Appunti corti #136

Il caldo non è più soltanto una stagione.
È diventato un segnale. Le estati si allungano, le temperature raggiungono livelli che fino a pochi anni fa sembravano eccezionali, e ciò che un tempo definivamo “ondata di calore” rischia di trasformarsi nella nuova normalità.

Il cambiamento climatico non è un fenomeno lontano, confinato nei ghiacciai che si sciolgono o nelle immagini di terre remote colpite da eventi estremi. È qui, nelle città che trattengono il calore, nei campi assetati, nelle notti sempre più difficili da rinfrescare. Lo percepiamo sulla pelle, nel respiro affannato delle giornate più torride e nella crescente fragilità degli ecosistemi che ci circondano.

Di fronte a questa realtà, il rischio più grande è abituarsi. Considerare normale ciò che normale non è. Invece, il caldo estremo dovrebbe ricordarci che il rapporto tra l’uomo e l’ambiente è fatto di equilibri delicati. Proteggere il clima non significa soltanto salvaguardare la natura: significa difendere la qualità della vita, la salute, il futuro delle prossime generazioni.

Ogni estate più calda della precedente ci pone una domanda semplice ma urgente: vogliamo essere spettatori del cambiamento o protagonisti delle soluzioni? La risposta non riguarda soltanto governi e istituzioni, ma ciascuno di noi. Perché il clima che lasceremo domani dipende anche dalle scelte che compiamo oggi.

Estate

L’estate arriva senza chiedere permesso,
spalanca le finestre,
brucia le ore lente del pomeriggio
e lascia il sale sulla pelle.

L’estate arriva e non si scusa,
versa caldo sulle strade,
apre finestre verso il mare,
e brucia i giorni in silenzio.

L’estate è un pugno di luce in faccia,
un sudario di zinco sul petto della terra.
Il cielo scotta, l’asfalto sbraita,
e il vento asciuga i pensieri e le ossa
.

Asterisco #51

Fatico ad assorbire informazioni in merito a cose, ma anche a persone, per cui non provo il benché minimo interesse. Per tutto ciò che non mi stimola curiosità. E allora osservo, e ascolto impassibile, ciò che la vita mi va a raccontare, lasciando inalterato e spoglio, ogni angolo di memoria, sempre pronto a nuova e corroborante accoglienza. La mia pelle è tovaglia, scacchi bianchi e rossi, solo selezione impermeabile di stimoli ben piantati.

Giugno

Giugno non è gentile.
Suda sui muri,
si infila nelle stanze
con l’odore acre dell’asfalto caldo.

Giugno brucia piano l’orizzonte,
sfiora le pietre e le foglie
e versa luce fin dove il giorno
si arrende al primo silenzio.

Giugno cede il passo la rosa, stanca di maggio,
mentre il giorno si allunga e ruba l’ombra.
Giugno cammina su un tappeto di grano
e scalda la terra che il sole ingombra.

Appunti Corti #135

La vendetta degli umani contro la Natura, quando essa non è addomesticabile, è aberrante vergognosa ed inaccettabile. Molti umani, ormai lontani anni luce dalla sapienza contadina, ritengono che la Natura possa, anzi debba, essere piegata al proprio stile di vita innaturale.

Ormai piegati ed asserviti possiamo senza ribellarci accettare di tutto: guerra, povertà, ingiustizie, crudeltà, indifferenza…
Per interessi economici e finanziari, sono distorti e distrutti irrimediabilmente gli attuali equilibri naturali, ci vorranno chissà quanti decenni perché si ricompongano. Noi non lo vedremo. Forse i pronipoti, se ancora qualche umano resisterà a questa distruzione.

Maggio

Maggio entra piano
con mani sporche di polline
e una luce che sa di pr
omessa.

I balconi respirano gerani,
le strade si sciolgono in vento tiepido,
l’inverno è solo un ricordo
piegato in fondo ai cassetti.

C’è un verde nuovo negli occhi,
una voglia sottile di restare fuori
finché il cielo si fa rame e rondini.

Maggio non grida:
sussurra fioriture,
accende silenzi,
fa della sera un luogo

dove credere ancora.

Appunti Corti #134

Riflettevo sul concetto di “abitudine” e mi sono incuriosito nel cercarne l’etimologia, che ovviamente, come suggerisce la parola stessa, deriva da “abito”. Ma a sua volta quest’ultimo deriva da “modo di essere, disposizione dell’animo”, un significato molto più profondo di ciò che potrebbe fuorviare, ovvero il vestito esteriore. Così mi è venuto in mente che anche nelle relazioni, quando ci si lamenta del subentro di abitudine, si commette un errore grossolano, perché l’abitudine a comportarsi in un certo modo peculiare al rapporto c’era fin dall’inizio; è piuttosto il rinnegare, il rinunciare all’abito caratterizzante degli inizi a impoverire e sbriciolare il rapporto stesso. La stanchezza, il distacco, le piccole o grandi ostilità, il disinteresse, la perdita di stima e di rispetto, lo spegnersi di passioni ed emozioni, tutto questo è un vero e proprio tradire le abitudini iniziali, quando l’entusiasmo dimorava nella relazione. Credo sia un processo fisiologico, anzi: per coloro che posseggono il dono della resistenza, la capacità di mettersi in discussione e la volontà di tramutare le umane paure del cambiamento in coraggio, questo può essere un salto di qualità che conferirà alla conoscenza nuova linfa, un rinnovato modo di vivere in compartecipazione.