David Seymour

Nato nel 1911 a Varsavia, David Szymin si trasferisce in Russia con la famiglia allo scoppio della prima guerra mondiale e torna a Varsavia nel 1919.
Studia all’Accademia di Grafica di Lipsia (1931), poi alla Sorbona di Parigi (1931-1933) con l’intenzione di diventare editore. Il momento di crisi economica polacca lo spinge a cercare di vivere autonomamente nella capitale francese. Diventa fotografo e dal 1934 i suoi reportage cominciano ad apparire su riviste come Paris-Soir e Regards.
Conosce Henri Cartier-Bresson e Robert Capa.
Dal 1936 al 1938 fotografa la guerra civile spagnola e altri eventi euro-pei. Dopo la disfatta del govero repubblicano segue per Paris Match un gruppo di emigranti spagnoli in Messico. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trasferisce a New York e cambia il suo nome in David Seymour. I suoi genitori moriranno durante il Nazismo.
Dal 1942 al 1945 è arruolato nell’Intelligence dell’esercito americano come interprete ed esperto di fotografia: ottiene una medaglia d’oro per il suo lavoro. Nel 1947, con Cartier-Bresson, Rodger e Capa fonda l’agenzia Magnum Photos, di cui diventa il primo vice-presidente.
Nel 1948, per conto dell’UNICEF, fotografa i bambini bisognosi d’Europa. Dopo la morte di Robert Capa diventa il nuovo presidente di Magnum, ruolo che ricopre fino alla sua tragica morte a Suez, il 10 novembre 1956, ucciso dal fuoco di un fucile egiziano mentre è in automobile vicino al Canale di Suez per documentare lo scambio di prigionieri.
Molte le mostre, personali e collettive, organizzate in questi anni, negli Stati Uniti, in Europa e nel mondo.

Tra i libri pubblicati ricordiamo: Children of Europe (1949); The Vatican (1950); David Seymour (“Chim’) (1966); David Seymour Chim, 1911-1956 (1974); Robert Capa, David Seymour-Chim: les grandes photos de la guerre d’Espagne (1980); Chim. Le fotografie di David Seymour (1996); David Seymour (Chim) (2005).

Il Sito – Magnum Photos – 1854 photography

Il Corsivo #1

La democrazia e i diritti, la pace e la sicurezza, il benessere e la salute, la prosperità culturale e ambientale sono cose fragili che è molto facile distruggere e molto difficile ricostruire. Se non curiamo quotidianamente il giardino della politica, progettato con pesi e contrappesi che ci liberano naturalmente dai parassiti e dalle erbacce, una volta che il giardino diventa arido è inutile e dannoso bombardarlo di pesticidi nell’illusione che la forza della chimica possa compensare l’incuria.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #26

26 – Il pop rock anni ‘70

Se il pop-rock è un fenomeno che in fondo è sempre esistito, in senso lato, fin da quando le asperità del rhythm’n’blues e dei suoi derivati vengono ricondotte ad una veste più melodica, nei primi anni ’60, da gruppi come Beatles e Beach Boys, è con i primi anni ’70 che il rock, non più osteggiato, comincia ad essere sfruttato commercialmente e sostenuto dall’industria mainstream, perdendo i suoi connotati controculturali e configurandosi come fenomeno commerciale, non più rivolto al solo pubblico adolescenziale ma ascoltato ed apprezzato da un pubblico adulto: definizioni come Adult Oriented Rock(AOR) e soft-rock cominciano a circolare proprio in questi anni.
Il suono del rock si integra alla perfeziona in una società adulta formata dagli ex-ragazzini degli anni ’50 e ’60, una generazione cui va incontro con suoni spesso levigati e/o tradizionali: se per tutti gli anni’60 era continuata la storica tradizione del pop vocale (dai teen idols al doo wop) come alternativa al suono delle rock-band anni ’60, nel corso dei ’70 il rock diventa una colonna portante del pop, accanto a fenomeni di pop-soul e pop tout court.
Se da una parte abbiamo neo-tradizionalisti come gli Eagles, dall’altra troviamo gruppi, più o meno melodici, più o meno pop, che fanno di un suono levigato e high-tech il proprio vessillo: da gruppi più sperimentali come Electric Light Orchestra e Penguin Cafè Orchestra, a gruppi più smaccatamente commerciali quali Supertramp, Steely Dan e i Fleetwood Mac di seconda generazione (dopo l’abbandono di Peter Green).
Gli Electric Light Orchestra aggiornano la lezione dei Beatles di ”Sgt Peppers” alle atmosfere patinate degli anni ’70 integrandone il pop ultra-melodico con la lezione del prog-rock e trovando la quadratura del cerchio in “Eldorado” (1974), dove il suono delle tastiere elettroniche viene accostato ad arrangiamenti orchestrali e inserito in una struttura spesso neo-classica dei pezzi.
Fantascientifici gli Alan Parson’s Project di “I Robot” (1977), con un suono che ricorda molto da vicino i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” (disco in cui il leader del gruppo, il tastierista Alan Parson, compariva in veste di ingegnere del suono), che in sé incarna molti pregi e difetti del suono di certo techno-rock anni ’70 di diretta ascendenza prog: lunghe ballate, spesso strumentali, che oscillano tra l’ambient più stridente e il neo-classico più pomposo.
Altrettanto ricercati, ma caratterizzati da sonorità radicalmente diverse, i dischi della Penguin Orchestra di Simon Jeffes, con un suono cameristico screziato di jazz, affidato ad una strumentazione classica comprendente anche violoncello e clavicembalo: allo spirito solenne di molti gruppi dell’epoca essi contrappongono un atteggiamento scherzoso che pervade sia l’esordio del 1976 “Music From the Penguin Cafe” sia il seguito, nonché capolavoro del gruppo, “Penguin Cafe Orchestra”, del 1981.
Accanto a questi gruppi, relativamente colti e sperimentali nella ricerca sonora ve ne sono molti altri, più canonici, destinati ad un maggior riscontro commerciale: dalla miscela perfetta ma a tratti insipida di soul, jazz e rock proposta dagli Steely Dan di “Preztel Logic” (1974), alla seconda incarnazione dei Fleetwood Mac, quella di “Rumours” (1977), ormai depurata da qualsiasi legame col blues e autrice di un pop-rock senza infamia e senza lode ma di enorme successo commerciale; dai Supertramp, nonplusultra del gruppo pop-rock anni ’70 in “Breakfast in America” (1979), perfetta fusione tra Abba, Beatles e prog-rock, ai Toto di “Toto IV” (1982), re della power-ballad anni’80.
Esponenti del pop tout court gli Abba, il gruppo di massimo successo commerciale degli anni ’70, che aldilà della perfezione melodica (che convive con una forte attrazione per il kitsch) della lunga serie di singoli prodotti, da “Waterloo” (1974) in poi, avranno il merito di mettere sulla mappa della musica mondiale la Svezia: da lì, da meta anni’90 in poi, partirà una nuova invasione di gruppi dall’irresistibile vena melodica, quali Cardigans e Komeda, che prosegue ancora oggi, come testimoniata dallo straordinario livello qualitativo delle uscite di un’etichetta come la Labrador (Club8, Radio Dept. e Edson tra gli altri), a ribadire il ruolo della Svezia di capitale pop della penisola Scandinava.
I ’70 videro anche il successo di un pop-soul meticcio che di lì a poco sfocerà nell’urban, e che trova due campioni, diversissimi tra loro, in Michael Jackson e Prince: già in procinto di diventare l’icona pop degli anni ’80 l’ex-Jackson Five dopo una serie di deludenti prove soliste fa il botto commerciale con “Off the Wall” nel 1979, un disco di dance-pop screziato di soul e funk che presenta ancora evidenti legami col pop-soul del vecchio gruppo: produce Quincy Jones, alla console anche in quel “Thriller”, del 1982, che batterà ogni record di vendita e lancerà Jackson nell’olimpo delle pop-star.
Seminale il rock-soul meticcio di Prince, artista che ridefinisce il suono del funk e del soul per gli anni ’80 (e non solo) in una fusione spericolata tra Hendrix, Stevie Wonder e James Brown: già al secondo disco, omonimo, del 1979 cominciano brillare i primi germogli di quel suono, sexy e lascivo, che col successivo “Dirty Mind”, del 1980 trova compimento: registrato in casa e suonato completamente da solo è qui che si intravede la miscela di funk, new wave, R&B, e pop che verrà spinta alle estreme conseguenze nel disco della consacrazione: “Purple Rain” (1984). Quest’ultimo, insieme a “Sign’ o The times” (1987), costituirà un’eredità musicale enorme per gli artisti a venire, sia nella scena urban e hip hop, sia in quella elettronica che si farà sentire ben oltre gli anni ’80: si ascolti, a tal proposito, il drum’n’bass astratto e fratturato di Squarepusher, i Basement Jaxx di Rooty e l’electro-revival in salsa funk condito di gemiti femminili di Felix Da Housecat.

Asterisco #53

Viviamo in una società sempre più veloce, connessa e rumorosa, ma forse sempre meno capace di fermarsi ad ascoltare. Siamo circondati da informazioni, opinioni e immagini, eppure spesso ci manca il tempo per capire davvero ciò che accade e per guardare l’altro con attenzione.
Forse il vero progresso non è soltanto avere di più, ma imparare a vivere meglio insieme: con più rispetto, più consapevolezza e un po’ meno indifferenza.

La Bussola #44

La descrizione del sito Internet Culturale è: promuovere la conoscenza del patrimonio bibliografico e documentario offrendo anche approfondimenti culturali sulle raccolte librarie attraverso risorse multimediali, dedicati alla cultura letteraria, scientifica, musicale. ecc.; si propone come punto di riferimento per quanti sono portatori di interessi nel mondo del libro; in quanto aggregatore tematico italiano di contenuti digitali aspira ad accogliere i risultati di queste attività realizzate dalle biblioteche di diversa natura ammnistrativa.

Il patrimonio digitale delle biblioteche italiane.
Il servizio è particolarmente interessante perché permette di accedere gratuitamente a un patrimonio molto ampio senza dover limitare alla semplice ricerca di libri. La Biblioteca Digitale Italiana comprende infatti manoscritti, libri, spartiti musicali, carte geografiche, immagini e registrazioni sonore, provenienti dalle collezioni di biblioteche e istituzioni distribuite sul territorio nazionale. A queste risorse si aggiunge l’Emeroteca Digitale Italiana, dedicata anche alla consultazione di periodici e altre pubblicazioni storiche.

I migliori album jazz #76

Michael Brecker – Pilgrimage (2007)

Questo sassofonista tenore della Pennsylvania raggiunse la fama negli anni ’70 suonando jazz-funk con il fratello maggiore Randy nei Brecker Brothers, ma si costruì anche una carriera come richiestissimo sideman per artisti rock che spaziavano da John Lennon agli Steely Dan. Pilgrimage fu l’ultimo album solista di Brecker, registrato nel 2006 in compagnia di musicisti stellari quali Pat Metheny, Herbie Hancock, Brad Mehldau, John Patitucci e Jack DeJohnette. Nonostante all’epoca fosse affetto da una malattia terminale, l’esecuzione di Brecker è straordinariamente vibrante e carica di un vigore che celebra la vita. Quando il disco uscì, Brecker era già scomparso, ma questo grande album jazz rimane un monumento duraturo al suo genio. Gli valse inoltre due Grammy Award postumi.

Ascolta il disco

Appunti corti #141

Continua la rincorsa elettorale del welfare targato Meloni. Dopo l’esenzione del bollo per tricicli e pattini in linea, la card con mille euro per famiglie con tre figli, un nonno a carico e la moglie con la gonna lunga. A marzo prevista riduzione del canone Rai per chi ha la televisione fino a 12 pollici e della TARI per chi dimostra di sapersi mangiare almeno i 3/4 del proprio rifiuto organico.