Asterisco #51

Fatico ad assorbire informazioni in merito a cose, ma anche a persone, per cui non provo il benché minimo interesse. Per tutto ciò che non mi stimola curiosità. E allora osservo, e ascolto impassibile, ciò che la vita mi va a raccontare, lasciando inalterato e spoglio, ogni angolo di memoria, sempre pronto a nuova e corroborante accoglienza. La mia pelle è tovaglia, scacchi bianchi e rossi, solo selezione impermeabile di stimoli ben piantati.

Mamas & Papas

California Dreamin’, sognando la California, diceva una celebre canzone dei Mamas & Papas, altro gruppo esemplare della stagione dei fiori, appartenente al filone folk pre-dylaniano, che ripartiva dal folk revival degli anni Cinquanta poi riveduto e corretto alla luce del solare ambiente californiano. Anche The Mamas & The Papas fondavano l’intero repertorio sull’uso delle voci, ma il gruppo era strutturato in modo singolare: due uomini, e due donne, una delle quali, Mama Cass, si distinse come una straordinaria vocalist, una delle prime figure di cantanti femminili emerse dalla musica rock, fino ad allora prevalentemente maschile. Anche nel loro aspetto, floreale e libertario, evocavano la magia di una terra che sembrava promettere a tutti una vita meravigliosa. Ma, come spesso è successo nella storia del rock, anche i quadretti piú positivi e luminosi nascondevano aspetti piú tragici. Mama Cass morí prematuramente, dopo aver tentato una problematica carriera solista.

Lucky Thompson

Il 16 giugno 1924 nasce a Detroit, nel Michigan, il sassofonista Eli Thompson, detto Lucky, tra i personaggi più significativi della storia del jazz.

Se Tommy Ladnier rappresentava il jazz tradizionale e Howlin’ Wolf il blues primordiale, Lucky Thompson (Eli Thompson, 1924–2005) è stato l’architetto della raffinatezza tecnica.
È considerato uno dei sassofonisti più sofisticati della storia del jazz, capace di muoversi con un’eleganza sovrumana tra lo swing e il bebop. Thompson era un uomo integro e complesso, la cui carriera è stata segnata tanto dal suo genio quanto dal suo rifiuto di scendere a compromessi con l’industria musicale.
Lucky Thompson è stato uno dei pochi musicisti capaci di armonizzare due ere apparentemente opposte: Il suo tono al tenore era ricco e robusto, influenzato da giganti come Coleman Hawkins e Ben Webster. Allo stesso tempo, la sua agilità mentale e le sue scelte armoniche erano moderne quanto quelle di Charlie Parker (con cui collaborò nei celebri brani per la Dial Records nel 1946).
Nonostante la sua natura di “lupo solitario”, il suo nome appare in alcuni dei dischi più importanti della storia. È il sassofonista tenore in Walkin’ (1954), l’album che di fatto inventò l’Hard Bop. Partecipò a sessioni storiche dove la sua precisione formale faceva da perfetto contrappunto alle spigolosità ritmiche di Monk. Insieme a Sidney Bechet e Steve Lacy, Thompson è stato uno dei pochissimi a sdoganare il sax soprano nel jazz moderno, suonandolo con una purezza quasi classica, priva di vibrati eccessivi.
Lucky Thompson era un intellettuale del jazz con un forte senso etico. Definiva le case discografiche e i promoter come “parassiti” e “avvoltoi”. Questo suo carattere fiero lo portò a vivere a lungo tra Parigi e Baden-Baden negli anni ’50 e ’60, trovando un ambiente più rispettoso per la sua musica.
Negli anni ’70, disgustato dall’industria, abbandonò completamente la musica. Visse gli ultimi decenni della sua vita in solitudine, conducendo per un periodo un’esistenza da senzatetto vicino a Seattle, lontano dai riflettori che tanto disprezzava.
Perché ascoltarlo oggi?
Ascoltare Lucky Thompson significa scoprire la perfezione della linea melodica. Ogni suo assolo è costruito come un piccolo edificio perfetto: non c’è una nota fuori posto, non c’è mai volgarità o eccesso.

    Pref

    Le parole, sui muri dello street artist Pref, non si limitano a comunicare: si comportano come materia viva. Si piegano, si annodano, si rincorrono fino a perdere la loro forma abituale e costringere chi guarda leggere davvero. Artista britannico cresciuto nel Nord-Ovest di Londra, Pref è oggi una figura di riferimento nei graffiti e nel muralismo tipografico. Da oltre vent’anni lavora su frasi comuni, modi di dire e frammenti autobiografici che diventano strutture visive complesse. Il testo non è mai solo testo: è un campo di tensione tra ciò che dice e ciò che mostra. Il suo lavoro si muove con naturalezza tra strada e spazio espositivo. Nei muri urbani le parole dialogano con l’architettura, sfruttando superfici e volumi; in galleria si condensano in composizioni più controllate, spesso in bianco e nero, dove il gioco ottico si fa ancora più serrato. In entrambi i casi, l’interesse rimane lo stesso: mettere in discussione il modo in cui usiamo e percepiamo il linguaggio. Pref continua così a esplorare il potenziale nascosto delle parole più ordinarie, trasformandole in immagini da decifrare, dove leggere diventa un atto attivo e consapevole.

    StudioMuralsWalls

    Big Yellow Taxi – Joni Mitchell (1970)

    Il brano Big Yellow Taxi di Joni Mitchell, pubblicato nel 1970 nell’album Ladies of the Canyon, è uno dei brani più celebri della musica folk-rock americana e una delle prime grandi canzoni pop a parlare apertamente di ambientalismo.
    Musicalmente il pezzo è essenziale ma luminoso: chitarra acustica, una melodia immediata e quella voce limpida e mobile di Joni Mitchell che riesce a trasformare la denuncia in qualcosa di poetico e universale. C’è anche una riflessione più intima: il brano parla di come spesso ci si accorga del valore delle cose solo dopo averle perdute.
    Big Yellow Taxi è un gioiello di poesia, realtà, allegria e critica sociale, è un magnifico esempio di come una canzone possa parlare alle nostre coscienze con semplicità e chiarezza, parla di come la natura viene offesa dalla nostra avidità, se la prende addirittura, due anni prima che il DDT venga messo fuorilegge perché pericoloso, con gli agricoltori che lo usano “Oh agricoltore, metti via ora quel DDT. Dammi delle mele macchiate, ma lasciami gli uccelli e le api”, in una canzone cantabile, melodica, sopraffina e godibile. Big Yellow Taxi è una canzone impegnata, insomma, allegra nella forma, pesante nel contenuto, soprattutto se si pensa che è stata scritta e cantata oltre cinquanta anni fa. E la cosa bella è che fu pubblicata su singolo in un 45 giri a dir poco eccezionale, che sul lato A aveva per l’appunto Big Yellow Taxi e sul lato B l’altrettanto leggendaria Woodstock, che Joni scrisse all’indomani del festival che si era svolto pochi mesi prima.

    Robert Johnson – King Of The Delta Blues Singer (1961)

    Nel 1961 arrivano sui giradischi la voce e la chitarra di uomo morto da 25 anni. Un chitarrista e cantante blues che pochi ricordano, e che non si è abituati a considerare un maestro. Da vivo, nei 27 anni della sua esistenza, Robert Johnson non era stato un mito. Lo diventerà dopo la morte, soprattutto grazie ai musicisti bianchi (e in larga parte inglesi) che identificano in lui il leggendario suono del blues del Delta del Mississippi. Robert Johnson è un fantasma: oltre ai 29 blues registrati tra il 1936 e il 1937, su di lui non v’e certezza alcuna. Pare fosse figlio illegittimo, probabilmente nato nel 1911, di una tale Julia Major, sposata con un Charles Dodds che rifiuterà per sempre di riconciliarsi con la moglie, anche se riprenderà con sé il figlio. Si dice che abbia imparato a suonare la chitarra grazie a uno dei fratellastri e si racconta che da ragazzino pedante e sgraziato all’improvviso si sia trasformato in musicista sorprendentemente dotato. La leggenda – incoraggiata poi dallo stesso Johnson – vuole che sia stato il diavolo in persona (un diavolo nero, naturalmente) a mostrargli come trarre quei suoni prodigiosi dalle sei corde della chitarra. In cambio dell’anima, che Robert dovette rendergli a soli 27 anni, forse perché avvelenato da un marito geloso, forse per via della sifilide. L’Unica certezza, insomma, è che nel novembre del 1936, a San Antonio, Texas, e nel giugno dell’anno seguente, a Dallas, Texas, la Brunswick Records riuscì a portare in studio il chitarrista del Delta e a registrare i 29 blues che imprimeranno per sempre il nome di Robert Johnson nella storia della musica del Novecento. A partire dal 1961, appunto, i primi sedici usciranno su un disco della Colombia grazie a John Hammond, l’uomo che insegue il fantasma di Johnson dagli anni Trenta e che scoprirà Bob Dylan e Brune Springsteen. Ma che cosa ci troveranno, tutti quei bianchi, in quelle sedici tracce? Una sintesi modernissima, nei tempi (il brano più lungo, Terraplane Blues, supera di poco i tre minuti) e nei modi: voce, chitarra, una chitarra che sembra quasi elettrica, tanto viene tormentata. Robert Johnson canta un blues tutto introspettivo, che racconta di uomini in fuga, di sesso e di impotenza, di possessione diabolica e dell’impossibilità di sfuggire ai propri demoni. E suona vero, autentico, tanto che ogni leggenda su di lui diventa credibile.

    Howlin’ Wolf

    Il 10 giugno 1910 nasce ad Aberdeen, nel Mississippi il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra con l’innesto sugli stili del blues di Chicago dell’aggressività e dell linguaggio musicale del blues rurale.

    Se Tommy Ladnier era “la cornetta che prega”, Howlin’ Wolf (Chester Arthur Burnett, 1910–1976) era il tuono che rispondeva. È stato uno dei giganti del Chicago Blues, una figura imponente (quasi due metri per 130 kg) con una voce che sembrava provenire dal centro della terra.
    A differenza del suo grande rivale Muddy Waters, che incarnava un blues più urbano e “cool”, Wolf portò a Chicago l’energia selvaggia e pericolosa del Delta del Mississippi.
    Una grana graffiante e gutturale, spesso paragonata al suono di una sega che taglia il metallo, capace di trasformarsi improvvisamente nel suo celebre “ululato” (howl). Suonava l’armonica con una forza fisica impressionante, usando un approccio meno tecnico e più viscerale. Era noto per le sue performance ipnotiche: strisciava sul palco, ululava alla luna e fissava il pubblico con un’intensità che intimidiva i colleghi.
    La competizione tra i due era leggendaria. Entrambi incidevano per la Chess Records e si contendevano i pezzi migliori scritti dal bassista e autore Willie Dixon. Wolf spesso si sentiva trascurato a favore di Muddy, il che alimentava una rivalità che spingeva entrambi a dare il massimo in studio e sul palco.
    Howlin’ Wolf è stato il ponte fondamentale tra il blues rurale e il rock moderno:
    Nel 1965, gli Stones pretesero che Wolf apparisse insieme a loro nello show Shindig!, presentandolo come il loro idolo a milioni di adolescenti bianchi. Nel 1970 registrò a Londra con Eric Clapton, Steve Winwood e membri dei Rolling Stones, unendo le generazioni del blues. Senza di lui, non avremmo avuto la potenza vocale di Captain Beefheart, Tom Waits o dei Led Zeppelin (che “presero in prestito” molto da brani come Killing Floor).

    “Nessuno può eguagliare Howlin’ Wolf. Muddy Waters era un gentiluomo, ma Wolf era… beh, Wolf era una forza della natura.”