Respect – Aretha Franklin (1967)

Respect è uno dei brani simbolo della musica soul e, nella versione di Aretha Franklin, è diventato molto più di una semplice canzone d’amore.
Pubblicata nell’aprile del 1967 nell’album I Never Loved a Man the Way I Love You, “Respect” era stata scritta e incisa due anni prima da Otis Redding. Aretha Franklin la trasforma completamente, cambiandone prospettiva, ritmo e significato.

La struttura è apparentemente semplice, ma l’arrangiamento è esplosivo: piano, chitarra, basso, batteria, fiati e cori costruiscono un groove serrato, sul quale la voce di Aretha domina con una forza quasi fisica. Celeberrimi sono gli interventi vocali “R-E-S-P-E-C-T” e “sock it to me”, che nella sua versione assumono una funzione quasi percussiva.
Ma è soprattutto la voce a fare la differenza. Aretha passa dal canto morbido alla potenza del gospel, alternando controllo, improvvisazione e urgenza emotiva. Ogni frase sembra diventare una richiesta, un’affermazione, infine una rivendicazione.

Il testo parla di una relazione sentimentale, ma nel 1967 “Respect” acquistò inevitabilmente una dimensione sociale più ampia: divenne un inno associato sia alla lotta per i diritti civili degli afroamericani sia alla crescente affermazione delle donne. Aretha, però, non trasforma mai il brano in un manifesto astratto: il suo punto di partenza rimane personale, concreto, quasi domestico. È proprio questa immediatezza a renderlo universale.
Musicalmente, la registrazione è un perfetto incontro tra soul, R&B e gospel. L’energia della sezione ritmica e dei fiati sostiene una performance vocale che sembra continuamente sul punto di esplodere, senza mai perdere il controllo.

“Respect” è il momento in cui Aretha Franklin smette semplicemente di interpretare una canzone e la fa diventare sua. Da quel momento, la parola respect non è più soltanto una richiesta: è una dichiarazione di dignità.
Un classico assoluto del soul, ancora oggi immediato, potente e sorprendentemente moderno.

I migliori album jazz #76

Michael Brecker – Pilgrimage (2007)

Questo sassofonista tenore della Pennsylvania raggiunse la fama negli anni ’70 suonando jazz-funk con il fratello maggiore Randy nei Brecker Brothers, ma si costruì anche una carriera come richiestissimo sideman per artisti rock che spaziavano da John Lennon agli Steely Dan. Pilgrimage fu l’ultimo album solista di Brecker, registrato nel 2006 in compagnia di musicisti stellari quali Pat Metheny, Herbie Hancock, Brad Mehldau, John Patitucci e Jack DeJohnette. Nonostante all’epoca fosse affetto da una malattia terminale, l’esecuzione di Brecker è straordinariamente vibrante e carica di un vigore che celebra la vita. Quando il disco uscì, Brecker era già scomparso, ma questo grande album jazz rimane un monumento duraturo al suo genio. Gli valse inoltre due Grammy Award postumi.

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Bob Dylan: i suoi album #21

Slow Train Coming (1979)

Ci sono dischi che raccontano una trasformazione e altri che sono una trasformazione. Slow Train Coming, pubblicato nel 1979, appartiene alla seconda categoria.
Bob Dylan arriva qui dopo anni tormentati e lo fa con una convinzione nuova, quasi spiazzante: ha trovato Dio e non sembra avere alcuna intenzione di tenerselo per sé. È il Dylan della conversione cristiana, quello che per un certo periodo abbandona ambiguità, ironia e dubbi per parlare apertamente di fede, peccato, salvezza e redenzione.
Una scelta che all’epoca fece discutere e che ancora oggi può creare qualche distanza. Ma ascoltando il disco a distanza di tanti anni, la cosa che colpisce non è tanto ciò in cui Dylan crede, quanto la straordinaria energia con cui trasforma quella nuova fede in musica.

E musicalmente Slow Train Coming è un disco magnifico.

Slow Train Coming è uno degli album più controversi e, allo stesso tempo, più interessanti della carriera di Bob Dylan. Pubblicato nel 1979, rappresenta la prima tappa della sua cosiddetta trilogia cristiana, nata dalla conversione al cristianesimo evangelico. Una svolta che spiazzò profondamente pubblico e critica, soprattutto perché arrivava da un artista da sempre associato alla libertà individuale, al dubbio e alla ricerca.
Ma ridurre il disco alla sua componente religiosa sarebbe un errore. Slow Train Coming è soprattutto un album di rinascita musicale, costruito su un suono caldo, blues, soul e gospel, molto più preciso e compatto rispetto ai lavori immediatamente precedenti.

La scelta di Jerry Wexler come produttore si rivela fondamentale. Veterano della musica soul americana, Wexler porta nel mondo di Dylan una sezione ritmica asciutta, tastiere, fiati e cori gospel, ottenendo un suono sorprendentemente moderno e radiofonico. Al suo fianco c’è Barry Beckett, mentre tra i musicisti spicca un giovanissimo Mark Knopfler, reduce dal successo dei Dire Straits.  
Ed è proprio la chitarra di Knopfler una delle grandi attrazioni del disco. Il suo stile elegante, economico e tagliente si incastra magnificamente con la voce di Dylan: niente esibizionismi, ma fraseggi blues, slide e interventi spesso brevissimi e incisivi. Knopfler suona in tutti i brani dell’album.  

L’apertura con “Gotta Serve Somebody” è emblematica: un blues-funk trascinante, costruito su un groove irresistibile, nel quale Dylan afferma che ogni essere umano, in qualche modo, è al servizio di qualcuno o di qualcosa. È un brano che funziona ancora oggi anche al di là del suo significato religioso.
Poi arriva “Precious Angel”, più intima e spirituale, con una bellissima chitarra di Knopfler, mentre “I Believe in You” mostra il lato più personale e vulnerabile della nuova fede di Dylan.

Il cuore dell’album è però “Slow Train”, sei minuti di blues cupo e inquieto. Il “treno lento” diventa una grande metafora del destino che si avvicina inesorabilmente. Dylan guarda l’America con preoccupazione, denunciandone corruzione, egoismo e perdita dei valori. È una delle composizioni più potenti del disco, e la produzione di Wexler riesce a trasformare quella tensione morale in un vero brano rock.  
Più aggressiva è “Gonna Change My Way of Thinking”, mentre “When You Gonna Wake Up” mescola funk, blues e gospel per costruire una sorta di sermone musicale. “Man Gave Names to All the Animals”, invece, è apparentemente più semplice e quasi giocosa, con una struttura elementare che contrasta con il tono severo di molti altri brani.

Il limite dell’album sta proprio nella sua insistenza religiosa. In alcuni momenti Dylan sembra più interessato a predicare che a interrogarsi, e la sua nuova certezza spirituale lascia meno spazio a quella ambiguità e a quel dubbio che erano stati fondamentali nella sua poetica. Fu proprio questo aspetto a provocare reazioni molto contrastanti all’epoca.  
Eppure, musicalmente, Slow Train Coming è un disco tutt’altro che dimesso. Al contrario: Dylan canta con grande convinzione, la band è straordinaria e la produzione di Wexler restituisce profondità, dinamica e calore alle canzoni. Una recensione contemporanea di Cash Box ne sottolineava proprio la combinazione di gospel, blues, voce intensa di Dylan e chitarra di Knopfler.  

Slow Train Coming è un disco di fede, inquietudine e trasformazione. Non è necessariamente l’album da cui partire per conoscere Dylan, ma è uno dei momenti in cui la sua capacità di reinventarsi emerge con maggiore evidenza.
La cosa più affascinante è forse il contrasto tra la certezza dei testi e la complessità della musica: Dylan sembra aver trovato una risposta spirituale, ma musicalmente continua a muoversi dentro blues, soul, gospel e rock, lasciando aperte molte delle domande che hanno sempre attraversato la sua opera.

Un album controverso, dunque, ma tutt’altro che marginale: un Dylan diverso, più assertivo e predicatore, ma anche sorprendentemente vitale e musicalmente ispirato.

Art Farmer

Il 21 agosto 1928 a Council Bluffs, nell’Iowa, nasce il trombettista e flicornista Art Farmer. Registrato all’anagrafe con il nome di Arthur Stewart Farmer è il fratello gemello del bassista Addison.

Art Farmer è noto per il suo stile elegante e lirico, che ha influenzato generazioni di musicisti jazz. Farmer è considerato uno dei trombettisti più versatili e sofisticati della sua epoca. Iniziò a suonare la tromba e il flicorno da giovane e si trasferì a Los Angeles negli anni ’40, dove iniziò a collaborare con musicisti come Wardell Gray, Dexter Gordon e Charles Mingus. Negli anni ’50 si trasferì a New York, dove divenne parte integrante della scena hard bop.
Farmer è noto anche per essere stato uno dei primi a suonare il flicorno soprano, uno strumento simile al flicorno ma con un timbro ancora più caldo e dolce.
Il suo stile era caratterizzato da un suono morbido e vellutato, una grande sensibilità melodica e un fraseggio sofisticato. Farmer è stato un maestro nell’equilibrio tra tecnica e lirismo, capace di fondere influenze bebop, hard bop e cool jazz in modo unico.
Durante la sua carriera, Farmer visse a lungo anche in Europa, dove continuò a esibirsi e registrare con successo. Morì nel 1999 a causa di una crisi cardiaca, lasciando un’eredità musicale duratura e rispettata.

Zinky Cohn

Il 18 agosto 1908 a Oakland, in California, nasce il pianista Zinky Cohn, registrato all’anagrafe con il nome di Augustus Cohn. Il suo stile ricorda molto da vicino quello di Earl Hines.

Zinky Cohn, nato come Isidore Cohn Jr. è stato un pianista e compositore jazz statunitense. È noto principalmente per il suo contributo alla scena jazz di Chicago negli anni ’20 e ‘30, particolarmente come membro della band di Jimmie Noone, un importante clarinettista dell’epoca.
Cohn è stato uno dei pianisti di spicco dello stile Chicago jazz, caratterizzato da un approccio energico e swingante. Ha suonato con molti musicisti di rilievo della scena jazz dell’epoca, ma è ricordato soprattutto per il suo lavoro con Jimmie Noone’s Apex Club Orchestra, con cui ha registrato numerose tracce influenti.
Ha contribuito anche come compositore, scrivendo brani come “Apex Blues”, diventato un classico del repertorio jazz tradizionale.
Il suo stile pianistico era caratterizzato da un ritmo vivace e da un uso creativo degli accordi, perfettamente in linea con il carattere energico del jazz di Chicago dell’epoca. Sebbene non abbia mai raggiunto la fama dei più celebri pianisti jazz, Zinky Cohn è considerato una figura di riferimento per i cultori del jazz tradizionale.
La sua carriera si svolse principalmente durante gli anni ‘20 e ‘30, ma con il declino del jazz tradizionale e l’avvento dello swing, la sua notorietà diminuì. Morì relativamente giovane, all’età di 43 anni, lasciando un’eredità musicale discreta ma significativa.

Ike Quebec

Il 17 agosto 1918 a Newark, nel New Jersey nasce il sassofonista Ike Quebec, il cui nome completo è Ike Abrams Quebec.

Ike Quebec è noto per il suo tono caldo e avvolgente al sax tenore, è ricordato come uno dei musicisti più espressivi e melodici del suo tempo.
Quebec iniziò la sua carriera negli anni ’30, suonando con varie big band, tra cui quella di Cab Calloway. Durante gli anni ‘40, collaborò con numerosi artisti di rilievo, tra cui Hot Lips Page, Roy Eldridge e Trummy Young. Nonostante un certo successo iniziale, la sua carriera subì una battuta d’arresto negli anni ’50 a causa di problemi personali e di salute.
Negli anni ‘60, Quebec ebbe un’importante rinascita musicale grazie alla Blue Note Records, dove lavorò sia come musicista che come talent scout.
Il suono di Ike Quebec è stato spesso paragonato a quello di Ben Webster per la sua profondità espressiva. Il suo fraseggio fluido e la capacità di fondere swing, bebop e blues lo hanno reso un interprete versatile e apprezzato sia dal pubblico che dai colleghi musicisti.
Nonostante il talento, la carriera di Quebec fu segnata da problemi legati alla dipendenza, che ne limitarono l’ascesa. Morì prematuramente di cancro ai polmoni nel 1963, lasciando un’eredità musicale significativa ma spesso sottovalutata.

Tony Fruscella

Il 14 agosto 1969 muore a soli quarantadue anni il trombettista Tony Fruscella, considerato una delle grandi promesse del bop.

Tony Fruscella è noto per il suo stile lirico e introspettivo, spesso paragonato a quello di Chet Baker per la sensibilità e il tono delicato.
Fruscella ha fatto parte della scena jazz newyorkese negli anni ’40 e ’50, collaborando con musicisti come Lester Young, Charlie Parker e Stan Getz. Tuttavia, ha registrato relativamente poco durante la sua carriera, e questo ha contribuito al suo status di figura di culto piuttosto che di celebrità mainstream.
Il suo album più famoso è “Tony Fruscella”, pubblicato dalla Atlantic Records nel 1955. Questo disco è considerato una gemma del cool jazz e rappresenta al meglio il suo approccio melodico e intimo alla tromba.
La sua carriera è stata segnata da problemi personali e da difficoltà legate all’abuso di sostanze, che hanno limitato il suo potenziale artistico e la sua esposizione nel mondo del jazz. Nonostante ciò, il suo lavoro continua a essere apprezzato dagli appassionati di jazz per la sua autenticità e profondità espressiva.

Nate Kazebier

Il 13 agosto 1912 nasce a Lawrence, in Kansas, il trombettista Nate Kazebier, registrato all’anagrafe con il nome di Nathan Forrest Kazebier.

Nate Kazebier (a volte scritto come Kasabier) è noto per il suo contributo all’era dello swing. Nato il 13 agosto 1912 e scomparso il 22 ottobre 1969, è stato un musicista apprezzato nella scena jazz degli anni ’30 e ’40.
Kazebier ha suonato con diverse big band di rilievo, tra cui quelle di Benny Goodman, Artie Shaw e Glenn Miller. È stato apprezzato per il suo stile pulito e preciso, capace di adattarsi sia agli assoli energici che al ruolo di sezione nella big band.
Durante la sua carriera, ha partecipato a numerose registrazioni e tournée, contribuendo a definire il suono dell’epoca dello swing. Anche se non ha raggiunto la fama di alcuni dei suoi contemporanei, Kazebier è ricordato come un solido trombettista e un abile interprete dell’era swing.

Arnett Cobb

Il 10 agosto 1918 nasce a Houston, nel Texas, il sassofonista Arnett Cobb o, come risulta all’anagrafe, Arnett Cleophus Cobb, considerato il sax tenore “più selvaggio” della storia del jazz.

Arnett Cobb (1918-1989) è noto per il suo stile potente, energico ed espressivo, tanto da essere soprannominato “Wild Man of the Tenor Sax”. La sua musica spaziava dal swing al rhythm and blues, con un’influenza significativa sullo sviluppo del jazz texano.
Cobb iniziò a suonare il pianoforte da bambino, ma passò presto al sassofono tenore, strumento con cui avrebbe lasciato il segno nella storia del jazz. La sua carriera professionale decollò negli anni ’30 quando entrò nella band di Frank Davis, ma la sua fama crebbe realmente durante il periodo con la Lionel Hampton Orchestra negli anni ’40. Partecipò a registrazioni storiche come “Flying Home”, brano che divenne uno dei classici del jazz swing.
Nel 1947, Cobb lasciò la band di Hampton per formare il proprio gruppo, con il quale incise diversi dischi e si esibì in numerosi tour. Purtroppo, la sua carriera fu spesso interrotta da problemi di salute: subì interventi chirurgici alla spina dorsale che lo costrinsero a camminare con le stampelle per gran parte della vita. Nonostante queste difficoltà, continuò a suonare con lo stesso vigore e intensità, mantenendo sempre il suo caratteristico suono potente e pieno di “soul”.
Cobb ha influenzato molti sassofonisti successivi e ha lasciato un’eredità duratura nella musica jazz. Il suo modo di suonare combinava liricità, swing e un’energia travolgente, rendendolo uno degli interpreti più carismatici del sassofono tenore.

Luckey Roberts

Il 7 agosto 1887 a Philadelphia, in Pennsylvania, nasce il pianista Luckey Roberts, registrato all’anagrafe con il nome di Charles Roberts.

Luckey Roberts, nato come Charles Luckeyeth Roberts (1887-1968), è noto come uno dei pionieri del ragtime e dello stile stride piano, che ha aperto la strada al jazz pianoforte moderno.
Nato a Filadelfia, iniziò a suonare il pianoforte da bambino e si trasferì presto a New York, dove divenne una figura di rilievo nella scena musicale di Harlem. Roberts fu contemporaneo di altri grandi pianisti come James P. Johnson e Willie “The Lion” Smith, e il suo stile vigoroso e virtuosistico influenzò molti musicisti successivi.
Tra le sue composizioni più famose ci sono “Pork and Beans” e “Moonlight Cocktail”, quest’ultima diventata un successo negli anni ’40 grazie alla registrazione di Glenn Miller. Roberts non solo compose brani per il piano, ma anche musiche per il teatro musicale di Broadway, contribuendo a colmare il divario tra il ragtime classico e il jazz.
Oltre alla sua carriera di musicista, Roberts fu anche un imprenditore di successo, possedendo locali notturni a New York. Nonostante il declino della sua popolarità con l’avvento del bebop, continuò a suonare e a comporre fino alla fine della sua vita, lasciando un’impronta duratura nella storia della musica americana.