Willy De Ville — Pistola (2008)

In trenta anni di carriera, De Ville ha inciso 15 album (antologie escluse), e dopo quattro anni da “Crow Jane Alley” incide questo lavoro “Pistola” (chissà perché in italiano) confermando ancora una volta il suo personale stile musicale.

L’album anche se con qualche discontinuità, e quindi imperfetto, conserva lo spirito del musicista misterioso, enigmatico e sorprendente.

De Ville, pirata metropolitano non solo nella fisicità ma soprattutto nella sua musica, “rapisce” i generi più diversi che sono il blues, il rhythm blues, il cajun, il rock’n ‘roll e li mischia allo stesso tempo con il soul e il sound gitano, sonorità che indiscutibilmente gli appartengono e che sono diventate il suo marchio di fabbrica.

I dieci brani che compongono l’album anche se tra loro eterogenei, sono legati da un filo conduttore che è: la sua profonda voce e l’arrangiamento geniale, entrambi dimostrazione della sua grande personalità.

Willy a cinquantatre anni continua a fare grande musica e anche se non raggiunge gli alti livelli sonori di “Backstreet of Desire” (1993) e di “Miracle” (1987), riesce comunque a inventarsi grandi ballate, a rileggere classici brani del passato, a fare un bel disco di rock e blues, musica latina e gospel, sempre creativo e originale.

Eddie Vedder — Into The Wild (2007)

Into The Wild, primo album solista per Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam, è anche colonna sonora del nuovo film scritto e diretto da Sean Penn dal titolo omonimo.
Del film, tratto dal libro che racconta la storia di Christopher Mc Candless, un giovane studente atleta, che come scelta di vita abbandona tutto e si mette in viaggio nelle zone selvagge degli Usa, da dove non tornerà più, l’unica cosa che vi e mi consiglio è quella di andarlo a vedere, del disco invece non ho dubbi, ascoltatelo.
A differenza dei dischi dei P.J., Eddie in questo disco è assai più acustico. Quasi tutti i brani sono da lui composti ed eseguiti, seguendo una strada più intima e cantautorale.
Non per questo il disco manca di energia e di vitalità, anzi l’intensità e l’emozione a volte sono veramente forti e cariche di trasporto. Le canzoni sono semplici piccoli gioielli in formato folk, anche perchè l’uso della voce e degli arpeggi delle chitarre, hanno la prevalenza sull’intero album. Le liriche marcatamente nude e crude, raccontano della dualità tra la vita e la morte, e sono come sempre cantate in maniera magistrale.
Anche se in questo lavoro, l’aggettivo originale potrebbe andargli stretto, il disco rimane tra i più belli di quest’anno. Vedder, che non fa certamente rimpiangere gli ultimi poco riusciti dischi dei Pearl Jam, merita una lode, per il coraggio, per l’impegno e per l’intensità che l’opera sa trasmettere.

Bruce Springsteen — Magic (2007)

La nomenclatura ufficiale della critica, non ha accolto trionfalmente l’ultimo lavoro di Springsteen e, per amor del vero, le stelle attribuite a “Magic” certamente non illuminano il cielo. Effettivamente questo era nell’aria e nelle settimane precedenti all’ascolto del cd, ho avuto come una sorta di premonizione: i dischi meno osannati dalla critica a lungo termine sono quelli che ascolto di più: Human Touch, LuckyTown e soprattutto Tunnel of love , mi hanno accompagnato per molte volte in questa terra a volte acida.
C’è un teorema matematico che per me vale più di quello di Pitagora: la somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace.
Seguendo questo teorema, il disco ha riscosso un grosso successo nella mia sfera musicale e per me, questo potrebbe già bastare. Analizzando invece il disco con più attenzione mi soffermerei su alcuni punti.
Sembra che la decade che stiamo vivendo sia molto prolifica per il boss, al contrario di altre passate. Viene quindi spontaneo chiedersi se sia frutto di un suo naturale exploud creativo o, al contrario legato a logiche del mercato discografico, vedi impegni contrattuali. Verrebbe da pensare che il disco sia più il frutto di un lavoro su richiesta che non il risultato di un desiderio innato di esprimere in versi e suoni il suo essere musicista. Il fatto che le composizioni siano state concepite innanzitutto per essere suonate dal vivo, avvalora ancor di più questa tesi.
Nonostante tutto questo non mi sento assolutamente di rimandare il disco, proprio per il mio teorema sopraddetto. L’essere umano e romantico del boss alla fine riesce a cancellare qualsiasi disquisizione. Le canzoni di questo disco scivolano via una dopo l’altra, i suoni sono i suoi, sono quelli del Boss, inutili i soliti paragoni come: assomiglia a “The Rising”, ma manca di…, ha un po’ il suono di “Born To Run”, però non ci sono le…, con “Devil and Dust” è accomunato da… però… ecc… ecc…
In questo disco ci sono i suoni di Springsteen e basta. Dopo un “The Rising”, un “Devils and Dust”, un “WeShall Overcome…”, tre dischi diversi uno dall’altro che confermano quanto egli non sia ripetitivo, anzi aggiungo che, probabilmente sono pochi ad avere queste performance così eclettiche.
Ogni comparazione in questo caso mi sembra fuori luogo.
Nelle canzoni affiorano decisamente dei testi rivolti, nel bene e nel male, a un futuro abbastanza vicino. Leggendo i versi e sottolineando quelli che chiudono molte canzoni: “E niente di tutto ciò è ancora accaduto”, “E tu crollerai”, “Questo è ciò che sarà, questo è ciò che sarà”, “Il cammino verso casa sarà lungo”, “Chi sarà l’ultimo a morire per un errore”, “Lavorerò per il tuo amore”, risaltano e testimoniano, da un lato le sue angosce, le sue paure, le sue ferite, la sua reale consapevolezza e dall’altro il suo non voler cadere nell’inerzia che molte volte è preda dell’uomo, il desiderio positivo di andare avanti, comunque sia, con la forza che gli è sempre stata fedele, con la grinta che gli è sempre stata compagna. Non per niente è il Boss!

Mavis Staples — We’ll never turn back (2007)

E’ un doppio filo quello che percorre questo ottimo disco.
Il primo è quello di Mavis Staples: il gospel, il soul, la lotta, Dr. King (Martin Luther King) e la sua splendida voce.
Il secondo è quello di Ry Cooder: la produzione, il suo talento, la sua musica e il suo essere straordinario.
L’unione di questi due “fili” che tra loro si intrecciano, come la trama e l’ordito, formano un tappeto sonoro unico e inimitabile. Questo “tappeto sonoro” provoca e trasmette dei segnali che vanno a stimolare anche quelle “zone” più latenti del nostro cervello, creando così nuove sensazioni, nuove emozioni, che credevamo perdute.
Mavis Staples è una cantante di colore di 67 anni (nel 2007), è una leggenda del gospel. Possiede una delle voci più belle della musica soul, una delle voci più preziose della musica contemporanea. E’ stata cantante solista per tantissimi anni negli Staple Singer assieme al padre Roebuck Pops.
Incide questo, che probabilmente, è il più bel disco della sua carriera. Lo definisce quasi un miracolo, in quanto non pianificato e inciso buona parte in presa diretta, grazie naturalmente all’esperienza e alla professionalità di Ry Cooder.
Il titolo dell’album “Non torneremo mai indietro”, richiama il periodo della lotta per i diritti civili. I testi delle sue canzoni parlano di lotta, di emancipazione, di ideali. Invitano la gente a ritrovarsi insieme per parlare, socializzare, per restare uniti contro chi li vuole sfruttare, per restare liberi contro chi li vuole opprimere, per una vita e un mondo migliore.
“Sono passati quasi 50 anni da allora / Per quanto tempo ancora dovrà durare? / Dobbiamo cambiare le cose subito / Perché ancora oggi siamo trattati così male?”
Le canzoni di Mavis sono gospel, soul, folk e blues. La sua voce intensa ed energica, sprigiona un misto di rabbia ed emozione, di forza e religione (ancora adesso alla domenica si reca in chiesa battista per cantare).
E’ brava la Staples, sa trasmettere con la sua voce un’incredibile pathos e con le sue parole sa ridare senso alla black music. Nei cori si fa aiutare niente meno che dai Ladysmith Black Mambazo, che come sudafricani, qualcosa in questo campo lo sanno.
Anche in questo cd la figura di Ry Cooder è ancora una volta determinante. Questa volta però a differenza del suo ultimo lavoro “My name is Buddy” (ottimo disco ma più interessato alle liriche che non alle musiche), Ry affronta si, le stesse tematiche sopraddette, ma finalmente ci fa sentire ottima musica, la sua musica. Il suo personalissimo suono che lo rende unico. E’ il Ry Cooder che ci piace, che sa trasmettere quelle sue vibrazioni magiche.
Tra le varie composizioni, tutte di buon livello, due sono particolarmente ottime: “My Own Eyes” e “I’ll Be Rested”, che guarda caso, sono anche le uniche due firmate da Ry Cooder. Sarà un caso?
“Con questo disco / spero di ritrovare le medesime sensazioni / lo stesso spirito / l’identico messaggio di allora / e di contribuire a un cambiamento ancora una volta positivo”.

Bright Eyes — Cassadaga (2007)

Bright Eyes si chiama Conor Oberst e ha 27 anni (nel 2007). E’ sulla scena musicale da dieci anni, pubblicando vari EP e poi dal 2005 due dischi. Due album controversi, uno sperimentale “Digital Ash In A Digital Urn, e uno tradizionale “I’m Wide Awake, It’s Morning”.
Questa terza prova era attesa come una “verifica”. Come fosse a un bivio e dovesse scegliere quale strada intraprendere: ha scelto la seconda, quella meno scoscesa, più sicura e di facile percorrenza, la tradizionale.
Gli aggettivi che vengono subito alla luce nell’ascolto di questo Cassadaga, sono tre: semplice, profondo e maturo.
Cassadaga è la conferma che Conor Oberst è un cantautore completo, le sue composizioni lo confermano. Questa sua virata verso il “folk” ha fatto modo di confezionare brani melodici e arrangiati con cura nei minimi particolari, con una strumentazione ricca, con l’aggiunta oltre a suoni tipicamente acustici anche di cori, abbandonando così quei giochi elettronici e psichedelici intrapresi con “Digital …”.
E’ indubbia l’influenza di Bob Dylan, Leonard Cohen e delle sonorità tipicamente Irlandesi, Waterboys e Pogues. Conor parla dell’America che lui vive, con sentimento sincero nel suo personale, senza falsa retorica nel politico. Riflessioni universali con una voce che non è più quella arrabbiata di un tempo, ma serena e profonda, come la voce tipica di un ragazzo che sta per diventare uomo.
E’ un buon lavoro questo disco del nostro Oberst, l’unica cosa che può rimanere “sospesa” è: e se ci poteva piacere di più l’Oberst sgraziato, anarchico e ribelle?
Ma!, come ha avuto modo di dire qualcuno, sono obiettivamente problemi nostri, e neppure tanto gravi. Questo è adesso Bright Eyes, un bravo ragazzo, un bravo cantautore, e fare i bravi è cosa buona e giusta.

Arcade Fire — Neon Bible (2007)

Se il titolo “Neon Bible” e la copertina del Cd possono indirizzarci verso una strada di non facile percorrenza, in realtà la prima sensazione che si percepisce nell’ascoltare questo disco degli Arcade Fire è quella di “freschezza”, dove per freschezza si intende; musica immediata e vivace.
Neon Bible è il loro secondo disco, il primo “Funeral” del 2004 riscosse parecchio successo, sia dalla critica sia dall’utenza musicale. Come succede in questi casi la seconda prova viene sempre attesa al varco; bolla di sapone o reale novità sonora? Direi che la seconda è quella azzeccata.
Gli A.F. hanno voluto prendersi tre anni di tempo, prima di incidere questo bell’album che viene registrato quasi totalmente in una chiesetta sconsacrata vicino a Montreal (mi ricorda il primo disco dei Cowboy Junkies) mentre per una parte dei cori vanno incidere a Budapest.
L’ambiente in cui si snoda questo capitolo musicale è carico di atmosfere cupe e apocalittiche. Le undici canzoni che compongono questo “viaggio” sono dei veri gioiellini, arrangiati con fantasia e intelligenza.
Questi sette musicisti canadesi, dimostrano di essere un gruppo eclettico e un po’ pazzerello. Producono le loro canzoni con: chitarra, basso, batteria, poi aggiungono archi e vari rumori, trovati non si sa dove. Il suono così creato, sommato a ritornelli cantati dai vari coristi, creano un “sound” personale e autentico, che li rende riconoscibili già dopo qualche ascolto, immatricolando così un genere che è già un loro marchio di fabbrica. Questo fa si che si elevino di una spanna sulla media della produzione musicale, cosa non facile di questi tempi, e soprattutto per una band alla seconda prova discografica.

Patti Smith — Twelve (2007)

La nostra sessantunenne Patti Smith non sente i segni del tempo, e ci regala questo bel disco di cover.
E’ facile pensare che un disco di cover sia un disco di comodo, un’uscita obbligata da contratti discografici, il riempire un vuoto creativo, insomma tutto fuorché un’opera vera e propria. No, niente di tutto questo, questo è un disco puramente voluto e sentito dalla nostra.
Patti Smith ha sempre amato rifare brani di altri autori, nella sua carriera ne ha inciso abbastanza, con le canzoni degli altri riesce a dare il meglio di se, riesce a plasmarli come fossero opere sue.
Per il titolo del disco non ha passato notti insonni, si chiama Twelve, dodici, come il numero delle canzoni incise. Sull’interpretazione invece, l’ex sacerdotessa punk ha fatto molto, cercando di ricreare e far sue alcune perle della storia del rock.
Queste dodici canzoni ci accompagnano per un’ora di musica piacevole, molto godibile. Un cd che sono convinto confidenzierà parecchio con i cd-player delle nostre auto.
Nel complesso l’album si mantiene su standard molto buoni con dei brani di grande effetto, tra le quali il quartetto più riuscito di: helpless (Neil Young) grande ballata, gimme shelter ( Rolling Stones) grande passione e grande voce, changing of the guards (Bob Dylan) perfetta è la parola giusta, the boy in the bubble (Paul Simon) ottima, più dell’originale.
Altrettanto riuscite, sono: are you experiened? (Jimi Hendrix) manca la sua chitarra è chiaro, ma Patti ci mette la sua voce, everybody wants to rule the world (Tears for Fears) semplice pop-song che però la Smith riesce a renderla al meglio, within you without you (Beatles) per pareggiare il conto con i Rolling Stones, tra le meno riuscite, white rabbit (Jefferson Airplane) con la voce di Grace Slick, probabilmente la nostra ci perde, ma nonostante tutto la Patti riesce a creare una grande canzone, di forza, soul kitchen (Doors) questa come quella dei Beatles è tra le meno riuscite, e per concludere le ultime tre del disco: smells like teen spirit (Nirvana) una delle canzoni più famose degli anni novanta, che Patti riesce a personalizzare come meglio non poteva, molto bella, midnight rider (Allman Brothers) in originale era molto blues, in questo caso diventa più rochettara, pastime paradise (Stevie Wonder) non conosco l’originale, ma questa versione è comunque ben fatta.
Ecco, questa è Patti Smith, Twelve è un disco bello, intenso e godibile. Niente di eccezionale e di eclatante, solo una serie di canzoni riviste con passione e con cuore.

Lucinda Williams — West (2007)

Settanta minuti su settanta senza nessuna caduta, la Williams ha fatto tredici! Tredici pezzi uno più bello dell’altro, senza noia, senza discontinuità. Un disco suggestivo, profondo.
West, nono album della rock-writer di Lake Charles che questa volta sceglie Hal Wilner come coproduttore (Elvis Costello, Lou Reed, Bill Frisell) e una serie di musicisti famosi, dall’eclettico Bill Frisell al superprofessionale Jim Keltner (batterista), dal bassista di Dylan Tony Garnier al Jayhawk Gary Louris senza contare il fido chitarrista Doug Petibone e gente sconosciuta ma brava come il violinista Jemmy Scheinmann e il tastierista Rob Burger entrambi fondamentali nel creare un suono più “orizzontale” e meglio arrangiato.
Il disco sembra possedere una struttura circolare come se l’artista passasse attraverso una metamorfosi. Inizia lento e quasi assonnato, le liriche sono introspettive, alcune come Mama You Sweet e Fancy Funeral evocative e tristi poi ad un certo punto, enfatizzata da un violino che è una morsa al cuore la Williams si ritrova a chiedersi Where Is My Love? e in questa compassionevole richiesta d’aiuto c’è uno dei temi del disco ovvero dov’è finito l’amore dopo tante perdite e tanto lutto. West nasce difatti dalla disillusione di un amore andato a rotoli, una relazione importante finita e dal dolore della morte della madre. Eventi cupi che sono stati metabolizzati dall’artista in un lavoro che qualcuno potrebbe definire catartico se non addirittura liberatorio. Brani come Fancy Funeral, Everything Has Changed, Learning How To Live e Mama You Sweet prendono spunto dagli eventi successi nella vita della Williams ma non si compiacciono del proprio dolore, riescono a mettere perfino ironia e un certo sarcasmo nella loro drammaticità, sono spesso ballate gentili che nella loro complessità emotiva trasmettono forza, senso della vita. Poi a cominciare da Come On il disco prende una piega più esplicita e il lavoro di Hal Willner fa sentire il suo peso.
È un susseguirsi di grandi emozioni e grande musica, Come On sa di Positively 4th Street, Rescue ruota attorno alla voce addolorata della Williams, ad un contrabbasso che pulsa come una vena e a suoni che escono dalla notte più profonda e scura, What If è roba divina che non si può commentare, Wrap My Head Around If è nelle sue sincopate cadenze ritmiche la traccia più sperimentale del disco con la chitarra eclettica di Bill Frisell a dettare pause e dinamiche. Chiudono un disco molto lungo (69 minuti) Words, ballata la cui fisarmonica evoca la natia Louisiana e West, brano che nella sua innocente e forse un po’ ironica esortazione di andare a ovest per “vedere come bello potrebbe essere vivere e amarsi” completa la metamorfosi iniziata con la domanda Are You Alright? primo brano di un disco che se non è un capolavoro poco ci manca.
Anche se i testi introspettivi parlano di “perdite”, perdita di un amore, perdita della madre, perdita di affetti, la Williams non si perde d’animo, i suoi brani diventano un canto liberatorio e fa trasparire anche su delle liriche tristi e drammatiche, un suono emotivo carico di forza, di ottimismo e di speranza.
Quest’opera musicale è un susseguirsi di grandi ballate cariche di grandi emozioni, di grande musica. Ascoltare per credere.

Ry Cooder — My name is Buddy (2007)

La pubblicazione di un album da parte di un musicista di grande spessore come Ry Cooder, crea sempre un certo “travaglio”. Si perché ormai il nostro Ry ci ha abituato, che ogni sua uscita discografica sia diversa dalla precedente e ogni volta ci svia verso nuove frontiere e quindi nuove visioni, nuove realtà, nuovi orizzonti sonori.Anche in questo caso non si smentisce e ci regala quest’opera di notevole valore, se non altro per il coraggio di intraprendere “sentieri” molto tortuosi, aspri e di difficile percorribilità.
E’ un buon disco questo, anche se, e già il “se” implica un non totale coinvolgimento dell’album, e questo è dato solo esclusivamente dalla musicalità, dalle onde sonore che il mio “sentire”, non riesce completamente a far sue. Ascolto dopo ascolto, riesco a cogliere le varie sfumature che il bravo Ry è riuscito ad imprimere, ma non riesco ancora per il momento a “sentire” quelle vibrazioni che si percepiscono solo a “pelle”.
Ci vorrà del tempo lo so, in fondo tutte le opere di grande pregio, non le assapori mai ai primi ascolti, ma unpo’ alla volta, sono questi i dischi che poi diventano di grande pregio.
Passiamo al disco.
Buddy è un gatto che con la sua valigia affronta un viaggio alle radici della musica nordamericana. In questo suo nuovo lavoro, Cooder immagina e racconta quello che gli occhi di questo felino vedono e sentono.
My name is buddy è un disco folk, basti pensare che nel disco compaiono: Paddy Moloney (Chieftains) e i fratelli Seeger. Sotto questa “etichetta” folk, c’è comunque un tessuto musicale che spazia tra: country, texmex e shuffle blues e gospel.
Per certi aspetti questa è la continuazione di chavez ravine (disco altalenante con momenti di grandissima musica e altri mediocri) ma in questo caso Ry prende in considerazione gli immigrati bianchi e le loro canzoni cantate quando si trovavano assieme nella loro quotidianità.
Siamo nell’America del ’29 la grande depressione, povertà, violenza, gente che perde lavoro, precariato, scioperi e tutto il malessere che possiamo immaginare.
My Name is Buddy è questo, la cronaca di una vita di lotta e sofferenza, di vicende sindacali, di sconosciuti eroi di tutti i giorni. Il disco tratta di canzoni che in America sono fortemente radicate nell’immaginario collettivo. Quasi tutti i pezzi dell’album sono dei traditional o direttamente ispirati da brani popolari: straordinarie canzoni di preghiera, di dolore, di protesta, di festa, alcuni, poi, sono veri e propri inni.
“Questi sono gli argomenti di cui hanno sempre cantato i poveri: morte, religione, famiglia, lavoro, vita quotidiana, “ma quelle canzoni erano il loro conforto morale“, risponde Cooder in una intervista.
Bisogna quindi rendere merito a Ry Cooder di aver avuto il coraggio di esprimere e sostenere pubblicamente queste idee. Quello di Ry Cooder in My Name Is Buddy, pur essendo un messaggio apertamente in difesa dei lavoratori e dei loro diritti sindacali va letto come un messaggio politico nel più ampio senso del termine.
Ed è questo il modo di far “politica” di Cooder, attraverso il recupero di testi e di suoni che appartenevano al mondo sindacale e operaio.
My name is Buddy” parla di tutto ciò, di quei problemi che poi alla fine sono gli stessi di oggi. Canzoni che con tre accordi raccontano la verità.