Memphis Minnie

Il 6 agosto 1973 a Memphis, nel Tennessee, muore Memphis Minnie, una delle stelle più fulgide del blues degli anni Trenta.

Memphis Minnie, il cui vero nome era Lizzie Douglas (1897-1973), è stata una delle più influenti e talentuose chitarriste, cantanti e compositrici di blues della storia. Nata ad Algiers, vicino a New Orleans, e cresciuta in una famiglia di agricoltori, iniziò a suonare la chitarra fin da giovane, mostrando presto un talento straordinario.
Minnie si trasferì a Memphis, dove iniziò a esibirsi nelle strade di Beale Street, la famosa culla del blues. Negli anni ’20 iniziò a registrare dischi, diventando una delle prime donne a guadagnarsi da vivere come musicista professionista nel mondo del blues.
La sua carriera attraversò vari periodi della storia del blues, dal country blues acustico delle origini al blues elettrico urbano degli anni ’40 e ‘50. È nota per brani come “Bumble Bee”, “Me and My Chauffeur Blues” e “When the Levee Breaks”, quest’ultimo reinterpretato anni dopo dai Led Zeppelin.
Lo stile chitarristico di Memphis Minnie era potente, preciso e pieno di carattere. Era una strumentista abile quanto i suoi colleghi maschi, capace di suonare sia in fingerpicking che con il plettro. La sua voce espressiva e i suoi testi spesso ironici o provocatori la resero un’autentica pioniera del blues.
Nonostante la sua influenza sulla musica blues e rock successiva, Memphis Minnie non ha sempre ricevuto il riconoscimento che meritava. Tuttavia, è ricordata come una delle figure più iconiche e fondamentali nella storia del blues americano.

Floyd “Stumpy” Brady

Il 4 agosto 1910 nasce a South Brownsville, in Pennsylvania, il trombonista Floyd Maurice Brady, più conosciuto come Floyd “Stumpy” Brady.

Floyd “Stumpy” Brady (1910-1998) è noto soprattutto per il suo contributo alla scena jazz di New Orleans. Nato e cresciuto nella culla del jazz, Brady ha iniziato a suonare il trombone in giovane età, sviluppando uno stile radicato nel tradizionale sound di New Orleans ma con un tocco personale e dinamico.
Nel corso della sua carriera, “Stumpy” Brady ha collaborato con diverse band di rilievo nella scena jazz di New Orleans, tra cui la Young Tuxedo Brass Band e la Eureka Brass Band, due formazioni emblematiche della tradizione jazz della città. Ha suonato anche con artisti come George Lewis e Kid Thomas Valentine, partecipando a festival e tour internazionali che hanno contribuito a diffondere la musica di New Orleans nel mondo.
Brady era noto per il suo tono caldo, il fraseggio energico e la capacità di passare con naturalezza dallo stile più tradizionale del dixieland a quello più moderno dello swing. Anche se non ha mai raggiunto una fama globale, è stato profondamente rispettato nella comunità jazzistica per il suo contributo alla preservazione del jazz tradizionale.

Charlie Shavers 

Il 3 agosto 1917 nasce a New York il trombettista Charlie Shavers, registrato all’anagrafe con il nome di Charles James Shavers.

Charlie Shavers (1917-1971) è noto per il suo talento virtuosistico e la versatilità stilistica. È considerato uno dei più grandi trombettisti jazz della sua epoca, capace di spaziare tra swing, dixieland e bebop con grande abilità tecnica ed espressiva.
Nato a New York, Shavers iniziò la sua carriera musicale da giovane, suonando inizialmente il pianoforte prima di passare alla tromba. Negli anni ’30 entrò a far parte della band di John Kirby, con la quale guadagnò fama come solista. Durante questo periodo, compose uno dei suoi brani più celebri, “Undecided”, che divenne uno standard jazz.
Shavers collaborò con numerosi artisti di rilievo, tra cui Benny Goodman, Billie Holiday, Dizzy Gillespie e Louis Armstrong. Era noto per il suo fraseggio fluido, il registro acuto impeccabile e il controllo del vibrato. La sua capacità di adattarsi a vari stili musicali lo rese un musicista molto richiesto nelle sessioni di registrazione.
Nonostante la sua morte prematura all’età di 50 anni, l’eredità musicale di Charlie Shavers continua a influenzare i trombettisti jazz contemporanei.

Natty Dominique

Il 2 agosto 1896 nasce a New Orleans, in Louisiana, il trombettista Natty Dominique, uno dei personaggi leggendari del jazz delle origini.

Natty Dominique (1896-1982) è stato un trombettista jazz statunitense, noto per il suo stile energico e per il contributo alla scena jazz di New Orleans e Chicago negli anni ’20 e ’30.
Da New Orleans, Dominique si trasferì a Chicago, dove divenne una figura centrale nella fiorente scena jazz della città. È particolarmente conosciuto per le sue collaborazioni con il clarinettista Johnny Dodds, con cui ha registrato numerose tracce durante gli anni ’20. Il suo stile distintivo al cornetto — uno strumento simile alla tromba — era caratterizzato da un suono grezzo e potente, con un marcato senso del ritmo e una grande espressività.
Nonostante il suo talento, Dominique non ha mai raggiunto la fama di altri trombettisti del suo tempo, come Louis Armstrong. Tuttavia, il suo contributo al jazz primitivo è stato significativo, specialmente per il modo in cui ha saputo interpretare lo stile di New Orleans nella scena urbana di Chicago.
Negli ultimi anni della sua carriera, Dominique si è progressivamente allontanato dalla scena musicale, ma il suo lavoro rimane una testimonianza preziosa dell’epoca d’oro del jazz tradizionale.

Willie Mae Thornton

In una Los Angeles assediata dal caldo, il 15 luglio 1984, muore a cinquantasette anni la cantante blues Willie Mae Thornton, più conosciuta con l’appellativo di “Big Mama”. Il suo cuore si è fermato proprio alla vigilia della partenza del suo nuovo tour.

La carriera professionale di Thornton iniziò nel 1940 quando, all’età di 14 anni, si unì alla Sammy Green’s Hot Harlem Review, girando il Sud come cantante, batterista e suonatrice di armonica. Nel 1948, si trasferì a Houston, in Texas, un centro per un nuovo stile di blues che si adattava perfettamente al suo approccio sfacciato e audace. La sua presenza scenica dinamica e la sua voce potente attirarono rapidamente l’attenzione, portando a un contratto discografico con la Peacock Records di Don Robey nel 1951.

Fu durante un’esibizione del 1952 all’Apollo Theater di New York che si guadagnò il suo duraturo soprannome “Big Mama”, a testimonianza della sua statura imponente e della sua imponente consegna vocale.

I contributi musicali più significativi di Thornton includono le sue registrazioni originali di “Hound Dog” e “Ball and Chain”. Nel 1953, registrò “Hound Dog”, una canzone scritta da Jerry Leiber e Mike Stoller. La sua interpretazione divenne un enorme successo, trascorrendo sette settimane al primo posto nella classifica R&B di Billboard e vendendo quasi due milioni di copie. Nonostante l’immenso successo, Thornton avrebbe ricevuto solo 500 dollari per la canzone. “Hound Dog” in seguito ottenne una fama ancora maggiore quando Elvis Presley registrò la sua iconica versione rock and roll tre anni dopo.

Per tutti gli anni ’60 e ’70, Big Mama Thornton fece ampie tournée in America e in Europa, esibendosi in eventi rinomati come il Monterey Jazz Festival. Il suo stile di canto “ruvido e bello e folle ma controllato” ha affascinato il pubblico e influenzato una nuova generazione di musicisti. Ha sfidato le norme di genere con il suo “guardaroba maschile trasgressivo” e la sua voce cruda e senza fronzoli, rompendo le barriere per le donne nella musica.

Il suo profondo impatto sulla musica è stato riconosciuto postumo con la sua introduzione nella Blues Foundation Hall of Fame nel 1984. Sia “Hound Dog” che “Ball and Chain” sono incluse nella lista della Rock and Roll Hall of Fame delle “500 canzoni che hanno plasmato il rock and roll”, consolidando la sua eredità come figura fondamentale nella musica popolare. Nel 2004, è stato fondato il Willie Mae Rock Camp for Girls, chiamato in suo onore per fornire educazione musicale alle giovani ragazze.

Alex Welsh

Il 9 luglio 1929 nasce a Edimburgo, in Scozia il trombettista e direttore d’orchestra Alex Welsh, uno dei pochi musicisti britannici che, insieme a Humphrey Lyttelton, Freddy Randall, Bruce Turner e pochi altri, ha saputo conquistarsi una solida fama a livello internazionale.

Protagonista del jazz tradizionale britannico del dopoguerra. Alex Welsh suonava tromba e cornetta ed era noto anche come cantante e leader della sua orchestra.

Dopo gli esordi con la Leith Silver Band e con il gruppo del clarinettista Archie Semple, si trasferì a Londra nei primi anni Cinquanta, dove fondò la sua band. Il suo stile, influenzato dal jazz di Chicago e dal Dixieland, contribuì in modo significativo alla rinascita del jazz tradizionale nel Regno Unito.

Negli anni Sessanta collaborò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Red Allen, Pee Wee Russell e Ruby Braff. Si esibì inoltre in importanti festival internazionali, tra cui il Newport Jazz Festival.

Alex Welsh morì nel 1982, a soli 52 anni, ma rimane una figura centrale del jazz tradizionale britannico, apprezzato per il suono caldo della sua tromba e per la capacità di rendere il jazz accessibile a un vasto pubblico.

Ronnell Bright

Il 3 luglio 1930 nasce a Chicago, nell’Illinois, il pianista Ronnel Bright, approdato al jazz quasi per caso dopo una formazione musicale squisitamente accademica e l’intenzione di diventare un acclamato concertista.

Raffinato pianista jazz statunitense, Ronnell Bright è nato a Chicago nel 1930 e scomparso nel 2021. Formatosi inizialmente come pianista classico, studiò alla Juilliard School prima di avvicinarsi al jazz durante il servizio nella Marina degli Stati Uniti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta divenne uno degli accompagnatori più apprezzati del jazz vocale, collaborando con artisti come Sarah Vaughan, Carmen McRae, Nancy Wilson e Lena Horne. Il suo stile era elegante, ricco di armonie sofisticate e sempre al servizio della melodia.

Fu anche compositore e arrangiatore; alcune sue composizioni vennero registrate da musicisti come Horace Silver e Cal Tjader. Inoltre lavorò come musicista di studio e fece parte del gruppo Supersax negli anni Settanta.

Se vuoi scoprire il suo talento, ti consiglio l’ascolto di The Ronnell Bright Trio (1958) o delle registrazioni dal vivo di Sarah Vaughan con il suo accompagnamento al pianoforte, considerate tra le più belle della sua carriera.

Franco Morea

Il 28 giugno 1927 nasce a Roma il batterista Franco Morea, con la Junior Dixieland Gang uno dei protagonisti del jazz italiano.

Facciamo un salto nel panorama del jazz italiano, in particolare in quella feconda scena piemontese che ha dato tanto al genere nel nostro Paese. Franco Morea è stato un pianista, compositore e arrangiatore di grande spessore, una figura che ha vissuto il jazz con una dedizione quasi artigianale.
Morea è stato un pilastro della scena jazz torinese, specialmente a partire dagli anni ’70 e ’80. La sua formazione classica gli permetteva di avere un controllo tecnico del pianoforte sopraffino, che metteva al servizio di un jazz raffinato, spesso vicino all’estetica del Cool Jazz e del Bebop.
Ha guidato diverse formazioni a suo nome, distinguendosi per un fraseggio pulito, elegante e profondamente lirico. Oltre che come esecutore, Morea era stimatissimo per la sua capacità di scrivere per grandi organici (Big Band). La sua scrittura era complessa ma sempre fluida, capace di valorizzare i solisti senza mai soffocare il ritmo. Come molti dei musicisti che hai citato finora (che pur avendo stili diversi condividevano una profonda etica professionale), Morea ha dedicato parte della sua vita alla trasmissione del sapere jazzistico, influenzando generazioni di pianisti italiani.
Franco Morea ha spesso incrociato il suo cammino con i grandi del jazz internazionale di passaggio in Italia. Era il tipo di musicista su cui i colleghi americani potevano contare: preparatissimo, capace di leggere partiture complesse a prima vista e dotato di quell’ “interplay” (dialogo tra musicisti) che è l’essenza stessa del jazz.
Perché ricordarlo?
In un mondo di grandi star e ululati (come quelli di Howlin’ Wolf), Franco Morea rappresenta la nobiltà del jazz italiano: quella fatta di studio, di club fumosi, di arrangiamenti scritti a mano di notte e di una passione per lo swing che non cercava necessariamente il clamore mediatico, ma la perfezione della nota.
Rispetto ai “giganti americani” di cui abbiamo parlato prima, Morea incarna una dimensione più europea e colta del jazz.

I migliori album jazz #77

Christian Scott aTunde Adjuah – The Emancipation Procrastination (2017)

Sebbene la storia del jazz si possa percepire nel suo modo di suonare la tromba – dall’esuberanza sfrontata di Louis Armstrong alla malinconia introspettiva di Miles Davis e al virtuosismo incandescente di Dizzy Gillespie – questo musicista di New Orleans ha creato un ibrido musicale unico e inclassificabile. Nell’ultimo decennio, ha costantemente spinto i confini del jazz con album come il politicamente impegnato The Emancipation Procrastination, che fonde rock alternativo, musica africana, hip-hop e sonorità ambient per arrivare a un suono che sfida ogni etichetta e che Adjuah ​​descrive come “Stretch Music”. Prima uscita della sua acclamata Trilogia del Centenario, l’album offre un’esperienza di ascolto immersiva che è una straordinaria vetrina dello stile poliedrico del trombettista; dove le sue melodie di tromba malinconiche ed eleganti sono incorniciate da una miscela di paesaggi sonori cinematografici e ritmi trap sincopati.

Ascolta il disco

Bob Dylan: i suoi album #20

At Budokan (1978)

Bob Dylan at Budokan è un album live registrato durante le due date di Tokyo dell’artista al Nippon Budokan Hall il 28 febbraio e il 1° marzo 1978, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1978 e poi diffuso in tutto il mondo nel 1979 da Columbia Records.
L’album raccoglie 22 brani tratti da quei due concerti, con un sound più “arrangiato” rispetto alle versioni in studio, grazie all’uso di una big band e voci femminili in sottofondo. Associato al Bob Dylan World Tour 1978, è il suo primo vero tour mondiale dopo anni di assenza dai palchi internazionali.
Nell’album compaiono sia grandi classici (Blowin’ in the Wind, The Times They Are a‑Changin’, Like a Rolling Stone) sia pezzi più recenti del periodo, tutti riarrangiati in chiave più teatrale e spettacolare. Dylan è accompagnato da una band solida: Billy Cross (chitarra), Ian Wallace (batteria), Alan Pasqua (tastiere), Rob Stoner (basso), David Mansfield (pedal steel, mandolino, ecc.) e un quartetto di coriste.
Nel 2023 è uscito il cofanetto The Complete Budokan 1978, che include i due show interi (36 tracce “inedite” in precedenza) e rimasterizzazioni più fedeli del doppio LP originale. Esiste anche una versione economica, Another Budokan 1978, centrata solo su brani estratti da quei materiali, pensata per introdurre il suono di Dylan in tour giapponese senza acquistare il cofanetto completo.
Se vuoi, posso elencarti brano per brano la tracklist di Bob Dylan at Budokan oppure suggerirti quali canzoni meritano più l’ascolto in questa versione “Budokan”.

L’album Bob Dylan at Budokan (1978) ha diviso fan e critica soprattutto perché suona molto diverso dall’idea che molti si erano fatti di Dylan “live”: più studiato, più “pop” e meno spontaneo del solito.
Molti fedelissimi si aspettavano versioni “intime” e fedeli agli album originali, invece trovano brani rifatti con grandi arrangiamenti da big band, cori femminili e un sound quasi da spettacolo teatrale.
Alcuni fan lo hanno visto come una “vendita” dello spirito folk‑rock dylaniano, più orientato al pubblico generalista e al grande palco che a quell’aura underground e politica che aveva fatto nascere la sua leggenda.
La stampa discografica ha lodato la qualità esecutiva e la potenza scenica, ma criticato il grado di “arrangiamento”: era come se Dylan avesse “rivestito” le sue canzoni con un’atmosfera da mega‑show, perdendo parte del loro carattere crudo.
In seguito, però, molti critici hanno rivalutato il disco come documento importante del suo World Tour 1978, uno dei primi tour davvero globali dopo anni di assenza, e come prova di quanto Dylan fosse capace di reinventare il suo repertorio in modo spettacolare.
In sintesi, il disco divide perché è troppo “spettacolare” e “lucida” per i puristi di Dylan, ma troppo “pop” e poco “rock grezzo” per chi lo associa solo al folk‑rock anni ’60.