I migliori album jazz #78

Art Tatum – Piano Starts Here (1968)

Originario di Toledo, Ohio, il pianista ipovedente Art Tatum ha innalzato a un livello incredibilmente alto l’asticella del jazz pianistico dal 1933, anno delle sue prime registrazioni, fino alla sua morte nel 1956. La compilation del 1968, Piano Starts Here, offre un’istantanea gratificante della tecnica sbalorditiva di Tatum e ha riacceso l’interesse per la sua musica dodici anni dopo la sua scomparsa. Conteneva i suoi primi quattro brani in studio – tra cui le meravigliose e sgargianti interpretazioni di “Tea For Two” e “Tiger Rag” – arricchiti da scintillanti registrazioni dal vivo effettuate allo Shrine Auditorium di Los Angeles nel 1949. Tale è il genio di Tatum che trasforma il materiale di partenza in mini-concerti virtuosi, ricchi di vertiginose cascate melodiche, inventivi accordi sostitutivi e accompagnamenti della mano sinistra rapidissimi.

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Storia della musica: dal blues agli anni duemila #23

23 – Il Funk

Se già in un capolavoro di soul deviato come “Papa’s Got a Brand New Bag” (1965) si possono intravedere i segni distintivi del funk è “Get Up (I Feel Like Being A) Sex Machine”, del 1970, a codificare definitivamente il genere con una grassa linea di basso a fornire il riff principale, ritmi sincopati e un suono stridulo di chitarra passata attraverso il wah-wah a completare il suono; la struttura dei pezzi funk è più libera, vicina all’improvvisazione che si era un po’ persa col rhythm’n’blues ma da sempre è nel dna della musica afroamericana, lunghe jam simile a quelle che prendevano piede nel rock psichedelico ed un ruolo fondamentale di divenire subito musica della controcultura nera.
Funky era la colonna sonora di “Sweet Sweetback’s Baadasssss Song”, primo film indipendente di Melvin Van Peebles che inaugura il filone della cosiddetta blaxploitation (oltre a lanciare gli Earth, Wind & Fire, esponenti del funk a più alta gradazione pop), filone di film minori girati perlopiù da registi neri per un pubblico nero con protagonisti neri, caratterizzati da colonne sonore che alternano funk e  philly soul, che prospererà per tutto il decennio.
Se James Brown fu il padre del funk, due figure altrettanto importanti per la sua crescita furono Sly Stone e George Clinton: il primo è l’artefice con la sua Family nel secondo album “Dance To The Music”, del 1968, di una fusione irresistibile tra rock, funk e psichedelia (la Family si esibirà anche al festival di Woodstock) ma è nel successivo “Stand!” (1969) che trova la quadratura del cerchio sposando una vena militante nei testi con un’alternanza perfetta tra jam funk-psichedeliche e anthem come “Everyday people” e l’irresistibile “I Wanna Take you Higher”: segue un’altra pietra miliare, nel 1971, con “There’s a Riot Goin’ On”.
L’idea della jam funk monocorde e sconfinata viene portata alle estreme conseguenze dall’iper-prolifico George Clinton che “fa del funk il nonplusultra della musica da party”: difficile raccapezzarsi nella sua sterminata discografia, soprattutto se si mettono insieme le uscite con Parliament e Funkadelic e le si sommano a quelle soliste. Se i Funkadelic sono più vicini al formato funk-rock psichedelico del primo Sly Stone, con i Parliament Clinton da sfogo alle sue smanie di jamming selvaggio e alla sua passione per il celebre look freak-fantascientifico; sciolte le fila di entrambi i gruppi a inizio anni ’80 Clinton si dedica ad un electro-funk costruito su drum machines e sintetizzatori. 
Il lavoro pionieristico di questi tre artisti aiuterà il funk ad affermarsi come musica nera per antonomasia per gran parte dei ’70, dalla versione più terrena ed aspra data da Meters e Bloodstone al funk di Earth Wind and Fire, Kool and The Gang e K.C. and The Sunshine Band che traghettano il genere verso la disco: dagli Chic in poi, (“Le Freak”, 1978), la transizione si fa irreversibile e il groove minimale di basso funky, accompagnato agli archi e alle suadenti voci femminili testimoniano la confluenza delle due anime della musica nera dell’epoca, philly soul e funk, nel calderone della musica da ballo per eccellenza.
Non che si tratti dell’unico sbocco di quel suono, che potrà essere ritrovato ovunque nella musica a venire: dalla rilettura sghemba che ne darà Prince negli anni ‘80, alle fusioni col jazz portate avanti da gente come Herbie Hancock e Roy Ayers, dalla fusione col Metal azzardata da Fishbone e Red Hot Chili Peppers all’incalcolabile influenza esercitata sull’hiphop, fino alla riscoperta dei classici minori del genere durante gli anni ’90 anche grazie all’opera di ricerca di dj come DJ Shadow, Kenny Dope, Pete Rock e soprattutto Keb Darge, supervisore della celebre collana Funk Spectrum e di innumerevoli altre compilation a tema. (Continua…)

Giugno

Giugno non è gentile.
Suda sui muri,
si infila nelle stanze
con l’odore acre dell’asfalto caldo.

Giugno brucia piano l’orizzonte,
sfiora le pietre e le foglie
e versa luce fin dove il giorno
si arrende al primo silenzio.

Giugno cede il passo la rosa, stanca di maggio,
mentre il giorno si allunga e ruba l’ombra.
Giugno cammina su un tappeto di grano
e scalda la terra che il sole ingombra.

Bob Dylan: i suoi album #19

Street Legal (1978)

Considerato spesso l’album “big band” di Bob Dylan, Street-Legal (1978) è uno dei capitoli più discussi, densi e affascinanti della sua sterminata discografia. È il disco che segna il passaggio tra il Dylan narrativo degli anni ’70 e quello spirituale della fase “Born Again”. La tempesta spirituale che di lì a poco avrebbe portato Dylan verso la conversione cristiana. È un album di transizione, inquieto, teatrale, spesso sottovalutato.
Dopo l’intensità acustica di Blood on the Tracks e il sapore folk di Desire, Dylan decise di cambiare radicalmente rotta. Reclutò una band numerosa per un suono più ricco e soul, caratterizzato da una sezione di fiati imponenti, da coriste gospel (che diventeranno un marchio di fabbrica dei suoi tour successivi) e da Arrangiamenti complessi, quasi da “Las Vegas notturna”.
Il suono sorprende subito: arrangiamenti ampi, cori femminili, fiati, chitarre elettriche e una produzione quasi “urbana”, lontana dal folk scarno degli inizi. Dylan sembra guardare al soul, al rock di arena e persino al gospel nascente. La voce è ruvida, spezzata, ma piena di tensione drammatica.
Brani come “Changing of the Guards” aprono il disco con immagini apocalittiche e simboliche, in una delle sue scritture più enigmatiche e visionarie. “Señor (Tales of Yankee Power)” è invece un viaggio sospeso tra deserto, politica e spiritualità, con un’atmosfera notturna e allucinata. “Where Are You Tonight? (Journey Through Dark Heat)” chiude il disco in modo febbrile e quasi disperato, come una corsa dentro il caos emotivo.
Molti critici all’epoca lo accolsero freddamente, anche per via della produzione considerata confusa. Col tempo però Street-Legal è stato rivalutato: oggi appare come un’opera irregolare ma coraggiosa, piena di crepe umane e intuizioni poetiche. Non ha la perfezione di altri classici di Dylan, ma possiede qualcosa di vivo, instabile, autentico.
È un album da ascoltare al tramonto, tra luci di città e pensieri irrisolti: il ritratto di un artista che sta cambiando pelle senza sapere ancora in cosa si trasformerà.
A margine va ricordato che la sfortuna iniziale di Street-Legal non fu dovuta alla qualità delle canzoni, ma al suono “fangoso. La stampa in vinile del 1978 era tecnicamente carente. Il suono risultava compresso, quasi ovattato, come se gli strumenti si calpestassero a vicenda. E’ solo con la rimasterizzazione di fine anni ’90 che l’album è stato “ripulito”, rivelando la brillantezza degli arrangiamenti e portando molti critici a rivalutare l’opera come un capolavoro dimenticato.
Una curiosità: la copertina ritrae Dylan sulle scale del suo studio di registrazione (Rundown Studios a Santa Monica). L’immagine riflette perfettamente l’atmosfera dell’album: un uomo in transito, elegante ma visibilmente provato.

Tommy Ladnier

Il 4 giugno 1939 muore precocemente a New York il leggendario trombettista Tommy Ladnier, registrato all’anagrafe con il nome di Thomas James Ladnier.

Thomas James Ladnier (1900–1939) è stato uno dei trombettisti più influenti e rispettati della prima era del jazz. Spesso descritto come l’anello di congiunzione tra lo stile di King Oliver e quello di Louis Armstrong, Ladnier era celebre per il suo tono intenso, profondamente radicato nel blues, e per la sua straordinaria maestria nell’uso della sordina.
La carriera di Ladnier è stata caratterizzata da numerosi viaggi internazionali e collaborazioni con la “nobiltà” del jazz classico.
Nato vicino a New Orleans, ebbe come mentore il leggendario Bunk Johnson. Nel 1917 si trasferì a Chicago durante la “Grande Migrazione”, iniziando la sua carriera professionale. Negli anni ’20 divenne il trombettista preferito delle grandi cantanti blues. Registrò numerosi brani per la Paramount Records, accompagnando icone come Ma Rainey, Ida Cox e Alberta Hunter. Nel 1926 entrò a far parte dell’orchestra di Fletcher Henderson come solista principale, consolidando la sua fama di virtuoso dei brani “hot”. Fu un pioniere del jazz globale, suonando in Europa e persino in Russia con l’orchestra di Sam Wooding. Durante la Grande Depressione, la crisi del lavoro lo spinse ad aprire con l’amico fraterno Sidney Bechet la “Southern Tailor Shop” ad Harlem (1933–1934). Si dice che nel negozio si facessero più jam session che rammendi.
Ladnier non cercava il virtuosismo acrobatico di Armstrong, ma puntava tutto sull’emozione pura. Il soprannome “The Praying Cornet” derivava dalla sua capacità di far “parlare” lo strumento, imitando i lamenti e le preghiere della voce umana. Era insuperabile nell’uso di sordine diverse per creare effetti di “growl” (ringhio) e sfumature timbriche uniche. Dopo un periodo di oblio, fu “riscoperto” nel 1938 dal critico francese Hugues Panassié. Insieme incisero le celebri sessioni “Mezzrow-Ladnier”, pietre miliari del revival del New Orleans jazz.
Morì prematuramente a soli 39 anni a causa di un attacco cardiaco, proprio mentre la sua carriera stava vivendo una seconda giovinezza.

“Per me, Tommy Ladnier è stato il più grande interprete di blues di tutti i tempi.”
Hugues Panassié

Stuart Franklin

Nato a Londra nel 1956, Stuart Franklin si laurea in fotografia al West Surrey College of Art and Design e consegue la laurea e il dottorato di ricerca in geografia all’Universita di Oxford.
Negli anni Ottanta lavora come corrispondente per l’agenzia Sygma a Parigi, prima di entrare in contatto con Magnum Photos di cui diventa membro nel 1989.
Vince il World Press Photo con la foto dell’uomo che, da solo, fronteggia i carri armati sulla Piazza Tienanmen di Pechino (1989), il premio Tom Hopkinson per il fotogiornalismo e il premio Christian Aid per la fotografia umanitaria per il suo lavoro sulla carestia del Sahel (1984-85).
Fin dagli anni Novanta collabora intensamente con il National Geographic Magazine, con lunghi reportage dedicati soprattutto agli aspetti sociali legati ai temi della natura e viaggiando tra America del Centro e del Sud, Cina, Sudest asiatico ed Europa, dove recentemente ha completato un lavoro sull’Unificazione Europea.
Ha pubblicato nel 1990 Tiananmen Square; nel 1999 || tempo degli alberi, un saggio fotografico che esamina la relazione esistente oggi tra società e natura. La città dinamica, il suo ultimo volume (2003), esamina l’evoluzione e la vita quotidiana delle città.
Attualmente Stuart Franklin sta lavorando a due nuovi progetti, sulla globalizzazione in Africa e sulla grande tradizione marinara inglese (Sea Fever uscirà in libreria in Gran Bretagna il 21 ottobre 2005).

Il Sito Magnum PhotosArtsy

Little Richard – Here’s Little Richard (1957)

Richard Wayne Penniman è incasinato e tormentato come il rock’n’roll. Ha 12 fratelli e sorelle e suo padre viene assassinato quando lui ha 20 anni. Non ha un soldo, e quel poco che guadagna lo spende in lezioni di pianoforte. Lo chiamano Little, ma è alto un metro e ottanta. Ha imparato a cantare in chiesa e a fare spettacolo dai venditori ambulanti che arrivano in città, a Macon, Georgia, pieno Sud degli Stati Uniti. E’ spirituale e carnale, religiosissimo e volgare, canta sconcezze indirizzate a donne che sanno come divertirsi e divertire, ma da come si trucca tutti capiscono che gli piacciono piú che altro gli uomini. Con i fratelli, fa musica da sempre. A 19 anni vince un concorso con la Rca, ma prima che accada qualcosa trascorrono altri quattro anni. Ora è con la Specialty, e in particolare con il produttore Bumps Blackwell, una piccola celebrità in quel momento, l’uomo che ha lanciato le Carriere di Ray Charles e di Quincy Jones. Non è che Blackwell ci capisca granché, di questo bizzarro pianista di night che dice di aver imparato a suonare il piano da Esquerita (da cui deve aver preso anche il gusto per il trucco e le parrucche) e che in un attimo passa dal sussurro all’urlo. Pensa che sia possibile lanciarlo come bluesman e lo porta a New Orleans per registrare un album. Tra un’incisione e l’altra, racconterà per sempre la mitologia rock’n’roll, in studio Richard improvvisa una specie di scioglilingua che decanta le virtù del posteriore femminile (femminile?), forse di tutti i posteriori femminili, forse di uno in particolare. Blackwell ferma tutto e gli chiede di registrare ciò che ha appena cantato, censurandolo un po’ e quindi rendendolo ancora più incomprensibile. Nasce così Tutti Frutti, il primo hit rock’n’roll che si affida esclusivamente al suono, e al ritmo, per comunicare il proprio significato. Il primo che non ha bisogno di parole. In quello stesso 1955, e poi lungo tutto il 1956, Little Richard registra altri due grandi successi, Long Tall Sally e Jenny Jenny, che appaiono con una manciata di turbo-boogie-woogie nel suo primo (e forse ultimo) album davvero memorabile. Per lui comincia quel rapporto tormentato tra musica e fede, con sensi di colpa nell’uno e nell’altro senso, che lo spingerà ad abbandonare il rock’n’roll per la predicazione, con infiniti ritorni. Comincia il rock’n’roll, insomma, che sarà sempre spirituale e carnale come Little Richard.


Appunti Corti #135

La vendetta degli umani contro la Natura, quando essa non è addomesticabile, è aberrante vergognosa ed inaccettabile. Molti umani, ormai lontani anni luce dalla sapienza contadina, ritengono che la Natura possa, anzi debba, essere piegata al proprio stile di vita innaturale.

Ormai piegati ed asserviti possiamo senza ribellarci accettare di tutto: guerra, povertà, ingiustizie, crudeltà, indifferenza…
Per interessi economici e finanziari, sono distorti e distrutti irrimediabilmente gli attuali equilibri naturali, ci vorranno chissà quanti decenni perché si ricompongano. Noi non lo vedremo. Forse i pronipoti, se ancora qualche umano resisterà a questa distruzione.