Mike Delevante – September Days (2026)

September Days segna il primo album solista di Mike Delevante, noto soprattutto per il lavoro con il fratello Bob nei The Delevantes, duo storico della scena Americana. Pur essendo un esordio individuale, l’album riflette la lunga esperienza di Delevante con melodie guitar-driven e un songwriting che si muove tra tradizione folk, rock classico e power pop.

Questo nuovo progetto di Mike (voce/chitarra elettrica e acustica a 6 e 12 corde) si concentra su argomenti personali. Riflette su persone, luoghi ed esperienze con testi emozionanti su temi che esplorano riflessioni piene di rimpianti, resilienza e nuovi inizi.

La musica dell’album è caratterizzata da chitarre jangle-style, ritmi accattivanti e arrangiamenti che ricordano band e artisti come The Byrds, Tom Petty, The Jayhawks o figure del pop rock degli anni ’90. Questo connubio tra Americana e power pop crea un sound nostalgico ma vitale, che evita sia la mera riproposizione vintage sia l’eccessiva modernizzazione.

Il titolo dell’album evoca una stagione di transizione e introspezione, e questo si riflette nei testi: molte canzoni esplorano emozioni come la nostalgia, il desiderio, il senso di cambiamento e gli affetti — spesso con immagini della vita quotidiana e dell’attesa di momenti significativi.

September Days di Mike Delevante è un album solido, pieno di chitarre orecchiabili e melodie ben costruite, che dimostra come un artista veterano possa reinventarsi senza tradire le proprie radici. È una proposta interessante per gli amanti dell’Americana melodica, del power pop classico e delle ballate che bilanciano nostalgia e freschezza sonora.

Van Morrison – Somebody Tried to Sell Me a Bridge (2026)

The Man è stato sicuramente molto impegnato ultimamente, con questo sontuoso nuovo album di 20 tracce intriso di blues, che segue le orme dell’altrettanto accattivante e strepitoso Remembering Now dell’anno scorso.

Questa volta Van Morrison applica senza sforzo il suo stile distintivo per infondere nuova vita a brani noti, per la maggior parte interpretati o scritti da numerosi luminari del blues, oltre a svelare alcuni nuovi e avvincenti brani originali.

Con una durata di oltre 90 minuti, c’è molto da dire e Morrison sembra rinvigorito da tutto ciò; scopre rarità raramente ascoltate, rivitalizza classici e offre interpretazioni impressionanti che sembrano provenire da qualcuno che ha la metà dei suoi anni.

L’album è costruito come un omaggio alle leggende del blues e alle sue varie espressioni, con una selezione di cover di classici da BB King, Lead Belly, Sonny Terry & Brownie McGhee e altri, alternate a quattro brani originali firmati da Morrison stesso.

Per dare vita a questa visione, Morrison si è circondato di grandi nomi del mondo blues come Taj Mahal, Buddy Guy ed Elvin Bishop, oltre a una band di veterani con esperienza nel blues di Chicago e nel jump blues (organo Hammond, piano, armonica e chitarre incisive) che rendono il sound organico, ricco e autentico.

Molti critici sottolineano il tono reverenziale e la profonda conoscenza del genere dimostrata da Morrison, che non si limita a riprodurre i brani ma li conversa, dando loro nuova vita pur restando fedele all’essenza.

Indipendentemente da quanti altri album gli siano rimasti, il livello di intensità e talento dimostrato in “Somebody Tried to Sell Me a Bridge” dimostra che Van Morrison lascerà il segno.

Somebody… è un album per chi ama il blues classico e le interpretazioni mature, un lavoro che guarda alle radici con rispetto e passione, pur inserendovi lo stile personale e l’esperienza di una leggenda vivente della musica.

Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)

Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds.

Il disco si muove nel territorio tipico di Arnalds: pianoforte minimale, archi, elettronica ambient e voci eteree. Ma qui l’elemento centrale è la collaborazione: Bonobo, RY X, Talos, JFDR, Josin, Loreen e altri artisti contribuiscono a creare un mosaico sonoro molto coerente, fatto di brani delicati, sospesi, spesso malinconici.

L’ascolto è fluido, cinematografico: più che un album di canzoni sembra una lunga colonna sonora emotiva, costruita su atmosfere e stati d’animo più che su strutture tradizionali.

La tracklist è in parte una retrospettiva di collaborazioni passate e in parte una nuova narrazione tematica sulla connessione tra artisti.

Like Gravity è un disco intimo, collettivo e cinematografico, che parla di amicizia, collaborazione e comunità artistica. Non è un album innovativo come re:member o emotivamente compatto come some kind of peace, ma è un lavoro molto coerente e profondamente umano.

Se ti piace Arnalds, è un disco da ascoltare la sera, dall’inizio alla fine, come si guarda un film lento e pieno di paesaggi. È un disco che non cerca il capolavoro, cerca la connessione. E in questo senso il titolo è perfetto: la gravità è ciò che tiene insieme le cose, anche quando sono lontane.

I migliori album jazz #77

Christian Scott aTunde Adjuah – The Emancipation Procrastination (2017)

Sebbene la storia del jazz si possa percepire nel suo modo di suonare la tromba – dall’esuberanza sfrontata di Louis Armstrong alla malinconia introspettiva di Miles Davis e al virtuosismo incandescente di Dizzy Gillespie – questo musicista di New Orleans ha creato un ibrido musicale unico e inclassificabile. Nell’ultimo decennio, ha costantemente spinto i confini del jazz con album come il politicamente impegnato The Emancipation Procrastination, che fonde rock alternativo, musica africana, hip-hop e sonorità ambient per arrivare a un suono che sfida ogni etichetta e che Adjuah ​​descrive come “Stretch Music”. Prima uscita della sua acclamata Trilogia del Centenario, l’album offre un’esperienza di ascolto immersiva che è una straordinaria vetrina dello stile poliedrico del trombettista; dove le sue melodie di tromba malinconiche ed eleganti sono incorniciate da una miscela di paesaggi sonori cinematografici e ritmi trap sincopati.

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Bob Dylan: i suoi album #20

At Budokan (1978)

Bob Dylan at Budokan è un album live registrato durante le due date di Tokyo dell’artista al Nippon Budokan Hall il 28 febbraio e il 1° marzo 1978, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1978 e poi diffuso in tutto il mondo nel 1979 da Columbia Records.
L’album raccoglie 22 brani tratti da quei due concerti, con un sound più “arrangiato” rispetto alle versioni in studio, grazie all’uso di una big band e voci femminili in sottofondo. Associato al Bob Dylan World Tour 1978, è il suo primo vero tour mondiale dopo anni di assenza dai palchi internazionali.
Nell’album compaiono sia grandi classici (Blowin’ in the Wind, The Times They Are a‑Changin’, Like a Rolling Stone) sia pezzi più recenti del periodo, tutti riarrangiati in chiave più teatrale e spettacolare. Dylan è accompagnato da una band solida: Billy Cross (chitarra), Ian Wallace (batteria), Alan Pasqua (tastiere), Rob Stoner (basso), David Mansfield (pedal steel, mandolino, ecc.) e un quartetto di coriste.
Nel 2023 è uscito il cofanetto The Complete Budokan 1978, che include i due show interi (36 tracce “inedite” in precedenza) e rimasterizzazioni più fedeli del doppio LP originale. Esiste anche una versione economica, Another Budokan 1978, centrata solo su brani estratti da quei materiali, pensata per introdurre il suono di Dylan in tour giapponese senza acquistare il cofanetto completo.
Se vuoi, posso elencarti brano per brano la tracklist di Bob Dylan at Budokan oppure suggerirti quali canzoni meritano più l’ascolto in questa versione “Budokan”.

L’album Bob Dylan at Budokan (1978) ha diviso fan e critica soprattutto perché suona molto diverso dall’idea che molti si erano fatti di Dylan “live”: più studiato, più “pop” e meno spontaneo del solito.
Molti fedelissimi si aspettavano versioni “intime” e fedeli agli album originali, invece trovano brani rifatti con grandi arrangiamenti da big band, cori femminili e un sound quasi da spettacolo teatrale.
Alcuni fan lo hanno visto come una “vendita” dello spirito folk‑rock dylaniano, più orientato al pubblico generalista e al grande palco che a quell’aura underground e politica che aveva fatto nascere la sua leggenda.
La stampa discografica ha lodato la qualità esecutiva e la potenza scenica, ma criticato il grado di “arrangiamento”: era come se Dylan avesse “rivestito” le sue canzoni con un’atmosfera da mega‑show, perdendo parte del loro carattere crudo.
In seguito, però, molti critici hanno rivalutato il disco come documento importante del suo World Tour 1978, uno dei primi tour davvero globali dopo anni di assenza, e come prova di quanto Dylan fosse capace di reinventare il suo repertorio in modo spettacolare.
In sintesi, il disco divide perché è troppo “spettacolare” e “lucida” per i puristi di Dylan, ma troppo “pop” e poco “rock grezzo” per chi lo associa solo al folk‑rock anni ’60.

Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music (1962)

Attivo, e con successo, già negli anni Quaranta, Ray Charles Robinson (con il tempo, nella musica il cognome è caduto) può contare su un’autonomia inaudita, per di piú per un artista di colore. Convinto, dall’incursione nel jazz di qualche mese prima (Genius + Soul = Jazz), di avere di fronte a sé possibilità praticamente infinite, decide di provare ad approfondire alla sua maniera il repertorio del country. La sua maniera consiste nell’utilizzare una big band di ascendente jazz, con – quando serve – una sezione d’archi e cori in controcanto. E la ricetta degli album che ha inciso sul finire degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, quelli che hanno fatto di lui il numero uno sul mercato americano e della sua Ray Charles Enterprises un’azienda in ascesa. E chiaro, però, che la nuova impresa, di fronte alla quale peraltro tutti cercano di scoraggiarlo («Perderai i tuoi fan e non ne guadagnerai di nuovi», gli dice il presidente dell’ABC) è una scommessa in cui lui si gioca molto, se non tutto. Lui è nero, il country (o country and western, come lo chiama Ray) è bianco. E lui e il country sono in pratica i due bastioni del mercato discografico (ancora parzialmente segregato) di questi primi anni Sessanta, con le classifiche di vendita divise secondo la tazza (presunta) di chi acquista i dischi. Ma lui non molla: da bambino ascoltava religiosamente alla radio il Grand Ole Opry, lo show country in onda da Nashville, e niente lo fermerà. Si fa mandare dagli editori decine di canzoni, e ne sceglie dodici. Nel febbraio del 1962, ne registra un po’ a New York, un po’ a Los Angeles, sottolineando anche cosi, in fondo, che questa è un’idea inclusiva, non certo l’appropriazione indebita di un patrimonio altrui. Alla fine l’album è un album di Ray Charles, e basta: gli arrangiamenti non sono certo rivoluzionari, le interpretazioni si, se la bellezza e la perfezione possono essere rivoluzionarie. Sarà un trionfo, l’album starà in cima alle classifiche per quasi due anni, negli Usa, e la Ray Charles Enterprises chiuderà il 1962 con un fatturato gigantesco: 1,6 milioni di dollari. E la vendetta creativa del ragazzo che perse la vista a sei anni per una malattia che nessuno diagnosticò e nessuno curò (e che l’anno prima fece in tempo a vedere il fratello morire annegato in una tinozza), dell’uomo che soprannomineranno Genio.

My Favorites Albums #15/100 

Bob Marley & The Wailers – Babylon By Bus (1978)

Pubblicato nel 1978, Babylon By Bus è il grande affresco live di Bob Marley & The Wailers nel pieno della loro maturità artistica. Registrato principalmente durante il tour europeo del ’78 (con tappe memorabili a Parigi), il disco cattura l’energia spirituale e politica del reggae quando diventa rito collettivo. Babylon By Bus non è solo un album live: è la testimonianza di un momento in cui il reggae diventa lingua universale, ponte tra culture e coscienze. Un documento storico e spirituale, vibrante ancora oggi.

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Robert Johnson – King Of The Delta Blues Singer (1961)

Nel 1961 arrivano sui giradischi la voce e la chitarra di uomo morto da 25 anni. Un chitarrista e cantante blues che pochi ricordano, e che non si è abituati a considerare un maestro. Da vivo, nei 27 anni della sua esistenza, Robert Johnson non era stato un mito. Lo diventerà dopo la morte, soprattutto grazie ai musicisti bianchi (e in larga parte inglesi) che identificano in lui il leggendario suono del blues del Delta del Mississippi. Robert Johnson è un fantasma: oltre ai 29 blues registrati tra il 1936 e il 1937, su di lui non v’e certezza alcuna. Pare fosse figlio illegittimo, probabilmente nato nel 1911, di una tale Julia Major, sposata con un Charles Dodds che rifiuterà per sempre di riconciliarsi con la moglie, anche se riprenderà con sé il figlio. Si dice che abbia imparato a suonare la chitarra grazie a uno dei fratellastri e si racconta che da ragazzino pedante e sgraziato all’improvviso si sia trasformato in musicista sorprendentemente dotato. La leggenda – incoraggiata poi dallo stesso Johnson – vuole che sia stato il diavolo in persona (un diavolo nero, naturalmente) a mostrargli come trarre quei suoni prodigiosi dalle sei corde della chitarra. In cambio dell’anima, che Robert dovette rendergli a soli 27 anni, forse perché avvelenato da un marito geloso, forse per via della sifilide. L’Unica certezza, insomma, è che nel novembre del 1936, a San Antonio, Texas, e nel giugno dell’anno seguente, a Dallas, Texas, la Brunswick Records riuscì a portare in studio il chitarrista del Delta e a registrare i 29 blues che imprimeranno per sempre il nome di Robert Johnson nella storia della musica del Novecento. A partire dal 1961, appunto, i primi sedici usciranno su un disco della Colombia grazie a John Hammond, l’uomo che insegue il fantasma di Johnson dagli anni Trenta e che scoprirà Bob Dylan e Brune Springsteen. Ma che cosa ci troveranno, tutti quei bianchi, in quelle sedici tracce? Una sintesi modernissima, nei tempi (il brano più lungo, Terraplane Blues, supera di poco i tre minuti) e nei modi: voce, chitarra, una chitarra che sembra quasi elettrica, tanto viene tormentata. Robert Johnson canta un blues tutto introspettivo, che racconta di uomini in fuga, di sesso e di impotenza, di possessione diabolica e dell’impossibilità di sfuggire ai propri demoni. E suona vero, autentico, tanto che ogni leggenda su di lui diventa credibile.

I migliori album jazz #78

Art Tatum – Piano Starts Here (1968)

Originario di Toledo, Ohio, il pianista ipovedente Art Tatum ha innalzato a un livello incredibilmente alto l’asticella del jazz pianistico dal 1933, anno delle sue prime registrazioni, fino alla sua morte nel 1956. La compilation del 1968, Piano Starts Here, offre un’istantanea gratificante della tecnica sbalorditiva di Tatum e ha riacceso l’interesse per la sua musica dodici anni dopo la sua scomparsa. Conteneva i suoi primi quattro brani in studio – tra cui le meravigliose e sgargianti interpretazioni di “Tea For Two” e “Tiger Rag” – arricchiti da scintillanti registrazioni dal vivo effettuate allo Shrine Auditorium di Los Angeles nel 1949. Tale è il genio di Tatum che trasforma il materiale di partenza in mini-concerti virtuosi, ricchi di vertiginose cascate melodiche, inventivi accordi sostitutivi e accompagnamenti della mano sinistra rapidissimi.

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Bob Dylan: i suoi album #19

Street Legal (1978)

Considerato spesso l’album “big band” di Bob Dylan, Street-Legal (1978) è uno dei capitoli più discussi, densi e affascinanti della sua sterminata discografia. È il disco che segna il passaggio tra il Dylan narrativo degli anni ’70 e quello spirituale della fase “Born Again”. La tempesta spirituale che di lì a poco avrebbe portato Dylan verso la conversione cristiana. È un album di transizione, inquieto, teatrale, spesso sottovalutato.
Dopo l’intensità acustica di Blood on the Tracks e il sapore folk di Desire, Dylan decise di cambiare radicalmente rotta. Reclutò una band numerosa per un suono più ricco e soul, caratterizzato da una sezione di fiati imponenti, da coriste gospel (che diventeranno un marchio di fabbrica dei suoi tour successivi) e da Arrangiamenti complessi, quasi da “Las Vegas notturna”.
Il suono sorprende subito: arrangiamenti ampi, cori femminili, fiati, chitarre elettriche e una produzione quasi “urbana”, lontana dal folk scarno degli inizi. Dylan sembra guardare al soul, al rock di arena e persino al gospel nascente. La voce è ruvida, spezzata, ma piena di tensione drammatica.
Brani come “Changing of the Guards” aprono il disco con immagini apocalittiche e simboliche, in una delle sue scritture più enigmatiche e visionarie. “Señor (Tales of Yankee Power)” è invece un viaggio sospeso tra deserto, politica e spiritualità, con un’atmosfera notturna e allucinata. “Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat)” chiude il disco in modo febbrile e quasi disperato, come una corsa dentro il caos emotivo.
Molti critici all’epoca lo accolsero freddamente, anche per via della produzione considerata confusa. Col tempo però Street-Legal è stato rivalutato: oggi appare come un’opera irregolare ma coraggiosa, piena di crepe umane e intuizioni poetiche. Non ha la perfezione di altri classici di Dylan, ma possiede qualcosa di vivo, instabile, autentico.
È un album da ascoltare al tramonto, tra luci di città e pensieri irrisolti: il ritratto di un artista che sta cambiando pelle senza sapere ancora in cosa si trasformerà.
A margine va ricordato che la sfortuna iniziale di Street-Legal non fu dovuta alla qualità delle canzoni, ma al suono “fangoso. La stampa in vinile del 1978 era tecnicamente carente. Il suono risultava compresso, quasi ovattato, come se gli strumenti si calpestassero a vicenda. E’ solo con la rimasterizzazione di fine anni ’90 che l’album è stato “ripulito”, rivelando la brillantezza degli arrangiamenti e portando molti critici a rivalutare l’opera come un capolavoro dimenticato.
Una curiosità: la copertina ritrae Dylan sulle scale del suo studio di registrazione (Rundown Studios a Santa Monica). L’immagine riflette perfettamente l’atmosfera dell’album: un uomo in transito, elegante ma visibilmente provato.