Howlin’ Wolf

Il 10 giugno 1910 nasce ad Aberdeen, nel Mississippi il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra con l’innesto sugli stili del blues di Chicago dell’aggressività e dell linguaggio musicale del blues rurale.

Se Tommy Ladnier era “la cornetta che prega”, Howlin’ Wolf (Chester Arthur Burnett, 1910–1976) era il tuono che rispondeva. È stato uno dei giganti del Chicago Blues, una figura imponente (quasi due metri per 130 kg) con una voce che sembrava provenire dal centro della terra.
A differenza del suo grande rivale Muddy Waters, che incarnava un blues più urbano e “cool”, Wolf portò a Chicago l’energia selvaggia e pericolosa del Delta del Mississippi.
Una grana graffiante e gutturale, spesso paragonata al suono di una sega che taglia il metallo, capace di trasformarsi improvvisamente nel suo celebre “ululato” (howl). Suonava l’armonica con una forza fisica impressionante, usando un approccio meno tecnico e più viscerale. Era noto per le sue performance ipnotiche: strisciava sul palco, ululava alla luna e fissava il pubblico con un’intensità che intimidiva i colleghi.
La competizione tra i due era leggendaria. Entrambi incidevano per la Chess Records e si contendevano i pezzi migliori scritti dal bassista e autore Willie Dixon. Wolf spesso si sentiva trascurato a favore di Muddy, il che alimentava una rivalità che spingeva entrambi a dare il massimo in studio e sul palco.
Howlin’ Wolf è stato il ponte fondamentale tra il blues rurale e il rock moderno:
Nel 1965, gli Stones pretesero che Wolf apparisse insieme a loro nello show Shindig!, presentandolo come il loro idolo a milioni di adolescenti bianchi. Nel 1970 registrò a Londra con Eric Clapton, Steve Winwood e membri dei Rolling Stones, unendo le generazioni del blues. Senza di lui, non avremmo avuto la potenza vocale di Captain Beefheart, Tom Waits o dei Led Zeppelin (che “presero in prestito” molto da brani come Killing Floor).

“Nessuno può eguagliare Howlin’ Wolf. Muddy Waters era un gentiluomo, ma Wolf era… beh, Wolf era una forza della natura.”

I migliori album jazz #78

Art Tatum – Piano Starts Here (1968)

Originario di Toledo, Ohio, il pianista ipovedente Art Tatum ha innalzato a un livello incredibilmente alto l’asticella del jazz pianistico dal 1933, anno delle sue prime registrazioni, fino alla sua morte nel 1956. La compilation del 1968, Piano Starts Here, offre un’istantanea gratificante della tecnica sbalorditiva di Tatum e ha riacceso l’interesse per la sua musica dodici anni dopo la sua scomparsa. Conteneva i suoi primi quattro brani in studio – tra cui le meravigliose e sgargianti interpretazioni di “Tea For Two” e “Tiger Rag” – arricchiti da scintillanti registrazioni dal vivo effettuate allo Shrine Auditorium di Los Angeles nel 1949. Tale è il genio di Tatum che trasforma il materiale di partenza in mini-concerti virtuosi, ricchi di vertiginose cascate melodiche, inventivi accordi sostitutivi e accompagnamenti della mano sinistra rapidissimi.

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Bob Dylan: i suoi album #19

Street Legal (1978)

Considerato spesso l’album “big band” di Bob Dylan, Street-Legal (1978) è uno dei capitoli più discussi, densi e affascinanti della sua sterminata discografia. È il disco che segna il passaggio tra il Dylan narrativo degli anni ’70 e quello spirituale della fase “Born Again”. La tempesta spirituale che di lì a poco avrebbe portato Dylan verso la conversione cristiana. È un album di transizione, inquieto, teatrale, spesso sottovalutato.
Dopo l’intensità acustica di Blood on the Tracks e il sapore folk di Desire, Dylan decise di cambiare radicalmente rotta. Reclutò una band numerosa per un suono più ricco e soul, caratterizzato da una sezione di fiati imponenti, da coriste gospel (che diventeranno un marchio di fabbrica dei suoi tour successivi) e da Arrangiamenti complessi, quasi da “Las Vegas notturna”.
Il suono sorprende subito: arrangiamenti ampi, cori femminili, fiati, chitarre elettriche e una produzione quasi “urbana”, lontana dal folk scarno degli inizi. Dylan sembra guardare al soul, al rock di arena e persino al gospel nascente. La voce è ruvida, spezzata, ma piena di tensione drammatica.
Brani come “Changing of the Guards” aprono il disco con immagini apocalittiche e simboliche, in una delle sue scritture più enigmatiche e visionarie. “Señor (Tales of Yankee Power)” è invece un viaggio sospeso tra deserto, politica e spiritualità, con un’atmosfera notturna e allucinata. “Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat)” chiude il disco in modo febbrile e quasi disperato, come una corsa dentro il caos emotivo.
Molti critici all’epoca lo accolsero freddamente, anche per via della produzione considerata confusa. Col tempo però Street-Legal è stato rivalutato: oggi appare come un’opera irregolare ma coraggiosa, piena di crepe umane e intuizioni poetiche. Non ha la perfezione di altri classici di Dylan, ma possiede qualcosa di vivo, instabile, autentico.
È un album da ascoltare al tramonto, tra luci di città e pensieri irrisolti: il ritratto di un artista che sta cambiando pelle senza sapere ancora in cosa si trasformerà.
A margine va ricordato che la sfortuna iniziale di Street-Legal non fu dovuta alla qualità delle canzoni, ma al suono “fangoso. La stampa in vinile del 1978 era tecnicamente carente. Il suono risultava compresso, quasi ovattato, come se gli strumenti si calpestassero a vicenda. E’ solo con la rimasterizzazione di fine anni ’90 che l’album è stato “ripulito”, rivelando la brillantezza degli arrangiamenti e portando molti critici a rivalutare l’opera come un capolavoro dimenticato.
Una curiosità: la copertina ritrae Dylan sulle scale del suo studio di registrazione (Rundown Studios a Santa Monica). L’immagine riflette perfettamente l’atmosfera dell’album: un uomo in transito, elegante ma visibilmente provato.

Tommy Ladnier

Il 4 giugno 1939 muore precocemente a New York il leggendario trombettista Tommy Ladnier, registrato all’anagrafe con il nome di Thomas James Ladnier.

Thomas James Ladnier (1900–1939) è stato uno dei trombettisti più influenti e rispettati della prima era del jazz. Spesso descritto come l’anello di congiunzione tra lo stile di King Oliver e quello di Louis Armstrong, Ladnier era celebre per il suo tono intenso, profondamente radicato nel blues, e per la sua straordinaria maestria nell’uso della sordina.
La carriera di Ladnier è stata caratterizzata da numerosi viaggi internazionali e collaborazioni con la “nobiltà” del jazz classico.
Nato vicino a New Orleans, ebbe come mentore il leggendario Bunk Johnson. Nel 1917 si trasferì a Chicago durante la “Grande Migrazione”, iniziando la sua carriera professionale. Negli anni ’20 divenne il trombettista preferito delle grandi cantanti blues. Registrò numerosi brani per la Paramount Records, accompagnando icone come Ma Rainey, Ida Cox e Alberta Hunter. Nel 1926 entrò a far parte dell’orchestra di Fletcher Henderson come solista principale, consolidando la sua fama di virtuoso dei brani “hot”. Fu un pioniere del jazz globale, suonando in Europa e persino in Russia con l’orchestra di Sam Wooding. Durante la Grande Depressione, la crisi del lavoro lo spinse ad aprire con l’amico fraterno Sidney Bechet la “Southern Tailor Shop” ad Harlem (1933–1934). Si dice che nel negozio si facessero più jam session che rammendi.
Ladnier non cercava il virtuosismo acrobatico di Armstrong, ma puntava tutto sull’emozione pura. Il soprannome “The Praying Cornet” derivava dalla sua capacità di far “parlare” lo strumento, imitando i lamenti e le preghiere della voce umana. Era insuperabile nell’uso di sordine diverse per creare effetti di “growl” (ringhio) e sfumature timbriche uniche. Dopo un periodo di oblio, fu “riscoperto” nel 1938 dal critico francese Hugues Panassié. Insieme incisero le celebri sessioni “Mezzrow-Ladnier”, pietre miliari del revival del New Orleans jazz.
Morì prematuramente a soli 39 anni a causa di un attacco cardiaco, proprio mentre la sua carriera stava vivendo una seconda giovinezza.

“Per me, Tommy Ladnier è stato il più grande interprete di blues di tutti i tempi.”
Hugues Panassié

Dick Hafer

Il 29 maggio 1927 nasce a Wyomissing, in Pennsylvania, John Richard Hafer, più conosciuto come Dick Hafer, sassofonista, flautista e gran suonatore di strumenti ad ancia è noto per il suo lavoro con importanti big band dalla fine degli anni ’40 in poi.
Hafer iniziò a suonare il clarinetto all’età di sette anni, prima di passare al sax tenore al liceo. Il suo debutto professionale avvenne con l’orchestra di Charlie Barnet nel 1949, seguito da collaborazioni con Claude Thornhill (1949-1950), Woody Herman (1951-1955) e altri come Tex Beneke e Bobby Hackett.
Si esibì e registrò con Benny Goodman (1962), Lionel Hampton, Elliot Lawrence (1958-1960) e Charles Mingus (album del 1963). Collaborò anche con coristi come Peggy Lee, Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Tony Bennett, e contribuì al lavoro in studio a Broadway e alla Merv Griffin Show Band dopo essersi trasferito a Los Angeles nel 1974.
Negli anni ’90 pubblicò due album da leader: ” In a Sentimental Mood” e “Prez Impressions ” (un tributo a Lester Young). Hafer è scomparso il 15 dicembre 2012, all’età di 85 anni, ricordato per il suo stile fluido, influenzato da Lester Young, nelle esibizioni con le big band.

I migliori album jazz #79

79: Metropole Orkest feat. John Scofield – 54 (2010)

L’arrangiatore americano Vince Mendoza, vincitore di sei Grammy, è famoso per le sue collaborazioni con artisti pop e rock (Björk, Joni Mitchell), ma ha anche lavorato con artisti jazz. Alla guida della formidabile Metropole Orkest olandese, nel 2010 Mendoza ha invitato il chitarrista jazz-rock statunitense Scofield come ospite a 54, che ha presentato sette adattamenti widescreen di brani tratti dal catalogo di Scofield e due brani originali. Il contrasto tra le aspre e grintose linee di chitarra di Scofield e i dettagli puntinisti delle orchestrazioni di Mendoza offre una giustapposizione di toni e texture di una drammaticità emozionante. I momenti salienti del set includono l’apertura sinfonica repressa, “Carlos”, che oscilla tra tensione e risoluzione, e “Out Of The City”, che emana un’atmosfera da swing metropolitano. Una scintillante interpretazione contemporanea della big band e uno dei più grandi album jazz di tutti i tempi.

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Superstition – Stevie Wonder (1972)

“Superstition” è uno di quei brani che non si ascoltano soltanto: si sentono nel corpo. Pubblicata nel 1972, rappresenta uno dei vertici creativi di Stevie Wonder e uno dei manifesti assoluti del funk moderno.
Il cuore pulsante della canzone è il celebre riff di clavinet: tagliente, ipnotico, quasi percussivo. È un suono nervoso, elastico, che crea immediatamente tensione e groove. Attorno si intrecciano una batteria incalzante, fiati esplosivi e un basso profondo che costruisce un’architettura ritmica irresistibile. È funk allo stato puro, ma con una raffinatezza armonica tipicamente soul.

Il testo affronta il tema della superstizione come forma di ignoranza e paura: “When you believe in things that you don’t understand, then you suffer”. Wonder non predica, ma mette in guardia, con energia e consapevolezza. È una critica sociale travestita da hit radiofonica.
La voce è magnetica: Stevie alterna grinta, ironia e potenza espressiva con naturalezza straordinaria. C’è ritmo, ma anche intelligenza musicale; c’è ballabilità, ma anche profondità.
“Superstition” non è solo una canzone iconica degli anni Settanta: è un pilastro della musica nera americana, un brano che ha ridefinito il linguaggio del funk e continua a suonare attuale, vibrante, necessario.

Edgar Hayes

Il 23 maggio 1904 a Lexington, nel Kentucky, nasce il pianista Edgar Hayes, uno dei protagonisti dell’epopea del jazz orchestrale statunitense degli anni Quaranta e Cinquanta. Il suo nome completo è Edgar Junius Hayes. Il suo rapporto con la musica è precoce. Inizia a studiarla da ragazzo e coltiva il suo talento prima con lezioni private poi frequentando regolari corsi in istituti di Fisk e di Wilberforce.
Hayes si distinse negli anni ’30 come pianista e arrangiatore per la Mills Blue Rhythm Band diretta da Lucky Millinder dal 1931 al 1936. Nel 1937 formò la propria orchestra, effettuando tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e registrando per la Decca e la Varsity. Il suo singolo di successo del 1938 abbinava “Star Dust” (il suo tema distintivo) alla prima registrazione di “In the Mood”, composta da Joe Garland e poi diventata un enorme successo per Glenn Miller.
I divieti di registrazione e lo scioglimento della band durante la Seconda Guerra Mondiale lo condussero in California nel 1941, dove formò il quartetto Stardusters con musicisti come Teddy Bunn e lavorò come resident in vari club, tra cui la Somerset House e il Reuben’s Restaurant. Compose canzoni come “Someone Stole Gabriel’s Horn” e suonò il pianoforte lounge fino agli anni ’70, morendo il 28 giugno 1979 a San Bernardino.

Elvis Presley – Elvis Presley (1956)

Nel 1955 Elvis Presley da Memphis, Tennesse, è già conteso dalle principali case discografiche americane. La spunta la Rca, che offre al colonnello Parker, il suo nuovo agente, la somma senza precedenti di 35 mila dollari. Nell’accordo sono comprese anche le 25 canzoni che Elvis ha registrato con la Sun Records di Sam Phillips, da My Happines, il pezzo country che aveva inciso il 18 luglio 1953 come regalo di compleanno per sua madre Gladys, a When It Rains It Really Pours, cantata in un momento imprecisato dell’autunno del 1955. A gennaio del 1956, tra Nashville e New York, la nuova casa discografica gli fa mettere su nastro altre undici tracce, e tra queste c’è anche Heartbreak Hotel, che viene pubblicata immediatamente e immediatamente finisce in testa alle classifiche, primo numero uno di un futuro numero uno (e singolo piú venduto dell’anno, a fine 1956). La canzone è firmata da Mae Boren Aston, un’insegnante con la passione per la musica, e da Thomas Durden, che ammetterà candidamente di non aver piú riconosciuto la propria creazione, una volta interpretata da Elvis. Racconterà poi di averla scritta dopo aver saputo di un suicida che aveva distrutto ogni traccia di sé, comprese le etichette dei vestiti, e prima di ammazzarsi nella sua stanza d’albergo aveva scritto solo: «Cammino su una strada solitaria». Nell’album che esce di li poco, però, Heartbreak Hotel non c’è. Il 33 giri è ancora uno strumento rozzo, e i due lati del long playing vengono utilizzati per raccogliere i brani che presumibilmente non saranno mai singoli di successo. E se, grazie ai dischi della Sun, Presley era parso un cantante country con qualche sfumatura nera, questa volta si vuole rovesciare l’equilibrio: rhythm and blues vince sette a cinque. Sette sono le canzoni nuove, quelle della Rca, cinque quelle acquistate dalla Sun. Tra le novità, Tutti Frutti, che annuncerà al mondo l’esistenza di Little Richard, e Blue Suede Shoes, di Carl Perkins, che non esce come singolo per non turbare la carriera di uno degli artisti di punta della Sun Records. Cautele inutili: prima della fine dell’anno tutti i dodici pezzi usciranno su 45. Nessuno arriva più in cima, ma la ruota della storia ha inesorabilmente cominciato a girare. Il mondo è finalmente pronto per EIvis Presley.

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Elena Ledda

Il 17 maggio 1959 nasce a Selargius, in provincia di Cagliari, la cantante Elena Ledda. Il suo debutto nel mondo dello spettacolo avviene nel 1968 quando, con l’incoscienza dei suoi nove anni sale sul palco in una festa di piazza a Quartucciu, in provincia di Cagliari.
Elena Ledda è una delle più importanti interpreti della musica tradizionale sarda, capace di coniugare radici popolari e ricerca contemporanea.
Negli anni ’80 entra a far parte del gruppo Suonofficina, esperienza fondamentale che la porta a esplorare il patrimonio musicale della Sardegna con un approccio innovativo: recupero della tradizione, ma anche apertura a strumenti e linguaggi moderni.
La sua cifra è un equilibrio raro tra: fedeltà alla lingua sarda (in diverse varianti, come campidanese e logudorese), ricerca timbrica, contaminazioni mediterranee e arrangiamenti raffinati ma rispettosi delle radici.
La sua voce è intensa, profonda, mai folkloristica in senso superficiale: porta con sé la memoria dell’isola, ma con uno sguardo aperto al mondo.
Elena Ledda ha collaborato con numerosi artisti e progetti legati alla world music e alla cultura mediterranea, diventando ambasciatrice della Sardegna in festival internazionali e ha contribuito a ridefinire l’idea stessa di musica popolare sarda: non un reperto museale, ma una lingua viva, capace di attraversare il presente.