Edgar Hayes

Il 23 maggio 1904 a Lexington, nel Kentucky, nasce il pianista Edgar Hayes, uno dei protagonisti dell’epopea del jazz orchestrale statunitense degli anni Quaranta e Cinquanta. Il suo nome completo è Edgar Junius Hayes. Il suo rapporto con la musica è precoce. Inizia a studiarla da ragazzo e coltiva il suo talento prima con lezioni private poi frequentando regolari corsi in istituti di Fisk e di Wilberforce.
Hayes si distinse negli anni ’30 come pianista e arrangiatore per la Mills Blue Rhythm Band diretta da Lucky Millinder dal 1931 al 1936. Nel 1937 formò la propria orchestra, effettuando tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e registrando per la Decca e la Varsity. Il suo singolo di successo del 1938 abbinava “Star Dust” (il suo tema distintivo) alla prima registrazione di “In the Mood”, composta da Joe Garland e poi diventata un enorme successo per Glenn Miller.
I divieti di registrazione e lo scioglimento della band durante la Seconda Guerra Mondiale lo condussero in California nel 1941, dove formò il quartetto Stardusters con musicisti come Teddy Bunn e lavorò come resident in vari club, tra cui la Somerset House e il Reuben’s Restaurant. Compose canzoni come “Someone Stole Gabriel’s Horn” e suonò il pianoforte lounge fino agli anni ’70, morendo il 28 giugno 1979 a San Bernardino.

Elena Ledda

Il 17 maggio 1959 nasce a Selargius, in provincia di Cagliari, la cantante Elena Ledda. Il suo debutto nel mondo dello spettacolo avviene nel 1968 quando, con l’incoscienza dei suoi nove anni sale sul palco in una festa di piazza a Quartucciu, in provincia di Cagliari.
Elena Ledda è una delle più importanti interpreti della musica tradizionale sarda, capace di coniugare radici popolari e ricerca contemporanea.
Negli anni ’80 entra a far parte del gruppo Suonofficina, esperienza fondamentale che la porta a esplorare il patrimonio musicale della Sardegna con un approccio innovativo: recupero della tradizione, ma anche apertura a strumenti e linguaggi moderni.
La sua cifra è un equilibrio raro tra: fedeltà alla lingua sarda (in diverse varianti, come campidanese e logudorese), ricerca timbrica, contaminazioni mediterranee e arrangiamenti raffinati ma rispettosi delle radici.
La sua voce è intensa, profonda, mai folkloristica in senso superficiale: porta con sé la memoria dell’isola, ma con uno sguardo aperto al mondo.
Elena Ledda ha collaborato con numerosi artisti e progetti legati alla world music e alla cultura mediterranea, diventando ambasciatrice della Sardegna in festival internazionali e ha contribuito a ridefinire l’idea stessa di musica popolare sarda: non un reperto museale, ma una lingua viva, capace di attraversare il presente.

Oscar Valdambrini

L’11 maggio 1924 nasce a Torino il trombettista Oscar Valdambrini, uno dei personaggi chiave del jazz italiano.
Oscar Valdambrini è stato uno dei più importanti trombettisti del jazz italiano, figura centrale nel panorama musicale del dopoguerra.
Nato a Milano, si formò in un periodo in cui il jazz in Italia era ostacolato dal regime fascista, ma riuscì comunque a emergere grazie al talento e a un suono moderno, influenzato dallo swing americano e poi dal bebop.
Il momento più significativo della sua carriera fu il lungo sodalizio con il sassofonista Gianni Basso. Insieme formarono uno dei tandem più celebri del jazz italiano, spesso paragonati – per intesa e complementarità – alle grandi coppie americane tromba/sax.
Con loro nacquero: la Basso-Valdambrini Orchestra e numerose incisioni che segnarono gli anni ’50 e ’60.
Valdambrini non cercava l’esibizionismo tecnico: la sua tromba era misurata, musicale, sempre equilibrata.
Oltre all’attività jazzistica, lavorò molto come musicista da studio e in orchestra, collaborando con: la RAI, grandi orchestre italiane e artisti della musica leggera.
Oscar Valdambrini è considerato un pilastro del jazz italiano moderno: ha contribuito a professionalizzare il settore e a portare il jazz italiano a livelli qualitativi comparabili a quelli internazionali.

Grateful Dead

I Grateful Dead non sono stati soltanto una band: sono stati un fenomeno culturale. Nati a metà degli anni Sessanta nella California psichedelica di San Francisco, hanno incarnato lo spirito libertario, comunitario e visionario di un’epoca, trasformando il rock in esperienza collettiva.
Guidati dalla chitarra liquida e narrativa di Jerry Garcia, con Bob Weir, Phil Lesh, Bill Kreutzmann (e poi Mickey Hart) e Ron “Pigpen” McKernan agli inizi, i Dead hanno costruito un linguaggio unico: un intreccio di rock, folk, blues, country, psichedelia e improvvisazione jazzistica.
Dischi come Anthem of the Sun (1968) e Aoxomoxoa (1969) sono immersioni psichedeliche; Workingman’s Dead e American Beauty (1970) mostrano invece un volto più acustico e radicato nella tradizione americana, con brani come “Uncle John’s Band”, “Casey Jones”, “Ripple”.

Ma il vero cuore dei Grateful Dead era il concerto. Ogni esibizione era diversa: le canzoni diventavano territori aperti, esplorazioni senza mappa. Il pubblico – i leggendari Deadheads – seguiva la band di città in città, creando una comunità itinerante fondata su musica, libertà e condivisione.
Il loro suono non cercava la perfezione tecnica, ma l’istante irripetibile. Lunghi brani come “Dark Star” o “Playing in the Band” potevano trasformarsi in viaggi ipnotici, sospesi tra improvvisazione e trance collettiva.
Dopo la morte di Garcia nel 1995, l’esperienza originaria si è chiusa, ma l’eredità resta immensa. I Grateful Dead hanno insegnato che la musica può essere flusso, comunità, rito. Non solo canzoni, ma un modo di stare al mondo.

Pete Daily

Il 5 maggio del 1911 nasce a Portland, nell’Indiana, il cornettista Pete Daily, uno dei personaggi più significativi del dixieland di Chicago.
Pete Daily è stato un trombettista jazz statunitense, legato soprattutto al Dixieland revival della West Coast.
Nato a Portland (Oregon), crebbe musicalmente nell’ambiente del jazz tradizionale degli anni ’20 e ’30. Il suo stile alla tromba (e talvolta al cornetto) era diretto, brillante, con un suono chiaro e festoso, profondamente radicato nella tradizione di Louis Armstrong e del primo jazz di New Orleans.
Negli anni ’40 e ’50 divenne una figura di riferimento nella scena revivalista californiana, collaborando con musicisti come: Turk Murphy, Lu Watters e altri esponenti del cosiddetto San Francisco Style.
Questa corrente cercava di recuperare l’energia collettiva del jazz primitivo, con arrangiamenti essenziali e grande enfasi sull’improvvisazione di gruppo.
Pete Daily non è stato un innovatore radicale, ma un custode appassionato della tradizione. La sua importanza sta nell’aver contribuito a mantenere vivo il linguaggio del primo jazz in un’epoca dominata dal bebop e dalle evoluzioni moderne.

Lonnie Donegan

Lonnie Donegan (Anthony James Donegan, Glasgow, 29 aprile 1931 – Market Deeping, Inghilterra, 3 novembre 2002) è stato un cantante, chitarrista e banjoista britannico, considerato il padre dello skiffle e una delle figure più influenti della musica popolare inglese del dopoguerra.

Cresciuto a Londra in una famiglia operaia, Donegan si avvicinò presto alla musica folk e al jazz tradizionale americano. Il suo primo successo arrivò a metà degli anni ’50 come membro della Chris Barber Jazz Band, con cui incise nel 1954 “Rock Island Line”, brano di Lead Belly che divenne un fenomeno inatteso nel Regno Unito e aprì la strada allo skiffle come movimento musicale e sociale.

Lo skiffle — musica essenziale, suonata con strumenti economici e spirito DIY — ebbe un impatto enorme sulla gioventù britannica. Grazie a Donegan, migliaia di ragazzi formarono band: tra questi futuri protagonisti come John Lennon, Paul McCartney, Jimmy Page e Van Morrison, che hanno spesso riconosciuto il suo ruolo decisivo nella loro formazione.

Negli anni successivi Donegan consolidò il successo con una lunga serie di hit, tra cui “Cumberland Gap”, “Does Your Chewing Gum Lose Its Flavour (On the Bedpost Overnight?)” e “My Old Man’s a Dustman”, diventando una presenza costante nelle classifiche britanniche tra anni ’50 e ’60. Pur attraversando periodi di minor visibilità commerciale, continuò a esibirsi e registrare, muovendosi tra folk, blues, country e pop.

Lonnie Donegan rimase attivo fino agli ultimi anni di vita, mantenendo una reputazione di artista autentico e diretto, capace di unire tradizione americana e sensibilità britannica. La sua eredità va oltre i dischi venduti: Donegan è ricordato come l’uomo che accese la scintilla da cui nacque il rock britannico.

Cow Cow Davenport

Charles Edward “Cow Cow” Davenport (Anniston, Alabama, 23 aprile 1894 – Cleveland, Ohio, 3 dicembre 1955) è stato un pianista, cantante e intrattenitore statunitense, considerato uno dei pionieri del boogie-woogie e del piano blues nel primo Novecento. 

Nato in una famiglia numerosa, iniziò a studiare piano da giovanissimo, ma fu espulso da un seminario teologico per aver suonato ragtime durante un servizio religioso — una scelta che segnò il suo futuro musicale.  Negli anni ’20 si fece conoscere suonando nei circhi itineranti e negli spettacoli di vaudeville, accompagnando cantanti come Dora Carr e Ivy Smith e costruendo il suo stile che fondeva ritmi trascinanti e linee di basso marcate. 

Il suo brano più celebre, “Cow Cow Blues”, inciso negli anni ’20, divenne presto uno standard del genere e gli valse il soprannome di Cow Cow, ispirato alla simulazione del rumore del treno nel suo piano.  Oltre ad esibirsi come solista, Davenport lavorò anche come scout per la Vocalion Records, contribuendo alla scoperta e alla promozione di altri talenti. 

La sua carriera fu interrotta da un ictus nel 1938 che limitò la mobilità delle sue mani, ma grazie all’aiuto del pianista Art Hodes riuscì a riprendere alcune attività musicali.  Il successo del pezzo “Cow Cow Boogie” negli anni ’40, sebbene non scritto da lui, contribuì a riportare l’attenzione sul suo lavoro e sull’influenza che aveva avuto sulla rinascita del boogie-woogie

Cow Cow Davenport morì a Cleveland nel 1955 all’età di 61 anni. La sua eredità musicale — caratterizzata da energia ritmica, profondità blues e un ruolo chiave nella nascita di un linguaggio pianistico che influenzò generazioni di musicisti — lo ha reso una figura indimenticabile nella storia del blues e del jazz. 

Joe Romano

Joe Romano (Joseph S. Romano, 17 aprile 1932 – 26 novembre 2008) è stato un sassofonista jazz statunitense noto per il suo contributo alle grandi orchestre e alla scena jazz dal dopoguerra in poi. Nato a Rochester, New York, Romano cominciò presto a suonare clarinetto e sax (alto e tenore), sviluppando uno stile solido e fluido che lo portò rapidamente ad affermarsi come musicista richiesto nella scena jazz americana. 

Negli anni ’50 entrò nella band di Woody Herman (con cui suonò anche in tournée internazionali) e negli anni ’60 collaborò con artisti come Chuck Mangione, Sam Noto e Art Pepper. Fu anche sideman ricorrente negli album di Buddy Rich tra il 1968 e il 1974. 

Durante gli anni ’70 Romano continuò la sua carriera con musicisti come Les Brown, Louie Bellson, Chuck Israels e nella Thad Jones–Mel Lewis Orchestra. Negli anni ’80 fu attivo come musicista di session, lavorando in California con artisti e leader jazz quali Frank Capp e Nat Pierce. 

Lo stile di Romano era caratterizzato da un forte senso del groove e dalla versatilità nel passare tra big band e formazioni più piccole, mantenendo un linguaggio jazzistico profondamente radicato nello swing e nel bebop. 

Morì nel 2008 a Rochester all’età di 76 anni per un cancro ai polmoni, lasciando un’eredità di registrazioni e performance che testimoniano la sua lunga presenza nella storia del jazz americano. 

Jefferson Airplane

La «famiglia» dei Jefferson si formò nel 1965, sull’onda del folk revival, in un locale chiamato Matrix, gestito da Marty Balin, il fondatore della band. Esordirono il 13 agosto 1965, e pochi mesi dopo erano già in scena al Longshoreman’s Hall con Allen Ginsberg, i Charlatans e i Marbles per la «Festa della nuova età». Era l’inizio del successo, ma soprattutto di un percorso artistico che partendo dal folk acustico arrivò alla psichedelia, al rock «acido», alle ballate libertarie e impegnate, a una ricerca musicale collettiva che portò pian piano la band ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni dei maggiori talenti della Bay Area.
La primissima formazione, siamo nel 1965, era composta da: il cantante Marty Balin, cresciuto nei circoli folk di New York, il chitarrista Paul Kantner di San Francisco, il chitarrista e batterista canadese Skip Spence, l’altro chitarrista folk Jorma Kaukonen, figlio di un diplomatico finlandese, e due suoi amici, la cantante Signe Anderson e il bassista Jack Casady. Dopo il primo album la Anderson e Spence lasciarono il gruppo e furono rimpiazzati dal batterista Spencer Dryden e, soprattutto, da Grace Slick. La sua voce era duttile, capace di spaziare dai toni morbidi e suadenti a interpretazioni potenti e aggressive. Grace si circondava di un alone da maliziosa bad girl e alimentava il proprio fascino rilasciando interviste al vetriolo in cui utilizzava un linguaggio diretto e osceno.
Preceduto da due grandi singoli, Somebody to Love e White Rabbit (diventato uno dei pezzi-simbolo della musica lisergica), venne pubblicato Surrealistic Pillow, album che era una sincera emanazione dello stile di vita della band. Droga e amore, in un’accezione radicalmente libertaria, erano le coordinate entro cui si disegnava uno scenario dove influenze blues e jazz si fondevano con suoni allucinati, ma anche con ritorni repentini alla dolcezza del folk-rock. Da quel momento la Slick sviluppò una vocalità flessibile e carismatica, la sezione ritmica era raffinata e mai ripetitiva, la chitarra di Jorma Kaukonen ancorava al blues anche gli assolo piú «spaziali», le canzoni, alla cui definizione contribuivano tutti i membri del gruppo, avevano una struttura molto libera, figlia dell’esperienza lisergica. After Bathing at Baxter’s, Crown of Creation (I968) e Bless Its Pointed Little Head (1969), portarono il gruppo ai vertici delle classifiche, senza che ci fosse stato il piú piccolo cedimento commerciale.
Il metodo di conduzione del gruppo assomigliava a quelle forme di autogoverno dei collettivi sperimentate nel mondo giovanile, e questa totale specularità tra arte e vita fu confermata, nel 1970, da Volunteers, nel quale il vecchio patriottismo, l’attaccamento ai valori fondamentali della nazione americana, erano completamente rigenerati alla luce della rivoluzione di quegli anni: una vera e propria chiamata alle armi che col senno di poi suona come il canto del cigno del movimento. Il disco vide la partecipazione di musicisti d’eccezione, come il pianista Nicky Hopkins, Jerry Garcia dei Dead e David Crosby, il quale donò ai Jefferson la canzone Wooden Ships, brano ricco di significati. La parte più significativa della storia del gruppo è tutta in questa fine decennio; successivamente vi saranno scissioni (gli Hot Tuna di Kaukonen e Casady), cambi di organico e di nome (da Airplane a Starship), notevoli problemi di alcol e droga per Kantner e la Slick, il mesto «atterraggio».

Herbie Haymer

L’11 aprile 1949 mentre sta tornando da una seduta in studio di registrazione muore in un incidente d’auto a Santa Monica, in California, il tenorsassofonista e clarinettista Herbie Haymer.

Herbie Haymer (al secolo Herbert Maximillum Haymer, Jersey City, New Jersey, nato il 24 luglio 1915) è stato un sassofonista jazz statunitense noto soprattutto per il suo contributo nelle grandi orchestre dell’era swing e per la sua presenza nella scena jazz degli anni ’30 e ’40.

Cresciuto nel New Jersey, iniziò a suonare il sassofono alto all’età di 15 anni, passando poi al tenore a 20 anni. Haymer si affermò rapidamente come solista e musicista di sezione nelle big band più rilevanti del periodo: suonò con gruppi guidati da Rudy Vallée e Charlie Barnet prima di entrare nelle orchestre di Red Norvo, Jimmy Dorsey, Woody Herman e Kay Kyser, tra gli altri nomi di rilievo del jazz e dello swing americano.

Dopo un periodo di servizio nella Marina degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, Haymer lavorò come session musician sulla West Coast, partecipando a registrazioni e collaborando con artisti come Red Nichols. Nel 1945 guidò il suo proprio quintetto in alcune incisioni che videro la partecipazione di musicisti di primo piano come Nat King Cole, Charlie Shavers, John Simmons e Buddy Rich; diversi di questi brani furono pubblicati in seguito dalla Keynote Records.

Lo stile di Haymer — raffinato, fluido e radicato nello swing — lo rese apprezzato tra i colleghi e gli appassionati dell’epoca, pur restando al di fuori della notorietà delle grandi stelle soliste del jazz. La sua carriera fu tragicamente interrotta nel 1949, quando morì in un incidente automobilistico a Santa Monica, poco dopo aver partecipato a una session di registrazione con Frank Sinatra.