George Chisholm

George Chisholm (nato il 29 marzo 1915) è stato un trombonista jazz e cantante scozzese. Nato a Glasgow in una famiglia di musicisti, iniziò la carriera professionale suonando il pianoforte in un cinema a 14 anni prima di passare al trombone nel 1934. Nel 1936 si trasferì a Londra, dove suonò con importanti band da ballo come quelle di Bert Ambrose e Teddy Joyce, e collaborò con leggende del jazz americano come Coleman Hawkins, Fats Waller e Benny Carter durante le loro visite in Gran Bretagna. Durante la Seconda Guerra Mondiale si unì alla Royal Air Force e fece parte dell’orchestra da ballo RAF conosciuta come The Squadronaires, rimanendo in essa fino al 1950. Dopodiché lavorò come musicista freelance e fu membro del BBC Showband per cinque anni. Fu anche noto per le sue apparizioni radiofoniche, televisive e cinematografiche, partecipando a The Goon Show e recitando in film come “The Mouse on the Moon” (1963) e “Superman III” (1983). Nel 1984 ricevette l’onorificenza OBE per il suo contributo alla musica. Continuò a suonare fino agli anni ‘90 prima di ritirarsi per problemi di salute, morendo nel 1997 all’età di 82 anni.

My Favorites Albums #11/100

Peter Gabriel – So (1986)

[…] Con So inizia il lavoro di recupero e di riattualizzazione delle sonorità etniche. Il suono d’Africa insegue il sogno di trovare una nuova “Heartland” fatta di suoni, di respiri, di anime che si inseguono.
Il sogno si avvererà in seguito con la sua personale label Real Word, progetto riuscito di promozione filantropica di vari talenti ma So rimane indubbiamente l’archetipo seminale. [continua…]

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Sidùn – Fabrizio De Andrè (1984)

“Sidùn” è un brano scritto e interpretato da Fabrizio De André, pubblicato nel 1984 nell’album “Creuza de mä”, realizzato in collaborazione con Mauro Pagani. Il brano è cantato in dialetto genovese, tipico dell’intero disco, che fonde la lingua ligure con sonorità della tradizione musicale mediterranea. L’album è considerato una pietra miliare della musica italiana ed etnica degli anni Ottanta.
“Sidùn” prende il nome dalla città libanese di Sidone, che all’epoca era teatro di violenti conflitti durante la guerra civile libanese (1975-1991). De André immagina la città dopo l’attacco delle truppe israeliane nel 1982 come un uomo arabo disperato che tiene in braccio il proprio figlio, vittima di un carro armato. La canzone mette in luce la sofferenza della popolazione civile e ha una forte connotazione metaforica: la “piccola morte” a cui si riferisce non è solo quella di un bambino, ma simboleggia la fine culturale e civile di un piccolo paese, il Libano, storicamente una grande culla della civiltà mediterranea.
L’introduzione del brano è caratterizzata dalle voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon, con il rumore dei carri armati sullo sfondo, sottolineando la dimensione politica e bellica del racconto. Con la sua poesia intensa e la musica evocativa, “Sidùn” rappresenta un grido contro la guerra e una testimonianza della sofferenza umana nei conflitti nel Mediterraneo.

Johnny Guarnieri

Johnny Guarnieri (nato il 23 marzo 1917) è stato un pianista jazz e stride americano nato a New York City. Considerato uno dei più talentuosi pianisti degli anni ‘40, Guarnieri era noto per la sua capacità di imitare da vicino artisti come Fats Waller, Count Basie e Art Tatum. Nato in una famiglia con una forte tradizione musicale (discendente dei celebri liutai Guarneri), iniziò a suonare il pianoforte all’età di 10 anni e debuttò professionalmente nel 1937 nell’orchestra di George Hall.
La sua carriera include importanti periodi nelle orchestre di Benny Goodman e Artie Shaw, con quest’ultimo dove suonò anche il clavicembalo, diventando uno dei primi musicisti jazz a usarlo in registrazioni. Negli anni ‘40 suonò come sideman con artisti di rilievo come Louis Armstrong, Coleman Hawkins e Lester Young e guidò il suo gruppo “Johnny Guarnieri Swing Men”. In seguito si dedicò anche all’insegnamento e alla registrazione su un’etichetta da lui fondata. Morì nel 1985 a Studio City, California, dopo una lunga carriera che lo rese un punto di riferimento nel jazz e nel pianismo stride.

My Favorites Albums #10/100

C.S.I. – Linea Gotica (1996)

[…] “Linea gotica” è un disco maturo, che aggredisce con durezza ma che sa anche e soprattutto avvolgere l’ascoltatore nell’abbraccio sonoro, consapevole della necessità di stringersi a raccolta quando “è l’instabilità che ci fa saldi ormai/ negli sgretolamenti quotidiani”. “Linea gotica”è anche un disco pittorico, dove il rimbombo cavernoso del basso sembra aprire alla mente gli ampi spazi, le vertigini di buio di una cattedrale gotica, mentre i timbri chiari degli strumenti acustici sono file di ceri accesi a guidare l’occhio lungo le navate, fino alla luce dell’altare. […]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Bob Dylan: i suoi album #15

Blood On The Tracks (1975)

Dopo la scappatella con la Asylum, Dylan torna a casa, negli studi newyorchesi della Columbia Records. E mette in musica il naufragio del suo matrimonio.

Bob Dylan, come artista, ha avuto un inizio anni ’70 difficile. Nel 1974, il nostro Bob si trovava nella strana posizione di essere ancora considerato il prossimo Messia, pur sembrando annoiato di se stesso. Questa era, ricordiamolo, l’epoca di Planet Waves e Self Portrait – non i suoi momenti migliori – mentre il suo tour dell’anno precedente con la Band era stato anch’esso piuttosto iconoclasta. Alla fine, due fattori hanno riportato Dylan sulla retta via: la pittura e una rottura molto complicata del suo matrimonio.
Inizialmente le sessioni si tennero in un ambiente familiare a New York. Inoltre, era tornato con la sua vecchia casa discografica dopo un soggiorno insoddisfacente con l’etichetta Asylum di David Geffen. Bob si servì della band di Eric Weissberg, i Deliverance, per accelerare il processo di registrazione e terminare l’album in una sola settimana. Come al solito, Bob dimostrò scarsa cura per la rifinitura, lasciando il suono dei suoi bottoni e delle sue unghie che risuonavano sulle corde della chitarra in molti brani. Tutto era pronto per un’uscita autunnale finché, tornato in Minnesota, fece ascoltare un acetato al fratello, che suggerì che necessitava di una finitura più commerciale. Riunendo in fretta un cast di musicisti locali, Dylan riregistrò circa metà dell’album e da queste due metà nacque questo capolavoro.
In più di dieci canzoni Dylan allude al dolore, all’inganno, agli insulti rabbiosi, al rimpianto struggente e alla solitudine. Sparito il tono intelligente e beffardo della metà degli anni ’60 o le arringhe dei suoi anni di protesta. È un Dylan stanco del mondo, nostalgico e in definitiva più poetico quello che sentiamo, ed è questo che rende Blood… un disco senza tempo.

Rosa King

Rosa King (nata il 14 marzo 1939) è stata una sassofonista e cantante statunitense di jazz e blues, famosa principalmente in Europa, specialmente ad Amsterdam. Cresciuta in Georgia, frequentò la scuola con Little Richard e iniziò la carriera artistica nel mondo della danza prima di dedicarsi alla musica, imparando da autodidatta a suonare chitarra, batteria e sassofono. Durante la sua carriera ha lavorato con artisti di rilievo come Ben E. King, Cab Calloway, Eric Burdon e Sly Hampton.
La sua reputazione si consolidò anche grazie a una celebre sfida al sassofono tenore con Stan Getz al North Sea Jazz Festival nel 1978. Rosa King è stata anche una figura di riferimento per molte musiciste, ispirando artiste come Candy Dulfer. Ha partecipato a programmi televisivi, tra cui “Sesame Street” e numerosi show europei, e ha recitato nel film “Comeback” con Eric Burdon. Nonostante fosse molto rispettata in Europa, ebbe scarso riscontro negli Stati Uniti, se non durante brevi periodi in cui visse a New York.
Nell’ultimo anno della sua vita tornò in Georgia per esibirsi con una band chiamata Rosa King and the Looters. Rosa King morì a Roma nel 2000 a causa di un infarto subito dopo una performance televisiva con Alex Britti. In suo onore è stata istituita una fondazione nei Paesi Bassi per sostenere giovani artiste donne. È considerata una delle più grandi sassofoniste della storia e una figura importante per il femminismo nella musica.

Nina Hagen

Nina Hagen, pseudonimo di Catharina Hagen, è una cantante, cantautrice e attrice tedesca nata a Berlino Est l’11 marzo 1955. Figlia dell’attrice e cantante Eva-Maria Hagen e dello sceneggiatore Hans Oliva-Hagen, Nina iniziò la sua carriera come cantante molto giovane, diventando famosa già a 17 anni con brani come “Du hast den Farbfilm vergessen” (“Hai dimenticato di prendere il rullino a colori”), una canzone ironica che prendeva in giro la vita nella Germania Est.
Dopo l’espulsione del suo patrigno e cantautore dissidente Wolf Biermann dalla Germania Est nel 1976, Nina lo seguì in Germania Ovest, trasferendosi poi a Londra dove si avvicinò al punk rock. Tornata in Germania, formò la Nina Hagen Band e pubblicò due album di successo, “Nina Hagen Band” (1978) e “Unbehagen” (1979), che aprirono la scena rock tedesca a nuovi stili come punk e new wave in lingua tedesca. Negli anni ’80 continuò la carriera solista con album di successo e divenne nota per le sue performance vocali teatrali e il suo stile eccentrico. Oltre alla musica, è anche attrice e attivista per i diritti umani e degli animali. Nina Hagen è considerata la “madrina del punk tedesco” per il suo contributo fondamentale al genere.

My Favorites Albums #9/100

Buena Vista Social Club – Buena Vista Social Club (1997)

[…] Brani di una bellezza disarmante, grazie a Cooder & Co. che hanno saputo dare un saggio della loro bravura e ci hanno regalato un disco emozionate e profondo al tempo stesso, prezioso come un gioiello di inestimabile valore. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

That’s All right – Elvis Presley (1954)

“That’s All Right” è una canzone scritta e originariamente eseguita dal cantante blues americano Arthur Crudup nel 1946. La versione più celebre è però quella di Elvis Presley, che la registrò il 5 luglio 1954 presso gli studi Sun Records a Memphis, Tennessee, pubblicandola come singolo il 19 luglio 1954 con “Blue Moon of Kentucky” come lato B. Questo brano rappresenta il debutto discografico di Elvis ed è considerato da molti critici come uno dei primi esempi di rock and roll, segnando l’inizio della carriera del “Re del Rock”.
La versione di Presley è una rivisitazione fedele dell’originale blues di Crudup, interpretata con un approccio più energico e giovane che mescolava country, blues e rhythm and blues. Registrato con la chitarra di Scotty Moore e il contrabbasso di Bill Black, il brano divenne un successo e fu inserito nella lista delle “500 Greatest Songs of All Time” dalla rivista Rolling Stone. Nel 1998, la registrazione fu anche inserita nella Grammy Hall of Fame, sottolineando la sua importanza storica e artistica nel panorama musicale mondiale.
La particolarità della registrazione presso Sun Records fu che durante una pausa, Elvis iniziò a suonare “That’s All Right” in modo spontaneo, e ciò colpì il produttore Sam Phillips, che decise di registrare il pezzo così com’era. Il singolo lanciò la carriera di Elvis Presley, dandogli una visibilità immediata e facendo da battistrada per la diffusione del rock and roll nel mondo.
In sintesi, “That’s All Right” è il brano che ha segnato l’avvio della carriera di Elvis Presley e uno dei momenti chiave nella nascita del rock and roll, con un forte impatto culturale e musicale duraturo.