Zinky Cohn

Il 18 agosto 1908 a Oakland, in California, nasce il pianista Zinky Cohn, registrato all’anagrafe con il nome di Augustus Cohn. Il suo stile ricorda molto da vicino quello di Earl Hines.

Zinky Cohn, nato come Isidore Cohn Jr. è stato un pianista e compositore jazz statunitense. È noto principalmente per il suo contributo alla scena jazz di Chicago negli anni ’20 e ‘30, particolarmente come membro della band di Jimmie Noone, un importante clarinettista dell’epoca.
Cohn è stato uno dei pianisti di spicco dello stile Chicago jazz, caratterizzato da un approccio energico e swingante. Ha suonato con molti musicisti di rilievo della scena jazz dell’epoca, ma è ricordato soprattutto per il suo lavoro con Jimmie Noone’s Apex Club Orchestra, con cui ha registrato numerose tracce influenti.
Ha contribuito anche come compositore, scrivendo brani come “Apex Blues”, diventato un classico del repertorio jazz tradizionale.
Il suo stile pianistico era caratterizzato da un ritmo vivace e da un uso creativo degli accordi, perfettamente in linea con il carattere energico del jazz di Chicago dell’epoca. Sebbene non abbia mai raggiunto la fama dei più celebri pianisti jazz, Zinky Cohn è considerato una figura di riferimento per i cultori del jazz tradizionale.
La sua carriera si svolse principalmente durante gli anni ‘20 e ‘30, ma con il declino del jazz tradizionale e l’avvento dello swing, la sua notorietà diminuì. Morì relativamente giovane, all’età di 43 anni, lasciando un’eredità musicale discreta ma significativa.

Arnett Cobb

Il 10 agosto 1918 nasce a Houston, nel Texas, il sassofonista Arnett Cobb o, come risulta all’anagrafe, Arnett Cleophus Cobb, considerato il sax tenore “più selvaggio” della storia del jazz.

Arnett Cobb (1918-1989) è noto per il suo stile potente, energico ed espressivo, tanto da essere soprannominato “Wild Man of the Tenor Sax”. La sua musica spaziava dal swing al rhythm and blues, con un’influenza significativa sullo sviluppo del jazz texano.
Cobb iniziò a suonare il pianoforte da bambino, ma passò presto al sassofono tenore, strumento con cui avrebbe lasciato il segno nella storia del jazz. La sua carriera professionale decollò negli anni ’30 quando entrò nella band di Frank Davis, ma la sua fama crebbe realmente durante il periodo con la Lionel Hampton Orchestra negli anni ’40. Partecipò a registrazioni storiche come “Flying Home”, brano che divenne uno dei classici del jazz swing.
Nel 1947, Cobb lasciò la band di Hampton per formare il proprio gruppo, con il quale incise diversi dischi e si esibì in numerosi tour. Purtroppo, la sua carriera fu spesso interrotta da problemi di salute: subì interventi chirurgici alla spina dorsale che lo costrinsero a camminare con le stampelle per gran parte della vita. Nonostante queste difficoltà, continuò a suonare con lo stesso vigore e intensità, mantenendo sempre il suo caratteristico suono potente e pieno di “soul”.
Cobb ha influenzato molti sassofonisti successivi e ha lasciato un’eredità duratura nella musica jazz. Il suo modo di suonare combinava liricità, swing e un’energia travolgente, rendendolo uno degli interpreti più carismatici del sassofono tenore.

Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music (1962)

Attivo, e con successo, già negli anni Quaranta, Ray Charles Robinson (con il tempo, nella musica il cognome è caduto) può contare su un’autonomia inaudita, per di piú per un artista di colore. Convinto, dall’incursione nel jazz di qualche mese prima (Genius + Soul = Jazz), di avere di fronte a sé possibilità praticamente infinite, decide di provare ad approfondire alla sua maniera il repertorio del country. La sua maniera consiste nell’utilizzare una big band di ascendente jazz, con – quando serve – una sezione d’archi e cori in controcanto. E la ricetta degli album che ha inciso sul finire degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, quelli che hanno fatto di lui il numero uno sul mercato americano e della sua Ray Charles Enterprises un’azienda in ascesa. E chiaro, però, che la nuova impresa, di fronte alla quale peraltro tutti cercano di scoraggiarlo («Perderai i tuoi fan e non ne guadagnerai di nuovi», gli dice il presidente dell’ABC) è una scommessa in cui lui si gioca molto, se non tutto. Lui è nero, il country (o country and western, come lo chiama Ray) è bianco. E lui e il country sono in pratica i due bastioni del mercato discografico (ancora parzialmente segregato) di questi primi anni Sessanta, con le classifiche di vendita divise secondo la tazza (presunta) di chi acquista i dischi. Ma lui non molla: da bambino ascoltava religiosamente alla radio il Grand Ole Opry, lo show country in onda da Nashville, e niente lo fermerà. Si fa mandare dagli editori decine di canzoni, e ne sceglie dodici. Nel febbraio del 1962, ne registra un po’ a New York, un po’ a Los Angeles, sottolineando anche cosi, in fondo, che questa è un’idea inclusiva, non certo l’appropriazione indebita di un patrimonio altrui. Alla fine l’album è un album di Ray Charles, e basta: gli arrangiamenti non sono certo rivoluzionari, le interpretazioni si, se la bellezza e la perfezione possono essere rivoluzionarie. Sarà un trionfo, l’album starà in cima alle classifiche per quasi due anni, negli Usa, e la Ray Charles Enterprises chiuderà il 1962 con un fatturato gigantesco: 1,6 milioni di dollari. E la vendetta creativa del ragazzo che perse la vista a sei anni per una malattia che nessuno diagnosticò e nessuno curò (e che l’anno prima fece in tempo a vedere il fratello morire annegato in una tinozza), dell’uomo che soprannomineranno Genio.

My Favorites Albums #13/100

The Clash – London Calling (1979)

[…] Questo è un lavoro di grande rock and roll a 24 carati dal riff bruciante e dalla vigorosa componente “funk-oide”. London Calling rimane il rifugio granitico dagli invadenti e tecnologici colpi dell’after-punk. Un classico nato tale, una rarità assoluta nell’emisfero musicale. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Mary Chapin Carpenter – The Dirt And The Stars (2020)

Questo ultimo album, di Mary Chapin Carpenter, The Dirt and the Stars, registrato nel Real World Studio di Peter Gabriel, può sicuramente unirsi alla lista dei dischi del 2020 che funzionano perfettamente per la nostra comune crisi “mentale” dovuta ai fatti epidemici mondiali.

Il disco della Carpenter funziona particolarmente bene come balsamo calmante, con le sue parole di saggezza scelte con cura che si fanno strada verso di te attraverso una musica assolutamente priva di ansia.
Con un sacco di esperienza di vita e di carriera alle spalle: quindici dischi, quindici milioni di copie vendute, 5 Grammy Award, di cui ben quattro consecutivi, su un totale di 15 nomination, Mary Chapin Carpenter è adeguatamente attrezzata per dispensare lezioni di vita e, in un certo senso, è quello che fa in The Dirt and the Stars.

Infatti, questo album caldo e pieno di cuore, la vede spesso invocare l’idea del tempo che passa; e come quel tempo possa sia darti prospettiva e saggezza, sia confortarti dimostrando che non tutte le cose durano per sempre.

In generale, The Dirt and the Stars è un album di brani rilassanti, folkeggianti e scritti in modo eccellente. Le canzoni lente, i ritocchi ambientali, i spigoli rock, non appaiono sicuramente originali ma fanno di questo album fin al primo ascolto, un disco senza tempo, appartenente a qualsiasi epoca. 

L’attenzione è sulla voce della Carpenter e sulla strumentazione relativamente scarsa che crea un’atmosfera calda e avvolgente intorno a lei. Oltre alle sue canzoni che abbracciano i sentimenti e l’empatia per gli altri, ne include alcune che esplorano il potere della nostalgia. Qui, il concetto del tempo viene rivisitato non come strumento di apprendimento ma come forza potente. 

È un album nel complesso solido, uno di quei dischi che lasciano il segno, che probabilmente non saltano subito alle orecchie ma che con il tempo lascerà un’impressione memorabile nel cuore. Forse un giorno, in un futuro più luminoso, potremo tornare a questo album e ricordare come ci si sentiva ad ascoltarlo durante i mari torbidi del duemilaventi.

Tra i più belli di quest’anno.

George Chisholm

George Chisholm (nato il 29 marzo 1915) è stato un trombonista jazz e cantante scozzese. Nato a Glasgow in una famiglia di musicisti, iniziò la carriera professionale suonando il pianoforte in un cinema a 14 anni prima di passare al trombone nel 1934. Nel 1936 si trasferì a Londra, dove suonò con importanti band da ballo come quelle di Bert Ambrose e Teddy Joyce, e collaborò con leggende del jazz americano come Coleman Hawkins, Fats Waller e Benny Carter durante le loro visite in Gran Bretagna. Durante la Seconda Guerra Mondiale si unì alla Royal Air Force e fece parte dell’orchestra da ballo RAF conosciuta come The Squadronaires, rimanendo in essa fino al 1950. Dopodiché lavorò come musicista freelance e fu membro del BBC Showband per cinque anni. Fu anche noto per le sue apparizioni radiofoniche, televisive e cinematografiche, partecipando a The Goon Show e recitando in film come “The Mouse on the Moon” (1963) e “Superman III” (1983). Nel 1984 ricevette l’onorificenza OBE per il suo contributo alla musica. Continuò a suonare fino agli anni ‘90 prima di ritirarsi per problemi di salute, morendo nel 1997 all’età di 82 anni.

My Favorites Albums #10/100

C.S.I. – Linea Gotica (1996)

[…] “Linea gotica” è un disco maturo, che aggredisce con durezza ma che sa anche e soprattutto avvolgere l’ascoltatore nell’abbraccio sonoro, consapevole della necessità di stringersi a raccolta quando “è l’instabilità che ci fa saldi ormai/ negli sgretolamenti quotidiani”. “Linea gotica”è anche un disco pittorico, dove il rimbombo cavernoso del basso sembra aprire alla mente gli ampi spazi, le vertigini di buio di una cattedrale gotica, mentre i timbri chiari degli strumenti acustici sono file di ceri accesi a guidare l’occhio lungo le navate, fino alla luce dell’altare. […]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Ray Charles

Di sicuro Ray Charles è il principale responsabile dello sviluppo della soul music. È stato lui il primo a fondere il gospel con il rhythm’n’blues, aggiungendo gli aromi del jazz, del blues, del rock’n’roll, addirittura del country, dimostrando che il soul poteva essere molte cose messe insieme, che era fondamentalmente una predisposizione dagli esiti teoricamente illimitati.
Cieco dall’età di sei anni a causa di un glaucoma, Charles esordisce alla fine degli anni Quaranta, incidendo brani dal sapore leggero e smaliziato nel solco delle produzioni eleganti di Nat King Cole, mettendo a segno il suo primo hit già nel 1951. Ma è con l’arrivo all’Atlantic che definisce il suo stile e mette in luce una vocalità straordinaria, inimitabile, che ha un impatto, per innovazione ed emotività, «simile a quello di Elvis o di Bil-lie Holiday», dice Richie Unterberger sulla All Music Guide.
L’elenco dei brani di successo è lunghissimo, basta citare This Little Girl of Mine, Hallelujab I Love Her So e Lonely Avenue, per capire il livello della produzione dell’epoca, fino a What’d I Say, che segna il vertice piú alto del suo successo, ma anche la fine della collaborazione con la Atlantic. Negli anni Sessanta Ray Charles continua a produrre hit, come Unchain My Heart, Hit the Road Jack, poi con una svolta improvvisa propone la sua miscela di soul e country e, piú avanti negli anni, anche la sua anima piú vicina al jazz, fino al 1965, quando viene arrestato per possesso di eroina, evento che segna il suo ritiro dalle scene per un anno. Al suo ritorno, sceglie una strada più soffice e pop, ma la sua forza vocale resta intatta e gli permette di proporre album di successo fino ai giorni nostri.
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My Favorites Albums #8/100

The Cure – Greatest Hits (2001)

Il “Greatest hits” dei Cure raccoglie il meglio di una carriera che dura ormai da 25 anni [ndr nel 2001]. La prima edizione di questo disco è pubblicata in versione limitata: la confezione contiene due CD, uno standard e l’altro con tutte le versioni dei brani contenuti nel primo in versione acustica. L’album presenta due inediti, tra cui il nuovo singolo intitolato “Cut here”.

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

My Favorites Albums #7/100

Ali Farka Tourè & Ry Cooder – Talking Timbuktu (1994)

[…] C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.