Ronnell Bright

Il 3 luglio 1930 nasce a Chicago, nell’Illinois, il pianista Ronnel Bright, approdato al jazz quasi per caso dopo una formazione musicale squisitamente accademica e l’intenzione di diventare un acclamato concertista.

Raffinato pianista jazz statunitense, Ronnell Bright è nato a Chicago nel 1930 e scomparso nel 2021. Formatosi inizialmente come pianista classico, studiò alla Juilliard School prima di avvicinarsi al jazz durante il servizio nella Marina degli Stati Uniti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta divenne uno degli accompagnatori più apprezzati del jazz vocale, collaborando con artisti come Sarah Vaughan, Carmen McRae, Nancy Wilson e Lena Horne. Il suo stile era elegante, ricco di armonie sofisticate e sempre al servizio della melodia.

Fu anche compositore e arrangiatore; alcune sue composizioni vennero registrate da musicisti come Horace Silver e Cal Tjader. Inoltre lavorò come musicista di studio e fece parte del gruppo Supersax negli anni Settanta.

Se vuoi scoprire il suo talento, ti consiglio l’ascolto di The Ronnell Bright Trio (1958) o delle registrazioni dal vivo di Sarah Vaughan con il suo accompagnamento al pianoforte, considerate tra le più belle della sua carriera.

Franco Morea

Il 28 giugno 1927 nasce a Roma il batterista Franco Morea, con la Junior Dixieland Gang uno dei protagonisti del jazz italiano.

Facciamo un salto nel panorama del jazz italiano, in particolare in quella feconda scena piemontese che ha dato tanto al genere nel nostro Paese. Franco Morea è stato un pianista, compositore e arrangiatore di grande spessore, una figura che ha vissuto il jazz con una dedizione quasi artigianale.
Morea è stato un pilastro della scena jazz torinese, specialmente a partire dagli anni ’70 e ’80. La sua formazione classica gli permetteva di avere un controllo tecnico del pianoforte sopraffino, che metteva al servizio di un jazz raffinato, spesso vicino all’estetica del Cool Jazz e del Bebop.
Ha guidato diverse formazioni a suo nome, distinguendosi per un fraseggio pulito, elegante e profondamente lirico. Oltre che come esecutore, Morea era stimatissimo per la sua capacità di scrivere per grandi organici (Big Band). La sua scrittura era complessa ma sempre fluida, capace di valorizzare i solisti senza mai soffocare il ritmo. Come molti dei musicisti che hai citato finora (che pur avendo stili diversi condividevano una profonda etica professionale), Morea ha dedicato parte della sua vita alla trasmissione del sapere jazzistico, influenzando generazioni di pianisti italiani.
Franco Morea ha spesso incrociato il suo cammino con i grandi del jazz internazionale di passaggio in Italia. Era il tipo di musicista su cui i colleghi americani potevano contare: preparatissimo, capace di leggere partiture complesse a prima vista e dotato di quell’ “interplay” (dialogo tra musicisti) che è l’essenza stessa del jazz.
Perché ricordarlo?
In un mondo di grandi star e ululati (come quelli di Howlin’ Wolf), Franco Morea rappresenta la nobiltà del jazz italiano: quella fatta di studio, di club fumosi, di arrangiamenti scritti a mano di notte e di una passione per lo swing che non cercava necessariamente il clamore mediatico, ma la perfezione della nota.
Rispetto ai “giganti americani” di cui abbiamo parlato prima, Morea incarna una dimensione più europea e colta del jazz.

Odell Rand

Il 22 giugno 1960 muore il clarinettista Odell Rand, un personaggio emblematico del jazz di mezzo del Novecento.

Rimaniamo nel mondo dei “grandi dimenticati” del jazz di Chicago. Se Tommy Ladnier era la voce della tromba, Odell Rand (1905–1960) è stato uno dei pilastri del clarinetto nello stile South Side Chicago.
Nonostante non sia un nome da copertina come Benny Goodman, Rand è stato un musicista fondamentale per definire il suono di un’intera epoca, in particolare quella legata ai piccoli gruppi blues e jazz degli anni ’30.
Il nome di Odell Rand è indissolubilmente legato agli Harlem Hamfats, una delle band più interessanti e popolari degli anni ’30. Ecco perché erano speciali: A dispetto del nome, non venivano da Harlem ma da Chicago e New Orleans. Mescolavano il jazz tradizionale con il blues rurale e lo spirito dei “party” urbani. Il suo clarinetto non cercava il virtuosismo accademico, ma puntava su un suono aspro, ritmico e incredibilmente “bluesy”. Era la voce solista che rispondeva alla chitarra e al mandolino (strumento insolito per il jazz, suonato da Charles McCoy). Con loro incise brani famosissimi per l’epoca come Oh Red!, che influenzarono profondamente lo sviluppo del Rhythm & Blues.
Odell Rand apparteneva alla scuola del clarinetto che privilegiava il registro basso (lo “chalumeau”) e un fraseggio sincopato.
Come molti musicisti di Chicago dell’epoca, usava un suono “sporco” e graffiante, perfetto per accompagnare le voci blues. Oltre agli Hamfats, lavorò con grandi figure del blues come Memphis Minnie e Lovie Austin, dimostrando una versatilità straordinaria nel muoversi tra il jazz da ballo e il blues più crudo.
Rand non divenne mai una star solista internazionale come Lucky Thompson. Rimase un musicista “di bottega”, un professionista solido che preferì restare nel circuito dei club di Chicago. La sua importanza risiede nell’aver contribuito a creare quel ponte sonoro tra il jazz di New Orleans e la musica popolare che avrebbe portato, decenni dopo, alla nascita del Rock ‘n’ Roll.
Se ascolti le registrazioni degli Harlem Hamfats, noterai come il clarinetto di Rand sembri quasi una voce umana che ride o si lamenta: è l’essenza stessa del jazz di Chicago delle origini.

Lucky Thompson

Il 16 giugno 1924 nasce a Detroit, nel Michigan, il sassofonista Eli Thompson, detto Lucky, tra i personaggi più significativi della storia del jazz.

Se Tommy Ladnier rappresentava il jazz tradizionale e Howlin’ Wolf il blues primordiale, Lucky Thompson (Eli Thompson, 1924–2005) è stato l’architetto della raffinatezza tecnica.
È considerato uno dei sassofonisti più sofisticati della storia del jazz, capace di muoversi con un’eleganza sovrumana tra lo swing e il bebop. Thompson era un uomo integro e complesso, la cui carriera è stata segnata tanto dal suo genio quanto dal suo rifiuto di scendere a compromessi con l’industria musicale.
Lucky Thompson è stato uno dei pochi musicisti capaci di armonizzare due ere apparentemente opposte: Il suo tono al tenore era ricco e robusto, influenzato da giganti come Coleman Hawkins e Ben Webster. Allo stesso tempo, la sua agilità mentale e le sue scelte armoniche erano moderne quanto quelle di Charlie Parker (con cui collaborò nei celebri brani per la Dial Records nel 1946).
Nonostante la sua natura di “lupo solitario”, il suo nome appare in alcuni dei dischi più importanti della storia. È il sassofonista tenore in Walkin’ (1954), l’album che di fatto inventò l’Hard Bop. Partecipò a sessioni storiche dove la sua precisione formale faceva da perfetto contrappunto alle spigolosità ritmiche di Monk. Insieme a Sidney Bechet e Steve Lacy, Thompson è stato uno dei pochissimi a sdoganare il sax soprano nel jazz moderno, suonandolo con una purezza quasi classica, priva di vibrati eccessivi.
Lucky Thompson era un intellettuale del jazz con un forte senso etico. Definiva le case discografiche e i promoter come “parassiti” e “avvoltoi”. Questo suo carattere fiero lo portò a vivere a lungo tra Parigi e Baden-Baden negli anni ’50 e ’60, trovando un ambiente più rispettoso per la sua musica.
Negli anni ’70, disgustato dall’industria, abbandonò completamente la musica. Visse gli ultimi decenni della sua vita in solitudine, conducendo per un periodo un’esistenza da senzatetto vicino a Seattle, lontano dai riflettori che tanto disprezzava.
Perché ascoltarlo oggi?
Ascoltare Lucky Thompson significa scoprire la perfezione della linea melodica. Ogni suo assolo è costruito come un piccolo edificio perfetto: non c’è una nota fuori posto, non c’è mai volgarità o eccesso.

    Big Yellow Taxi – Joni Mitchell (1970)

    Il brano Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, pubblicato nel 1970 nell’album Ladies of the Canyon, è uno dei brani più celebri della musica folk-rock americana e una delle prime grandi canzoni pop a parlare apertamente di ambientalismo.
    Musicalmente il pezzo è essenziale ma luminoso: chitarra acustica, una melodia immediata e quella voce limpida e mobile di Joni Mitchell che riesce a trasformare la denuncia in qualcosa di poetico e universale. C’è anche una riflessione più intima: il brano parla di come spesso ci si accorga del valore delle cose solo dopo averle perdute.
    Big Yellow Taxi è un gioiello di poesia, realtà, allegria e critica sociale, è un magnifico esempio di come una canzone possa parlare alle nostre coscienze con semplicità e chiarezza, parla di come la natura viene offesa dalla nostra avidità, se la prende addirittura, due anni prima che il DDT venga messo fuorilegge perché pericoloso, con gli agricoltori che lo usano “Oh agricoltore, metti via ora quel DDT. Dammi delle mele macchiate, ma lasciami gli uccelli e le api”, in una canzone cantabile, melodica, sopraffina e godibile. Big Yellow Taxi è una canzone impegnata, insomma, allegra nella forma, pesante nel contenuto, soprattutto se si pensa che è stata scritta e cantata oltre cinquanta anni fa. E la cosa bella è che fu pubblicata su singolo in un 45 giri a dir poco eccezionale, che sul lato A aveva per l’appunto Big Yellow Taxi e sul lato B l’altrettanto leggendaria Woodstock, che Joni scrisse all’indomani del festival che si era svolto pochi mesi prima.

    Howlin’ Wolf

    Il 10 giugno 1910 nasce ad Aberdeen, nel Mississippi il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra con l’innesto sugli stili del blues di Chicago dell’aggressività e dell linguaggio musicale del blues rurale.

    Se Tommy Ladnier era “la cornetta che prega”, Howlin’ Wolf (Chester Arthur Burnett, 1910–1976) era il tuono che rispondeva. È stato uno dei giganti del Chicago Blues, una figura imponente (quasi due metri per 130 kg) con una voce che sembrava provenire dal centro della terra.
    A differenza del suo grande rivale Muddy Waters, che incarnava un blues più urbano e “cool”, Wolf portò a Chicago l’energia selvaggia e pericolosa del Delta del Mississippi.
    Una grana graffiante e gutturale, spesso paragonata al suono di una sega che taglia il metallo, capace di trasformarsi improvvisamente nel suo celebre “ululato” (howl). Suonava l’armonica con una forza fisica impressionante, usando un approccio meno tecnico e più viscerale. Era noto per le sue performance ipnotiche: strisciava sul palco, ululava alla luna e fissava il pubblico con un’intensità che intimidiva i colleghi.
    La competizione tra i due era leggendaria. Entrambi incidevano per la Chess Records e si contendevano i pezzi migliori scritti dal bassista e autore Willie Dixon. Wolf spesso si sentiva trascurato a favore di Muddy, il che alimentava una rivalità che spingeva entrambi a dare il massimo in studio e sul palco.
    Howlin’ Wolf è stato il ponte fondamentale tra il blues rurale e il rock moderno:
    Nel 1965, gli Stones pretesero che Wolf apparisse insieme a loro nello show Shindig!, presentandolo come il loro idolo a milioni di adolescenti bianchi. Nel 1970 registrò a Londra con Eric Clapton, Steve Winwood e membri dei Rolling Stones, unendo le generazioni del blues. Senza di lui, non avremmo avuto la potenza vocale di Captain Beefheart, Tom Waits o dei Led Zeppelin (che “presero in prestito” molto da brani come Killing Floor).

    “Nessuno può eguagliare Howlin’ Wolf. Muddy Waters era un gentiluomo, ma Wolf era… beh, Wolf era una forza della natura.”

    Tommy Ladnier

    Il 4 giugno 1939 muore precocemente a New York il leggendario trombettista Tommy Ladnier, registrato all’anagrafe con il nome di Thomas James Ladnier.

    Thomas James Ladnier (1900–1939) è stato uno dei trombettisti più influenti e rispettati della prima era del jazz. Spesso descritto come l’anello di congiunzione tra lo stile di King Oliver e quello di Louis Armstrong, Ladnier era celebre per il suo tono intenso, profondamente radicato nel blues, e per la sua straordinaria maestria nell’uso della sordina.
    La carriera di Ladnier è stata caratterizzata da numerosi viaggi internazionali e collaborazioni con la “nobiltà” del jazz classico.
    Nato vicino a New Orleans, ebbe come mentore il leggendario Bunk Johnson. Nel 1917 si trasferì a Chicago durante la “Grande Migrazione”, iniziando la sua carriera professionale. Negli anni ’20 divenne il trombettista preferito delle grandi cantanti blues. Registrò numerosi brani per la Paramount Records, accompagnando icone come Ma Rainey, Ida Cox e Alberta Hunter. Nel 1926 entrò a far parte dell’orchestra di Fletcher Henderson come solista principale, consolidando la sua fama di virtuoso dei brani “hot”. Fu un pioniere del jazz globale, suonando in Europa e persino in Russia con l’orchestra di Sam Wooding. Durante la Grande Depressione, la crisi del lavoro lo spinse ad aprire con l’amico fraterno Sidney Bechet la “Southern Tailor Shop” ad Harlem (1933–1934). Si dice che nel negozio si facessero più jam session che rammendi.
    Ladnier non cercava il virtuosismo acrobatico di Armstrong, ma puntava tutto sull’emozione pura. Il soprannome “The Praying Cornet” derivava dalla sua capacità di far “parlare” lo strumento, imitando i lamenti e le preghiere della voce umana. Era insuperabile nell’uso di sordine diverse per creare effetti di “growl” (ringhio) e sfumature timbriche uniche. Dopo un periodo di oblio, fu “riscoperto” nel 1938 dal critico francese Hugues Panassié. Insieme incisero le celebri sessioni “Mezzrow-Ladnier”, pietre miliari del revival del New Orleans jazz.
    Morì prematuramente a soli 39 anni a causa di un attacco cardiaco, proprio mentre la sua carriera stava vivendo una seconda giovinezza.

    “Per me, Tommy Ladnier è stato il più grande interprete di blues di tutti i tempi.”
    Hugues Panassié

    Dick Hafer

    Il 29 maggio 1927 nasce a Wyomissing, in Pennsylvania, John Richard Hafer, più conosciuto come Dick Hafer, sassofonista, flautista e gran suonatore di strumenti ad ancia è noto per il suo lavoro con importanti big band dalla fine degli anni ’40 in poi.
    Hafer iniziò a suonare il clarinetto all’età di sette anni, prima di passare al sax tenore al liceo. Il suo debutto professionale avvenne con l’orchestra di Charlie Barnet nel 1949, seguito da collaborazioni con Claude Thornhill (1949-1950), Woody Herman (1951-1955) e altri come Tex Beneke e Bobby Hackett.
    Si esibì e registrò con Benny Goodman (1962), Lionel Hampton, Elliot Lawrence (1958-1960) e Charles Mingus (album del 1963). Collaborò anche con coristi come Peggy Lee, Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Tony Bennett, e contribuì al lavoro in studio a Broadway e alla Merv Griffin Show Band dopo essersi trasferito a Los Angeles nel 1974.
    Negli anni ’90 pubblicò due album da leader: ” In a Sentimental Mood” e “Prez Impressions ” (un tributo a Lester Young). Hafer è scomparso il 15 dicembre 2012, all’età di 85 anni, ricordato per il suo stile fluido, influenzato da Lester Young, nelle esibizioni con le big band.

    Superstition – Stevie Wonder (1972)

    “Superstition” è uno di quei brani che non si ascoltano soltanto: si sentono nel corpo. Pubblicata nel 1972, rappresenta uno dei vertici creativi di Stevie Wonder e uno dei manifesti assoluti del funk moderno.
    Il cuore pulsante della canzone è il celebre riff di clavinet: tagliente, ipnotico, quasi percussivo. È un suono nervoso, elastico, che crea immediatamente tensione e groove. Attorno si intrecciano una batteria incalzante, fiati esplosivi e un basso profondo che costruisce un’architettura ritmica irresistibile. È funk allo stato puro, ma con una raffinatezza armonica tipicamente soul.

    Il testo affronta il tema della superstizione come forma di ignoranza e paura: “When you believe in things that you don’t understand, then you suffer”. Wonder non predica, ma mette in guardia, con energia e consapevolezza. È una critica sociale travestita da hit radiofonica.
    La voce è magnetica: Stevie alterna grinta, ironia e potenza espressiva con naturalezza straordinaria. C’è ritmo, ma anche intelligenza musicale; c’è ballabilità, ma anche profondità.
    “Superstition” non è solo una canzone iconica degli anni Settanta: è un pilastro della musica nera americana, un brano che ha ridefinito il linguaggio del funk e continua a suonare attuale, vibrante, necessario.

    Edgar Hayes

    Il 23 maggio 1904 a Lexington, nel Kentucky, nasce il pianista Edgar Hayes, uno dei protagonisti dell’epopea del jazz orchestrale statunitense degli anni Quaranta e Cinquanta. Il suo nome completo è Edgar Junius Hayes. Il suo rapporto con la musica è precoce. Inizia a studiarla da ragazzo e coltiva il suo talento prima con lezioni private poi frequentando regolari corsi in istituti di Fisk e di Wilberforce.
    Hayes si distinse negli anni ’30 come pianista e arrangiatore per la Mills Blue Rhythm Band diretta da Lucky Millinder dal 1931 al 1936. Nel 1937 formò la propria orchestra, effettuando tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e registrando per la Decca e la Varsity. Il suo singolo di successo del 1938 abbinava “Star Dust” (il suo tema distintivo) alla prima registrazione di “In the Mood”, composta da Joe Garland e poi diventata un enorme successo per Glenn Miller.
    I divieti di registrazione e lo scioglimento della band durante la Seconda Guerra Mondiale lo condussero in California nel 1941, dove formò il quartetto Stardusters con musicisti come Teddy Bunn e lavorò come resident in vari club, tra cui la Somerset House e il Reuben’s Restaurant. Compose canzoni come “Someone Stole Gabriel’s Horn” e suonò il pianoforte lounge fino agli anni ’70, morendo il 28 giugno 1979 a San Bernardino.