Franco Morea

Il 28 giugno 1927 nasce a Roma il batterista Franco Morea, con la Junior Dixieland Gang uno dei protagonisti del jazz italiano.

Facciamo un salto nel panorama del jazz italiano, in particolare in quella feconda scena piemontese che ha dato tanto al genere nel nostro Paese. Franco Morea è stato un pianista, compositore e arrangiatore di grande spessore, una figura che ha vissuto il jazz con una dedizione quasi artigianale.
Morea è stato un pilastro della scena jazz torinese, specialmente a partire dagli anni ’70 e ’80. La sua formazione classica gli permetteva di avere un controllo tecnico del pianoforte sopraffino, che metteva al servizio di un jazz raffinato, spesso vicino all’estetica del Cool Jazz e del Bebop.
Ha guidato diverse formazioni a suo nome, distinguendosi per un fraseggio pulito, elegante e profondamente lirico. Oltre che come esecutore, Morea era stimatissimo per la sua capacità di scrivere per grandi organici (Big Band). La sua scrittura era complessa ma sempre fluida, capace di valorizzare i solisti senza mai soffocare il ritmo. Come molti dei musicisti che hai citato finora (che pur avendo stili diversi condividevano una profonda etica professionale), Morea ha dedicato parte della sua vita alla trasmissione del sapere jazzistico, influenzando generazioni di pianisti italiani.
Franco Morea ha spesso incrociato il suo cammino con i grandi del jazz internazionale di passaggio in Italia. Era il tipo di musicista su cui i colleghi americani potevano contare: preparatissimo, capace di leggere partiture complesse a prima vista e dotato di quell’ “interplay” (dialogo tra musicisti) che è l’essenza stessa del jazz.
Perché ricordarlo?
In un mondo di grandi star e ululati (come quelli di Howlin’ Wolf), Franco Morea rappresenta la nobiltà del jazz italiano: quella fatta di studio, di club fumosi, di arrangiamenti scritti a mano di notte e di una passione per lo swing che non cercava necessariamente il clamore mediatico, ma la perfezione della nota.
Rispetto ai “giganti americani” di cui abbiamo parlato prima, Morea incarna una dimensione più europea e colta del jazz.

My Favorites Albums #15/100 

Bob Marley & The Wailers – Babylon By Bus (1978)

Pubblicato nel 1978, Babylon By Bus è il grande affresco live di Bob Marley & The Wailers nel pieno della loro maturità artistica. Registrato principalmente durante il tour europeo del ’78 (con tappe memorabili a Parigi), il disco cattura l’energia spirituale e politica del reggae quando diventa rito collettivo. Babylon By Bus non è solo un album live: è la testimonianza di un momento in cui il reggae diventa lingua universale, ponte tra culture e coscienze. Un documento storico e spirituale, vibrante ancora oggi.

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Mamas & Papas

California Dreamin’, sognando la California, diceva una celebre canzone dei Mamas & Papas, altro gruppo esemplare della stagione dei fiori, appartenente al filone folk pre-dylaniano, che ripartiva dal folk revival degli anni Cinquanta poi riveduto e corretto alla luce del solare ambiente californiano. Anche The Mamas & The Papas fondavano l’intero repertorio sull’uso delle voci, ma il gruppo era strutturato in modo singolare: due uomini, e due donne, una delle quali, Mama Cass, si distinse come una straordinaria vocalist, una delle prime figure di cantanti femminili emerse dalla musica rock, fino ad allora prevalentemente maschile. Anche nel loro aspetto, floreale e libertario, evocavano la magia di una terra che sembrava promettere a tutti una vita meravigliosa. Ma, come spesso è successo nella storia del rock, anche i quadretti piú positivi e luminosi nascondevano aspetti piú tragici. Mama Cass morí prematuramente, dopo aver tentato una problematica carriera solista.

Big Yellow Taxi – Joni Mitchell (1970)

Il brano Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, pubblicato nel 1970 nell’album Ladies of the Canyon, è uno dei brani più celebri della musica folk-rock americana e una delle prime grandi canzoni pop a parlare apertamente di ambientalismo.
Musicalmente il pezzo è essenziale ma luminoso: chitarra acustica, una melodia immediata e quella voce limpida e mobile di Joni Mitchell che riesce a trasformare la denuncia in qualcosa di poetico e universale. C’è anche una riflessione più intima: il brano parla di come spesso ci si accorga del valore delle cose solo dopo averle perdute.
Big Yellow Taxi è un gioiello di poesia, realtà, allegria e critica sociale, è un magnifico esempio di come una canzone possa parlare alle nostre coscienze con semplicità e chiarezza, parla di come la natura viene offesa dalla nostra avidità, se la prende addirittura, due anni prima che il DDT venga messo fuorilegge perché pericoloso, con gli agricoltori che lo usano “Oh agricoltore, metti via ora quel DDT. Dammi delle mele macchiate, ma lasciami gli uccelli e le api”, in una canzone cantabile, melodica, sopraffina e godibile. Big Yellow Taxi è una canzone impegnata, insomma, allegra nella forma, pesante nel contenuto, soprattutto se si pensa che è stata scritta e cantata oltre cinquanta anni fa. E la cosa bella è che fu pubblicata su singolo in un 45 giri a dir poco eccezionale, che sul lato A aveva per l’appunto Big Yellow Taxi e sul lato B l’altrettanto leggendaria Woodstock, che Joni scrisse all’indomani del festival che si era svolto pochi mesi prima.

I migliori album jazz #79

79: Metropole Orkest feat. John Scofield – 54 (2010)

L’arrangiatore americano Vince Mendoza, vincitore di sei Grammy, è famoso per le sue collaborazioni con artisti pop e rock (Björk, Joni Mitchell), ma ha anche lavorato con artisti jazz. Alla guida della formidabile Metropole Orkest olandese, nel 2010 Mendoza ha invitato il chitarrista jazz-rock statunitense Scofield come ospite a 54, che ha presentato sette adattamenti widescreen di brani tratti dal catalogo di Scofield e due brani originali. Il contrasto tra le aspre e grintose linee di chitarra di Scofield e i dettagli puntinisti delle orchestrazioni di Mendoza offre una giustapposizione di toni e texture di una drammaticità emozionante. I momenti salienti del set includono l’apertura sinfonica repressa, “Carlos”, che oscilla tra tensione e risoluzione, e “Out Of The City”, che emana un’atmosfera da swing metropolitano. Una scintillante interpretazione contemporanea della big band e uno dei più grandi album jazz di tutti i tempi.

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Baaba Maal – Being (2023)

A sette anni dall’ultima sua pubblicazione “The Traveller”, Baaba Maal ritorna con “Being”, un disco ritmicamente potente e liricamente premuroso, una delle uscite più emozionanti della sua lunga discografia.
A 70 anni Maal sembra un uomo sulla quarantina. È invecchiato incredibilmente bene. Così come la sua musica. Dal 1989, album dopo album, ne ha pubblicato una ventina, una quindicina come solista e una manciata in collaborazione. Quasi tutti i suoi dischi non solo si basano sulle sue radici senegalesi, ma aggiungono suoni e vibrazioni occidentali, creando così un sound totalmente personale.
In questo “Being” Maal ci offre un qualcosa in più, che supera le sue uscite precedenti. La voce di Maal è sublime e le melodie sono ipnotiche. Si alzano e cadono con grazia, ma sono anche in grado di ruggire quando necessario. Le armonie sono squisite e, abbinate alla voce di Maal, diventano un bene prezioso che fanno il suo marchio di fabbrica.
Being è un’esplorazione delle radici africane di Maal in Senegal. Il disco attraversa i generi a lui consoni, mettendo in evidenza gli strumenti africani tradizionali insieme a suoni elettronici futuristici. Being mette in evidenza le problematiche di un mondo che cambia e si modernizza sottolineando soprattutto il cambiamento climatico che minaccia il suo territorio, la sua gente, il suo vivere.

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I migliori album jazz #80

Pat Metheny – Bright Side Life (1976)

Ampiamente ignorato e con appena 1.000 copie vendute alla sua uscita nel gennaio 1976, l’album di debutto jazz del mago della chitarra del Missouri crebbe gradualmente di statura e fu considerato un capolavoro post-bop. Metheny aveva solo 21 anni e insegnava alla Berklee School of Music di Boston quando il produttore ECM Manfred Eicher, che lo aveva sentito suonare con il gruppo del vibrafonista Gary Burton, registrò il giovane chitarrista con l’esperto di basso fretless Jaco Pastorius e il batterista Bob Moses. Il risultato fu un’entusiasmante vetrina per lo stile virtuoso, fluido e cristallino di Metheny, definito da filigrane melodiche ellittiche, improvvisazione liquida e voli di lirismo sfrenato. Nel corso della sua carriera, Metheny avrebbe realizzato album molto più ambiziosi, ma Bright Size Life si distingue per la sua combinazione vincente di energia giovanile e magistrale sicurezza.

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John Mayall with Eric Clapton — The Bluesbreakers (1966)

Erano trascorse a malapena un paio di settimane dalla separazione con gli Yardbirds che John Mayall ingaggia Eric Clapton con i Bluesbreakers (aprile 1965). Il gruppo comprendeva, allora, John McVie al basso e Hughie Flint alla batteria. Furono proprio i Bluesbreakers a portare dentro il british blues una briosità tecnica ed un virtuosismo sconosciuto prima.
Dal vivo diventarono una autentica attrazione, ed a proposito di Clapton, non era inconsueto sentire nei concerti qualche fan gridare a Mayall: “give a God solo!”
Il produttore Mike Vernon riuscì però a combinare la prima session di quella favolosa line-up solamente nel luglio del ‘66.
E nell’agosto, quando il disco era pronto, Clapton non faceva già più parte del gruppo.
“John Mayall with Eric Clapton” è un album seminale nel vero senso della parola. Esso rappresenta una piccola rivoluzione nel mondo del rock.
La musica suonata era uno dei primi grandi e straordinari incontri tra il blues ed il rock: i Bluesbrakers portarono avanti con coerenza la lezione di Alexis Korner e Cyril Davies, elettrificando il blues urbano dei vari Elmore James e Jimmy Reed, ed adattandolo al linguaggio ed allo stile del rock britannico.
Mayall sfoggia composizioni proprie ed interpreta alcune cover.
Per gli aspetti più propriamente blues non c’è niente di meglio di “Ramblin on my mind” di Robert Johnson e di “Have you heard” che ci offre un significativo esempio di chitarra bluesy.
Alcuni brani si avvalgono anche degli arrangiamenti di una sezione di fiati, ma è comunque sempre la chitarra a strabiliare: tenera e violenta nello stesso tempo, toccante e miracolosa, essa andava codificando il proprio ruolo all’interno di un gruppo rock. E ciò per esclusivo merito di Clapton.

Guy Mitchell

Guy Mitchell, nato Albert George Cernik il 22 febbraio 1927 a Detroit, Michigan, è stato un cantante e attore americano di grande successo negli anni ‘50 e ‘60, noto soprattutto nel suo paese, nel Regno Unito e in Australia. Dopo un’infanzia trascorsa anche in California, iniziò come cantante in orchestre e vinse il concorso radiofonico Arthur Godfrey’s Talent Scouts nel 1949. Il nome d’arte Guy Mitchell gli fu dato dal produttore Mitch Miller nel 1950, quando sostituì Frank Sinatra in una sessione di registrazione per Columbia Records.
Mitchell ebbe numerosi successi discografici, tra cui “My Heart Cries for You”, “The Roving Kind”, “Singing the Blues” (che rimase alla vetta delle classifiche per nove settimane), “Heartaches by the Number” e “My Truly, Truly Fair”. Oltre alla musica, apparve anche in film come “Those Redheads From Seattle” (1953) e “Red Garters” (1954) e condusse il programma televisivo “The Guy Mitchell Show” su ABC nel 1957. Morì il 1 luglio 1999 a 72 anni a causa di complicazioni post-operatorie. È ricordato come un’icona della musica pop americana e uno dei pionieri del rock and roll.

My Favorites Albums #6/100

Santana & McLaughlin – Love Devotion Surrender (1973)

[…] Le due tecniche chitarristiche, sebbene molto diverse, concorrono a creare una miscela di suoni molto particolare, pressoché unica per quel periodo.
Ai virtuosismi del primo si contrappone il fraseggio del secondo. In tutto il disco si respira una profonda aria di spiritualità (soprattutto nelle mirabili pagine coltraniane, come è ovvio). [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.