Hallelujah – Jeff Buckley #6/10

Dati

Jeffrey Scott Buckley (Anaheim, 17 novembre 1966 – Memphis, 29 maggio 1997) è stato un cantautore e chitarrista statunitense.

Hallelujah è un brano di Leonard Cohen datato 1984, resuscitato negli anni ’90, riproposto e reinventato da altri artisti così tante volte fino a diventare un inno laico contemporaneo.

The Atlantic riassume così la storia di “Hallelujah”: “Una delle ballate più belle di sempre a firma di Leonard Cohen; indimenticabile poeta, cantautore, scrittore canadese, dalla voce calda “simile a un rasoio” che ha influenzato generazioni di cantautori“.

L’attenzione sulla canzone viene attirata da una prima cover, quella incisa da John Cale (fondatore dei Velvet Underground con Lou Reed) in un album tributo a Cohen del 1991, lasciata all’essenzialità di pianoforte e voce.

Jeff Buckley la inserisce nel suo album di esordio, Grace, nel 1994.

Il testo del brano contiene numerosi riferimenti biblici ed è stato oggetto di interpretazioni diverse, anche a seguito dei continui cambiamenti nei versi che lo costituiscono e dei molteplici stili adottati nella sua esecuzione dagli artisti che lo hanno cantato nel corso degli anni.

Pensiero

Jeff è figlio di Tim Buckley, songwriter morto giovanissimo di overdose senza arrivare al successo. Dal padre eredita la capacità di spaziare fra i generi e l’istinto per una vocalità libera e a volte anche sperimentale, ma passa i primi anni della sua carriera lavorando per conto-terzi come chitarrista session-man.

Hallelujah (e tutto il disco), sono di una profondità indescrivibile.
Lo strumento “voce” è quello che preferisco in assoluto, tutti i miei cantautori preferiti hanno una voce di prim’ordine e Buckley non sfugge a questa particolarità. Fui colpito infatti al primo ascolto dalla sua voce, lirica, suggestiva, ammaliante, unica.

Se Cohen è solenne o enfatico (vedi anche le versioni live), ma comunque relativamente distaccato, Buckley è straziante nella sua disarmante semplicità, messo a nudo davanti al microfono nell’esporre la sofferenza e il conflitto suggeriti da un testo che – come pochi altri – si presta a interpretazioni diversificate.

Sweet Thing – Van Morrison #5/10

Dati

Sweet Thing è un brano tratto dal suo secondo album capolavoro Astral Weeks del 1968.
Scritto da Morrison in età compresa tra i 22 e 23 anni, dopo aver incontrato la sua futura moglie Janet durante un tour negli Stati Uniti nel 1966 e durante l’anno della separazione dopo essere tornato a Belfast.

In soli 4:22 secondi Morrison riesce a descrivere perfettamente qualcosa che è quasi impossibile da descrivere, la sensazione inebriante che provi quando un nuovo amore entra nella tua vita, solleva il morale e ti fa sentire come se nulla al mondo fosse impossibile.

Questa è l’unica canzone di Astral Weeks che guarda avanti nel tempo piuttosto che soffermarsi e pensare al passato.

Il ritornello: “E sarò soddisfatto, di non leggere tra le righe, e camminerò e parlerò, nei giardini tutti bagnati di pioggia, e non invecchierò mai più così tanto”

Van Morrison descrive la canzone: “‘Sweet Thing’ è un’altra canzone romantica. Contempla giardini e cose del genere… bagnata dalla pioggia. È una ballata d’amore romantica non su qualcuno in particolare, ma su un sentimento.”

Pensiero

Ho conosciuto l’artista Van “The Man” Morrison, in età adolescenziale e a parte qualche brano, non ho mai approfondito i suoi dischi, il suo mondo musicale. Di conseguenza, a differenza delle canzoni pubblicate precedentemente, Sweet Thing, come il disco, come tutto il materiale sonoro di Van Morrison, appartiene all’età matura.
Fu nel 1986 con No guru, no method, no teacher”  (a tutt’oggi il mio disco preferito di sempre) che ebbi l’illuminazione e da quel momento niente fu come prima. Cominciai a scoprire i suoi dischi o meglio “capolavori” come Astral Week, Moondance etc.
Van Morrison come un lampo a ciel sereno diventò subito il mio musicista preferito e a distanza di trentacinque anni lo è ancora.

Sweet Thing è una canzone d’amore, verso una donna e allo stesso tempo verso “il mondo“, una delle poche sue canzoni “positive”, un canto di redenzione. Van Morrison è un cristiano (anche se ha avuto un’esperienza con Dianetics, poi subito rinnegata) e la redenzione è la chiave della sua filosofia.
Che sia ovviamente una donna a redimerlo è quasi secondario, esulta sia per la redenzione in quanto tale e per la donna che ne è responsabile.
Questa, a mio avviso, è una delle migliori canzoni di Van. Solleva l’anima e lenisce il dolore. Una buona musica come questa ti fa sentire meglio, esattamente quando ne hai bisogno.

Le mie recensioni di Van Morrison in questo blog: qui.

We Have All the Time in the World – Louis Armstrong #4/10

Dati

E’ sicuramente il più grande tema sonoro della saga filmografica di James Bond. La musica per la canzone è stata composta da John Barry, con i testi di Hal David. John Barry aveva già lavorato ai film di Sean Connery – James Bond e aveva anche arrangiato l’iconico tema principale di Monty Norman “James Bond Theme”.
Hal David è stato uno dei cantautori di maggior successo al mondo nella storia della musica popolare. Meglio conosciuto per la sua collaborazione con Burt Bacharach, è stato dietro alcuni dei più grandi successi degli anni ’50, ’60 e ’70, tra cui “Magic Moments”, “Walk on By” e “I Say a Little Prayer”.
Nel 1969, Louis Armstrong era una star iconica del jazz e della musica popolare, era noto per la voce roca immediatamente riconoscibile e per il suo modo di suonare la tromba molto influente.

Tuttavia, Louis era troppo malato per suonare la sua tromba in quel momento, fu quindi sostituito da un altro musicista. Secondo quanto riferito, fu l’ultima sessione di registrazione di Louis prima di morire nel 1971.
La canzone è stata pubblicata come singolo sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito, nel dicembre 1969. Sorprendentemente, all’epoca non figurava in nessuno dei due paesi. Ebbe finalmente successo nel Regno Unito 25 anni dopo. Nel 1994, è stato utilizzata in una pubblicità di birra Guinness. Questa riedizione lo ha visto raggiungere il terzo posto nelle classifiche del Regno Unito.
Louis Armstrong, nel frattempo si era spento nel 1971: un infarto portò via per sempre il suo sorriso e la sua contagiosa voglia di vivere, ma non riuscì a far dimenticare il grande lascito e l’influenza del jazzista sulla storia della musica, che aveva un debito infinito nei suoi confronti. Nonostante l’insuccesso iniziale We have all the time in the world, il suo capolavoro incompreso e postumo, era riuscito alla fine a strappare se non proprio tutto, almeno un po’ di tempo al mondo per rendergli giustizia.

Pensiero

Sono legatissimo a questo brano. E’ stato ed è ancora una delle colonne portanti della mia vita.
Tra le canzoni più belle d’amore mai registrate, ogniqualvolta che ascolto We have all the time in the world, mi prende un magone, una fitta al petto che si trasforma in brividi, e mi fa accapponare la pelle, e lo fa ancora in maniera fantastica dopo 50 anni.

Quando la registrazione ebbe inizio Armstrong vi mise tutto se stesso, riuscì a imprimere in We have all the times in the world un’emozione palpabile e commovente, facendo quasi trapelare la consapevolezza e la malinconia di chi vive i suoi ultimi anni e vede sfuggire via a poco a poco la bellezza della vita.

Tra tutte le canzoni belle che hanno accompagnato la mia esistenza, questa è quasi sicuramente quella più importante. Non è facile spiegare le sensazioni che provo, un forte sentimento che, attraverso il suono, mi inebria della bellezza della vita. Emozioni che solo la musica riesce a donarmi e le parole per quanto sincere non riescono ad esprimere.

Have A Little Faith – John Hiatt #3/10

Dati

Have a Little Faith in Me è un brano musicale scritto e interpretato da John Hiatt, che appare nel suo album “Bring the Family“.

Dopo sette dischi pubblicati in studio, il primo risale al 1974, nel 1987 incide il suo ottavo album ed è quello che lo porta al successo planetario. Hiatt ha trentacinque anni ed è reduce da una serie di fatti luttuosi che lo mandano in depressione ma grazie ad una cerchia di amici musicisti, registra “Bring the Family” che in qualche modo ne dichiara la rinascita. Un nuovo amore e una nuova vita danno la forza di continuare. Il passato è ieri e oggi è il domani.
Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo.

Tra gli artisti che hanno eseguito la cover del brano vi sono:

Bill Frisell in versione strumentale nell’album Have a Little Faith (1992);
Joe Cocker nell’album Have a Little Faith (1994);
Jewel per la colonna sonora del film Phenomenon;
Jon Bon Jovi per il film Capodanno a New York.
Mandy Moore, che lo ha pubblicato come singolo nel 2003 estratto dall’album Coverage.

Pensiero

Difficile trovare una canzone che non sia all’altezza in questo album, poi facendo una grande selezione, “Have A Little Faith” è probabilmente la più significativa, per il testo e per il suono che il questo caso si limita ad un pianoforte, e che pianoforte!
Piano e voce che per quattro minuti si intrecciano come la trama e l’ordito. Un piano ‘battente’ con pochissime note, quasi a tenere il passare del tempo e la voce profonda e lirica che pochi sanno utilizzare come Hiatt.
Non c’è molto altro da aggiungere su questa canzone, il testo tradotto, come al solito non rende merito al brano ma in qualche modo rende l’idea del momento che sta attraversando.

Quando la strada si fa buia e non riesci più a vedere
Lascia che il mio amore getti una scintilla e abbi un po’ di fiducia in me
E quando le lacrime che piangi sono tutto quello in cui puoi credere
Permetti a queste amorevoli braccia un tentativo e abbi un po’ di fiducia in me
E quando il tuo cuore segreto non riesce a parlare così facilmente
Vieni qui tesoro, inizia con un sussurro ad avere un po’ di fiducia in me
E quando sei con la schiena al muro basta che ti giri e vedrai, tu vedrai
Ti prenderò, fermerò la tua caduta solo abbi un po’ di fiducia in me
E abbi un po’ di fiducia in me beh, ti ho amata per così tanto tempo ragazza
Non aspettandomi nulla in cambio solo che tu avessi un po’ di fiducia in me
Vedi il tempo, il tempo è nostro amico perché non c’è fine per noi
E tutto quello che devi fare è avere un po’ di fiducia in me, ho detto che ti sosterrò, ti sosterrò
Il tuo amore mi dà abbastanza forza perciò abbi un po’ di fiducia in me
Ho detto ehi, tutto quello che devi fare per me è avere un po’ di fiducia in me.

Purple Haze – Jimi Hendrix #2/10

Dati

Jimi Hendrix pubblica questo singolo nell’album d’esordio ‘Are You Experienced’ nel 1967.

Purple Haze in inglese significa ‘Foschia viola’ e molte sono le ipotesi sul significato di questo titolo. Fra le tante, due sembrano le più probabili: sulla droga o su un romanzo.
Con il termine Purple Haze viene indicato sia un tipo di marijuana, che un genere di LSD. Questa teoria sembra supportata da un verso della canzone, che recita: “Excuse me while I kiss the sky”, letteralmente “Scusami mentre bacio il cielo”. Infatti, l’espressione “kiss the sky”, baciare il cielo, viene impiegata per indicare gli effetti della cannabis.
Pare che, mentre componeva il testo di Purple Haze, Jimi Hendrix stesse leggendo un romanzo di Philip José Farmer dal titolo Notte di Luce. Si tratta di un racconto fantascientifico, che parla proprio di una sorta di raggio letale viola. Forse, allora, Purple Haze è un omaggio a questo romanzo. 

Esistono numerose cover di Purple Haze, tra le quali una versione di Ozzy Osbourne durante il concerto Moscow Music Peace Festival del 1989 a Mosca, e quella di Frank Zappa durante il live The Best Band You Never Heard in Your Life del 1991.
Davide Van de Sfroos rende omaggio a Jimi Hendrix e alla canzone nel suo brano Il camionista Ghost Rider presente nell’album Yanez

Pensiero

Questa come ‘Like a Rolling Stone’ di Bob Dylan, appartiene alla mia adolescenza.
Fu grazie a ‘Supersonic’, programma radiofonico in onda sul secondo canale di Radio RAI dal 4 luglio 1971 al 16 dicembre 1977, tutte le sere dalle 20.10, un appuntamento serale che divenne punto di riferimento negli anni settanta, che ascoltai per la prima volta questo brano del grande Jimi Hendrix.

Inevitabile fin dal primo ascolto l’energia sonora che trasmetteva, un fulmine che attraversava tutto il corpo e che elettrizzava anche le cellule e i neuroni più assopiti.
Il modo di suonare la chitarra fu una vera rivoluzione, non aveva paragoni, non esisteva un ‘suono’ simile prima di lui e pochi ce ne furono dopo, proprio (anche) per questo, Hendrix fu unico e fu impossibile non annoverare tra i musicisti preferiti.

Hendrix fu un ciclone che attraversò la scena del rock perché oltre ad essere stato un eccellente chitarrista e un grandissimo solista, era impossibile quindi non lasciasse un segno indelebile nella vita di un adolescente degli anni ‘settanta’ che amava la musica rock come ero io.

Hendrix poi, come pochi altri, ebbe una vita molto breve, morì a 28anni, con all’attivo solo quattro dischi e questo aumentò il suo mito e si sa, gli adolescenti crescono con i miti.

Like a Rolling Stone – Bob Dylan #1/10

Dati

Bob Dylan inserì questo brano nell’album ‘Highway 61 Revisited’ nel luglio del 1965. Per prima cosa va ricordato che questa canzone ha sempre primeggiato in tutte le classifiche mondiali, classificandosi al primo posto nella rivista Rolling Stones per quasi vent’anni fino al 2021.

Like a rolling stone è ispirata da una ragazza che Bob Dylan conosceva di nome Edie Sedgwick, morta a soli 28 anni distrutta dalla droga.
Il testo di questa grande canzone è una lezione sulla vita, in quanto parla dei valori che ritiene più importanti, l’integrità, l’onestà e la famiglia.

Nel corso degli anni è stata rifatta e coverizzata da numerosi artisti tra cui Bob Marley, i Bon Jovi, i Rolling Stones, Green Day, Jimi Hendrix e David Gilmour. 

Pensiero

Sono molto legato a questo brano non solo perché mi accompagna dall’adolescenza ma perché ancora oggi, dopo centinaia di ascolti, riesce a darmi vibrazioni.
I testi sono importanti e tra i primi a prendere atto di questa rivoluzione sono i Beatles che da quel momento cominceranno a dare maggiore importanza ai testi nelle loro canzoni – “Dylan ci mostra la strada”, dirà John Lennon in un’intervista nel 1965 – pubblicando nel dicembre dello stesso anno Rubber Soul, il disco con cui entreranno nella loro maturità artistica.

La sua struttura armonica e il phatos che riesce a trasmettere è unico. E’ forse la prima canzone dove gli strumenti seguono il cantato – e non viceversa, come accade di solito, rendendola unica e rivoluzionaria, l’accompagnamento musicale insegue la voce di Dylan rotolando dietro al testo, vero perno della canzone come mai era avvenuto nel rock.

Il metro infallibile per riconoscere la grandezza e la profondità di una canzone è la Piloerezione, alt, attenzione, che non si pensi male, la Piloerezione altro non è che la ‘pelle d’oca’ che la scienza determina come reazione della pelle provocata dal freddo. In realtà la ‘pelle d’oca’ è anche determinata dalla vibrazione sonora che il cervello, tramite il senso uditivo, trasmette al corpo attraverso la pelle. Questo avviene quando l’emozione è profonda e, questo brano lo è.

Le mie dieci canzoni #0

Non è cosa facile scegliere dieci brani tra i migliaia di dischi ascoltati in oltre cinquant’anni.
Essendo una classifica suscettibile di variazione è da prendersi valida per il momento, magari domani è già cambiata.
I motivi che mi hanno spinto alla scelta sono tra i più disparati, dalla semplice struttura armonica e sonora al personale ricordo emozionale. Ci sono canzoni belle e quelle “pezzi di vita”. Le prime, affascinano perché danno i brividi per quei tre, quattro minuti mentre le ascolti, le seconde, quando le ascolti, fanno passare negli occhi spicchi del tuo tempo; sono flash di tanti ricordi.
Ad una prima analisi risultano tutte pubblicate nell’arco di tempo che va dal 1965 al 1987, nel ventennio dove ci furono le più grandi ‘rivoluzioni’ della musica moderna; dalla scoperta ma soprattutto all’esclamazione della musica rock che divenne popolare con l’avvento dei Beatles e della British invasion a metà anni sessanta, al suono introspettivo ed esortativo dei songwriter e gruppi dei primi anni settanta, passando per la cultura di rottura del Punk dei fine anni settanta e finire con il target ‘anni ottanta’ che vede la prima cinquina come un decadimento inevitabile dopo la ‘rivoluzione sonora del punk’ e un rialzarsi nella seconda cinquina con una serie di uscite discografiche di ottima fattura, alcune diventate dei veri capolavori.

Questi i dieci brani in ordine cronologico:

Like a Rolling Stone – Bob Dylan (1965)
Purple Haze – Jimi Hendrix (1967)
Sweet Thing – Van Morrison (1968)
We Have All the Time in the World – Louis Armstrong (1969)
Imagine – John Lennon (1971)
Thunder Road – Bruce Springsteen (1975)
Train in Vain – Tha Clash (1979)
There is a light that never goes out – The Smiths (1987)
Have A Little Faith – John Hiatt (1987)
Hallelujah – Jeff Buckley (1992)

Nel prossimo post #1: Like a Rolling Stone – Bob Dylan (1965)