Michelle Shocked

“Non posso dirti dove ho intenzione di andare… ma posso dirti da dove vengo.”

Marie Johnston, classe 1963, originaria di Dallas nel Texas, folksinger per vocazione, ha esordito nella seconda metà degli anni ottanta. Ha fatto la musicista itinerante, nella più pura tradizione dei folksinger americani e, proprio come si usava nei tempi eroici della canzone d’autore, ha creato composizioni lucide e molto realiste, che descrivono le realtà sociali che ci circondano.

Ha lasciato casa a sedici anni, staccandosi dall’educazione rigorosa impostale dalla madre, ed è andata vivere con il padre che le ha insegnato i primi rudimenti musicali.
Il padre (“Dollar” Bill Johnston), che l’accompagnerà in diverse tournèe, è un appassionato di musica folk: suo tramite Michelle ha conosciuto Woody Guthrie, Doc Watson, Cisco Houston, Leadbelly e lo swing texano di Bob Wills.

Michelle è cresciuta dritta come un virgulto, si è formata un carattere duro, ed il suo idealismo non è solo un fatto letterario, per anni è in prima fila nelle manifestazioni pubbliche (la copertina di “Short Sharp Shocked” mostra la foto di un poliziotto che malmena Michelle nel corso di una manifestazione a San Francisco), partecipa ad associazioni benefiche, fonda un movimento ecologico, frequenta comunità punk, lavora per rock against racism, poi va a vivere in Europa (dopo essersi spostata da Austin a San Francisco) e, più esattamente prima ad Amsterdam, quindi a Berlino e Londra.

Siamo già negli anni ottanta e la ragazza mostra apertamente le sue attitudini musicali, ha una passione spiccata per tutto ciò che è puro e idealista, le sue scelte musicali attingono alle tradizioni privilegiando country e folk, blues e jazz.

Per un certo periodo fa la segretaria allo Speakeasy dove comincia a presentare le sue canzoni dal vivo.
Poi, chitarra a tracolla, inizia a girare gli States: Pete Lawrence, il padrone dell’etichetta inglese Cooking Vynil, la registra con un sony portatile nel corso del festival folk di Kerville in Texas: il disco che ne risulta (The Texas Campfire Tapes) è un sorprendente successo indie (è il bestseller delle indipendenti inglesi nel corso del 1987), malgrado la registrazione comprenda anche rumori vari (grilli, automobili che passano, uccelli), Michelle mostra di avere un talento fuori dalla norma, le sue composizioni, lucide e piene di poesia, hanno il pathos e la fierezza di quelle dei grandi folksinger del passato.

Passa un anno e la Mercury, una multinazionale, la mette sotto contratto. Gli inizi non sano facili ma non si dispera e alla fine del 1988 esce “Short Sharp Shocked” il suo secondo album, ma il suo primo disco reale: è un piccolo trionfo per la giovane texana, in primo luogo perché vince la battaglia con la sua etichetta per la copertina, quindi perché il disco, ben supportato da buone composizioni. Il secondo album, fine 1989, è l’eclettico e difficoltoso “Captain Swing“, il disco completamente diverso dai due che lo hanno preceduto, ci consegna l’autrice alle prese con una robusta sezioni di fiati a ripercorrere sentieri musicali certamente non molto usuali.

E’ un omaggio alla tradizione texana dello swing, al blues fiatistico, ma l’album non ha l’impatto del lavoro precedente, vuoi per la diversità del materiale presentato, vuoi per il troppo eclettismo che la giovane lascia trasparire dal suo lavoro: la passione e la voglia di imporre le proprie idee questa volta sono preponderanti rispetto al risultato ultimo, certamente molto interessante, ma comunque inferiore rispetto al disco precedente.

Il suo quarto album: “Arkansas Traveler”, il terzo della sua trilogia, quello che la conclude, è il suo capolavoro. Arkansas traveler, è un disco lucido suonato con molto feeling, splendidamente attuale e strutturato con amore. Un lavoro che tratta con estremo rigore le radici della musica americana e le sue connessioni con la ballata tradizionale europea, quindi oltreché essere un album estremamente piacevole da ascoltare è anche un testo storico-educativo su cui ciascuno di noi può iniziare il suo apprendimento per conoscere più a fondo la vera musica tradizionale.

I dischi successivi anche se, alcuni di buona fattura, non riusciranno a eguagliare gli album sopra citati.

È libero un Paese che boccia il Ddl Zan?

“Mi domando come possa considerarsi libero un Paese in cui la libertà è garantita nella sua totalità per alcuni e centellinata per altri”.

Così Emma Ruzzon, rappresentante degli studenti dell’Università di Padova, durante la cerimonia per gli 800 anni dalla fondazione dell’Ateneo, alla presenza del presidente della Repubblia Sergio Mattarella e della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Un Paese, ha aggiunto Ruzzon

“In cui i senatori della Repubblica possono permettersi di applaudire pubblicamente l’affossamento di un disegno di legge che, pur in minima parte, mirava a tutelare la libertà di esistere di persone, cittadini, di uno Stato che continua a chiudere gli occhi davanti alla sue evidente transfobia, mentre conta il più alto tasso di omicidi di persone trans in Europa”.

La rappresentante degli studenti si è poi rivolta alle istituzioni.

“Non chiedete a noi di avere coraggio, abbiate voi il coraggio di guardare davvero al futuro, di chiederci come stiamo. Abbiate il coraggio di ascoltarci”, ha concluso.

Credo che, a queste parole della studentessa, ci sia ben poco a aggiungere.
E va bene… lo stato vaticano in casa, la chiesa cattolica, i bigotti, i retrogradi di ogni ordine e grado, e sappiamo che sono tanti in questa italiota ma è ora di finirla con il medioevo.

Purtroppo l’Italia è un paese libero nella misura in cui i suoi abitanti sono in grado di esercitare l’elettorato attivo in maniera consapevole. Se continuano a preferire i bigotti ai politici laici, le cose si metteranno sempre peggio.

John Cougar Mellencamp — The Lonesome Jubilee (1987

Il ribelle, questo è l’aggettivo che più si addice a John Mellencamp che passa l’adolescenza tra moto, bar, ragazze e gruppi rock, per poi sposarsi a diciannove anni. Dopo vari dischi, più o meno di valore, è con “Scarecrow” del ’85, disco antecedente a questo, che Cougar, così si fa chiamare all’epoca, arriva al vero successo.

I testi rilevano una sincera presa di posizione per i temi d’impegno sociale, soprattutto a favore degli agricoltori in crisi (sarà lui stesso ad organizzare il “Farm Aid”. Ma non solo al sociale sono rivolte le sue liriche, sono una miscela di riflessioni, commenti e descrizioni sulla sua condizione di vita presente e un po’ nostalgica, quando ricorda il suo esser stato più giovane.

Con questo “The Lonesome Jubilee” John Mellencamp si affina soprattutto anche sul piano musicale evolvendosi con elementi soul, tex mex e musica latina e con l’arricchimento di strumenti come il violino, la fisarmonica e il banjo. L’album è di “presa” immediata, si fa amare fin dal primo ascolto, ma non per questo cade nella banalità.

Nel complesso un buonissimo disco questo, del nostro. Musicalità e testi degni di un songwriter alla pari, certe volte, di musicisti di calibro internazionale assai più famosi, ma che nulla hanno da insegnare al nostro “puma”.

“La mia vita è una contraddizione di desiderio e dispiacere trascino il mio cuore attraverso le ceneri per gettarlo nel cuore. Forse c’è una ragione e potrebbe esserci un disegno, oppure siamo solo degli sciocchi a credere che un giorno capiremo. E tutto diventa vero, si tutto diventa vero. Come una ruota dentro un’altra che gira dentro di te. E pensi cosa ho fatto? Cosa posso fare? Quello che credi di te stesso diventa tutto vero.”

Spring #4/4

Quarta e ultima selezione forse, di questa carrellata fotografica primaverile duemilaventidue.
Anche se leggermente in ritardo a causa della mancanza di acqua, la più bella stagione della fioritura e della rinascita sta volgendo al termine. Anche quest’anno la primavera ha voluto offrirci il meglio di se, nonostante l’incuria e i mali dell’uomo, la sua grande voglia e gioia nel condividere la sua bellezza non è stata da meno.

Marlene Kuntz — Uno (2007)

“…i Marlene Kuntz vivono il loro presente e il loro presente è in continua evoluzione…”
Sono le parole di Cristiano Godano, cantante e paroliere, rilasciate in una recente intervista.

Anche se sono sulla scena musicale italiana da dieci anni, non conoscevo il loro mondo sonoro. Mi sono avvicinato a questo disco per curiosità e quindi non avendo ascoltato i loro dischi passati, mi è difficile fare opera di paragone, probabilmente è solo un vantaggio.
Questo nuovo lavoro (il settimo per la cronaca) è prodotto e arrangiato da Gianni Maroccolo, è composto da dodici tracce, dodici canzoni che hanno come comune denominatore: l’amore.
Il titolo stesso di questo cd “Uno” è assai emblematico. Uno è unico, unico è l’amore. Questa è la summa del disco.
In sostanza quello che esce fuori a testa alta da quest’opera sono i testi.
Le parole sono vere e proprie poesie, poesie d’amore. L’amore in ogni sua sfaccettatura, amori dolci, drammatici, poetici e fisici, come sentimento unico e indecifrabile di cui non sappiamo fare a meno.
La musica invece gioca un ruolo secondario. E’ solo semplice accompagnatrice, pura melodia che ben si amalgama con le parole scritte da Godano.
“Uno” è un album da ascoltare attentamente con orecchie libere da ogni pregiudizio.
Questo è il loro presente.

Educazione

Qualche mese fa mi hanno colpito le parole di Antonio Albanese:

“Mi preoccupano l’egoismo e la stupidità, l’individualismo menefreghista. Si sta perdendo il rispetto, la gentilezza, il valore dei rapporti veri. Parlo delle piccole cose. Un esaurimento nervoso non arriva per una notizia, ma da una somma.
Se butti un mozzicone per terra o nel posto sbagliato, stai facendo un danno non solo agli altri, all’ambiente, ma anche a te stesso. La città è anche tua.
Bisogna ripartire dai fondamentali. Pratico e ho insegnato ai miei figli gentilezza, garbo, rispetto. Serve più serenità, saper individuare a chi credere per non farsi travolgere dalla centrifuga: fermarsi, capire cosa ci è finito dentro.
Bisogna ascoltarsi, sentirsi di più.”

C’è poco da aggiungere a questo pensiero.

Vivo quotidianamente questa problematica incivile e incolpare solo i giovani sarebbe riduttivo. Che siano i maggiori responsabili è vero. La poca maturità non da diritto al menefreghismo e allora? Educazione. Si, sempre questa piccola grande parolina: “Educazione”.
L’educazione è fondamentale nell’età della crescita, nei passaggi cruciali della vita, quando si inizia a guardare il mondo fuori con i propri occhi, non quelli della famiglia.
Educazione però è una parola che, nel nostro paese ha più il sapore di normativa, regole, giudizio, “qualcosa cui obbedire”, qualcosa da dover diventare.
E questo è un grosso ostacolo.

Spring #3/4

Terza selezione ma non ultima (in questo blog i fiori fotografati e non recisi abbondano) di questa primavera duemilaventidue che mostra la bellezza della fioritura ma purtroppo non aiuta a cancellare gli orrori della guerra.

We Have All the Time in the World – Louis Armstrong #4/10

Dati

E’ sicuramente il più grande tema sonoro della saga filmografica di James Bond. La musica per la canzone è stata composta da John Barry, con i testi di Hal David. John Barry aveva già lavorato ai film di Sean Connery – James Bond e aveva anche arrangiato l’iconico tema principale di Monty Norman “James Bond Theme”.
Hal David è stato uno dei cantautori di maggior successo al mondo nella storia della musica popolare. Meglio conosciuto per la sua collaborazione con Burt Bacharach, è stato dietro alcuni dei più grandi successi degli anni ’50, ’60 e ’70, tra cui “Magic Moments”, “Walk on By” e “I Say a Little Prayer”.
Nel 1969, Louis Armstrong era una star iconica del jazz e della musica popolare, era noto per la voce roca immediatamente riconoscibile e per il suo modo di suonare la tromba molto influente.

Tuttavia, Louis era troppo malato per suonare la sua tromba in quel momento, fu quindi sostituito da un altro musicista. Secondo quanto riferito, fu l’ultima sessione di registrazione di Louis prima di morire nel 1971.
La canzone è stata pubblicata come singolo sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito, nel dicembre 1969. Sorprendentemente, all’epoca non figurava in nessuno dei due paesi. Ebbe finalmente successo nel Regno Unito 25 anni dopo. Nel 1994, è stato utilizzata in una pubblicità di birra Guinness. Questa riedizione lo ha visto raggiungere il terzo posto nelle classifiche del Regno Unito.
Louis Armstrong, nel frattempo si era spento nel 1971: un infarto portò via per sempre il suo sorriso e la sua contagiosa voglia di vivere, ma non riuscì a far dimenticare il grande lascito e l’influenza del jazzista sulla storia della musica, che aveva un debito infinito nei suoi confronti. Nonostante l’insuccesso iniziale We have all the time in the world, il suo capolavoro incompreso e postumo, era riuscito alla fine a strappare se non proprio tutto, almeno un po’ di tempo al mondo per rendergli giustizia.

Pensiero

Sono legatissimo a questo brano. E’ stato ed è ancora una delle colonne portanti della mia vita.
Tra le canzoni più belle d’amore mai registrate, ogniqualvolta che ascolto We have all the time in the world, mi prende un magone, una fitta al petto che si trasforma in brividi, e mi fa accapponare la pelle, e lo fa ancora in maniera fantastica dopo 50 anni.

Quando la registrazione ebbe inizio Armstrong vi mise tutto se stesso, riuscì a imprimere in We have all the times in the world un’emozione palpabile e commovente, facendo quasi trapelare la consapevolezza e la malinconia di chi vive i suoi ultimi anni e vede sfuggire via a poco a poco la bellezza della vita.

Tra tutte le canzoni belle che hanno accompagnato la mia esistenza, questa è quasi sicuramente quella più importante. Non è facile spiegare le sensazioni che provo, un forte sentimento che, attraverso il suono, mi inebria della bellezza della vita. Emozioni che solo la musica riesce a donarmi e le parole per quanto sincere non riescono ad esprimere.

Passi

Ho percorso cunicoli sotterranei verso ogni direzione.
Grandi spazi segreti che attraversavano terre incolte.
Giardini, colline e montagne dove lo sguardo non arriva.

Ho intarsiato la mia libertà, con lavori duri.
Gonfi di sangue pulsante con spine nella testa.
Un passo dietro l’altro, ancora oggi avanzo.

Spring #2/4

Se la bellezza della natura servisse un po’ a mitigare l’arroganza umana avremmo risolto in parte i problemi del mondo. Perché l’uomo preferisca la distruzione, la deforestazione, l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e la guerra è una cosa priva di senso, che non trova nessuna giustificazione. La fame di supremazia, la sete di profitto regola il potere, tanto …il mondo che lasceremo non ci apparterrà.

Davide Van De Sfroos — Pica! (2008)

Davide Bernasconi in arte “Van De Sfroos” classe 1965, inizia una decina d’anni fa, la sua carriera da solista, realizzando il cd “Breva & Tivan”, disco d’oro, con cui vince la Targa Tenco come “miglior autore emergente”, e quasi contemporaneamente viene pubblicato il mini-cd, “Per una poma”. Nel 2001 pubblica “…E Semm partii”, che gli vale il secondo disco d’oro e la Targa Tenco come “miglior album in dialetto”. Nel gennaio del 2003, esce “Laiv”, come preannuncia la “storpiatura inglese”, un album che diventerà disco d’oro, quasi interamente registrato dal vivo. Infine l’ultimo album d’inediti “Akuaduulza”, 14 brani di storie, leggende, tradizioni di “acqua dolce”.

Dopo tre anni di attesa è uscito ora; “Pica!” (che in dialetto laghèe significa “picchia”), esclamazione che accompagnava il lavoro dei minatori di Frontale (frazione di Sondalo, comune dell’Alta Valtellina). Il disco è composto da quindici canzoni, di cui dodici cantate in dialetto e le restanti in italiano con ritornello sempre in dialetto. Questa è una delle caratteristiche principali che marcano questo sensibile musicista. La sua vocalità e il modo di fare musica crea una sonorità unica e profonda, il dialetto poi, che è una lingua a sé, ha una musicalità molto forte e una adattabilità a quella inglese, superiore a quella italiana. Davide suona una musica popolare, vera, sentita. Le canzoni sono legate alla realtà della vita quotidiana, parlano dei problemi che ogni giorno coinvolgono la gente comune. Ma se è il dialetto la principale peculiarità di Van De Sfroos, nelle sue ballate stralunate l’humour non è da meno, ed è infatti facilmente intuibile nell’ascolto del disco.

Davide Van De Sfroos con “Pica!” incide il suo disco più bello. Le sue liriche mischiate al rock, al country, al bluegrass, creano un tappeto sonoro di gran suggestione, un album intenso e coinvolgente, con una serie di canzoni di grande spessore. Vivamente consigliato.

Blog & Bloggers

Il compleanno del blog di Monica e lo Scrapbooking mi ha portato alla luce alcuni momenti.

Premessa

Molti sono i ricordi e molti sono stati i bei momenti ma per fortuna non mi creano tristezze o rimpianti.
Credo nella legge di “causa/effetto” e quindi mi sento e sono responsabile di questo presente perché io stesso in parte l’ho creato.

Il web

Abito il web fin dalla sua nascita ma ho aperto il mio primo blog, inteso come “diario personale”, nel 2006. Prima li frequentavo soltanto.

La piattaforma Splinder, nata nel 2001, è stata una delle prime che ho seguito e, aggiungo, senza paura di smentita anche quella più vera. Più vera perché su Splinder si condividevano quasi esclusivamente i pensieri personali, una comunità fatta da individui che amavano esprimersi scrivendo di se stessi e di quello che gli accadeva attorno. Un vero e proprio diario personale digitale condiviso.

Sul web però tutto corre veloce e se non c’è riscontro in termini numerici e di conseguenza monetari si è destinati a scomparire, questo succede anche con le aziende nella vita reale.

La nascita delle due piattaforme Blogger (poi Blogspot) e WordPress, nella seconda metà degli anni duemila, misero in crisi Splinder, dettando la sua definitiva chiusura dieci anni dopo, nel 2011.

Blogspot

Per facilità d’uso scelsi la piattaforma di Google, era più immediata, semplice e, a quanto si diceva, meno snob di WordPress. Aleggiava il pensiero che sulla seconda ci fossero solo scrittori affermati e gente preparata nello scrivere, in blogspot invece, c’erano persone più comuni, semplici, senza smanie letterarie.

Ammetto che dopo pochi mesi che avevo aperto il blog, instaurai dei bellissimi rapporti con questa comunità. Ogni qualvolta qualcuno della cerchia pubblicava un post, veniva commentato da tutti gli altri, instaurando così una confidenza che, se pur virtuale, era sincera.

Questa confidenza amichevole virtuale proprio perché sincera, un po’ alla volta si tramutò anche in reale, ed è questo il ricordo più bello di quei tempi. Si fece in modo di incontrarsi “dal vivo” e fu emozionante, anche una volta a cena a casa mia fu molto divertente.

Grazie ai blog quindi, alcune amicizie virtuali diventarono reali, cosa pretendere di più?

I Social

Sempre nella seconda metà degli anni duemila nacquero però anche i social network, Twitter e Facebook in primis ma non solo, Meemi il social italiano fece la sua comparsa.

(Su quest’ultimo farò un post a parte, visto che è stato molto importante nella mia vita “social”)

L’evento dei social misero in crisi i neonati blog o almeno una grossa fetta di loro.

Nei social, molto più effimeri e semplici da usare anche per gli “analfabeti digitali”, si potevano condividere anche le “cazzate” mentre un blog richiede comunque un impegno più profondo, nella cura, nell’esprimersi e nella condivisione.

Nelle seconda metà degli anni duemiladieci lentamente e inesorabilmente, molti blog chiusero le pubblicazioni e portò gli stessi amministratori per la maggior parte nei social.

Va sottolineato, sia chiaro, che la crisi del blog in favore del social non è stato totale, molti controcorrente, per libera e fondata scelta, hanno continuato la pubblicazione nel blog, alcuni condividendoli nei social e altri ignorandoli proprio.

Vent’anni dopo

Dopo un ventennio dalla nascita dei blog, la sua crisi in favore dei social, aleggia nell’aria una sofferenza in quest’ultimi.

Le fake news, l’arroganza, la mancanza di sincera condivisione e soprattutto l’intimità assente nel social, sta dando forza al blog. Un ritorno ad una condivisione più umana, confidenziale, meno appariscente, lontana dai riflettori, alimenta questo desiderio di ritorno.

Parallelo

Il parallelo con il “Vinile/CD” mi viene spontaneo.

Quando nacquero i CD negli anni ottanta, misero in seria crisi i vinili, fino alla scelta di non produrli da parte delle case discografiche e diventando quasi esclusivamente supporti per soli collezionisti.

Uno zoccolo duro di appassionati, come per il blog, rimase vivo, finché un ventennio dopo lentamente le case ripresero la loro pubblicazione, riprese la produzione dei supporti fonografici e pian piano il vinile si ritaglio la fetta di mercato sempre più grande arrivando negli anni duemila a superare (in america) quella del CD.

E chi l’avrebbe mai detto?

Futuro

Non sono un grande esperto e nemmeno un indovino ma da frequentatore dell’universo web qualche presentimento ce l’ho. Probabilmente questa mia sensazione è più che altro un augurio, è frutto di un reale desiderio di ritorno a una dimensione più umana, fatta di strette di mano, pacche sulla spalla, suggerimenti fraterni e condivisioni delle nostre passioni.

Vi pare poco?

Non scommetto sul futuro, a onor del vero, mi interessa anche poco. Per quanto mi riguarda sono tornato qui su WordPress in maniera assidua e continua per i motivi sopra descritti, da due anni, e come me altri, alcuni anche blogger storici.

Se questa mia sensazione avrà riscontro ne sarò MOLTO felice, se non l’avrà sarò felice lo stesso.

Ad Maiora

Spring #1/4

Il ripetersi delle stagioni, il ripetersi della natura, il ripetersi della fioritura.
Ogni anno quasi sempre puntualmente, quest’anno leggermente in ritardo a causa della mancanza d’acqua, si ripete la fioritura fantastica degli alberi da frutto e non solo. Una rinascita floreale che si rinnova e che rinnova i nostri pensieri.
Se solo ci fermassimo ad osservare la bellezza di queste visioni capiremmo di quanto sia bella la natura e di conseguenza la vita ma purtroppo così non è.

The Smiths — The Queen is Dead (1986)

Esiste una teoria secondo cui gli anni Ottanta britannici hanno prodotto solo due nomi da salvare: Smiths e Japan. Gruppi presuntuosi quanto si vuole ma almeno capaci di musica vera. Eppure all’epoca soprattutto gli Smiths lasciavano qualche dubbio. Sono bravi, bravissimi nei pochi minuti di un 45 giri — si diceva di loro — meno quando si tratta di reggere i tre quarti d’ora di un album, niente vero per quel che mi riguarda.

Sì, in “The Smiths” e in “Meat is murder” ci sono dei vistosi cali di tensione ma, in “The Queen is Dead” no, è perfetto dall’inizio alla fine come non era accaduto prima e non sarebbe accaduto poi.

“The Queen is Dead” è stato il punto più alto della carriera degli Smiths e può essere considerato il ritratto dell’Inghilterra del ‘900 secondo Morrissey che, al di là del suo ostentato egocentrismo è riuscito a regalarci canzoni uniche, immediate e nello stesso tempo con una presa lirica inimitabile.

Gli elementi dei testi sono: l’amore, la morte e soprattutto un grande senso dell’umor. Le parole sono sottili e genialmente ambigue. Morrissey fruga nella letteratura (Oscar Wilde) e nella cinematografia (le loro copertine hanno sempre riferimenti cinematografici) ma riesce ad imprimere sempre il suo marcato senso autoironico. Ma, bisogna ricordare che, le parole di Morrissey non sarebbero così efficaci senza le melodie perfette del chitarrista Johnny Marr, che all’epoca seppe far canticchiare chissà quanti loro fans.

Queste due anime del gruppo, hanno creato un marchio di fabbrica inimitabile, quella di Morrissey, decadente, tormentata e sentimentale, sempre in bilico tra genialità e auto-flagellazione, tra sguardo crudo sul mondo e sfrenato intimismo, e quella del chitarrista Johnny Marr, tutta fatta di strepitose intuizioni musicali.

Fu un “matrimonio” perfetto che raggiunse l’apice proprio i quegli anni Ottanta, senza essere superati nel futuro da nessuno, nemmeno dalle loro singole prove.

Io e la musica

I primi anni

La mia passione per la musica inizia verso i sette, otto anni.
I miei coetanei stavano fuori in strada a giocare e io in casa vicino alla radio ad ascoltare “Un disco per l’estate“. Mi piacevano le canzonette e avevo facilità nell’impararle a memoria.
Siamo nella seconda metà degli anni sessanta, i Beatles imperversano e la musica rock dopo la sua nascita negli anni cinquanta mette definitivamente le sue radici sfornando una serie di capolavori che rimarranno per sempre nella storia musicale mondiale.

Il boom economico a cavallo degli anni sessanta mise, tra l’altro, in cantiere, una miriade di nuove nascite che riempirono tutte le ‘classi scolastiche’ già dal 1970. I doppi turni furono all’ordine del giorno ed io, ne fui partecipe fin dalla prima media con il turno pomeridiano. Non era positivo andare a scuola alle 13:30, limitava notevolmente la crescita ludica e amichevole visto che la mattina non era particolarmente indicata alla socializzazione. Nel mio caso però, amante della musica, un lato positivo ce l’aveva: la radio, rai tre e non solo.

La giornata iniziava alle nove, orario di alzata dal letto, alle 9:30 musica leggera con Luciano Minghetti su radio Capodistria e alle 10 musica classica su radio rai tre.
La musica classica ebbe una enorme importanza nella mia formazione o meglio esperienza di ascolto sonoro. Mentre facevo i compiti era un’ottima compagnia, non invadeva i pensieri e allo stesso tempo suggestionava la mente.
Se pochi anni prima avevo una grande facilità ad imparare i testi delle canzonette leggere, con la musica classica la facilità era memorizzare la vita dei compositori. Leggevo la vita e le opere dei grandi musicisti nell’enciclopedia “Capire“. Ero affascinato dalla loro vita, tanto da incamerare nella mia memoria tutte le date, le opere e le vicissitudini dei vari Mozart, Bach, Beethoven ecc. ecc. Va da se che i due professori di musica che si sono avvicendati alle medie, mi portarono in palmo di mano. Era strano per loro, avere uno scolaro che amasse così tanto la musica classica da conoscere molto bene: vita, morte e miracoli dei più grandi musicisti classici di tutti i tempi.

Imagine

Ricordo come fosse ora, la prima volta che fu trasmessa a radio Capodistria da Minghetti “Imagine” di John Lennon. Fu un fulmine a ciel sereno, un avvenimento che stravolse il mio ‘ascolto’ e probabilmente quello di molti altri nel mondo.
Le mie orecchie, nonostante l’età, non erano certo inesperte all’ascolto di canzoni e musica ma quel brano fu ‘rivoluzionario’, era perfetto: voce, pianoforte, melodia, il tutto talmente bene assemblato da rendere quella canzone un gioiello unico e raro nel panorama musicale universale.

Se dalle canzonette leggere italiane passai alla musica classica certamente non leggera, con “Imagine” di Lennon, il mio interesse al suono cambiò ancora o meglio, si affiancò alla classica in un parallelo asincrono anche se non del tutto anormale.


Finirono le scuole medie, i doppi turni e con essi anche l’ascolto della musica classica. Siamo a metà anni settanta, tra i più intensi e profondi periodi della produzione musicale mondiale. Il panorama che mi veniva offerto era talmente interessante e soprattutto attuale che la “classica” mi era diventata stretta e anacronistica. Era più importante vivere il mio tempo, vivere il suono dell’epoca che stavo vivendo. Sicuramente era più costruttivo di qualsiasi altra cosa, vista la mia età. Non bastasse, nascevano programmi come ‘Per voi giovani‘, ‘Supersonic‘ e pochi altri che iniettavano nella nostra quotidianità e senza saperlo nella nostra vita, dosi sonore particolarmente interessanti da formare basi musicali fondamentali.

Sempre radio e non solo

La radio è sempre stata e in parte lo è ancora, l’elemento unico ed essenziale della mia formazione e passione musicale. Compagna fedele fin dalla tenera età, anche nella seconda metà degli anni settanta ha un ruolo fondamentale e determinante nella mia formazione. Programmi come ‘Popoff‘ e ‘Stereonotte‘ tra gli altri, mi fecero conoscere musicisti internazionali, soprattutto americani, di grande valore.
La radio quindi, è sempre stata la struttura che ha accompagnato la mia esistenza.
Oltre alla radio però, i primi anni settanta vedono la luce i primi giradischi stereo alla portata di tutti.

Non restavo più nella pelle nell’attesa del primo acquisto veramente importante della mia vita: lo stereo del Reader’s Digest, pagato a rate non so per quanti anni. Sono in prima superiore, nel gennaio 1974 e ho da pochi giorni compiuto quindici anni. Questo giradischi mi accompagnerà per i cinque anni delle superiori. I soldi per comprare i dischi non ne avevo molti ma grazie ad una occupazione lavorativa pomeridiana, riuscivo a permettermi diversi acquisti, alcuni fatti anche i negozi non proprio vicini come il Nannucci di Bologna, dove si potevano trovare dischi di importazione, difficili da trovare.

Le riviste

Se la radio ebbe un’importanza magistrale, notevole valore lo ebbero anche le riviste. La prima in assoluto fu Ciao 2001, che comprai per diversi anni, un settimanale informativo di musica rock che strizzava l’occhio ai personaggi più in voga del momento. Fu comunque molto importante perché diede visibilità anche a musicisti italiani che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. La prima rivista veramente importante per la mia formazione fu il mensile Muzak. Il primo numero uscì nell’ottobre del 1973 e fu per me una vera rivelazione. Su Muzak cominciai a scoprire (anche) il Jazz, genere musicale che come la Classica non apparteneva propriamente al presente ma aveva un valore sociale e politico assai più importante. Fu grazie a Muzak che cominciai ad ascoltare Coltrane, Davis e tanti altri “mostri” che fecero la storia della musica Jazz. Muzak dopo pochi anni chiuse per riaprire poco dopo con lo stesso nome ma con uno sguardo più rivolto al sociale che alla musica. Anche questa sua seconda rinascita fu molto importante per la mia formazione ‘sociale-politica’ ma la musica fu messa in secondo piano. Probabilmente anche per questo nacque Gong, un altro interessante mensile diretto da quel genio di Riccardo Bertoncelli. Anche questa rivista però non ebbe vita facile e dopo pochi numeri chiuse i battenti definitivamente.
Sempre in questi anni vengono alla luce altre nuove riviste, un rifluire quasi inaspettato di mensili musicali: Il Mucchio Selvaggio nel ’77, Rocherilla nel ’78, L’Ultimo Buscadero nel ’81 e successivamente Velvet nel ’88, tra quelli che ricordo, entrarono nelle case di tutti gli appassionati di musica.

Pausa

Riepilogando. Dopo le canzonette leggere da hit parade, disco per l’estate ed esperienze simili, avute tra gli otto e i dodici anni, dopo la prima adolescenza con la musica “Classica” e un primo approccio al “Rock” avvenuto tra gli undici e i quattordici anni, dopo un’intensa vita sonora con radio, riviste, dischi e cassette, con rock e jazz che mi hanno accompagnato tra i quattordici e i diciannove anni, entrai in una pausa molto pesante.
Dopo la maturità ho cominciato subito a lavorare in una cooperativa con turni e orari fuori dalla norma, che non lasciarono spazio a nessuna passione e quindi anche alla musica. Siamo nel ’78 il Punk era appena nato e cominciava ad espandersi a macchia d’olio.
Non vissi quel momento, che nella storia della musica ebbe un effetto rivoluzionario e per certi aspetti devastante. Fino al 1981, quando cambiai lavoro, fui allo scuro delle novità musicali. Una pausa involontaria, dovuta a causa di forza maggiore.
Un po’ alla volta dal 1982, ripresi in mano la situazione cercando di recuperare il tempo e la musica perduta. Non mi fu difficile, tutto il materiale era recuperabile, le riviste e la radio, ancora una volta, furono indispensabili.

Ripresa

Due elementi sono stati davvero importanti per la mia ripresa sonora: il mensile “Ultimo Buscadero” e la trasmissione radiofonica della rai “Stereonotte“.
Se l’informazione musicale cartacea abbondava non lo era quella via etere. Stereonotte infatti era l’unico, almeno a livello nazionale, programma cult radiofonico. Iniziava dopo mezzanotte per proseguire fino alle sei di mattina. Visto l’orario, la trasmissione aveva uno zoccolo duro di ascoltatori, certamente attenti a appassionati musicali.
Siamo nel 1982, il punk nato pochi anni prima in Inghilterra e soprattutto il post-punk si stava affermando anche qui in Italia e Stereonotte quindi, aveva molto materiale da mettere al fuoco. Certo l’orario infausto soprattutto per chi lavorava di giorno, non permetteva un completo ascolto, ma parziale, almeno nelle prime ore della notte.
Passano gli anni, passano gli anni ottanta, per tanti bistrattati e per molti, come il sottoscritto, molto importanti. La seconda metà infatti, sforna una serie di dischi che rimarranno impressi, importanti e profondi nella mia memoria. Morrison, Hiatt, Smiths, Chapman, Talking Heads, Waits, Cave, Gabriel, REM, e tanti altri, incidono dischi che rimarranno immortali.

I novanta

Questa decade, raggiunti i trent’anni, con un nuovo lavoro e una famiglia da poco creata, non attenua la mia passione musicale anzi la rafforza. Dopo oltre trent’anni di ascolto attento, la maturità e l’esperienza sonora, affina ancora di più il mio “orecchio” critico. Ascolto molti dischi, moltissimi, e questo mi aiuta a discernere. Certo non ci sono particolari innovazioni, il più è già stato fatto e dopo la tabula rasa della rivoluzione punk, non c’è molto altro da dire. Questa è l’opinione pubblica e in parte mi trova d’accordo.

Musica e internet

Gli anni duemila portano la rivoluzione internet e con essa anche l’ascolto musicale cambia. La fruizione sonora dopo gli anni novanta che ha visto il decadimento degli LP in favore dei CD, muove i primi passi con lo streaming. Tra i primi servizi c’è Last.fm, fondato nel 2002, a cui seguiranno moltissimi altri. Il CD vende ancora, il supporto fisico mantiene ancora il suo fascino ma un po’ alla volta negli anni a venire perderà la supremazia.
Gli anni duemila vedono la nascita anche dei blog, spazi personali di condivisione. Ed è un bellissimo periodo. La possibilità di scambiarsi idee, opinioni in ogni campo compresa la musica, ha del rivoluzionario come mai prima. Anche i non addetti ai lavori, hanno la possibilità di esprimere il proprio pensiero su un dato argomento e in questo caso, personalmente, su i dischi in ascolto.
Dal 2006 comincio a scrivere le mie impressioni su dischi vecchi e nuovi. Recensire è un termine serio che non mi sento di appropriarmi, lo lascio volentieri a giornalisti-critici delle testate nazionali.
“Attento ascoltatore ai suoni del mondo” è il termine che più mi si addice.

Ora

Gli anni duemiladieci sono proseguiti sulla scia della decade precedente, molte uscite, poche vere innovazioni. Dopo settant’anni di nuova musica dove per “nuova” intendo il rock nato nei primi anni ’50, è assai difficile creare qualcosa di nuovo… ma non è un problema!
Il bello della musica, dei dischi, delle canzoni è che non hanno tempo. Ascoltare un brano degli anni sessanta o duemilaventi, da’ sempre un’emozione. Molto probabilmente nel primo caso sarà legato anche un ricordo e questo rafforza l’ascolto, mentre nel secondo si cercherà la vibrazione che stimola l’apparato uditivo e di conseguenza la mente, in ogni caso, la musica è vibrazione ed emozione, e poco conta se recente o degli anni passati.
Non mi prolungo in teorie o sequele musicali, questa in sintesi è stata e continua ad essere la mia storia legata alla passione per la musica, iniziata con la fanciullezza e proseguita per ogni fase della vita. Ogni periodo è legato a ricordi sulla famiglia, sul lavoro, sugli amici, sulla scuola, e ogni periodo è legato a un qualcosa di musicale, che sia un disco o un brano, la mia vita è collegata a doppio filo con del suono, dei testi, delle canzoni.

Arte

L’arte è il significato e la creazione, nascoste dietro una bellezza e comprende ogni attività umana portata a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza. Pertanto l’arte è un linguaggio, ossia la capacità di trasmettere emozioni e messaggi. Tuttavia non esiste un unico linguaggio artistico e neppure un unico codice inequivocabile di interpretazione.Nel suo significato più sublime l’arte è l’espressione estetica dell’interiorità e dell’animo umano. Rispecchia le opinioni, i sentimenti e i pensieri dell’artista nell’ambito sociale, morale, culturale, etico o religioso del suo periodo storico. (Wikipedia)

Si può amare ogni forma di arte: Pittura, Scultura, Architettura, Letteratura, Danza, Teatro, Cinema ecc. ecc. io ho sempre amato e continuo ad amare la Musica, colonna portante del mio esistere.

Primavera al tramonto

La stagione si sta aprendo, le giornate lentamente si stanno allungando e la luce del sole offre spettacoli naturali molto suggestivi. E, anche due semplici angoli di terra vicino a casa mia, danno una bella emozione, una sensazione di benessere che molte volte le parole non sanno esprimere.