Scritta per la serie Slow Horses, “Strange Game” è una delle prove più eleganti e sottili di Mick Jagger negli ultimi anni. Lontana dall’esuberanza rock degli Stones, la canzone si muove in un territorio più crepuscolare, ironico e ambiguo, perfettamente in linea con l’atmosfera di spionaggio disilluso della serie. Il brano gioca su un groove sinuoso, quasi felpato, costruito su chitarre discrete, un ritmo misurato e un arrangiamento essenziale che lascia spazio alla voce. Jagger canta con un tono controllato, leggermente sarcastico, insinuante: non graffia, ma sussurra verità scomode. È un’interpretazione piena di sfumature, dove l’esperienza pesa più dell’energia.
Il testo ruota attorno al tema del tradimento, della manipolazione, del “gioco strano” del potere e delle relazioni. Non c’è eroismo, ma consapevolezza cinica. È una ballata sofisticata che sembra osservare il mondo da dietro un vetro scuro. “Strange Game” dimostra come Jagger, anche fuori dal contesto Rolling Stones, sappia ancora reinventarsi: meno istrionico, più narratore. Un brano elegante, notturno, misurato. Un piccolo gioiello di maturità artistica.
La «famiglia» dei Jefferson si formò nel 1965, sull’onda del folk revival, in un locale chiamato Matrix, gestito da Marty Balin, il fondatore della band. Esordirono il 13 agosto 1965, e pochi mesi dopo erano già in scena al Longshoreman’s Hall con Allen Ginsberg, i Charlatans e i Marbles per la «Festa della nuova età». Era l’inizio del successo, ma soprattutto di un percorso artistico che partendo dal folk acustico arrivò alla psichedelia, al rock «acido», alle ballate libertarie e impegnate, a una ricerca musicale collettiva che portò pian piano la band ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni dei maggiori talenti della Bay Area. La primissima formazione, siamo nel 1965, era composta da: il cantante Marty Balin, cresciuto nei circoli folk di New York, il chitarrista Paul Kantner di San Francisco, il chitarrista e batterista canadese Skip Spence, l’altro chitarrista folk Jorma Kaukonen, figlio di un diplomatico finlandese, e due suoi amici, la cantante Signe Anderson e il bassista Jack Casady. Dopo il primo album la Anderson e Spence lasciarono il gruppo e furono rimpiazzati dal batterista Spencer Dryden e, soprattutto, da Grace Slick. La sua voce era duttile, capace di spaziare dai toni morbidi e suadenti a interpretazioni potenti e aggressive. Grace si circondava di un alone da maliziosa bad girl e alimentava il proprio fascino rilasciando interviste al vetriolo in cui utilizzava un linguaggio diretto e osceno. Preceduto da due grandi singoli, Somebody to Love e White Rabbit (diventato uno dei pezzi-simbolo della musica lisergica), venne pubblicato Surrealistic Pillow, album che era una sincera emanazione dello stile di vita della band. Droga e amore, in un’accezione radicalmente libertaria, erano le coordinate entro cui si disegnava uno scenario dove influenze blues e jazz si fondevano con suoni allucinati, ma anche con ritorni repentini alla dolcezza del folk-rock. Da quel momento la Slick sviluppò una vocalità flessibile e carismatica, la sezione ritmica era raffinata e mai ripetitiva, la chitarra di Jorma Kaukonen ancorava al blues anche gli assolo piú «spaziali», le canzoni, alla cui definizione contribuivano tutti i membri del gruppo, avevano una struttura molto libera, figlia dell’esperienza lisergica. After Bathing at Baxter’s, Crown of Creation (I968) e Bless Its Pointed Little Head (1969), portarono il gruppo ai vertici delle classifiche, senza che ci fosse stato il piú piccolo cedimento commerciale. Il metodo di conduzione del gruppo assomigliava a quelle forme di autogoverno dei collettivi sperimentate nel mondo giovanile, e questa totale specularità tra arte e vita fu confermata, nel 1970, da Volunteers, nel quale il vecchio patriottismo, l’attaccamento ai valori fondamentali della nazione americana, erano completamente rigenerati alla luce della rivoluzione di quegli anni: una vera e propria chiamata alle armi che col senno di poi suona come il canto del cigno del movimento. Il disco vide la partecipazione di musicisti d’eccezione, come il pianista Nicky Hopkins, Jerry Garcia dei Dead e David Crosby, il quale donò ai Jefferson la canzone Wooden Ships, brano ricco di significati. La parte più significativa della storia del gruppo è tutta in questa fine decennio; successivamente vi saranno scissioni (gli Hot Tuna di Kaukonen e Casady), cambi di organico e di nome (da Airplane a Starship), notevoli problemi di alcol e droga per Kantner e la Slick, il mesto «atterraggio».
Papa John Joseph, nome d’arte di John Joseph (27 novembre 1877 – 22 gennaio 1965), è stato un importante contrabbassista jazz di New Orleans e una figura pionieristica del jazz tradizionale. Nato nella parrocchia di St. James, Louisiana, si trasferì a New Orleans nel 1906. Iniziò la carriera suonando con musicisti come Buddy Bolden, spesso detto il “padre del jazz”, e collaborò con orchestre storiche come quella di Claiborne Williams e l’Original Tuxedo Orchestra. Per gran parte della sua vita lavorò come barbiere e suonava occasionalmente, ma negli ultimi anni riprese a suonare a tempo pieno, diventando una presenza fissa al Preservation Hall di New Orleans. Morì proprio lì, mentre suonava “When the Saints Go Marching In” all’età di 87 anni. Il suo funerale jazz si tenne alla St. Augustine Catholic Church a New Orleans. Papa John Joseph proveniva da una famiglia numerosa di musicisti e fu il fratello maggiore del clarinettista Willie “Kaiser” Joseph. La sua carriera musicale coprì un arco temporale vasto, dal jazz originario ai primi anni del rhythm and blues, lasciando un segno significativo nella storia della musica di New Orleans .
È stato un batterista jazz statunitense, noto per il suo stile potente ma raffinato, e per essere stato una figura chiave nella scena jazz europea, in particolare a Parigi. Nato il 5 dicembre 1944 a Oakland, California, inizia con la tromba e il canto corale in chiesa ma è durante il servizio militare (1962–63) che scopre la batteria, che diventerà il suo strumento definitivo. A metà anni ‘60 suona con gruppi latinoamericani, poi passa al jazz grazie all’incontro con Don Raphael Garrett. Collabora con artisti come: Denny Zeitlin, Bobby Hutcherson, Dewey Redman, Sam Rivers, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Andrew Hill. Si trasferisce in Europa (Parigi) alla fine degli anni ’60, dove diventa molto richiesto. Collabora con: Jean-Luc Ponty, Anthony Braxton, Gato Barbieri, David Murray, Archie Shepp, Alan Silva e Joachim Kühn. Dal 1977 al 1989 fa parte del quintetto e di altri ensemble di Steve Lacy, incidendo numerosi dischi. E’ stato Cofondatore del TOK Trio con Takashi Kako e Kent Carter, con cui registra tre album. Batterista di grande energia, sensibilità musicale, precisione ritmica e capacità di dialogo con gli altri strumenti. Steve Lacy disse: “È l’unico batterista a Parigi capace di suonare questo pezzo difficile.” Lo volle con sé per 16 anni e David Murray lo descrisse così: “Trattatelo bene. Ha dell’oro nelle mani.” Oliver Johnson è ricordato come un batterista geniale, espressivo e rispettato, capace di unire la tradizione jazz americana con l’avanguardia europea. Ha influenzato profondamente colleghi e appassionati con la sua intensità e musicalità. Il 6 marzo 2002, Oliver Johnson fu trovato morto a Parigi in Rue Pierre Lescot, in circostanze poco chiare (probabile omicidio, ma mai risolto). La sua scomparsa lasciò un grande vuoto nella comunità jazz europea.
Ha avuto coraggio Norah Jones con questo suo quarto disco The Fall a cambiare sonorità. Le chitarre e la batteria, infatti, prendono il posto dell’ormai collaudato pianoforte e le canzoni si inoltrano in territori più moderni e leggermente più rock. Dopo Come Away With Me del 2002 (vincitore di otto Grammy), Feels Like Home del 2004 e Not Too Late del 2007, dischi che hanno venduto 36 milioni di copie in tutto il mondo e tutti entrati nella Top 200 di Billboard, Nora Jones sperimenta un nuovo sound senza però strafare e rimanendo su note musicali mai troppo aspre e graffianti. Certo dopo un capolavoro come quello del 2002 è assai difficile creare un’opera dello stesso livello o superiore, The Fall resta comunque un buon disco che non deluderà i suoi fans.
“Thriller” è una delle canzoni più iconiche di Michael Jackson ed è uno dei brani più celebri della storia della musica pop. Pubblicato il 12 novembre 1983 come settimo e ultimo singolo dall’album omonimo, “Thriller” (1982), album che è tuttora tra i più venduti di tutti i tempi. La canzone ha un’atmosfera ispirata ai film horror degli anni ’50 e ’60 e contiene una celebre narrazione parlata dell’attore Vincent Price, famoso per i suoi ruoli in film horror. Il brano è noto per il suo groove funky, l’uso di sintetizzatori e effetti sonori come porte che cigolano, urla, tuoni e passi inquietanti.
Il video di Thriller, diretto da John Landis è un corto musicale di circa 14 minuti che ha rivoluzionato il concetto di videoclip. Michael Jackson si trasforma in licantropo e zombie, la coreografia è diventata leggendaria ed imitata parodiata in tutto il mondo. Il primo video musicale ad essere inserito nel National Film Registry della Library of Congress degli Stati Uniti.
Thriller ha segnato un punto di svolta nella musica pop, contribuendo in modo decisivo a consolidare la figura di Michael Jackson come “King of Pop”.
Il 25 ottobre 1918 nasce a New York il contrabbassista Chubby Jackson, registrato all’anagrafe con il nome di Greg Stewart Jackson. Chubby Jackson è noto soprattutto per il suo lavoro negli anni ’40 e ’50 come membro di big band e per la sua energia contagiosa sul palco. Negli anni ’40, Jackson ha suonato con molte grandi orchestre dell’epoca, incluse quelle di Charlie Barnet e Woody Herman. Con quest’ultimo fece parte della celebre formazione chiamata “The First Herd”, che includeva anche musicisti innovativi come Stan Getz e Zoot Sims. Era noto per il suo modo vigoroso di suonare il contrabbasso e per il suo stile “swing” molto vivace. Ha anche guidato alcune proprie formazioni e ha inciso dischi a suo nome. Negli anni ’50 condusse anche programmi televisivi per bambini, tra cui The Chubby Jackson Show, combinando jazz e intrattenimento.
Owls, Omens, and Oracles è un album ampio e variegato, che si sviluppa dalle radici di June, che spaziano dal folk psichedelico, all’indie rock, agli Appalachi, al bluegrass, al country soul, al pop orchestrale e al blues, fino a raggiungere una rete intergalattica di saggezza. Ogni singola nota che canta è impreziosita dalla sua “voce non ortodossa, stridula e ululante” (Elle), “come seta grezza: intima, elegante e forte” (Garden & Gun). Le viscerali contorsioni e la feroce emozione della sua voce intrecciano trame e toni attraverso l’ago di una trapunta americana multigenere. Grazia e gentilezza si armonizzano con nervosismo e precarietà, evocando una tenerezza persino nel cuore più duro, mentre June racchiude la complessità di “La mia vita è una canzone country” e “Sono multidimensionale, al di là di ogni categoria”. Unica
Il 19 agosto 1906 nasce a Putnam, nel Connecticut, Manzie Johnson, uno dei più eleganti ed essenziali batteristi del jazz di New Orleans. Pressoché sconosciuto al grande pubblico, anche per il suo carattere asciutto, incapace di autopromozione e di poche parole, gode invece di una notevole popolarità e stima nella ristretta cerchia degli appassionati di tutto il mondo.
Manzie Johnson è noto per il suo contributo alla scena jazz di New York durante gli anni ’20 e ’30 è considerato uno dei pionieri della batteria jazz nei primi anni di sviluppo del genere. Johnson iniziò la sua carriera musicale giovanissimo, lavorando con numerose band e musicisti di spicco della scena jazz dell’epoca. Lavorò anche con band leader come Don Redman e Chick Webb, affermandosi come uno dei batteristi più richiesti nelle big band e nelle registrazioni in studio. Il suo stile alla batteria era caratterizzato da un solido senso del tempo e da un uso creativo dei piatti, contribuendo a definire il ruolo del batterista nelle big band jazz. Era abile nell’adattarsi sia allo stile più tradizionale del jazz primordiale sia al linguaggio emergente dello swing. Nonostante il suo talento, Johnson non raggiunse mai la fama dei più celebri batteristi jazz, rimanendo principalmente un musicista da sezione apprezzato nell’ambiente professionale. Morì nel 1971, lasciando una traccia importante nelle registrazioni storiche del jazz classico.
Il 5 agosto 1945 muore a soli ventisette anni il pianista Nat Jaffe. Il decesso avviene a New York, la città dove è nato il 1° gennaio 1918.
Nat Jaffe (1918-1945) è noto per il suo lavoro durante l’era dello swing. Nato a New York, trascorse parte della sua infanzia in Germania, dove studiò pianoforte classico. Tornato negli Stati Uniti negli anni ’30, si immerse nella scena jazz di New York, iniziando a suonare con musicisti di rilievo. Jaffe collaborò con band e artisti importanti, tra cui Charlie Barnet, Billie Holiday, Coleman Hawkins e Jack Teagarden. Era apprezzato per il suo tocco elegante, la sensibilità armonica e la capacità di accompagnare con gusto ed efficacia i solisti. Nonostante il suo talento, la carriera di Nat Jaffe fu tragicamente breve. Morì prematuramente all’età di 26 anni nel 1945 a causa delle complicazioni di un’ipertensione. La sua morte così precoce limitò il suo impatto sul jazz, ma i suoi contributi rimangono una testimonianza della sua abilità musicale e della sua sensibilità interpretativa.