Dopo “Five Dice, All Threes”, album viscerale e coinvolgente del 2024, questo EP si presenta sia come complice di quell’album sia come mondo autonomo a sé stante. Sebbene molte di queste nuove canzoni siano emerse dalle stesse sessioni di registrazione, non tutte si adattavano perfettamente alla coesione concisa di quell’album. Quindi è sempre stato il piano di Conor Oberst, Mike Mogis e Nate Walcott quello di trovare un altro posto per questi emarginati. Riferimenti culturali sia alti che bassi costellano l’EP: citando tutti, da Salman Rushdie, Joe Strummer e Candace Bergen in “Victory City” a Shakespeare, Guy Fawkes e la signora Peacock del classico gioco da tavolo Cluedo in “Shakespeare In A Nutshell”. Ma è la cover del brano del 1980 di Lucinda Williams “Sharp Cutting Wings (Song For A Poet)” davvero il cuore di questa raccolta. Oberst e Williams condividono una chiara comunanza musicale, entrambi esperti nel tessere insieme malinconia e speranza. E infatti, dopo un’emergenza medica nel 2024, quando Oberst stava combattendo contro problemi vocali, è stata la prima cosa che ha voluto cantare dopo la malattia, una volta che fosse stato in grado di usare di nuovo la sua voce. “Questa era la canzone che avevo voglia di cantare”, dice Oberst, “l’ho sempre amata”. È stata un’aggiunta dell’ultimo minuto all’EP che alla fine lega tutto insieme, il suo cauto ottimismo offre un barlume di luce nelle ombre della raccolta, le ombre di un sogno americano sfilacciato e le ombre proiettate su una cena in famiglia al tavolo dei bambini.
Questo sassofonista tenore della Pennsylvania raggiunse la fama negli anni ’70 suonando jazz-funk con il fratello maggiore Randy nei Brecker Brothers, ma si costruì anche una carriera come richiestissimo sideman per artisti rock che spaziavano da John Lennon agli Steely Dan. Pilgrimage fu l’ultimo album solista di Brecker, registrato nel 2006 in compagnia di musicisti stellari quali Pat Metheny, Herbie Hancock, Brad Mehldau, John Patitucci e Jack DeJohnette. Nonostante all’epoca fosse affetto da una malattia terminale, l’esecuzione di Brecker è straordinariamente vibrante e carica di un vigore che celebra la vita. Quando il disco uscì, Brecker era già scomparso, ma questo grande album jazz rimane un monumento duraturo al suo genio. Gli valse inoltre due Grammy Award postumi.
Ci sono dischi che raccontano una trasformazione e altri che sono una trasformazione. Slow Train Coming, pubblicato nel 1979, appartiene alla seconda categoria. Bob Dylan arriva qui dopo anni tormentati e lo fa con una convinzione nuova, quasi spiazzante: ha trovato Dio e non sembra avere alcuna intenzione di tenerselo per sé. È il Dylan della conversione cristiana, quello che per un certo periodo abbandona ambiguità, ironia e dubbi per parlare apertamente di fede, peccato, salvezza e redenzione. Una scelta che all’epoca fece discutere e che ancora oggi può creare qualche distanza. Ma ascoltando il disco a distanza di tanti anni, la cosa che colpisce non è tanto ciò in cui Dylan crede, quanto la straordinaria energia con cui trasforma quella nuova fede in musica.
E musicalmente Slow Train Coming è un disco magnifico.
Slow Train Coming è uno degli album più controversi e, allo stesso tempo, più interessanti della carriera di Bob Dylan. Pubblicato nel 1979, rappresenta la prima tappa della sua cosiddetta trilogia cristiana, nata dalla conversione al cristianesimo evangelico. Una svolta che spiazzò profondamente pubblico e critica, soprattutto perché arrivava da un artista da sempre associato alla libertà individuale, al dubbio e alla ricerca. Ma ridurre il disco alla sua componente religiosa sarebbe un errore. Slow Train Coming è soprattutto un album di rinascita musicale, costruito su un suono caldo, blues, soul e gospel, molto più preciso e compatto rispetto ai lavori immediatamente precedenti.
La scelta di Jerry Wexler come produttore si rivela fondamentale. Veterano della musica soul americana, Wexler porta nel mondo di Dylan una sezione ritmica asciutta, tastiere, fiati e cori gospel, ottenendo un suono sorprendentemente moderno e radiofonico. Al suo fianco c’è Barry Beckett, mentre tra i musicisti spicca un giovanissimo Mark Knopfler, reduce dal successo dei Dire Straits. Ed è proprio la chitarra di Knopfler una delle grandi attrazioni del disco. Il suo stile elegante, economico e tagliente si incastra magnificamente con la voce di Dylan: niente esibizionismi, ma fraseggi blues, slide e interventi spesso brevissimi e incisivi. Knopfler suona in tutti i brani dell’album.
L’apertura con “Gotta Serve Somebody” è emblematica: un blues-funk trascinante, costruito su un groove irresistibile, nel quale Dylan afferma che ogni essere umano, in qualche modo, è al servizio di qualcuno o di qualcosa. È un brano che funziona ancora oggi anche al di là del suo significato religioso. Poi arriva “Precious Angel”, più intima e spirituale, con una bellissima chitarra di Knopfler, mentre “I Believe in You” mostra il lato più personale e vulnerabile della nuova fede di Dylan.
Il cuore dell’album è però “Slow Train”, sei minuti di blues cupo e inquieto. Il “treno lento” diventa una grande metafora del destino che si avvicina inesorabilmente. Dylan guarda l’America con preoccupazione, denunciandone corruzione, egoismo e perdita dei valori. È una delle composizioni più potenti del disco, e la produzione di Wexler riesce a trasformare quella tensione morale in un vero brano rock. Più aggressiva è “Gonna Change My Way of Thinking”, mentre “When You Gonna Wake Up” mescola funk, blues e gospel per costruire una sorta di sermone musicale. “Man Gave Names to All the Animals”, invece, è apparentemente più semplice e quasi giocosa, con una struttura elementare che contrasta con il tono severo di molti altri brani.
Il limite dell’album sta proprio nella sua insistenza religiosa. In alcuni momenti Dylan sembra più interessato a predicare che a interrogarsi, e la sua nuova certezza spirituale lascia meno spazio a quella ambiguità e a quel dubbio che erano stati fondamentali nella sua poetica. Fu proprio questo aspetto a provocare reazioni molto contrastanti all’epoca. Eppure, musicalmente, Slow Train Coming è un disco tutt’altro che dimesso. Al contrario: Dylan canta con grande convinzione, la band è straordinaria e la produzione di Wexler restituisce profondità, dinamica e calore alle canzoni. Una recensione contemporanea di Cash Box ne sottolineava proprio la combinazione di gospel, blues, voce intensa di Dylan e chitarra di Knopfler.
Slow Train Coming è un disco di fede, inquietudine e trasformazione. Non è necessariamente l’album da cui partire per conoscere Dylan, ma è uno dei momenti in cui la sua capacità di reinventarsi emerge con maggiore evidenza. La cosa più affascinante è forse il contrasto tra la certezza dei testi e la complessità della musica: Dylan sembra aver trovato una risposta spirituale, ma musicalmente continua a muoversi dentro blues, soul, gospel e rock, lasciando aperte molte delle domande che hanno sempre attraversato la sua opera.
Un album controverso, dunque, ma tutt’altro che marginale: un Dylan diverso, più assertivo e predicatore, ma anche sorprendentemente vitale e musicalmente ispirato.
Con Are You Experienced?, Jimi Hendrix non si limita a esordire: irrompe. Pubblicato nel 1967 con la Experience (Noel Redding al basso, Mitch Mitchell alla batteria), l’album è una detonazione psichedelica che ridefinisce il ruolo della chitarra nel rock. Ma è nell’uso del suono che Hendrix cambia le regole: feedback controllato, distorsioni, wah-wah, reverse, sperimentazioni in studio che trasformano la chitarra in uno strumento orchestrale. Non è più solo accompagnamento o assolo: è paesaggio sonoro, voce interiore, esplosione cosmica. Non è soltanto un grande debutto: è una frattura nella storia del rock. Dopo Hendrix, la chitarra non sarà più la stessa.
Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza. Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.
Il sentimento prevalente in You & I are Earth è, prevedibilmente, quello dell’amore. “Ti amo” è qualcosa che Savage ripete più volte nell’album, e non lo fa mai con niente di meno che una sincerità struggente.
È questo atteggiamento schietto che rende l’album invitante, accogliente e vivibile, uno spazio in cui sedersi e sentirsi a proprio agio per un breve periodo. Savage vive lì e ci accoglie ogni volta; il suono delle onde che si infrangono dolcemente sulla traccia di apertura dell’album è come un invito al suo santuario.
Fa i conti con il suo disagio nel traslocare; denuncia silenziosamente il colonialismo in Irlanda; guarda dolcemente dentro di sé; e ritrae con orgoglio all’esterno ciò che la fa sentire radicata. È amore, è un luogo. È un sentimento tangibile che condivide con il mondo, una piccola e personale offerta agli ascoltatori che desiderano attingere al suo calore. Consigliato.
Originari della costa orientale della Scozia, i Dropkick si sono fatti una reputazione per il loro power pop rigoglioso e armonioso, tanto da essere paragonati a Wilco, The Jayhawks, Teenage Fanclub e Tom Petty. La loro musica fonde senza sforzo melodia e introspezione, rendendoli un pilastro della scena musicale indie da oltre un decennio. Primary Colours segna un nuovo capitolo nella carriera dei Dropkick, in seguito al successo di The Wireless Revolution (2023). L’album presenta 10 tracce meticolosamente realizzate che fondono power-pop, indie rock e influenze folk. Temi di amore, perdita e l’inevitabile passare del tempo permeano le canzoni, ciascuna ricca di armonia e profondità lirica.
L’album inizia con “Left Behind”, un inno imponente che dà il tono al disco. La traccia del titolo, “Primary Colours”, cattura l’essenza dell’album con melodie vibranti ed evocative. La nostalgia dei giorni di scuola di “Dreams Expire” offre un momento inquietante e introspettivo, mentre brani come “Too Much of the Same” esplorano la ripetitività della vita e delle relazioni con un’energia riflessiva ma contagiosa. Registrato nella loro sala prove di lunga data a Inch House, Edimburgo, Primary Colours è stato prodotto da Andrew Taylor (frontman e autore principale) e presenta un suono raffinato ma autentico.
La produzione evidenzia le armonie distintive della band e i talenti multi-strumentali, pur mantenendo l’energia grezza delle loro esibizioni dal vivo. Taylor, noto anche per il suo lavoro con la band indie-pop di culto The Boys with the Perpetual Nervousness e come produttore di lunga data della rinomata band country scozzese, The Wynntown Marshals, continua ad affinare la sua arte di autore e produttore.
Owls, Omens, and Oracles è un album ampio e variegato, che si sviluppa dalle radici di June, che spaziano dal folk psichedelico, all’indie rock, agli Appalachi, al bluegrass, al country soul, al pop orchestrale e al blues, fino a raggiungere una rete intergalattica di saggezza.
Ogni singola nota che canta è impreziosita dalla sua “voce non ortodossa, stridula e ululante” (Elle), “come seta grezza: intima, elegante e forte” (Garden & Gun). Le viscerali contorsioni e la feroce emozione della sua voce intrecciano trame e toni attraverso l’ago di una trapunta americana multigenere.
Grazia e gentilezza si armonizzano con nervosismo e precarietà, evocando una tenerezza persino nel cuore più duro, mentre June racchiude la complessità di “La mia vita è una canzone country” e “Sono multidimensionale, al di là di ogni categoria”. Unica.
Cantante acclamata, cantautrice e performer Kathleen Edwards torna con il suo attesissimo nuovo album, Billionaire. Ispirato al suo album di debutto, Failer, il nuovo album di dieci canzoni è ricco della nitidezza lirica e delle osservazioni inflessibili che contraddistinguono Edwards, ed è stato prodotto da Jason Isbell e Gena Johnson.
Celebrata come una delle antesignane della moderna musica alt-country e americana, Edwards è amata da fan e colleghi musicisti, ed elogiata dal New York Times per il suo “tono buffo, attento e spietato, tutto suo. Nei suoi versi migliori, Edwards possiede il vernacolo colloquiale e l’eloquenza emotiva di una grande scrittrice di racconti”. Dal suo debutto nel 2003, Edwards ha pubblicato cinque album, tra cui “Total Freedom” del 2020, il suo primo dopo essersi allontanata dalla musica per quasi un decennio.
Pubblicato con un successo travolgente e articoli pubblicati su The New Yorker, The New York Times, Rolling Stone e altre riviste, Pitchfork lo ha definito “una svolta creativa, scritta esclusivamente per il brivido della scoperta”, mentre Rolling Stone lo ha definito “devastantemente grandioso”. Tra i primi in classifica del 2025.
Fin dai tempi degli Hüsker Dü, Mould ha cercato di cogliere momenti di chiarezza dai tumulti e dal malessere personali. Invecchiando, questa ricerca ha assunto una connotazione sempre più zen (quando canta “Riesco a sentire il chiacchiericcio di una ciotola d’avorio rotta”, non può fare a meno di sembrare un koan monastico), anche se la sua salute emotiva è diventata sempre più legata al clima sociale e politico.
Dopo il malconcio Blue Hearts del 2020, Here We Go Crazy è esplicitamente concepito come una risposta ai disordini dell’inizio del 2025. Fortunatamente, il cupo clima nazionale non sminuisce l’esuberanza power-pop di Mould. Come un artigiano i cui strumenti sono melodie zuccherine e riff di chitarra forti e scricchiolanti, Mould è un maestro con pochi eguali; in tutto il nuovo album evoca con sicurezza ritornelli orecchiabili e brividi viscerali, supportato dalla sua sezione ritmica di lunga data composta dal batterista Jon Wurster e dal bassista Jason Narducy. Tra i miei musicisti preferiti.
Amidon, originario del Vermont e residente a Londra, è un cercatore di melodie tradizionali, e non solo, reinterpretate attraverso il prisma del folk, del jazz e della musica classica, che sono il suo pane quotidiano.
Prendiamo il pezzo forte dell’album, la tradizionale ballata appalachiana “Golden Willow Tree”. Amidon reinterpreta il canto marinaro come un brano da conservatorio contemporaneo, con un’interpretazione minimalista che è enigmaticamente feroce. Altrove, “I’m On My Journey Home” ripropone la canzone popolare del New England del XVIII secolo, attraverso le deliziose percussioni di Philippe Melanson e lo squisito sintetizzatore del produttore Sam Gendel.
Le sue texture sono tanto meravigliose quanto sorprendenti. In effetti, in Salt River, l’inventiva abbonda. “Big Sky” di Lou Reed, l’inno rock che chiudeva “Ecstasy ” del 2000, è disteso sulla tela con un effetto sbalorditivo. Allo stesso modo, ricavano una ninna nanna in stile Sesame Street dalla sperimentale “Ask The Elephant” di Yoko Ono. Roba fantastica.