Massimo Bubola — Ballate di Terra e d’Acqua (2008)

Sono 11 i brani inseriti in “Ballate di Terra e d’Acqua”, nuovo disco di Massimo Bubola. Undici canzoni legate da due elementi fondamentali per la nostra esistenza: la “Terra” e quindi le radici, la storia, la profondità e “l’acqua” e quindi la fluidità, il presente, la trasparenza. E’ un album sostanzialmente rock questo diciassettesimo lavoro di Bubola, risale, infatti, al 1976 il suo primo disco “Nastro giallo”.

Non incline a compromessi, il cantautore veronese collaboratore storico di Fabrizio De Andrè, (con il quale ha scritto due bellissimi album: “Rimini” e “L’indiano” e canzoni famose come “Andrea”, “Fiume Sand Creek”, “Don Raffaé”, “Sally”, “Rimini”, “Franziska”) ha fatto della sua coerenza il suo marchio di fabbrica.

Diritto per la sua strada ha sfornato una serie di dischi più o meno fortunati senza mai cadere nella morsa commerciale e anche questo disco, infatti, non scalerà (per fortuna) i primi posti delle classifiche di vendita.
Bubola abbandona in questo lavoro le tastiere e i violini, accentuando di più le chitarre e creando così un suono più rock. Il disco viene subito assimilato grazie alla semplicità e alla struttura delle canzoni, le parole e le musiche sono ben amalgamate, e questo rafforza l’equilibrio non sempre facile per brani di un certo spessore, canzoni in cui il testo ha una valenza primaria quanto la musica.
Tutti i brani si mantengono su una buona media ed è difficile stilare una graduatoria, questo dimostra ancora una volta l’omogeneità, l’intensità, la profondità, tutti valori aggiunti dall’esperienza ormai trentennale del nostro migliore folksinger italiano.
In definitiva “Ballate di Terra & d’Acqua” è la dimostrazione della serietà e della bravura di Massimo Bubola, a conferma che la coerenza alla fine paga sempre.

Willie Nelson & Wynton Marsalis — Two Men with the Blues (2008)

Chi conosce le caratteristiche musicali di questi due musicisti; Willie Nelson e Wynton Marsalis, sa che, sono due dei più grandi musicisti nel loro settore. L’uscita di questo album ha suscitato a molti la domanda: “Che improbabile disco possono incidere due persone così diverse musicalmente parlando”, la risposta è semplice: la loro comune passione e amore per il blues e il jazz ’standard’.

Willie Nelson countryman e Wynton Marsalis jazzman, si incontrano per due serate, il 12 e 13 gennaio 2007, al Jazz Lincoln Center di New York ed eseguono due concerti splendidi.

Il paese, l’uomo semplice di campagna (W. Nelson) incontra la città, l’uomo colto metropolitano (W. Marsalis), titolano i critici musicali nelle loro testate giornalistiche. E se questa è la realtà della loro vita quotidiana, l’altra realtà è che ne esce fuori un disco bello, unico, godibile.

L’abbinamento, Willie (voce) e Mickey Raphael (armonica) e la band di Marsalis (tromba e voce), Walter Blanding (sassofono), Dan Nimmer (piano), Carlos Henriquez (basso) e Ali Jackson (batteria) danno come risultato un disco carico di blues, dove la gioia di suonare traspare straordinariamente.

Two Men with the Blues inizia con uno swing classico del jazz standard “Bright Lights Big City” per poi passare a “Night Life” un bellissimo blues lento. “Caledonia” è il primo brano blues/jazzato e la famosa “Stardust”, un classico del repertorio di Nelson, non fa rimpiangere la versione originale di Gershwin. Il brano “Basin Street Blues”, reso celebre da Louis Armstrong, sommano altri cinque minuti di straordinaria musica prima di passare ad un altro capolavoro del repertorio classico che è “Georgia on My Mind”. Il settimo brano “Rainy Day Blues” un po’ come il terzo brano, è una canzone blues/jazzata ed è il brano dove la bravura dei strumentisti è evidente. “My Bucket ‘s Got A Hole in It” è un classico jazz standard che si avvia verso la chiusura del disco con la penultima canzone che è “Ain’t Nobody’s Business”, cantata anche da Billie Holiday e poi “ That’s All” altro classico immancabile, che chiude concerto e disco.

“Due uomini con il Blues” non è solo una performance live di blues e jazz standard, ma è il risultato sonoro che dimostra quanto sia grande la passione per la musica, di questi due straordinari uomini e musicisti.

Ry Cooder — I, Flathead (2008)

“In un mondo in cui è difficile mantenere la soglia dell’attenzione oltre i tre minuti di un videoclip o di una news, pensare in termini di trilogia è già un atto coraggioso, estremo e ammirevole”. Marco Denti

Nonostante la sua non più tenera età, Ry Cooder è di nuovo in corsa per lanciarsi in una nuova avventura. La sua missione è: ‘salvare quel che resta della musica tradizionale, il gioiello più prezioso della pietra verde’ (Indiana Jones). Un gioiello che però sta rapidamente svanendo assieme ai suoni, ai modi di dire e di vivere delle comunità di cui è stata, e in certi casi è tutt’ora espressione.

Non a caso la fama di questo eclettico chitarrista e compositore californiano resta legata a memorabili riscoperte come quella dei nonnetti cubani del “Buena Vista Social Club” o come l’album “Talking Timbuctu”, favoloso compendio della tradizione maliana, rappresentata dal grande bluesman Alì Fraka Tourè.
Negli ultimi anni Cooder è tornato ad esplorare le tradizioni musicali legate alla natìa california, prima con “Chavez Ravine” (2005), poi con “My Name Is Buddy” (2007) e ora con “I, Flathead”, lavoro che conclude la trilogia californiana.

“Più che suonare dal vivo, quello che ancora mi stimola ad andare avanti, a 61 anni, è il piacere di fare i dischi, ascoltare un disco è un po’ come leggere un libro: un’esperienza totale.” Ry Cooder

I, Flathead è un viaggio in una california a metà del 20° secolo, i soggetti sono gli stessi nei due dischi precedentemente pubblicati: strade lunghe asfaltate e a volte polverose, taverne e nightclub, auto potenti e sole cuocente, alcol e donne quando si trovano. Un viaggio nella California multietnica alla ricerca di un sogno. I suoni sono fatti di country e di rock’n’roll e quelli di una terra di confine, mariachi ed echi cubani.
Flathead conclude “il cerchio” senza particolari scosse. My Name is Buddy resta il fulcro centrale di questa trilogia mentre Chavez Ravine e quest’ultimo rimangono per certi versi i due satelliti complementari. Chavez esplora complesse sonorità da renderlo a tratti di un’estrema bellezza e Flathead che impressiona per la varietà di soluzioni ritmiche, riassumendo come è giusto che sia le caratteristiche dei due dischi precedenti.
Tre dischi che raccontano di un’America passata, probabilmente forse solo esaltata, ma che sempre America è.

Van Morrison — Keep it Simple (2008)

Anche ai morrisiani di fede come il sottoscritto, l’uscita di un nuovo disco, non crea più molta trepidazione. Questo è dovuto al fatto che ormai il nostro ci ha abituato ad un trend sonoro che, ad onor del vero, si rivela a volte un po’ stantio. Non è il caso o almeno in parte di questo suo ultimo lavoro “Keep it Simple”.
KiS è un buon disco, buona è la media, infatti, una metà dei brani (soprattutto nella prima parte) è ottima, mentre i restanti sono sufficienti e annoiano un po’.

E’ nel titolo di questo 35° disco il significato dell’opera: semplicità. I suoni, infatti, sono lineari e semplici. Il rosso irlandese passa in rassegna i generi a lui più congeniali: il rock, folk, country, blues, gospel e soul, le sue radici insomma, il Morrison di sempre.

Non c’è abbondanza di strumenti, non ci sono archi e i fiati sono minimi, Van usa soprattutto chitarre, tastiere e naturalmente al voce. La voce è ormai l’elemento fondamentale dei suoi ultimi dischi, una voce minacciosa, potente, come quella di un vecchio leone, una voce che a 62 anni non perde un colpo, anzi migliora, come un whisky di classe.

In conclusione: Keep it Simple è senz’altro il disco più riuscito degli anni duemila, come è vero che, anche i suoi dischi minori, rispetto alla media della produzione discografica internazionale, sono una spanna superiori.

Un consiglio sento di dare al nostro musicista: visto l’età, caro “The Man”, perché non diradare le tue uscite discografiche in favore di più qualità? Dove per qualità intendo quei dischi che lasciano un segno marcato, in fondo ne hai regalato di capolavori e te ne siamo grati, ma, se sei stanco, lasciaci almeno quei ricordi, piuttosto che, dei dischi mediocri. Pensaci.

Tra i brani che meritano di essere menzionati troviamo “How Can A Poor Boy” canzone apripista dove l’armonica crea subito un’atmosfera blues, “That’s Entrainment” diretta, semplice, ben costruita e non a caso scelto come singolo, “Don’t Go To Nightclubs Anymore” per rimanere in campo blues, “School Of Hard Knocks” e “Lover Come Back” due brani brillanti ed emozionanti, tra i più riusciti assieme alla title track “ Keep it Simple” il brano più bello del disco, grande canzone, tra le top dell’artista irlandese.

Billy Bragg — Mr.Love & Justice (2008)

Dopo sei anni di silenzio torna in studio Mr. Billy Bragg, classe 1957.

Se la caratteristica principale di B.B. sono le canzoni marcatamente “sociali”, è infatti, uno dei songwriter più politicizzati della scena musicale inglese, in questo lavoro Bragg predilige brani più intimi e personali. Sembra, infatti, che in questo album voglia volgersi indietro per trarre alcuni bilanci della sua vicenda umana e artistica. Billy ha preparato una dozzina di canzoni veramente interessanti, nello stile a lui più congeniale quello “bragghiano”; il suo personale stile caratterizzato da tre elementi fondamentali: brevità, testi chiari e arrangiamenti assolutamente semplici.

L’iniziale “Keep faith” è il puro esempio di quanto detto, ed è la canzone-manifesto di un nuovo corso della carriera del musicista inglese. Anche “You make me brave” e “If you ever leave”, sembrano rivelare l’aspetto più intimo e riflessivo di Bragg. Non più quindi canzoni dichiaratamente politiche con riproposizioni di canti politici legati alla lotta operaia e omaggi a vari pilastri della politica internazionale, ma canzoni sobrie e rilassate: “La vita non è solo politica ma anche l’amore non lo è, io sto cercando il giusto equilibrio tra amore e politica” dice lui stesso.

Le altre canzoni: “M for me” suona abbastanza piacevole, mentre stimolante è “Sing their souls back home” malinconica è “The Farm Boy”. Non mancano però alcune asprezze del passato, come “I Almost killed you” e “The Beach is Free” dove Bragg ricorda Bo Diddley. Chi ha invece amato il Bragg ilare, corrosivo, sarcastico e ruvido lo ritroverà intatto in pezzi come “Something happened”, “The Johnny Carcinogenic show” e “O freedom”. Per finire la splendida “Mr.Love & Justice” (che non ha caso titola l’album) nasconde nelle sue liriche una profonda riflessione di Bragg sui poli attorno ai quali è sempre ruotata la sua poetica e, non ultima, la sua vita stessa: Amore e giustizia, appunto.

ps. Mr.Love & Justice (anche) in versione doppio CD con, nel primo disco, le dodici canzoni arrangiate e suonate con la consueta band, mentre nel secondo riproposte in solo-version con Bragg che torna alle origini e si accompagna da solo con la chitarra elettrica.

Counting Crows — Saturday Nights and Sunday Mornings (2008)

“Sono un ebreo americano di origine russe che recita la parte di un afro-giamaicano. Quello che vorrei essere è un indiano, ma finirò per essere un cowboy”

A distanza di quasi sei anni dall’ultimo album “Hard Candy” (2002), sono tornati con un nuovo disco i Counting Crows. Questo quinto album in studio, arriva quindici anni dopo il bellissimo e fortunato “August and evrything after” (1993), si chiama Saturday nights and Sunday Mornings, e ci propone il consueto mix di rock, rock acustico e influenze country, il tutto coniugato dalla voce inconfondibile del leader della band Adam Duritz.
Il disco è fondamentalmente diviso in due parti: quella dedicata al caos dei “Sabati notte” quando “si commettono i peccati”, parte più elettrica e quella più calma, dedicata alla malinconia delle “domeniche mattina” quando invece “si pente”, parte più acustica.
I suoni del disco sono probabilmente ancora un po’ troppo in coerenza con gli ultimi lavori del gruppo a discapito di una nuova sferzata, di una nuova fase sonora, attesa come sempre, dai fans.
Nel disco ci sono le ballate che gli hanno resi famosi. Nella prima parte denominata “Saturday” le canzoni sono elettriche, veloci, energiche e sempre trascinanti, nella seconda parte denominata “Sunday” le canzoni sono acustiche, lente e sempre melodiche. E’ questa, una delle peculiarità dei Counting Crows, oltre a quella di curare molto gli arrangiamenti. Il loro lavoro sonoro sta nel saper produrre “intrecci” musicali, sta nel riuscire a fondere decine d’incastri elettroacustici, creando brani impeccabili e raffinati.
Non è facile dare un giudizio complessivo a quest’ultima fatica di Adam Duritz e compagni, il lavoro è ben strutturato, ben suonato, ben cantato, ben arrangiato, ben adattato ad ogni situazione vista anche la doppia personalità dell’album, eppure anche con tutti questi “ben” rimante tutto abbastanza anonimo. Probabilmente dopo questo lungo inverno ci aspettavamo, perché molto desiderato, un po’ più di “August”.
Ben tornati, in ogni caso, Counting Crows.

Nick Cave & The Bad Seeds — Dig, Lazarus, Dig! (2008)

Non vive certamente sugli allori il nostro Nick Cave se nel giro di dodici mesi riesce a pubblicare tre album. Dopo il progetto “Grinderman”, la colonna sonora di “The Assassination Of Jesse James”, è uscito poche settimane fa “Dig, Lazarus, Dig!” assieme ai suoi fedeli “Semi Cattivi”. Tre dischi diversi uno dall’altro. Se l’estemporaneo “Grinderman” sembrava uscito dall’atmosfera che si crea in una serata tra amici in cui l’alcol fa da padrone, nella colonna sonora di “The assassination…”, Cave sembra smaltire i postumi della sbornia riposandosi e rinunciando alle parole, ai suoi testi che invece in questo “Dig, Lazarus, Dig!” sono molto presenti, forse troppo.

“Volevo fare un disco acustico però grezzo, dove tutti picchiassero sui loro strumenti anziché suonarli semplicemente. Tanti anni fa avevo già cercato una via del genere, ai tempi di Henry’s Dream; ma il progetto mi era scappato di mano, era venuto un album troppo elettrico, troppo rock. Anche stavolta non credo di avere raggiunto lo scopo; ma mi piace quella voragine strana e bella nelle viscere dell’album, scavata da una chitarra acustica, dal basso e dalla batteria su cui pesa un carico enorme di dissonanze. Warren Ellis ha fatto davvero un lavoro incredibile su quest’album.”

Dopo aver riascoltato Henry’s Dream, la prima sensazione che si ha nell’ascoltare Dig, Lazarus, Dig! é la mancata presenza delle ballate, del piano e di qualche guizzo a cui il nostro Nick ci aveva abituato. Ma com’è giusto che sia, questo è un nuovo lavoro di Cave e come tale la “diversità” dell’opera diventa un punto a favore e va ad aumentare il suo feedback. Abbandonati in parte i suoi “aspetti” lirici e romantici e se vogliamo anche spirituali, in cui il pianoforte e il violino avevano un ruolo predominante, in questo disco domina la sezione ritmica, il basso e la batteria diventano fondamentali come non lo sono mai stati finora. La sonorità presente nella gran parte di questo nuovo lavoro è rock, mentre gli aggettivi: duro e puro sono a discrezione dell’ascoltatore.
Resta innegabile in ogni caso sul piano musicale la sua genialità e soprattutto l’impegno a mettercela tutta per proporre sempre qualcosa che, anche se non sempre è originale, è in ogni caso lo stesso sempre valida.
A 50 anni compiuti Nick Cave, attraversa un ottimo periodo della sua vita. Il suo produrre “suoni” sembrano come voler ripagare quel debito di gratitudine nei confronti della vita. La musica, infatti, da giovane gli ha salvato la vita, allontanandolo da stili che probabilmente lo avrebbero portato su strade buie e tempestose a volte senza ritorno.

“Comporre canzoni è la mia felicità, quando lo faccio mi sento appagato. Voglio scriverne un pacco e fare più dischi che posso.”.

Willy De Ville — Pistola (2008)

In trenta anni di carriera, De Ville ha inciso 15 album (antologie escluse), e dopo quattro anni da “Crow Jane Alley” incide questo lavoro “Pistola” (chissà perché in italiano) confermando ancora una volta il suo personale stile musicale.

L’album anche se con qualche discontinuità, e quindi imperfetto, conserva lo spirito del musicista misterioso, enigmatico e sorprendente.

De Ville, pirata metropolitano non solo nella fisicità ma soprattutto nella sua musica, “rapisce” i generi più diversi che sono il blues, il rhythm blues, il cajun, il rock’n ‘roll e li mischia allo stesso tempo con il soul e il sound gitano, sonorità che indiscutibilmente gli appartengono e che sono diventate il suo marchio di fabbrica.

I dieci brani che compongono l’album anche se tra loro eterogenei, sono legati da un filo conduttore che è: la sua profonda voce e l’arrangiamento geniale, entrambi dimostrazione della sua grande personalità.

Willy a cinquantatre anni continua a fare grande musica e anche se non raggiunge gli alti livelli sonori di “Backstreet of Desire” (1993) e di “Miracle” (1987), riesce comunque a inventarsi grandi ballate, a rileggere classici brani del passato, a fare un bel disco di rock e blues, musica latina e gospel, sempre creativo e originale.

Eddie Vedder — Into The Wild (2007)

Into The Wild, primo album solista per Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam, è anche colonna sonora del nuovo film scritto e diretto da Sean Penn dal titolo omonimo.
Del film, tratto dal libro che racconta la storia di Christopher Mc Candless, un giovane studente atleta, che come scelta di vita abbandona tutto e si mette in viaggio nelle zone selvagge degli Usa, da dove non tornerà più, l’unica cosa che vi e mi consiglio è quella di andarlo a vedere, del disco invece non ho dubbi, ascoltatelo.
A differenza dei dischi dei P.J., Eddie in questo disco è assai più acustico. Quasi tutti i brani sono da lui composti ed eseguiti, seguendo una strada più intima e cantautorale.
Non per questo il disco manca di energia e di vitalità, anzi l’intensità e l’emozione a volte sono veramente forti e cariche di trasporto. Le canzoni sono semplici piccoli gioielli in formato folk, anche perchè l’uso della voce e degli arpeggi delle chitarre, hanno la prevalenza sull’intero album. Le liriche marcatamente nude e crude, raccontano della dualità tra la vita e la morte, e sono come sempre cantate in maniera magistrale.
Anche se in questo lavoro, l’aggettivo originale potrebbe andargli stretto, il disco rimane tra i più belli di quest’anno. Vedder, che non fa certamente rimpiangere gli ultimi poco riusciti dischi dei Pearl Jam, merita una lode, per il coraggio, per l’impegno e per l’intensità che l’opera sa trasmettere.

Bruce Springsteen — Magic (2007)

La nomenclatura ufficiale della critica, non ha accolto trionfalmente l’ultimo lavoro di Springsteen e, per amor del vero, le stelle attribuite a “Magic” certamente non illuminano il cielo. Effettivamente questo era nell’aria e nelle settimane precedenti all’ascolto del cd, ho avuto come una sorta di premonizione: i dischi meno osannati dalla critica a lungo termine sono quelli che ascolto di più: Human Touch, LuckyTown e soprattutto Tunnel of love , mi hanno accompagnato per molte volte in questa terra a volte acida.
C’è un teorema matematico che per me vale più di quello di Pitagora: la somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace.
Seguendo questo teorema, il disco ha riscosso un grosso successo nella mia sfera musicale e per me, questo potrebbe già bastare. Analizzando invece il disco con più attenzione mi soffermerei su alcuni punti.
Sembra che la decade che stiamo vivendo sia molto prolifica per il boss, al contrario di altre passate. Viene quindi spontaneo chiedersi se sia frutto di un suo naturale exploud creativo o, al contrario legato a logiche del mercato discografico, vedi impegni contrattuali. Verrebbe da pensare che il disco sia più il frutto di un lavoro su richiesta che non il risultato di un desiderio innato di esprimere in versi e suoni il suo essere musicista. Il fatto che le composizioni siano state concepite innanzitutto per essere suonate dal vivo, avvalora ancor di più questa tesi.
Nonostante tutto questo non mi sento assolutamente di rimandare il disco, proprio per il mio teorema sopraddetto. L’essere umano e romantico del boss alla fine riesce a cancellare qualsiasi disquisizione. Le canzoni di questo disco scivolano via una dopo l’altra, i suoni sono i suoi, sono quelli del Boss, inutili i soliti paragoni come: assomiglia a “The Rising”, ma manca di…, ha un po’ il suono di “Born To Run”, però non ci sono le…, con “Devil and Dust” è accomunato da… però… ecc… ecc…
In questo disco ci sono i suoni di Springsteen e basta. Dopo un “The Rising”, un “Devils and Dust”, un “WeShall Overcome…”, tre dischi diversi uno dall’altro che confermano quanto egli non sia ripetitivo, anzi aggiungo che, probabilmente sono pochi ad avere queste performance così eclettiche.
Ogni comparazione in questo caso mi sembra fuori luogo.
Nelle canzoni affiorano decisamente dei testi rivolti, nel bene e nel male, a un futuro abbastanza vicino. Leggendo i versi e sottolineando quelli che chiudono molte canzoni: “E niente di tutto ciò è ancora accaduto”, “E tu crollerai”, “Questo è ciò che sarà, questo è ciò che sarà”, “Il cammino verso casa sarà lungo”, “Chi sarà l’ultimo a morire per un errore”, “Lavorerò per il tuo amore”, risaltano e testimoniano, da un lato le sue angosce, le sue paure, le sue ferite, la sua reale consapevolezza e dall’altro il suo non voler cadere nell’inerzia che molte volte è preda dell’uomo, il desiderio positivo di andare avanti, comunque sia, con la forza che gli è sempre stata fedele, con la grinta che gli è sempre stata compagna. Non per niente è il Boss!