Paul Simon — Graceland (1986)

Oggettivamente questo disco è passato alla storia per due motivi: ha sancito la nascita “ufficiale” della world music ed è uno dei simboli del passaggio del Sudafrica alla democrazia.

Per quel che mi riguarda c’è un terzo motivo: è grazie a questo album che è nata la mia passione per la musica africana.
Non è retorica dire che lungo le canzoni di “Graceland” è passata la storia, e non quella della musica, ma proprio la storia del Sudafrica. Oggi si comincia a dimenticare, almeno guardando da lontano, che è esistito un Sudafrica non libero e non democratico e, per chi non lo sa o non lo ricorda, questo è solo un disco di un cantautore americano con musicisti africani.
Ma allora no, allora nel 1986, Graceland suscitò passioni, rabbia, polemiche.

Paul Simon ha sempre amato la musica di mondi diversi dal suo. Lo aveva già fatto anni prima insieme a Art Garfunkel, facendo scoprire a milioni di ascoltatori le malinconie andine aggiungendo parole alla melodia tradizionale di “El condor pasa”. Successivamente nel 1984 grazie a un disco scoprì per caso la musica dei ghetti neri di Johannesburg. Ne fu talmente affascinato che volle andare sul posto per registrare qualcosa insieme ai musicisti locali. Ma nei confronti del Sudafrica era in atto un embargo e suonare significava appoggiare indirettamente il regime segregazionista.
Ci fu poi la polemica che dipingeva Simon come il bianco ricco che si può pagare tutti gli sfizi che vuole sfruttando la musica altrui. Il dibattito diventò caldissimo, diversi musicisti inglesi attaccarono senza mezzi termini il collega americano e qualcuno notò come nei testi mancasse il minimo accenno alla situazione sudafricana.
Oggi la storia ha dato ragione a Simon; Graceland è tradizionalmente considerato l’inizio ufficiale della world music nonché uno dei simboli del passaggio del Sudafrica alla democrazia.
Musicalmente parlando è un bel disco, pieno di melodie nitide e a volte memorabili, rese intense dalle voci pirotecniche dei Ladysmith Black Mambazo e scintillanti dai riff chitarristici di Ray Phiri.

Robbie Robertson — Omonimo (1987)

Sangue indiano nelle vene, il Canada come paese natale e una credibilità conquistata tra le fila della “Band”.
Quando decide di entrare in studio per registrare il “suo” disco, Robbie Robertson aveva masticato rock per quasi tre decenni. Nel 1965 aveva accompagnato Dylan in uno dei tour più discusso della storia. Da allora, la sua vicenda era rimasta strettamente legata a quella dell’uomo di Duluth: insieme alla Band aveva registrato album di capitale importanza come “Music from Big Pink” e preso parte alle memorabili session di “The Basement Tapes”. Nella Band era punto di riferimento, ma la presenza di vocalist d’eccezione come Levon Helm, Richard Manuel e Rick Danko gli aveva spesso impedito di interpretrare lui stesso le canzoni che scriveva. Dal giorno dell’addio della Band, documentato da un capolavoro musical-cinematografico intitolato “The Last Waltz” (1976), Robertson ha atteso undici anni prima di pubblicare il suo primo, vero lavoro solista. “Non avevo nessuna intenzione di incidere un nuovo disco della Band”, disse all’indomani della pubblicazione del suo esordio “volevo un album che rispecchiasse il mio stato d’animo attuale”.
Un pugno di canzoni luminose come un flash sparati in piena notte sugli immensi spazi americani. Avventure in bianco e nero come film neorealisti, con un protagonista mezzosangue eternamente in bilico tra la spiritualità pellerossa e il furioso realismo del rock.
Grazie alla produzione di Daniel Lanois (canadese anche lui) e a una impressionante lista di ospiti (U2, Peter Gabriel, BoDeans, Maria McKee, Terry Bozzio, Manu Katchè, Neil Young), Robertson riuscì a mettere in scena una credibile e suggestiva rappresentazione del rock di fine anni Ottanta. “Fallen angel”, “Showdown at big sky”, “Somewhere down the crazy river”, “Sweet fire of love”, erano il filo steso sull’America per avvicinare il ritmo di New Orlens e le incotaminate distese del Canada. In quelle canzoni c’era il rumore della metropoli e il silenzio dei cimiteri indiani. Dove futuro fa rima con memoria.

Ry Cooder — Get Rhythm (1987)

Finalmente un po’ libero dalle continue richieste di comporre colonne sonore per film, Cooder si prende una pausa, se così si può dire, per incidere un album finalmente di canzoni.
Questo disco è un po’ la sommatoria dei precedenti album suonati dal nostro Ry, siamo nell’87, e Cooder ha quarant’anni. Alla maniera dei vecchi cercatori d’oro, il chitarrista californiano è tornato a setacciare i filoni musicali che in passato gli hanno procurato non poche soddisfazioni, convinto di poterci trovar ancora qualche luccicante pepita.
Cooder anche in questo disco si fa accompagnare dai soliti fidati e inseparabili musicisti quali: Jim Keltner alla batteria, Van DykeParks alle tastiere, il poco fortunato e compreso fisarmonicista Flaco Jemenez, Miguel Cruz alle percussioni, Steve Douglas al sassofono, Jorge Calderon al basso elettrico e lo stravagante jazzista Buell Niedlinger al contrabbasso. Grazie al gruppo ma soprattutto alla sua sempre geniale creatività, Ry setaccia i generi a lui prediletti; rhythm and blues, rock and roll, tex-mex, delta, shuffle ecc… contaminati comunque dalla passione suprema che è il gospel.
ll suo modo di suonare è così unico e originale che può permettersi di affrontare qualsiasi tipo di musica. Rimanendo il già affermato e finissimo artigiano che conosciamo, Cooder rivisita alcune composizioni di Chuck Berry, Raymond Quevado, Johnny Cash, Walter Davis, Elvis Presley, oltre alla conosciuta è meravigliosa “Across the borderline” scritta in collaborazione di Jim Dickinson e John Hiatt.
Get Rhythm è un bel disco suonato ottimamente, trasuda suggestioni sonore in ogni suo “solco” (logico è il riferimento all’LP dell’epoca). Riesce a trasmetterci sensazioni uniche, che credo ormai appartengano a un suo marchio di fabbrica. Il Tag, per usare un termine dei giorni nostri è proprio la “Musica di Ry Cooder”.
Ry è in grado di suonare qualsiasi genere musicale, e nel contempo, riesce a tirar fuori sempre se stesso, il suo cuore, la sua anima. Get Rhythm è appunto la conferma di questo stato di cose.

David Byrne — Rei Momo (1989)

Effervescente, vivace, gioiosa è l’aria che ci fa respirare il sound, le note di questo Rei Momo.
Ancora una volta il musicista scozzese tira fuori dal suo cappello a cilindro la sua grande creatività.
David Byrne dopo essersi allontanato dal progetto Talking Heads, si getta nei suoni dell’America latina, e più precisamente del Brasile. Questo suo primo disco solista dell’89, è un disco carico di musicalità, pieno di idee, di ironia e di feeling.
La prima cosa che più risalta alle orecchie è il divertimento che riesce a trasmettere, la gioia nell’aver composto questa serie di canzoni e di avercele donate. Divertimento dovuto anche alla carica vitale dei musicisti brasiliani presenti, che lo hanno aiutato e sostenuto in questa prova.
Byrne da ottimo artista, musicista, riesce a prendere gli elementi che compongono il carattere della musica brasiliana e dei paesi dell’America Latina e a modo suo trasforma e reinventa un sound rendendolo unico e originale, creando un suono molto ricco, corposo e molto piacevole.
Nelle canzoni di questo “Re Carnevale”, David oltre agli strumenti comunemente noti, miscela percussioni, fiati, fisarmoniche e violini. I quindici brani che compongono l’album formano un arcobaleno sonoro diverso dal solito percorso musicale a cui il nostro ci aveva abituato. Anche se certi riferimenti ai vecchi “Talking Heads” sembrano inevitabili e difficili da cancellare con un gesto di spugna.
Basti ascoltare “Indipendence day”, ricca di sfumature, allegre percussioni, per renderci conto che i T.H. sono dietro alla porta. “Make believe mambo”, con i suoi ritmi sudamericani, è un brano allegro, con una sezione fiati e un coro mariachi, da renderlo tra i più ascoltati e piacevoli. Una ballata carica di voci per un suono tipicamente brasiliero è “Call of the wild”, che apre la porta a “Dirty Town” ottimo brano ritmato dalle percussioni e guidato dalla voce di Byrne, la sezione fiati con in rilievo i tromboni ne fa di questo brano tra i più riusciti. Con “Rose Tattoo” siamo in pieno ambiente chinano, la sua bella sezione ritmica ci fa da apripista mentre stiamo per entrare al Mocambo. E “Loco de amor” ci dà l’anticipo per poi passare a “The dream police”, brano tipicamente ballabile come si diceva una volta, si vedono i ballerini in pista che si muovono al ritmo che ormai si è scatenato. Breve pausa con “Don’t Want To Be Part Of Your World” soave e leggera, apprezzabile la vena ironica, ottimamente arrangiata, ci mette in attesa di ascoltare “MarchingThrough The Wilderness” brano in vecchio stile mocambo con percussioni voci e ritornello. Lasciamo il mocambo per ritornare ai suoni di strada con “Good and Evil” simpatica e divertente, insieme a “ Lie to me” e “Office cowboy” ci riportano ai ritmi tropicali e sudamericani carichi di brio e di calore. “Women vs men” ci porta verso casa alla fine di questo viaggio sonoro, non prima di averci regalato un “Carnival eyes” dove il titolo dice tutto, la sezione violini la rende unica e le percussioni fanno tutto il resto. Conclude l’album “I know sometimes a man is wrong” un piccolo capolavoro di melodia con un testo ironico e amaro. E la festa è finita.
Inutile dire che questo è un disco per palati sofisticati. La ricchezza sonora degli arrangiamenti, la creatività e l’intelligenza musicale di David Byrne ne esce fuori a testa alta. Se gli aggettivi che più compaiono in questo scritto probabilmente sono; allegro e gioioso, non è un caso.
Allora, perché non ascoltarlo nei momenti tristi? Ve lo consiglio.

Daniel Lanois — Acadie (1989)

Volevo un disco di canzoni popolari ma anche di musiche insolite, misteriose, di istantanee e brani minori, e qualche strumentale psichedelico che portasse in viaggio chi ascolta. Trovo che sia bello quando si riesce a elevare lo spirito del prossimo, e tanto ho voluto fare, fornendo uno sfogo per l’immaginazione”.
Esiste dentro il suo DNA, il produrre musica. Daniel Lanois, giovane e affermato produttore di gruppi variegati provenienti dalla sua terra fredda chiamata Canada. Viene scoperto dal tam tam sonoro che circola nell’emisfero musicale, da Brian Eno, che a sua volta lo apre e lo esporta in terre più calde e internazionali.
Ci mette poco a farsi conoscere, a breve produce: “The Unforgettable Fire” e “Joshua Tree” degli U2, “Birdy” e “So” di Peter Gabriel, “Robbie Robertson” dell’omonimo leader della Band, “Yellow Moon” dei Neville Brothers, tantissimi dischi di Brian Eno, “Oh! Mercy” capolavoro di Bob Dylan, e tanti altri ancora.
Daniel Lanois diventa così uno dei più ricercati produttori del rock contemporaneo. Ma non gli basta, a un certo punto sente l’esigenza di incidere un suo disco solista. Ha trentasette anni, quando pubblica questo primo album Acadie nell’89.
Il disco è un lavoro atipico. La sua grandezza sta nell’amalgamare in perfetto stile “Lanois” la sua origine Canadese con il luogo d’incisione e cioè New Orleans. Sta nell’omogenizzare la spontaneità della composizione del musicista con la perfezione nei dettagli tipica del produttore.
E’ questa la chiave del suo capolavoro solista. Il country, il rock, la psichedelica, il blues, l’ambient e la musica popolare sono tra le molteplici fonti di ispirazione. Ne esce fuori un’opera originale, costruita sui ricordi, sulle memorie e suggestioni personali.
Lanois nei dodici brani che compongono il disco, suona strumenti che vanno dalle chitarre alle tastiere, dalla fisarmonica alle percussioni molto leggere.
Ne esce fuori un disco fresco ed invitante, moderno e tradizionale nel contempo. La fisarmonica va a braccetto con le tastiere di Eno, la slide guitar crea suoni rarefatti tipici di Gabriel e Robertson.
I brani vanno dalla ballata tradizionale e spumeggiante “Jolie Louise” alla musica ambient dell’ottima “Fisherman’s daughter”. Dalla splendida “The maker” (dove c’è la voce di Aaron Neville) al cajun di “Under a stormy sky”. Da “Still Water” brano d’apertura, semplicemente lirico e piacevole, alla cavalcata di “Where The Hawkind Kills”. Del suo cantare in Francese e delle sue capacità vocali ne da esempio nella stupenda e triste “Silium’s Hill”, un brano di rara bellezza, senza dimenticare la versione di “Amazing grace” che di Acadie ne è la perla.
I quattro brani restanti: “O Marie”, “White Mustang”, “Ice”, “St. Ann’s Gold” sembrano costruiti per delle colonne sonore di film ambientati in grandi spazi, senza confini e illimitati. Si sente la presenza di Eno, si sentono i suoi sintetizzatori, si sente il suo iniettare suoni a lui particolarmente cari.
Le sensazioni che Daniel Lanois crea in Acadie, sono l’unione di ritmi veloci legati a testi malinconici. Questa combinazione è resa magistralmente dall’ottima miscelazione di dolcezza e amarezza.
Ancora una volta si ritorna nell’unione di “due elementi” contrastanti, ma che sommati tra di loro, rendono qualsiasi cosa un “tutt’uno”, unico, originale e profondo.
Acadie è un disco da ascoltare quando abbiamo voglia di viaggiare, con la nostra mente, verso spazi senza fine, verso mete sconosciute, alla ricerca di un qualcosa che non ci è chiaro, che non sappiamo esprimere con le parole, con la mente.
E allora usiamo il cuore, e diventa tutto più semplice. Questo disco ce ne dà la possibilità.
Un’altro tassello nella costruzione di questo puzzle del pianeta musica, nell’universo sonoro.

Van Morrison & The Chieftains — Irish Heartbeat (1988)

Se la matematica non è un’opinione e quindi uno più uno è uguale a due, così non è in musica. Infatti la somma musicale di due “colonne” come Morrison e i Chieftains dà senz’altro due, ma al quadrato.
Quando si ha in mano un disco come questo si ha in mano una pietra miliare della musica. E non sono queste, parole buttate a caso, tanto per acclamare un disco che mi piace, che mi ha dato e continua a darmi emozioni sempre profonde, ma è la realtà che si percepisce dopo averlo ascoltato, intensamente ascoltato.
Van, oltre ad essere uno dei più grandi autori dell’era rock, è anche uno dei pochi autori che ha cercato di esplorare nuove aree musicali e testuali.
L’album in questione è comunque qualcosa di diverso rispetto alle precedenti incisioni di Morrison: l’uomo ha già avvicinato la musica celtica, ha già suonato con gruppi irlandesi (vedi Moving Hearts), ma è la prima volta in assoluto, che divide la leadership di un suo lavoro con qualcun altro.
Il disco contiene dieci canzoni superbe, due originali di The Man, cioè “Irish Heartbeat” (da Inarticolate speech of the heart) e Celtic Ray (da Beautiful Vision), mentre le restanti otto canzoni sono dei tradizionali: “Star of the country down” “To mo chleamhnas decanta” “Raglan road” “She moved through the fair” “I’ll tell me ma” “Carrickfergus” “My lagan love” “Marie’s wedding”.
La capacità di far rivivere ricordi e sensazioni attraverso la melodia popolare è la straordinaria potenza dell’opera. Le ballate riescono a dipingere i paesaggi, e quindi le atmosfere, i sentimenti ed i ricordi, tanto cari all’irlandese. E se in età giovanile aveva più volte confermato il suo rifiuto verso le tradizioni del suo paese, con il volgere dell’età e della maturità, il richiamo della propria terra si è fatto molto più forte.
La scelta dei Chieftains per dar suono a queste sue esigenze musicali non è avvenuta a caso. I Chieftains rappresentano la vera tradizione irlandese e anche loro come Morrison non sono mai scesi a compromessi artistici e si sono mantenuti fedeli per anni ad un loro preciso credo musicale.
Capitanati dal piccolo grande Paddy Moloney, virtuoso delle cornamuse, proprio quest’anno (1988) celebrano il loro 25° anniversario. Sono i più longevi portavoci di una musica che è espressione autentica dei suoni e dei colori della loro terra.
Accostarsi ad un’opera come questa suscita un gran senso di sollievo. Perché è la prova che in una società in cui i valori di riferimento vanno sempre più impoverendosi (vedi l’imporsi di ciò che è effimero, passeggero, superficiale, senza anima né spessore) c’è ancora spazio per le certezze.
Il disco è suonato come meglio non si può, Morrison non si limita a donare la propria voce a queste composizioni ma le arricchisce di emozioni e sentimenti, canta questi motivi tradizionali irlandesi con stupefacente intensità e pathos.
Ascoltate il disco, lasciatevi andare, lasciatevi cullare dalle onde sonore e apritevi ai sentimenti, The Man conosce la strada per arrivare al cuore.

Willy De Ville — Miracle (1987)

E’ un periodo di cambiamenti questo per De Ville che di nome fa Williams Borsos classe 1950, prima con il suo gruppo si faceva chiamare “Mink De Ville”, adesso si è messo da solo, e si fa chiamare Willy.
Il suo però non è un cambiamento solo di nome e quindi di facciata, ma anche musicale. Ha abbandonato il gruppo e quindi strumentalmente il sax e i fiati, aprendosi verso suoni e atmosfere latine, facendosi influenzare da Van Morrison, Lou Reed e Dire Straits.
I musicisti che accompagnano Willy in quest’avventura sonora sono di prim’ordine: Chet Atkins chitarrista e produttore di gente del calibro di Roy Orbison, i Chieftains, Ray Charles e niente meno di Elvis Presley, Jeff Porcaro batterista di grande classe, dai due Dire Straits, Guy Fletcher tastierista e Mark Knopfler chitarrista e in questo caso anche produttore.
Miracle è un gran bel disco, De Ville tuffandosi nelle sue sopraddette e predilette sonorità latine riesce ad esprimere il suo gran talento compositivo, dando il meglio di sé.
Nessuna delle dieci canzoni che compongono l’album, riesce ad abbassare la media di quest’ottimo disco. Il primo brano “Gun Control”, ci fa subito capire cosa intende per rock il nostro, regalandoci questa “sceneggiatura” cinematografica venata di soul. Subito dopo si passa a una delle perle assolute “Could You Would You” uno dei brani più belli ed intensi dei Them, gemma Morrisiana che il nostro gitano interpreta eccellentemente. “Heart and Soul” ci fa sentire il suono Messicano, è un brano dolce e intenso, interpretato magistralmente, con la sua splendida dolcezza diventerà un brano da antologia. I due brani successivi “Assassin of Love” e “Spanish Jack” sentono della presenza di Knopfler, quindi atmosfere Straits-iane: lente, introspettive e notturne. La canzone che dà titolo al disco “Miracle” è una ballata pianistica, sincopata e creativa ed anche quella più radiofonica. “Angel Eyes” è un altro splendido brano, Willy che è d’origine Portoricana, ci regala questo gioiello latino-caraibico emozionante da accapponare la pelle. Lenta e ancora una volta notturna è invece “Night Falls” brano che De Ville sa rendere denso e drammatico allo stesso tempo. “Southern Politician” è il brano in cui il produttore Mark fa sentire di più la sua presenza forse un po’ a scapito di DeVille, nonostante questo, la classe si fa sentire e non è acqua… Termina l’album “Storybook Love” ballata Devilliana per eccellenza (nomination al premio Oscar per “The Princess Bride” in Italia con il nome di “La Storia Fantastica”) sarà un brano che accompagnerà spesso Willy nei concerti dal vivo, grazie alla sua toccante ed equilibrata melodia.
Con questo brano finisce questo bellissimo album che riesce a regalare forti emozioni, cariche d’atmosfere, suoni e colori fortissimi, senza nessuna caduta di tono ma anzi pieno di idee e soprattutto di note.
Un altro disco che non sente il trascorrere del tempo, e come tutti i capolavori, con il passare degli anni, ad ogni suo ennesimo ascolto ci “rinnova” le cellule del nostro audio-encefalo.
Da inserire nella collezione dei nostri “Without time”.

Los Lobos — La pistola y el corazon (1988)

Raggiunto l’apice del successo commerciale grazie al film e alla canzone “La Bamba” sommato ad un stile musicale personalissimo, il gruppo senza sfruttare l’onda commerciale che li ha resi famosi in tutto il mondo, si lancia coraggiosamente in un’impresa senza precedenti. Un disco totalmente acustico, con sette brani tradizionali e due originali composti da loro. Un album suonato per il puro piacere di esprimersi con la musica che rispecchia decisamente le loro origini, la loro provenienza etnica.
I Los Lobos erano dei musicisti “chicani” che si guadagnavano da vivere suonando musica tradizionale messicana nelle sagre paesane. E’ giusto ricordare che la cultura e la musica messicana è composta da vari “filoni”, tra questi i due più importanti sono: le canzoni chiamate “il corrido”, che riportano avvenimenti di cronaca, fatti leggendari, tragedie ed eventi salienti e i canti “mariachis” che generalmente accompagnavano le feste nuziali indossando i costumi messicani.
Tornando al loro disco, bisogna dire che si tratta di un lavoro serio ed intenso, suonato con il cuore, puramente folk, per avere un’idea basta sentire gli strumenti usati: fisarmonica, violino, chitarre acustiche e voci, più quelli tipicamente messicani; la “vihuela”, il “guitarron”, la “huapanguera” e il “bajo”. Il resto lo fanno le canzoni, canzoni che sono tutte di origini popolari, calde ed allegre, tristi e malinconiche, cariche di poesia e di storia, alcune sono estremamente effervescenti e travolgenti, ti entrano nella pelle senza lasciarti indifferente, ti trascinano in sensazioni gioiose, ti portano in giri di danza festosi, alcune poi, sono talmente profonde che addirittura riescono a commuoverti.
Nella prima facciata dell’”LP”, almeno tre canzoni delle cinque che la compongono, sono delle perle; “Guacamaya”, “Quisiera” e “Estoy”. Nella seconda facciata, la quaterna che vi è incisa, è decisamente perfetta, senza nessuna sbavatura, El Gusto”, “Que”, “Nadie”; “Mi Sufrir”, “El Canelo” e “La Pistola y el Corazón”, sono degli autentici gioielli. Gioielli che bisogna “indossare” per viverli appieno, compiutamente, senza esitazioni.
Questa è musica, sono suoni che trasmettono la semplicità, la spontaneità, “l’essere” di un popolo caldo e profondo, ricco di tradizioni vivaci e passionali. Sono canzoni e sono danze che si tramandano di generazione in generazione, rimanendo inalterate nello spirito e nella loro bellezza, rimanendo pure nella loro storia e nella loro poesia.
I Los Lobos pur non essendo nati in Messico (sono infatti Americani) con questo disco dimostrano di amare le proprie origini, le proprie radici, e sfidando il “business” discografico affrontando una prova difficile. Suonano solo per il gusto, il piacere e se vogliamo anche per diritto e dovere, di far conoscere la propria cultura, la propria storia, la propria musica. Quella musica che ha reso importanti: il Messico, i “mariachis” e anche loro.
E’ grazie a questo genere di dischi e ai musicisti che li propongono, che la storia di un popolo cresce, si rinnova, ma anche e soprattutto si ricorda. La Pistola Y El Corazón, anche per questo, diventa un’opera d’arte, un pezzo della cultura messicana, è un atto d’amore che non passa inosservato.

Cowboy Junkies — The Trinity Session (1988)

Questo secondo disco dei tre fratelli canadesi Timmins; Margo alla voce, Peter alla batteria, John alla chitarra, più A. Anton al basso e J.Bird al mandolino e armonica, resta senza dubbio il disco più bello e suggestivo che abbiano inciso.
The trinity session è inciso dal vivo, in presa diretta, in una chiesa di Toronto (Holy Trinity) nel novembre del ’87.
La principale peculiarità che il disco riesce a trasmettere è l’atmosfera tenue e rarefatta. Il suono prodotto è esclusivamente acustico, gli strumenti; chitarre, steel guitar, armonica, violino e fisarmonica, la voce quasi flebile di Margo (è una donna) fanno di quest’album un’opera splendida, da avere nella nostra raccolta musicale.
Il primo brano “Minin for gold” crea subito una atmosfera magica, che già ci fa capire con che “genere” musicale abbiamo a che fare. Il secondo “Misguided angel” leggermente più country, ma molto personale, con armonica in evidenza, comincia già a farci “scaldare”. A seguire la famosa “Blu moon” famosa cover, eseguita in maniera originalissima, non ci fa rimpiangere l’originale versione. I don’t get it” prosegue con questo suono magico per poi farci sentire “I so lonesome” di Hank Williams, splendida versione, malinconica e ancora una volta originale. Il sesto brano “To love is to bury” ci rende ormai conto che questo è un album innovativo. “200 more miles” è una ballata sempre sullo stile country/cowboy junkies, si perché ormai a questo punto si può già parlare di “marchio” C.J. L’ottavo pezzo rende omaggio a Patsy Cline, ma è con Sweet Jane che i cowboy raggiungono l’apice in questo disco. Questa versione acustica è unica per la suggestione che crea, la miglior versione che sia mai stata fatta (anche lo stesso Lou Reed lo dichiarerà), con questo brano la band dimostra che ormai e definitivamente una band di valore. Chiudono l’album altri due brani, rispettivamente; Postcard blues e Walking after midnight, che si mantengono nell’ordine di idee delle precedenti e quindi ancora due brani sussurrati e notturni (dichiarerà Margo, che la loro musica è da ascoltarsi alle tre di mattina).
Conclusione: Trinity Sessions è un album “diverso”, una raccolta di ballate sussurrate e atmosferiche. Ciò che rende unici i loro brani è che vengono rallentati quasi fino all’osso, soffocati impreziositi e snaturati. Ed è questo che ne fa di loro un marchio di fabbrica.

Fabrizio De Andrè — Creuza De Mà (1984)

Prefazione — Disco considerato come uno dei massimi capolavori non solo della musica italiana, ma della musica tutta. Attribuire questo disco a De Andrè è un po’ limitativo visto che l’apporto musicale di Pagani è non solo determinante ma in egual misura direi anche “sonoramente marcante”. In questi trentasette anni dall’uscita del disco, ammetto di averlo ascoltato fino quasi alla nausea (che non mi è mai venuta), assaporandolo in ogni sua minima sfumatura, nei suoni e nei testi, cercando di cogliere il significato più profondo che i due musicisti hanno voluto esprimere. Proprio per questo l’articolo è più lungo e dettagliato.

Il disco — Un disco italiano ma non in italiano, anzi in genovese antico. L’album infatti nasce dall’incontro tra De Andrè e Mario Pagani, uno dei maggiori musicisti italiani. L’idea è stata quella di concepire un album “mediterraneo” nell’origine, andando a pescare in giro per il bacino del nostro mare gli strumenti che le civiltà dall’origine avevano tramandato.
La malinconia che mi avvolge, quando ascolto la voce di Fabrizio De Andrè, è ancora tanta. Malinconia e senso di vuoto. Creuza de ma è uno dei tanti bellissimi dischi incisi da De Andrè, potrei banalmente definirlo un capolavoro, se non mi fosse difficile, per non dire impossibile, stilare una classifica delle sue composizioni. Una cosa differenzia questa raccolta dalle altre opere di Fabrizio De Andrè: tutti i brani di questo disco sono stati scritti e cantati in genovese. Ma anche in questa veste, pur nella difficoltà della comprensione del dialetto per chi genovese non è, la poesia è intatta, la magia e l’incanto delle atmosfere che De Andrè riusciva a creare, immutati. Intanto la musica, linguaggio universale che parla direttamente al cuore; poi la voce calda e scandita di Fabrizio De Andrè, inconfondibile e bella, pur se non estesa, che culla l’ascoltatore. Infine la sua poeticità, la sua delicatezza e la sua sensibilità, la sua ironia, che si esprimono magistralmente anche con l’uso del dialetto.
CREUZA DE MA’ – Il brano omonimo apre il disco sulle note dell’assolo di gaita (un tipo di cornamusa) e poi si sviluppa quasi esclusivamente su un tappeto ritmico-melodico-percussivo e sulla voce di De André. Sono le percussioni a parlare principalmente, nella musica mediterranea come nella musica nero-africana. “La mulattiera di mare” del titolo, è un primo grande affresco della vita alle soglie dell’acqua salata e racconta l’amore, l’amicizia, la delinquenza, gli odori e i sapori. È il primo colpo di genio della poetica del genovese ed è un colpo che tramortisce. Il brano si conclude con i rumori e le voci del mercato del porto di Genova, registrati in presa diretta da quel che ricordo. Le voci dei mercanti si fondono con la musica del brano successivo, il capolavoro musicale del disco, per quanto mi riguarda.
JAMIN-A — Straordinaria canzone: fosse stato comprensibile direttamente, il testo di “Jamina” avrebbe subito le ire censorie, non ho alcun dubbio. Jamina non è una prostituta, è LA prostituta, un corpo bollente prima ancora che un essere umano, un corpo che De André descrive quasi senza parlare della persona: “Mi voglio divertire/nell’umido dolce/del miele del tuo alveare”. Jamina deve farsi guardare, non servono parole: “Dove c’è pelo c’è amore/sultana delle troie”. Il corpo femminile come alveo dell’insopprimibile voglia di soddisfacimento sessuale degli uomini, raccontato da De André, che sulle prostitute ha imbastito alcuni dei suoi massimi capolavori letterari in musica.Musicalmente, il brano è altrettanto straordinario. Ancora un timido tappeto percussivo iniziale sulla voce, ma poi sono gli strumenti orientali a sommergere il tutto con la loro melodia. In questo caso, deliziano i padiglioni auricolari l’oud e il bouzouki, strumenti a corda di origine araba il primo e greca il secondo. I contrappunti ritmici e le lontane suggestioni melodiche, fanno di “Jamin-a” uno straordinario viaggio, da commozione pura.
SIDUN“ – Sidun” (Sidone) è il lamento di una madre palestinese per il proprio figlio morto, una ballata funebre che unisce il dialetto genovese al dramma mediorientale, in una comunione mediterranea di inenarrabile forza struggente. “Tumore dolce benigno/di tua madre”, canta De André, in un momento, il 1984, che doveva ancora vedere la nascita della prima “intifada”: “e ora grumo di sangue orecchie/e denti di latte”. Il lento dipanarsi del testo, accompagnato da uno strumento turco, lo shannaj, giunge sino a un punto quasi insostenibile a livello drammatico e di commozione, quando, sul finale, la musica sembra aprire uno scenario di speranza, proprio quando il testo conclude la sua narrazione del dramma di una madre. È a quel punto che la melodia si addolcisce, si arricchisce delle percussioni e si apre a una visione quasi solare per voce e strumenti. Devo ripetermi: un altro momento straordinario.
SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ – “Sinàn Capudàn Pascià” racconta una storia dell’epoca della Repubblica Marinara genovese, quando un marinaio ligure catturato durante uno scontro con la flotta turca, Cicala, diventò un Pascià turco con il nome del titolo, sembra per merito del suo aspetto gradevole e della sua giovane età. Lo scontro militare avvenne davanti alle coste tunisine ed è così che la musica si accosta alla cultura maghrebina e Kabil, mentre il testo punta moltissimo sull’ironia e lo sberleffo sarcastico (“La sfortuna è un cazzo/che vola intorno al sedere più vicino”). Il ritornello riprende un motivo popolare che si vuole usuale tra le genti tirreniche: “In mezzo al mare c’è un pesce tondo/che quando vede le brutte va a fondo/In mezzo al mare c’è un pesce palla/che quando vede le belle viene a galla”. Una canzone che, a dispetto del suo incedere fortemente percussivo, sembra cantata e suonata in punta di piedi.
‘A PITTIMA – La pittima è colui che si lamenta, che rompe le scatole per qualsiasi cosa. La traduzione del foglietto del cd, riporta il termine dal dialetto alla lingua italiana, anche dalle mie parti ha lo stesso significato: persona che si lamenta.In questo caso, la pittima è l’esattore che va in giro a chiedere i soldi dei prestiti lamentandosi di continuo della sua condizione, vista come meschina dalla gente. A livello musicale, è forse il brano meno interessante dell’album, senza guizzi particolari e caratterizzato dalla voce mesta e bassa di De André, in tono, in ogni caso, con il testo.
A DUMENEGA – Canzone sull’ipocrisia e sulla falsità, “A dumenega” racconta di un costume antico della Genova di un tempo, quando alle prostitute, relegate nei ghetti durante la settimana, alla domenica veniva concesso di passeggiare per la città. Con un linguaggio sboccatamente popolare, De André racconta degli scherni della gente “normale” verso le prostitute in libera uscita, le stesse che comandano sui sensi di quella gente durante la settimana. Il testo, spiace ripetersi, è straordinario per l’uso sopraffino dei termini volgari e delle rime, con un colpo di scena finale di squisita ironia, quando il portatore della croce nelle processioni, scorge tra le prostitute la propria moglie, “mestierante” per guadagnare il pane.Il brano ha il sapore medievale dell’ambientazione narrativa ed è stupendo.
DA ME RIVA – Conclusione affidata a una tenue ballata che riporta il filo narrativo nel porto di Genova, dove era iniziato. Il marinaio lascia ancora una volta la sua bella sulla riva e la pensa mentre anche lei sta sicuramente guardando il mare. Il ricordo è affidato a una foto: “La tua foto da ragazza/per poter baciare ancora Genova”. Un finale struggente e malinconico, triste come può esserlo la vita del marinaio sempre in partenza, sempre sulle onde del mare “un po’ più al largo del dolore”. In fondo, un’ode di De André alla propria città.
Che dire di più, ogni canzone suscita emozioni, belle, allegre, tristi. Ogni canzone è una poesia musicata. Ogni canzone è il cuore di Fabrizio De Andrè. Sorrisi e lacrime, come sempre. Sorrisi e lacrime, ancora oggi, nel ripensare al grande poeta che non c’è più.