Elvis Presley – Elvis Presley (1956)

Nel 1955 Elvis Presley da Memphis, Tennesse, è già conteso dalle principali case discografiche americane. La spunta la Rca, che offre al colonnello Parker, il suo nuovo agente, la somma senza precedenti di 35 mila dollari. Nell’accordo sono comprese anche le 25 canzoni che Elvis ha registrato con la Sun Records di Sam Phillips, da My Happines, il pezzo country che aveva inciso il 18 luglio 1953 come regalo di compleanno per sua madre Gladys, a When It Rains It Really Pours, cantata in un momento imprecisato dell’autunno del 1955. A gennaio del 1956, tra Nashville e New York, la nuova casa discografica gli fa mettere su nastro altre undici tracce, e tra queste c’è anche Heartbreak Hotel, che viene pubblicata immediatamente e immediatamente finisce in testa alle classifiche, primo numero uno di un futuro numero uno (e singolo piú venduto dell’anno, a fine 1956). La canzone è firmata da Mae Boren Aston, un’insegnante con la passione per la musica, e da Thomas Durden, che ammetterà candidamente di non aver piú riconosciuto la propria creazione, una volta interpretata da Elvis. Racconterà poi di averla scritta dopo aver saputo di un suicida che aveva distrutto ogni traccia di sé, comprese le etichette dei vestiti, e prima di ammazzarsi nella sua stanza d’albergo aveva scritto solo: «Cammino su una strada solitaria». Nell’album che esce di li poco, però, Heartbreak Hotel non c’è. Il 33 giri è ancora uno strumento rozzo, e i due lati del long playing vengono utilizzati per raccogliere i brani che presumibilmente non saranno mai singoli di successo. E se, grazie ai dischi della Sun, Presley era parso un cantante country con qualche sfumatura nera, questa volta si vuole rovesciare l’equilibrio: rhythm and blues vince sette a cinque. Sette sono le canzoni nuove, quelle della Rca, cinque quelle acquistate dalla Sun. Tra le novità, Tutti Frutti, che annuncerà al mondo l’esistenza di Little Richard, e Blue Suede Shoes, di Carl Perkins, che non esce come singolo per non turbare la carriera di uno degli artisti di punta della Sun Records. Cautele inutili: prima della fine dell’anno tutti i dodici pezzi usciranno su 45. Nessuno arriva più in cima, ma la ruota della storia ha inesorabilmente cominciato a girare. Il mondo è finalmente pronto per EIvis Presley.

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That’s All right – Elvis Presley (1954)

“That’s All Right” è una canzone scritta e originariamente eseguita dal cantante blues americano Arthur Crudup nel 1946. La versione più celebre è però quella di Elvis Presley, che la registrò il 5 luglio 1954 presso gli studi Sun Records a Memphis, Tennessee, pubblicandola come singolo il 19 luglio 1954 con “Blue Moon of Kentucky” come lato B. Questo brano rappresenta il debutto discografico di Elvis ed è considerato da molti critici come uno dei primi esempi di rock and roll, segnando l’inizio della carriera del “Re del Rock”.
La versione di Presley è una rivisitazione fedele dell’originale blues di Crudup, interpretata con un approccio più energico e giovane che mescolava country, blues e rhythm and blues. Registrato con la chitarra di Scotty Moore e il contrabbasso di Bill Black, il brano divenne un successo e fu inserito nella lista delle “500 Greatest Songs of All Time” dalla rivista Rolling Stone. Nel 1998, la registrazione fu anche inserita nella Grammy Hall of Fame, sottolineando la sua importanza storica e artistica nel panorama musicale mondiale.
La particolarità della registrazione presso Sun Records fu che durante una pausa, Elvis iniziò a suonare “That’s All Right” in modo spontaneo, e ciò colpì il produttore Sam Phillips, che decise di registrare il pezzo così com’era. Il singolo lanciò la carriera di Elvis Presley, dandogli una visibilità immediata e facendo da battistrada per la diffusione del rock and roll nel mondo.
In sintesi, “That’s All Right” è il brano che ha segnato l’avvio della carriera di Elvis Presley e uno dei momenti chiave nella nascita del rock and roll, con un forte impatto culturale e musicale duraturo.

Come “Time Out” di Dave Brubeck ha cambiato il jazz

L’album rivoluzionario di Dave Brubeck “Time Out” è in cima alle classifiche dei migliori dischi jazz, viene ripubblicato costantemente ed è così onnipresente in alcuni ambienti che è difficile ascoltarlo con orecchie nuove.
Nei primi anni sessanta la missione del Dipartimento di Stato dell’epoca decise di inviare musicisti jazz americani in giro per il mondo come ambasciatori culturali. Questa esperienza ha avuto un’influenza importante non solo su Brubeck, ma su molti dischi di quel periodo. Brubeck si unì a Benny Goodman, Louis Armstrong e Dizzy Gillespie in un tour musicale che raggiunse molti paesi dietro la cortina di ferro e fu in grado di criticare la storia razzista dell’America promuovendone anche la cultura musicale.

“Time Out” fu il quattordicesimo album di Brubeck per la Columbia Records e fu il disco della sua svolta. Fino a quel momento lui e il suo quartetto avevano pubblicato una serie di album dal vivo registrati nei college (che promuovevano un jazz sicuro ma alla moda) e diversi album di cover jazz, come Dave Digs Disney. Ma “Time Out” era una specie di concept album completamente formato: un’esplorazione delle misure di tempo che il jazz non aveva ancora realmente toccato.
Ma la cosa migliore è che “Time Out” è uno di quei album classici per il modo in cui mescola la sperimentazione con il commerciale, un’impresa ardua in qualsiasi epoca, ma ancora più impressionante in uno dei migliori anni del jazz, il 1959.