Versiaku n°87
Un filo d’acqua
Taglia il silenzio
Nessuno ascolta
Un filo d’acqua
Taglia il silenzio
Nessuno ascolta
Terrapiattisti. 2200 anni fa Eratostene con un cammello, un bastone e la matematica riuscì a calcolare la circonferenza della terra con un errore di 500km.
Oggi abbiamo i computer quantistici e i terrapiattisti e sono in aumento.
Il freddo avvolge il mondo lento,
foglie cadute, ricordo spento.
Sotto un cielo di nuvole grigie,
si cela il silenzio degli orizzonti.
I rami si stendono affamati,
di luce ormai assopita, senza colori.
Ma il cuore dell’inverno è caldo.
Il vento canta tra rami spogli.
Il silenzio avvolge la terra addormentata.
Ogni respiro diventa cristallo,
nell’aria fresca, un magico abbraccio.
Sento ancora palpabili le cicatrici passate, ci sono ancora.
Affetti feriti, responsabilità mancate, molte volute.
Avevo sperato in un disegno nuovo della realtà, in una forza che intervenisse a cambiare le cose con naturalezza e decisione, allo stesso tempo.
Invece, ci sono ancora.
Sono presenti e non le so gestire o meglio rimuovere.
Tornano casualmente e lievemente si insinuano nelle pieghe del pensiero, senza regole ma avvertibili, ci sono ancora.
Sono una regola e pertanto so gestirla ma vorrei tanto diventasse una eccezione, e non ci fosse più.
Grumi di foglie
Schiariscono gli occhi
Stretto il viale
Un tempo mi ricopiavo le frasi che ritenevo degne di essere ricordate, oggi raccolgo le emozioni, perché meritano di essere collezionate.
L’inverno scende piano,
tra i rami nudi che fremono al vento,
un velo d’argento avvolge la terra
e il silenzio si posa come neve leggera.
Il cielo respira fiato di ghiaccio,
i passi scricchiolano sul bianco cammino,
un lume si accende dietro una finestra,
calore che sfida la lunga notte.
Eppure, tra il gelo e l’ombra,
c’è un’attesa che fiorisce sottile:
il seme riposa, il cuore si tace,
mentre l’alba promette una primavera invisibile.
Il dolore è un sentiero che dobbiamo percorrere da soli. Andare da uno specialista del dolore – un medico, un prete, uno psicoterapeuta – vuol dire affidare a qualcuno il compito di far rientrare il proprio dolore in una narrazione: ossia di renderlo comune: e dunque falso. Perché tutto ciò che è sociale è falso, radicalmente incapace di verità. E tutto ciò che è vero è indicibile, perché irrimediabilmente singolare. Come la direzione, il verso-dove di questo dolore – che non è stanchezza, non è debilitazione, non è depressione, non ha alcun nome sociale, non è scritto su nessun libro: perché è mio. Perché sono io.
Di geometrie
Ripide vette i tetti
Stringono case!
Devo dirlo o rischio di scoppiare: provo un disgusto profondo verso certi personaggi che si pavoneggiano sui social come se sapessero tutto, mentre nella realtà sembrano inconsapevoli come insetti attratti dalla luce di una trappola.
Provo rabbia, lo ammetto, e mi sento anche in colpa per questo. Perché credo nella libertà, anche per chi la usa male o parla solo per impulso, senza pensiero. Eppure, ogni volta che li ascolto proclamare con arroganza la propria ignoranza, una parte di me vorrebbe scuoterli con forza, come se servisse a svegliarli.
Il peggio è che questi atteggiamenti non sono solo irritanti: sono pericolosi. Perché un regime non arriva più coi carri armati: basta l’indifferenza, la divisione, l’egoismo e la rabbia mal direzionata. E noi ci stiamo cadendo dentro, passo dopo passo, mentre loro ridono.
Il senso di colpa nasce proprio da qui: sapere che vanno difesi anche loro, anche se stanno contribuendo — inconsapevolmente — a distruggere lo spazio in cui quella stessa libertà può esistere.