The Last Museum

Un motore di ricerca per rendere l’arte dei musei del mondo libera e accessibile a tutti

The Last Museum permette di ritrovare un’opera d’arte anche quando non si ricordano titolo e autore, ma solo alcuni dettagli, colori o elementi della composizione. Basta inserire nella barra di ricerca ciò che si ricorda e il motore individua le opere che corrispondono alla descrizione, evitando lunghe e frustranti ricerche sul web.

The Last Museum raccoglie circa 5,8 milioni di opere provenienti da migliaia di musei nel mondo, con l’obiettivo di rendere l’arte liberamente accessibile a tutti. La piattaforma utilizza una ricerca semantica, che permette di trovare le opere descrivendone concetti, stile e atmosfera, e offre anche filtri cronologici e cataloghi dedicati a musei, artisti e correnti artistiche.

È uno strumento gratuito e indipendente, senza iscrizione né fini commerciali: non possiede le opere, ma indirizza gli utenti direttamente ai siti dei musei che le conservano, con una finalità principalmente didattica e divulgativa.

Link per accedere a The Last Museum

Il Corsivo #3

Fucilazione pubblica in diretta streaming.
La pena di morte è già una ferita alla civiltà. Annunciare una fucilazione pubblica significa aggiungere all’uccisione l’umiliazione dello spettacolo.
Quando la morte viene esibita pubblicamente, dobbiamo chiederci se stiamo cercando giustizia o stiamo normalizzando la violenza.
Una civiltà non si riconosce da quanto sa punire, ma da quanto riesce a non perdere la propria umanità mentre punisce.

Quicksilver Messenger Service

I Quicksilver Messenger Service rappresentano l’essenza più pura e strumentale del San Francisco Sound della fine degli anni ’60. Insieme a Grateful Dead e Jefferson Airplane, sono stati la colonna portante della scena psichedelica di Haight-Ashbury.
Meno orientati al formato “canzone pop” rispetto ai Jefferson Airplane e più concentrati sul virtuosismo chitarristico rispetto ai Grateful Dead dell’epoca, i Quicksilver hanno ridefinito il concetto di Jam Band.

Tre sono gli elementi che caratterizzano il suono dei QMS:
Acid Rock e Rock Psichedelico: La loro musica era pensata come colonna sonora per i “trip” psichedelici dell’epoca, caratterizzata da strutture dilatate ed evocative.
Garage Rock e Blues Elettrico: Le loro radici affondano nel blues urbano (in particolare l’influenza di Bo Diddley) e nel folk, elettrificati e portati a volumi e distorsioni elevati.
Strutture a Jam (Improvvisazione): I loro brani erano spesso lunghe suite strumentali che dal vivo potevano durare decine di minuti, basate sull’interazione continua tra i musicisti.

L’Intreccio delle Chitarre.
Il vero nucleo del sound dei Quicksilver era il duetto chitarristico tra John Cipollina e Gary Duncan:
John Cipollina: Uno dei chitarristi più sottovalutati e iconici della storia del rock. Utilizzava una chitarra Gibson SG pesantemente modificata e un sistema di amplificazione unico. Il suo stile era caratterizzato da un vibrato velocissimo e tagliente (ottenuto con l’uso della leva ed effetti personalizzati) e dall’uso del plettro da pollice (thumbpick). Il suo suono acido e pungente è immediatamente riconoscibile.
Gary Duncan: Forniva il perfetto contrappunto a Cipollina. Mentre Cipollina volava sulle note alte con assoli nevrotici e psichedelici, Duncan intrecciava parti ritmiche solide, riff blues e assoli più melodici e jazzati.

La Sezione Ritmica e la Voce.
David Freiberg (Basso) e Greg Elmore (Batteria): Offrivano una sezione ritmica estremamente elastica, capace di seguire le improvvisazioni delle chitarre senza mai perdere il tempo, muovendosi con fluidità tra accenti jazz, tempi blues e rock serrato.
Le Voci: Nei primi due album le parti vocali (affidate a Duncan e Freiberg) erano melodiche ma spesso secondarie rispetto alla musica. L’ingresso successivo di Dino Valenti (cantautore folk e autore del classico Get Together) spostò temporaneamente il gruppo verso un folk-rock più accessibile e dominato dalla sua voce folk penetrante.

Album Chiave per Comprendere il loro Sound:
Quicksilver Messenger Service (1968): Il debutto in studio. Contiene brani iconici come Pride of Man e The Fool (una suite di 12 minuti che sintetizza perfettamente il loro approccio psichedelico).
Happy Trails (1969): Considerato il loro capolavoro assoluto e uno dei migliori album dal vivo dell’era psichedelica. Il disco è quasi interamente registrato live al Fillmore East e West ed è dominato da una monumentale rielaborazione di Who Do You Love di Bo Diddley (divisa in più parti), che mostra la band al picco della sua capacità improvvisativa.

In sintesi
Se i Jefferson Airplane erano la mente politica e vocale di San Francisco e i Grateful Dead l’anima folk/country comunitaria, i Quicksilver Messenger Service erano l’energia elettrica e strumentale pura, capaci di ipnotizzare le folle delle sale da ballo californiane con il solo potere delle loro chitarre.

I migliori album jazz #75

Cécile McLorin Salvant – Dream & Daggers (2017)

Dotata di una voce dall’anima dolce e profonda, questa cantante innovativa di Miami – nata da madre francese e padre haitiano – ha conquistato il Grammy Award per il miglior album vocale jazz nel 2018 con Dreams & Daggers. Si tratta di un doppio album ambizioso, composto da 34 tracce, che alterna esibizioni dal vivo registrate nello storico locale newyorkese Village Vanguard a incisioni in studio con quartetto d’archi. L’album gioca sui contrasti anche sotto altri aspetti, accostando brani jazz classici (come “Mad About The Boy”) a composizioni originali di recente scrittura (come “Red Instead”), il tutto intrecciato in una narrazione coerente che esplora le vicende dell’amore e della vita. Dreams & Daggers è un capolavoro che ha consacrato McLorin Salvant nell’olimpo delle grandi voci del jazz.

Ascolta il disco

Il Corsivo #2

Il metapartito di Vannacci è tenuto in vita dai sondaggi, dall’esposizione mediatica, dalle reazioni scomposte dell’area antifascista che fa la lotta sui social al vannaccismo perché la lotta di classe al capitalismo non va più di moda. Se saremo abbastanza fessi da assecondare questa profezia autoavverante, come facemmo a suo tempo con i sondaggi Berlusconiani che inventavano numeri su commissione, avremo che il nulla resterà nulla nella vita reale ma diventerà qualcosa nel nostro parlamento.

Ottobre

Foglie in ascolto,
il cielo si ritrae.

Una luce obliqua
attraversa il silenzio.

Restano
orme di vento,
un ramo nudo,
la sera.

E dentro l’autunno
qualcosa resiste:
un seme,
un’attesa.

Bright Eyes – Kids Table (2025)

Dopo “Five Dice, All Threes”, album viscerale e coinvolgente del 2024, questo EP si presenta sia come complice di quell’album sia come mondo autonomo a sé stante. Sebbene molte di queste nuove canzoni siano emerse dalle stesse sessioni di registrazione, non tutte si adattavano perfettamente alla coesione concisa di quell’album. Quindi è sempre stato il piano di Conor Oberst, Mike Mogis e Nate Walcott quello di trovare un altro posto per questi emarginati. Riferimenti culturali sia alti che bassi costellano l’EP: citando tutti, da Salman Rushdie, Joe Strummer e Candace Bergen in “Victory City” a Shakespeare, Guy Fawkes e la signora Peacock del classico gioco da tavolo Cluedo in “Shakespeare In A Nutshell”. Ma è la cover del brano del 1980 di Lucinda Williams “Sharp Cutting Wings (Song For A Poet)” davvero il cuore di questa raccolta. Oberst e Williams condividono una chiara comunanza musicale, entrambi esperti nel tessere insieme malinconia e speranza. E infatti, dopo un’emergenza medica nel 2024, quando Oberst stava combattendo contro problemi vocali, è stata la prima cosa che ha voluto cantare dopo la malattia, una volta che fosse stato in grado di usare di nuovo la sua voce. “Questa era la canzone che avevo voglia di cantare”, dice Oberst, “l’ho sempre amata”. È stata un’aggiunta dell’ultimo minuto all’EP che alla fine lega tutto insieme, il suo cauto ottimismo offre un barlume di luce nelle ombre della raccolta, le ombre di un sogno americano sfilacciato e le ombre proiettate su una cena in famiglia al tavolo dei bambini.

Respect – Aretha Franklin (1967)

Respect è uno dei brani simbolo della musica soul e, nella versione di Aretha Franklin, è diventato molto più di una semplice canzone d’amore.
Pubblicata nell’aprile del 1967 nell’album I Never Loved a Man the Way I Love You, “Respect” era stata scritta e incisa due anni prima da Otis Redding. Aretha Franklin la trasforma completamente, cambiandone prospettiva, ritmo e significato.

La struttura è apparentemente semplice, ma l’arrangiamento è esplosivo: piano, chitarra, basso, batteria, fiati e cori costruiscono un groove serrato, sul quale la voce di Aretha domina con una forza quasi fisica. Celeberrimi sono gli interventi vocali “R-E-S-P-E-C-T” e “sock it to me”, che nella sua versione assumono una funzione quasi percussiva.
Ma è soprattutto la voce a fare la differenza. Aretha passa dal canto morbido alla potenza del gospel, alternando controllo, improvvisazione e urgenza emotiva. Ogni frase sembra diventare una richiesta, un’affermazione, infine una rivendicazione.

Il testo parla di una relazione sentimentale, ma nel 1967 “Respect” acquistò inevitabilmente una dimensione sociale più ampia: divenne un inno associato sia alla lotta per i diritti civili degli afroamericani sia alla crescente affermazione delle donne. Aretha, però, non trasforma mai il brano in un manifesto astratto: il suo punto di partenza rimane personale, concreto, quasi domestico. È proprio questa immediatezza a renderlo universale.
Musicalmente, la registrazione è un perfetto incontro tra soul, R&B e gospel. L’energia della sezione ritmica e dei fiati sostiene una performance vocale che sembra continuamente sul punto di esplodere, senza mai perdere il controllo.

“Respect” è il momento in cui Aretha Franklin smette semplicemente di interpretare una canzone e la fa diventare sua. Da quel momento, la parola respect non è più soltanto una richiesta: è una dichiarazione di dignità.
Un classico assoluto del soul, ancora oggi immediato, potente e sorprendentemente moderno.