Lucinda Williams – World’s Gone Wrong (2026)

Recensioni 2026

World’s Gone Wrong è un album che respira allerta e impegno, quasi una moderna sinfonia di protesta. Fin dal titolo – che potrebbe tradursi con “Il mondo è andato storto” – Lucinda Williams disegna un paesaggio sonoro segnato da tensioni sociali, difficoltà quotidiane e smarrimento collettivo, ma anche da una ferma volontà di resistenza e di empatia. 

La sua voce, graffiata e vissuta, resta al centro della narrazione: non è solo espressiva, ma porta con sé la storia, le ferite e la saggezza di una vita trascorsa tra musica e realtà politica. Anche dopo un ictus che ne ha rallentato i movimenti, Williams ha ripreso a incidere e a performare con intensità, e questa esperienza di lotta personale si riflette nel tono dell’album, segnato da resilienza e autenticità.

Un disco che ci spiattella i mali del mondo, suggerisce azioni e ci fa sognare un futuro diverso. Un grande disco: potente, fiero e resistente. Un disco che questi tempi meritano.

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Frank Wess

Frank Wellington Wess, nato il 4 gennaio del 1922, fu un sassofonista e flautista jazz che giocò un ruolo fondamentale nell’orchestra di Count Basie, entrando a farne parte nel 1953. Fu una figura chiave nella formazione della cosiddetta “New Testament” band di Basie, reclutando musicisti importanti come Thad Jones, Eddie Jones e Eric Dixon. Wess era apprezzato per la sua versatilità, suonando sax tenore, alto e flauto, e contribuì a stabilire il groove swing caratteristico dell’orchestra, uno degli aspetti più valorizzati da Basie.
Durante la sua esperienza nell’orchestra, Wess sviluppò una solida amicizia e collaborazione musicale con il sassofonista Frank Foster, con cui spesso si esibiva in duetti chiamati “tenor battles”, in cui Wess portava uno stile più morbido rispetto alla grinta di Foster. Basie, noto per il suo stile di direzione poco ortodosso, lasciava agli orchestrali molta libertà nelle scelte musicali e nelle improvvisazioni, favorendo così un forte legame tra i membri della band.
Wess suonò principalmente il sax tenore e il flauto, strumenti con cui contribuì a dare un suono caratteristico e moderno all’orchestra durante gli anni ’50 e ‘60. Nel 1957, passò anche al sax contralto per fare spazio al sassofonista Eddie “Lockjaw” Davis. Lasciò l’orchestra nel 1964 per intraprendere una carriera da freelance e continuò ad essere un punto di riferimento importante nel mondo del jazz fino agli ultimi anni della sua vita.
Frank Wess muore a New York il 30 ottobre del 2013.

Phil Woods

Phil Woods (all’anagrafe: Philip Wells Woods) è nato il 2 novembre del 1931. E’ stato uno dei più grandi sassofonisti jazz statunitensi, conosciuto per il suo stile energico, lirico e radicato nel bebop. Fu anche clarinettista, compositore, bandleader ed educatore. Wood iniziò a suonare il sassofono a 12 anni e successivamente il clarinetto alla prestigiosa Juilliard School di New York. Fu molto influenzato da Charlie Parker, Benny Carter e Johnny Hodges, tanto da essere soprannominato “New Bird” (nuovo Bird, in riferimento a Parker). Tra il 1968 e il 1972 visse in Francia, dove guidò l’ensemble European Rhythm Machine, con uno stile più sperimentale. Tornato negli Stati Uniti, formò un quintetto che rimase attivo per oltre 30 anni, registrando album acclamati come Musique du Bois (1974).
Phil Woods è noto anche per i suoi assoli in brani pop e rock, tra cui: “Just the Way You Are” di Billy Joel (1977), “Doctor Wu” degli Steely Dan (1975) e “Have a Good Time” di Paul Simon (1975) Il suo assolo nel brano di Billy Joel è uno dei più iconici nella storia del pop-jazz. Phil Woods ha incarnato lo spirito del jazz: sempre in evoluzione, sempre autentico.

The Weather Station – Humanhood (2025)

Recensioni 2025

L’umanità è radiosa e propulsiva, discorsiva e strana. Le canzoni si dissolvono in ondate di archi, si disgregano completamente. Le tessiture si fondono e si frammentano, si induriscono in canzoni, cedono di nuovo il passo a passaggi strumentali astratti che trasportano l’ascoltatore da una canzone all’altra. È un disco di dettagli intensi, note di pianoforte e di violino, canzoni pop chiare e potenti, alcune delle più soddisfacenti che Lindeman abbia mai scritto. È il disco più strano dei Weather Station finora, e il più viscerale. È anche il più forte, il più cinematografico, il più completo come evocazione di un paesaggio interiore. Ogni canzone rispecchia, sonoramente e musicalmente, lo stato d’animo descritto nel testo, passando dal distante al claustrofobico, dal travolgente al meraviglioso. Obbligato.

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Ben Webster: Maestro del “Mainstream”

Ben Webster, nato il 27 marzo 1909 a Kansas City, Missouri, è stato uno dei più grandi sassofonisti tenore della storia del jazz, noto per il suo suono caldo, lirico e allo stesso tempo potente. Era un maestro nel fondere la tecnica con una profonda espressività, e la sua capacità di passare da frasi dolci e melodiche a un tono aggressivo e graffiante lo ha reso una figura unica nel panorama jazzistico.
Iniziò la sua carriera musicale suonando il pianoforte, ma presto passò al sassofono, influenzato da artisti come Johnny Hodges e Coleman Hawkins, che fu uno dei suoi principali modelli. Il sassofono tenore di Webster si caratterizzava per il suo timbro caldo e il suo vibrato ricco, una combinazione che gli permise di esprimere una vasta gamma di emozioni, dal lirismo più dolce all’energia più vigorosa.
Dopo aver suonato con varie band locali a Kansas City, Webster iniziò a emergere sulla scena jazz negli anni ’30. Lavorò con diverse grandi orchestre, tra cui quelle di Bennie Moten, Andy Kirk e Fletcher Henderson, ma il suo vero successo arrivò quando si unì alla band di Duke Ellington nel 1940.
La sua collaborazione con Duke Ellington, una delle orchestre più celebri del jazz, fu cruciale per la carriera di Webster. Con Ellington, Webster trovò il contesto perfetto per il suo stile espressivo e per la sua abilità di interpretare ballate con un tocco inimitabile. Webster divenne presto uno dei solisti più apprezzati dell’orchestra, insieme ad altri grandi musicisti come Johnny Hodges e Cootie Williams.
Tra le sue performance più celebri durante il periodo con Ellington ci sono brani come “Cotton Tail”, dove il suo assolo bruciante divenne un classico, e le sue interpretazioni struggenti di ballate come “All Too Soon” e “Chelsea Bridge”, che mostrano la sua capacità di esprimere profonda malinconia attraverso il suo sassofono.
Tuttavia, Webster aveva un carattere difficile e litigioso, e la sua collaborazione con Ellington si interruppe nel 1943 a causa di tensioni personali.
Dopo aver lasciato l’orchestra di Ellington, Webster continuò a registrare e a esibirsi con varie formazioni. Negli anni ’50 e ’60, registrò album memorabili sia come leader che come sideman. Il suo stile si adattava particolarmente bene alle ballate, e uno dei suoi album più apprezzati è “Ben Webster Meets Oscar Peterson” (1959), in cui il suo sassofono tenore si fonde perfettamente con il pianoforte virtuoso di Peterson.
Webster era noto per la sua abilità di interpretare ballate romantiche con una profondità emotiva straordinaria, che lo rendeva uno dei migliori interpreti di brani lenti e riflessivi. Tuttavia, quando lo desiderava, poteva suonare con una grinta e una potenza impressionanti, soprattutto nei pezzi più swinganti.
Durante gli anni ‘60, Webster si trasferì in Europa, come fecero molti musicisti jazz americani dell’epoca, attratti dall’accoglienza più calorosa che ricevevano in Europa rispetto agli Stati Uniti. Visse a lungo in Danimarca, dove continuò a esibirsi e a registrare fino alla fine della sua vita.
Il suono di Ben Webster era unico nel suo genere: il suo vibrato ampio e il modo in cui utilizzava lo spazio e le pause nella musica contribuivano a creare un senso di profondità e di emozione nei suoi assoli. A differenza di molti altri sassofonisti, Webster era un maestro del “sussurro” musicale, capace di comunicare tanto con una nota dolce e sostenuta quanto con una frase esplosiva.
Webster è ricordato come uno dei “tre grandi” sassofonisti tenore del suo tempo, insieme a Coleman Hawkins e Lester Young. La sua influenza ha attraversato generazioni di musicisti, e il suo stile espressivo nelle ballate ha ispirato molti altri sassofonisti, tra cui John Coltrane e Sonny Rollins.
Ben Webster morì il 20 settembre 1973 a Copenaghen, Danimarca. La sua eredità musicale è immensa, e i suoi contributi al jazz, soprattutto nel modo di interpretare le ballate e nel suo approccio lirico al sassofono tenore, rimangono influenti ancora oggi. E’ stato uno dei grandi poeti del sassofono, capace di raccontare storie attraverso il suo strumento come pochi altri. La sua capacità di trasmettere emozioni profonde con semplicità e intensità lo ha reso un punto di riferimento nella storia del jazz.

T Bone Walker, il primo bluesman elettrico

T-Bone Walker, nato come Aaron Thibeaux Walker il 28 maggio 1910 a Linden, Texas, è stato un leggendario chitarrista, cantante e compositore blues statunitense. È noto per essere uno dei pionieri dell’uso della chitarra elettrica nel blues e ha avuto una profonda influenza su molti artisti successivi, tra cui B.B. King, Chuck Berry e Jimi Hendrix.
Walker è considerato uno dei padri fondatori del Texas Blues e ha sviluppato uno stile unico di chitarra che combinava linee melodiche eleganti con un suono potente e pulito. Il suo pezzo più famoso, “Call It Stormy Monday (But Tuesday Is Just as Bad)”, del 1947, è diventato un classico del blues.
Con la sua tecnica innovativa, che includeva l’uso del vibrato e dei bending, e la sua capacità di fondere il blues con elementi di jazz e swing, T-Bone Walker ha aperto la strada a molte delle tecniche chitarristiche moderne. Oltre alla sua maestria strumentale, Walker era anche un frontman carismatico, noto per le sue performance energiche e per il modo in cui riusciva a coinvolgere il pubblico.
Walker è morto il 16 marzo 1975 a Los Angeles, ma la sua eredità musicale continua a vivere, e il suo impatto sul blues e sul rock è ancora fortemente sentito.

Johnny Winter, il chitarrista albino

Johnny Winter è stato un leggendario chitarrista blues e rock statunitense, noto per la sua tecnica virtuosistica sulla chitarra e il suo stile distintivo. Nato il 23 febbraio 1944 a Beaumont, Texas, è diventato famoso alla fine degli anni ’60 e ’70.

Winter era conosciuto per il suo aspetto caratteristico: capelli bianchi lunghi e un look da cowboy, spesso indossava cappelli a tesa larga e occhiali da sole. Era anche un albino, il che contribuiva alla sua immagine unica.

La sua musica spaziava dal blues tradizionale al rock’n’roll, e ha avuto una grande influenza sulla scena musicale di quegli anni. Ha lavorato con molti artisti importanti, tra cui Muddy Waters, di cui ha prodotto diversi album. Tra i suoi brani più noti ci sono “Rock and Roll, Hoochie Koo” e “Highway 61 Revisited”.

Johnny Winter ha continuato a esibirsi e registrare musica fino alla sua morte, avvenuta il 16 luglio 2014, lasciando un’eredità duratura nella storia della musica blues e rock.