Natty Dominique

Il 2 agosto 1896 nasce a New Orleans, in Louisiana, il trombettista Natty Dominique, uno dei personaggi leggendari del jazz delle origini.

Natty Dominique (1896-1982) è stato un trombettista jazz statunitense, noto per il suo stile energico e per il contributo alla scena jazz di New Orleans e Chicago negli anni ’20 e ’30.
Da New Orleans, Dominique si trasferì a Chicago, dove divenne una figura centrale nella fiorente scena jazz della città. È particolarmente conosciuto per le sue collaborazioni con il clarinettista Johnny Dodds, con cui ha registrato numerose tracce durante gli anni ’20. Il suo stile distintivo al cornetto — uno strumento simile alla tromba — era caratterizzato da un suono grezzo e potente, con un marcato senso del ritmo e una grande espressività.
Nonostante il suo talento, Dominique non ha mai raggiunto la fama di altri trombettisti del suo tempo, come Louis Armstrong. Tuttavia, il suo contributo al jazz primitivo è stato significativo, specialmente per il modo in cui ha saputo interpretare lo stile di New Orleans nella scena urbana di Chicago.
Negli ultimi anni della sua carriera, Dominique si è progressivamente allontanato dalla scena musicale, ma il suo lavoro rimane una testimonianza preziosa dell’epoca d’oro del jazz tradizionale.

Willie Mae Thornton

In una Los Angeles assediata dal caldo, il 15 luglio 1984, muore a cinquantasette anni la cantante blues Willie Mae Thornton, più conosciuta con l’appellativo di “Big Mama”. Il suo cuore si è fermato proprio alla vigilia della partenza del suo nuovo tour.

La carriera professionale di Thornton iniziò nel 1940 quando, all’età di 14 anni, si unì alla Sammy Green’s Hot Harlem Review, girando il Sud come cantante, batterista e suonatrice di armonica. Nel 1948, si trasferì a Houston, in Texas, un centro per un nuovo stile di blues che si adattava perfettamente al suo approccio sfacciato e audace. La sua presenza scenica dinamica e la sua voce potente attirarono rapidamente l’attenzione, portando a un contratto discografico con la Peacock Records di Don Robey nel 1951.

Fu durante un’esibizione del 1952 all’Apollo Theater di New York che si guadagnò il suo duraturo soprannome “Big Mama”, a testimonianza della sua statura imponente e della sua imponente consegna vocale.

I contributi musicali più significativi di Thornton includono le sue registrazioni originali di “Hound Dog” e “Ball and Chain”. Nel 1953, registrò “Hound Dog”, una canzone scritta da Jerry Leiber e Mike Stoller. La sua interpretazione divenne un enorme successo, trascorrendo sette settimane al primo posto nella classifica R&B di Billboard e vendendo quasi due milioni di copie. Nonostante l’immenso successo, Thornton avrebbe ricevuto solo 500 dollari per la canzone. “Hound Dog” in seguito ottenne una fama ancora maggiore quando Elvis Presley registrò la sua iconica versione rock and roll tre anni dopo.

Per tutti gli anni ’60 e ’70, Big Mama Thornton fece ampie tournée in America e in Europa, esibendosi in eventi rinomati come il Monterey Jazz Festival. Il suo stile di canto “ruvido e bello e folle ma controllato” ha affascinato il pubblico e influenzato una nuova generazione di musicisti. Ha sfidato le norme di genere con il suo “guardaroba maschile trasgressivo” e la sua voce cruda e senza fronzoli, rompendo le barriere per le donne nella musica.

Il suo profondo impatto sulla musica è stato riconosciuto postumo con la sua introduzione nella Blues Foundation Hall of Fame nel 1984. Sia “Hound Dog” che “Ball and Chain” sono incluse nella lista della Rock and Roll Hall of Fame delle “500 canzoni che hanno plasmato il rock and roll”, consolidando la sua eredità come figura fondamentale nella musica popolare. Nel 2004, è stato fondato il Willie Mae Rock Camp for Girls, chiamato in suo onore per fornire educazione musicale alle giovani ragazze.

Alex Welsh

Il 9 luglio 1929 nasce a Edimburgo, in Scozia il trombettista e direttore d’orchestra Alex Welsh, uno dei pochi musicisti britannici che, insieme a Humphrey Lyttelton, Freddy Randall, Bruce Turner e pochi altri, ha saputo conquistarsi una solida fama a livello internazionale.

Protagonista del jazz tradizionale britannico del dopoguerra. Alex Welsh suonava tromba e cornetta ed era noto anche come cantante e leader della sua orchestra.

Dopo gli esordi con la Leith Silver Band e con il gruppo del clarinettista Archie Semple, si trasferì a Londra nei primi anni Cinquanta, dove fondò la sua band. Il suo stile, influenzato dal jazz di Chicago e dal Dixieland, contribuì in modo significativo alla rinascita del jazz tradizionale nel Regno Unito.

Negli anni Sessanta collaborò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Red Allen, Pee Wee Russell e Ruby Braff. Si esibì inoltre in importanti festival internazionali, tra cui il Newport Jazz Festival.

Alex Welsh morì nel 1982, a soli 52 anni, ma rimane una figura centrale del jazz tradizionale britannico, apprezzato per il suono caldo della sua tromba e per la capacità di rendere il jazz accessibile a un vasto pubblico.

Ronnell Bright

Il 3 luglio 1930 nasce a Chicago, nell’Illinois, il pianista Ronnel Bright, approdato al jazz quasi per caso dopo una formazione musicale squisitamente accademica e l’intenzione di diventare un acclamato concertista.

Raffinato pianista jazz statunitense, Ronnell Bright è nato a Chicago nel 1930 e scomparso nel 2021. Formatosi inizialmente come pianista classico, studiò alla Juilliard School prima di avvicinarsi al jazz durante il servizio nella Marina degli Stati Uniti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta divenne uno degli accompagnatori più apprezzati del jazz vocale, collaborando con artisti come Sarah Vaughan, Carmen McRae, Nancy Wilson e Lena Horne. Il suo stile era elegante, ricco di armonie sofisticate e sempre al servizio della melodia.

Fu anche compositore e arrangiatore; alcune sue composizioni vennero registrate da musicisti come Horace Silver e Cal Tjader. Inoltre lavorò come musicista di studio e fece parte del gruppo Supersax negli anni Settanta.

Se vuoi scoprire il suo talento, ti consiglio l’ascolto di The Ronnell Bright Trio (1958) o delle registrazioni dal vivo di Sarah Vaughan con il suo accompagnamento al pianoforte, considerate tra le più belle della sua carriera.

Franco Morea

Il 28 giugno 1927 nasce a Roma il batterista Franco Morea, con la Junior Dixieland Gang uno dei protagonisti del jazz italiano.

Facciamo un salto nel panorama del jazz italiano, in particolare in quella feconda scena piemontese che ha dato tanto al genere nel nostro Paese. Franco Morea è stato un pianista, compositore e arrangiatore di grande spessore, una figura che ha vissuto il jazz con una dedizione quasi artigianale.
Morea è stato un pilastro della scena jazz torinese, specialmente a partire dagli anni ’70 e ’80. La sua formazione classica gli permetteva di avere un controllo tecnico del pianoforte sopraffino, che metteva al servizio di un jazz raffinato, spesso vicino all’estetica del Cool Jazz e del Bebop.
Ha guidato diverse formazioni a suo nome, distinguendosi per un fraseggio pulito, elegante e profondamente lirico. Oltre che come esecutore, Morea era stimatissimo per la sua capacità di scrivere per grandi organici (Big Band). La sua scrittura era complessa ma sempre fluida, capace di valorizzare i solisti senza mai soffocare il ritmo. Come molti dei musicisti che hai citato finora (che pur avendo stili diversi condividevano una profonda etica professionale), Morea ha dedicato parte della sua vita alla trasmissione del sapere jazzistico, influenzando generazioni di pianisti italiani.
Franco Morea ha spesso incrociato il suo cammino con i grandi del jazz internazionale di passaggio in Italia. Era il tipo di musicista su cui i colleghi americani potevano contare: preparatissimo, capace di leggere partiture complesse a prima vista e dotato di quell’ “interplay” (dialogo tra musicisti) che è l’essenza stessa del jazz.
Perché ricordarlo?
In un mondo di grandi star e ululati (come quelli di Howlin’ Wolf), Franco Morea rappresenta la nobiltà del jazz italiano: quella fatta di studio, di club fumosi, di arrangiamenti scritti a mano di notte e di una passione per lo swing che non cercava necessariamente il clamore mediatico, ma la perfezione della nota.
Rispetto ai “giganti americani” di cui abbiamo parlato prima, Morea incarna una dimensione più europea e colta del jazz.

Odell Rand

Il 22 giugno 1960 muore il clarinettista Odell Rand, un personaggio emblematico del jazz di mezzo del Novecento.

Rimaniamo nel mondo dei “grandi dimenticati” del jazz di Chicago. Se Tommy Ladnier era la voce della tromba, Odell Rand (1905–1960) è stato uno dei pilastri del clarinetto nello stile South Side Chicago.
Nonostante non sia un nome da copertina come Benny Goodman, Rand è stato un musicista fondamentale per definire il suono di un’intera epoca, in particolare quella legata ai piccoli gruppi blues e jazz degli anni ’30.
Il nome di Odell Rand è indissolubilmente legato agli Harlem Hamfats, una delle band più interessanti e popolari degli anni ’30. Ecco perché erano speciali: A dispetto del nome, non venivano da Harlem ma da Chicago e New Orleans. Mescolavano il jazz tradizionale con il blues rurale e lo spirito dei “party” urbani. Il suo clarinetto non cercava il virtuosismo accademico, ma puntava su un suono aspro, ritmico e incredibilmente “bluesy”. Era la voce solista che rispondeva alla chitarra e al mandolino (strumento insolito per il jazz, suonato da Charles McCoy). Con loro incise brani famosissimi per l’epoca come Oh Red!, che influenzarono profondamente lo sviluppo del Rhythm & Blues.
Odell Rand apparteneva alla scuola del clarinetto che privilegiava il registro basso (lo “chalumeau”) e un fraseggio sincopato.
Come molti musicisti di Chicago dell’epoca, usava un suono “sporco” e graffiante, perfetto per accompagnare le voci blues. Oltre agli Hamfats, lavorò con grandi figure del blues come Memphis Minnie e Lovie Austin, dimostrando una versatilità straordinaria nel muoversi tra il jazz da ballo e il blues più crudo.
Rand non divenne mai una star solista internazionale come Lucky Thompson. Rimase un musicista “di bottega”, un professionista solido che preferì restare nel circuito dei club di Chicago. La sua importanza risiede nell’aver contribuito a creare quel ponte sonoro tra il jazz di New Orleans e la musica popolare che avrebbe portato, decenni dopo, alla nascita del Rock ‘n’ Roll.
Se ascolti le registrazioni degli Harlem Hamfats, noterai come il clarinetto di Rand sembri quasi una voce umana che ride o si lamenta: è l’essenza stessa del jazz di Chicago delle origini.

Mamas & Papas

California Dreamin’, sognando la California, diceva una celebre canzone dei Mamas & Papas, altro gruppo esemplare della stagione dei fiori, appartenente al filone folk pre-dylaniano, che ripartiva dal folk revival degli anni Cinquanta poi riveduto e corretto alla luce del solare ambiente californiano. Anche The Mamas & The Papas fondavano l’intero repertorio sull’uso delle voci, ma il gruppo era strutturato in modo singolare: due uomini, e due donne, una delle quali, Mama Cass, si distinse come una straordinaria vocalist, una delle prime figure di cantanti femminili emerse dalla musica rock, fino ad allora prevalentemente maschile. Anche nel loro aspetto, floreale e libertario, evocavano la magia di una terra che sembrava promettere a tutti una vita meravigliosa. Ma, come spesso è successo nella storia del rock, anche i quadretti piú positivi e luminosi nascondevano aspetti piú tragici. Mama Cass morí prematuramente, dopo aver tentato una problematica carriera solista.

Lucky Thompson

Il 16 giugno 1924 nasce a Detroit, nel Michigan, il sassofonista Eli Thompson, detto Lucky, tra i personaggi più significativi della storia del jazz.

Se Tommy Ladnier rappresentava il jazz tradizionale e Howlin’ Wolf il blues primordiale, Lucky Thompson (Eli Thompson, 1924–2005) è stato l’architetto della raffinatezza tecnica.
È considerato uno dei sassofonisti più sofisticati della storia del jazz, capace di muoversi con un’eleganza sovrumana tra lo swing e il bebop. Thompson era un uomo integro e complesso, la cui carriera è stata segnata tanto dal suo genio quanto dal suo rifiuto di scendere a compromessi con l’industria musicale.
Lucky Thompson è stato uno dei pochi musicisti capaci di armonizzare due ere apparentemente opposte: Il suo tono al tenore era ricco e robusto, influenzato da giganti come Coleman Hawkins e Ben Webster. Allo stesso tempo, la sua agilità mentale e le sue scelte armoniche erano moderne quanto quelle di Charlie Parker (con cui collaborò nei celebri brani per la Dial Records nel 1946).
Nonostante la sua natura di “lupo solitario”, il suo nome appare in alcuni dei dischi più importanti della storia. È il sassofonista tenore in Walkin’ (1954), l’album che di fatto inventò l’Hard Bop. Partecipò a sessioni storiche dove la sua precisione formale faceva da perfetto contrappunto alle spigolosità ritmiche di Monk. Insieme a Sidney Bechet e Steve Lacy, Thompson è stato uno dei pochissimi a sdoganare il sax soprano nel jazz moderno, suonandolo con una purezza quasi classica, priva di vibrati eccessivi.
Lucky Thompson era un intellettuale del jazz con un forte senso etico. Definiva le case discografiche e i promoter come “parassiti” e “avvoltoi”. Questo suo carattere fiero lo portò a vivere a lungo tra Parigi e Baden-Baden negli anni ’50 e ’60, trovando un ambiente più rispettoso per la sua musica.
Negli anni ’70, disgustato dall’industria, abbandonò completamente la musica. Visse gli ultimi decenni della sua vita in solitudine, conducendo per un periodo un’esistenza da senzatetto vicino a Seattle, lontano dai riflettori che tanto disprezzava.
Perché ascoltarlo oggi?
Ascoltare Lucky Thompson significa scoprire la perfezione della linea melodica. Ogni suo assolo è costruito come un piccolo edificio perfetto: non c’è una nota fuori posto, non c’è mai volgarità o eccesso.

    Howlin’ Wolf

    Il 10 giugno 1910 nasce ad Aberdeen, nel Mississippi il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra con l’innesto sugli stili del blues di Chicago dell’aggressività e dell linguaggio musicale del blues rurale.

    Se Tommy Ladnier era “la cornetta che prega”, Howlin’ Wolf (Chester Arthur Burnett, 1910–1976) era il tuono che rispondeva. È stato uno dei giganti del Chicago Blues, una figura imponente (quasi due metri per 130 kg) con una voce che sembrava provenire dal centro della terra.
    A differenza del suo grande rivale Muddy Waters, che incarnava un blues più urbano e “cool”, Wolf portò a Chicago l’energia selvaggia e pericolosa del Delta del Mississippi.
    Una grana graffiante e gutturale, spesso paragonata al suono di una sega che taglia il metallo, capace di trasformarsi improvvisamente nel suo celebre “ululato” (howl). Suonava l’armonica con una forza fisica impressionante, usando un approccio meno tecnico e più viscerale. Era noto per le sue performance ipnotiche: strisciava sul palco, ululava alla luna e fissava il pubblico con un’intensità che intimidiva i colleghi.
    La competizione tra i due era leggendaria. Entrambi incidevano per la Chess Records e si contendevano i pezzi migliori scritti dal bassista e autore Willie Dixon. Wolf spesso si sentiva trascurato a favore di Muddy, il che alimentava una rivalità che spingeva entrambi a dare il massimo in studio e sul palco.
    Howlin’ Wolf è stato il ponte fondamentale tra il blues rurale e il rock moderno:
    Nel 1965, gli Stones pretesero che Wolf apparisse insieme a loro nello show Shindig!, presentandolo come il loro idolo a milioni di adolescenti bianchi. Nel 1970 registrò a Londra con Eric Clapton, Steve Winwood e membri dei Rolling Stones, unendo le generazioni del blues. Senza di lui, non avremmo avuto la potenza vocale di Captain Beefheart, Tom Waits o dei Led Zeppelin (che “presero in prestito” molto da brani come Killing Floor).

    “Nessuno può eguagliare Howlin’ Wolf. Muddy Waters era un gentiluomo, ma Wolf era… beh, Wolf era una forza della natura.”

    Tommy Ladnier

    Il 4 giugno 1939 muore precocemente a New York il leggendario trombettista Tommy Ladnier, registrato all’anagrafe con il nome di Thomas James Ladnier.

    Thomas James Ladnier (1900–1939) è stato uno dei trombettisti più influenti e rispettati della prima era del jazz. Spesso descritto come l’anello di congiunzione tra lo stile di King Oliver e quello di Louis Armstrong, Ladnier era celebre per il suo tono intenso, profondamente radicato nel blues, e per la sua straordinaria maestria nell’uso della sordina.
    La carriera di Ladnier è stata caratterizzata da numerosi viaggi internazionali e collaborazioni con la “nobiltà” del jazz classico.
    Nato vicino a New Orleans, ebbe come mentore il leggendario Bunk Johnson. Nel 1917 si trasferì a Chicago durante la “Grande Migrazione”, iniziando la sua carriera professionale. Negli anni ’20 divenne il trombettista preferito delle grandi cantanti blues. Registrò numerosi brani per la Paramount Records, accompagnando icone come Ma Rainey, Ida Cox e Alberta Hunter. Nel 1926 entrò a far parte dell’orchestra di Fletcher Henderson come solista principale, consolidando la sua fama di virtuoso dei brani “hot”. Fu un pioniere del jazz globale, suonando in Europa e persino in Russia con l’orchestra di Sam Wooding. Durante la Grande Depressione, la crisi del lavoro lo spinse ad aprire con l’amico fraterno Sidney Bechet la “Southern Tailor Shop” ad Harlem (1933–1934). Si dice che nel negozio si facessero più jam session che rammendi.
    Ladnier non cercava il virtuosismo acrobatico di Armstrong, ma puntava tutto sull’emozione pura. Il soprannome “The Praying Cornet” derivava dalla sua capacità di far “parlare” lo strumento, imitando i lamenti e le preghiere della voce umana. Era insuperabile nell’uso di sordine diverse per creare effetti di “growl” (ringhio) e sfumature timbriche uniche. Dopo un periodo di oblio, fu “riscoperto” nel 1938 dal critico francese Hugues Panassié. Insieme incisero le celebri sessioni “Mezzrow-Ladnier”, pietre miliari del revival del New Orleans jazz.
    Morì prematuramente a soli 39 anni a causa di un attacco cardiaco, proprio mentre la sua carriera stava vivendo una seconda giovinezza.

    “Per me, Tommy Ladnier è stato il più grande interprete di blues di tutti i tempi.”
    Hugues Panassié