Respect – Aretha Franklin (1967)

Respect è uno dei brani simbolo della musica soul e, nella versione di Aretha Franklin, è diventato molto più di una semplice canzone d’amore.
Pubblicata nell’aprile del 1967 nell’album I Never Loved a Man the Way I Love You, “Respect” era stata scritta e incisa due anni prima da Otis Redding. Aretha Franklin la trasforma completamente, cambiandone prospettiva, ritmo e significato.

La struttura è apparentemente semplice, ma l’arrangiamento è esplosivo: piano, chitarra, basso, batteria, fiati e cori costruiscono un groove serrato, sul quale la voce di Aretha domina con una forza quasi fisica. Celeberrimi sono gli interventi vocali “R-E-S-P-E-C-T” e “sock it to me”, che nella sua versione assumono una funzione quasi percussiva.
Ma è soprattutto la voce a fare la differenza. Aretha passa dal canto morbido alla potenza del gospel, alternando controllo, improvvisazione e urgenza emotiva. Ogni frase sembra diventare una richiesta, un’affermazione, infine una rivendicazione.

Il testo parla di una relazione sentimentale, ma nel 1967 “Respect” acquistò inevitabilmente una dimensione sociale più ampia: divenne un inno associato sia alla lotta per i diritti civili degli afroamericani sia alla crescente affermazione delle donne. Aretha, però, non trasforma mai il brano in un manifesto astratto: il suo punto di partenza rimane personale, concreto, quasi domestico. È proprio questa immediatezza a renderlo universale.
Musicalmente, la registrazione è un perfetto incontro tra soul, R&B e gospel. L’energia della sezione ritmica e dei fiati sostiene una performance vocale che sembra continuamente sul punto di esplodere, senza mai perdere il controllo.

“Respect” è il momento in cui Aretha Franklin smette semplicemente di interpretare una canzone e la fa diventare sua. Da quel momento, la parola respect non è più soltanto una richiesta: è una dichiarazione di dignità.
Un classico assoluto del soul, ancora oggi immediato, potente e sorprendentemente moderno.

My Favorites Albums #16/100 

Jimi Hendrix – Are You Experieced? (1967)

Con Are You Experienced?, Jimi Hendrix non si limita a esordire: irrompe. Pubblicato nel 1967 con la Experience (Noel Redding al basso, Mitch Mitchell alla batteria), l’album è una detonazione psichedelica che ridefinisce il ruolo della chitarra nel rock.
Ma è nell’uso del suono che Hendrix cambia le regole: feedback controllato, distorsioni, wah-wah, reverse, sperimentazioni in studio che trasformano la chitarra in uno strumento orchestrale. Non è più solo accompagnamento o assolo: è paesaggio sonoro, voce interiore, esplosione cosmica.
Non è soltanto un grande debutto: è una frattura nella storia del rock. Dopo Hendrix, la chitarra non sarà più la stessa.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music (1962)

Attivo, e con successo, già negli anni Quaranta, Ray Charles Robinson (con il tempo, nella musica il cognome è caduto) può contare su un’autonomia inaudita, per di piú per un artista di colore. Convinto, dall’incursione nel jazz di qualche mese prima (Genius + Soul = Jazz), di avere di fronte a sé possibilità praticamente infinite, decide di provare ad approfondire alla sua maniera il repertorio del country. La sua maniera consiste nell’utilizzare una big band di ascendente jazz, con – quando serve – una sezione d’archi e cori in controcanto. E la ricetta degli album che ha inciso sul finire degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, quelli che hanno fatto di lui il numero uno sul mercato americano e della sua Ray Charles Enterprises un’azienda in ascesa. E chiaro, però, che la nuova impresa, di fronte alla quale peraltro tutti cercano di scoraggiarlo («Perderai i tuoi fan e non ne guadagnerai di nuovi», gli dice il presidente dell’ABC) è una scommessa in cui lui si gioca molto, se non tutto. Lui è nero, il country (o country and western, come lo chiama Ray) è bianco. E lui e il country sono in pratica i due bastioni del mercato discografico (ancora parzialmente segregato) di questi primi anni Sessanta, con le classifiche di vendita divise secondo la tazza (presunta) di chi acquista i dischi. Ma lui non molla: da bambino ascoltava religiosamente alla radio il Grand Ole Opry, lo show country in onda da Nashville, e niente lo fermerà. Si fa mandare dagli editori decine di canzoni, e ne sceglie dodici. Nel febbraio del 1962, ne registra un po’ a New York, un po’ a Los Angeles, sottolineando anche cosi, in fondo, che questa è un’idea inclusiva, non certo l’appropriazione indebita di un patrimonio altrui. Alla fine l’album è un album di Ray Charles, e basta: gli arrangiamenti non sono certo rivoluzionari, le interpretazioni si, se la bellezza e la perfezione possono essere rivoluzionarie. Sarà un trionfo, l’album starà in cima alle classifiche per quasi due anni, negli Usa, e la Ray Charles Enterprises chiuderà il 1962 con un fatturato gigantesco: 1,6 milioni di dollari. E la vendetta creativa del ragazzo che perse la vista a sei anni per una malattia che nessuno diagnosticò e nessuno curò (e che l’anno prima fece in tempo a vedere il fratello morire annegato in una tinozza), dell’uomo che soprannomineranno Genio.

Robert Johnson – King Of The Delta Blues Singer (1961)

Nel 1961 arrivano sui giradischi la voce e la chitarra di uomo morto da 25 anni. Un chitarrista e cantante blues che pochi ricordano, e che non si è abituati a considerare un maestro. Da vivo, nei 27 anni della sua esistenza, Robert Johnson non era stato un mito. Lo diventerà dopo la morte, soprattutto grazie ai musicisti bianchi (e in larga parte inglesi) che identificano in lui il leggendario suono del blues del Delta del Mississippi. Robert Johnson è un fantasma: oltre ai 29 blues registrati tra il 1936 e il 1937, su di lui non v’e certezza alcuna. Pare fosse figlio illegittimo, probabilmente nato nel 1911, di una tale Julia Major, sposata con un Charles Dodds che rifiuterà per sempre di riconciliarsi con la moglie, anche se riprenderà con sé il figlio. Si dice che abbia imparato a suonare la chitarra grazie a uno dei fratellastri e si racconta che da ragazzino pedante e sgraziato all’improvviso si sia trasformato in musicista sorprendentemente dotato. La leggenda – incoraggiata poi dallo stesso Johnson – vuole che sia stato il diavolo in persona (un diavolo nero, naturalmente) a mostrargli come trarre quei suoni prodigiosi dalle sei corde della chitarra. In cambio dell’anima, che Robert dovette rendergli a soli 27 anni, forse perché avvelenato da un marito geloso, forse per via della sifilide. L’Unica certezza, insomma, è che nel novembre del 1936, a San Antonio, Texas, e nel giugno dell’anno seguente, a Dallas, Texas, la Brunswick Records riuscì a portare in studio il chitarrista del Delta e a registrare i 29 blues che imprimeranno per sempre il nome di Robert Johnson nella storia della musica del Novecento. A partire dal 1961, appunto, i primi sedici usciranno su un disco della Colombia grazie a John Hammond, l’uomo che insegue il fantasma di Johnson dagli anni Trenta e che scoprirà Bob Dylan e Brune Springsteen. Ma che cosa ci troveranno, tutti quei bianchi, in quelle sedici tracce? Una sintesi modernissima, nei tempi (il brano più lungo, Terraplane Blues, supera di poco i tre minuti) e nei modi: voce, chitarra, una chitarra che sembra quasi elettrica, tanto viene tormentata. Robert Johnson canta un blues tutto introspettivo, che racconta di uomini in fuga, di sesso e di impotenza, di possessione diabolica e dell’impossibilità di sfuggire ai propri demoni. E suona vero, autentico, tanto che ogni leggenda su di lui diventa credibile.

I migliori album jazz #78

Art Tatum – Piano Starts Here (1968)

Originario di Toledo, Ohio, il pianista ipovedente Art Tatum ha innalzato a un livello incredibilmente alto l’asticella del jazz pianistico dal 1933, anno delle sue prime registrazioni, fino alla sua morte nel 1956. La compilation del 1968, Piano Starts Here, offre un’istantanea gratificante della tecnica sbalorditiva di Tatum e ha riacceso l’interesse per la sua musica dodici anni dopo la sua scomparsa. Conteneva i suoi primi quattro brani in studio – tra cui le meravigliose e sgargianti interpretazioni di “Tea For Two” e “Tiger Rag” – arricchiti da scintillanti registrazioni dal vivo effettuate allo Shrine Auditorium di Los Angeles nel 1949. Tale è il genio di Tatum che trasforma il materiale di partenza in mini-concerti virtuosi, ricchi di vertiginose cascate melodiche, inventivi accordi sostitutivi e accompagnamenti della mano sinistra rapidissimi.

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John Mayall with Eric Clapton — The Bluesbreakers (1966)

Erano trascorse a malapena un paio di settimane dalla separazione con gli Yardbirds che John Mayall ingaggia Eric Clapton con i Bluesbreakers (aprile 1965). Il gruppo comprendeva, allora, John McVie al basso e Hughie Flint alla batteria. Furono proprio i Bluesbreakers a portare dentro il british blues una briosità tecnica ed un virtuosismo sconosciuto prima.
Dal vivo diventarono una autentica attrazione, ed a proposito di Clapton, non era inconsueto sentire nei concerti qualche fan gridare a Mayall: “give a God solo!”
Il produttore Mike Vernon riuscì però a combinare la prima session di quella favolosa line-up solamente nel luglio del ‘66.
E nell’agosto, quando il disco era pronto, Clapton non faceva già più parte del gruppo.
“John Mayall with Eric Clapton” è un album seminale nel vero senso della parola. Esso rappresenta una piccola rivoluzione nel mondo del rock.
La musica suonata era uno dei primi grandi e straordinari incontri tra il blues ed il rock: i Bluesbrakers portarono avanti con coerenza la lezione di Alexis Korner e Cyril Davies, elettrificando il blues urbano dei vari Elmore James e Jimmy Reed, ed adattandolo al linguaggio ed allo stile del rock britannico.
Mayall sfoggia composizioni proprie ed interpreta alcune cover.
Per gli aspetti più propriamente blues non c’è niente di meglio di “Ramblin on my mind” di Robert Johnson e di “Have you heard” che ci offre un significativo esempio di chitarra bluesy.
Alcuni brani si avvalgono anche degli arrangiamenti di una sezione di fiati, ma è comunque sempre la chitarra a strabiliare: tenera e violenta nello stesso tempo, toccante e miracolosa, essa andava codificando il proprio ruolo all’interno di un gruppo rock. E ciò per esclusivo merito di Clapton.

Sympathy For The Devil – Rolling Stones (1968)

La canzone “Sympathy for the Devil” dei Rolling Stones, pubblicata nel 1968, ha contribuito a creare l’immagine “cattiva” della band, in contrapposizione a quella più “buona” dei Beatles. In realtà, il brano parla del male insito nelle azioni umane, non di un’adorazione del diavolo. Nel testo, il diavolo stesso introduce sé stesso, facendo un’analisi critica del male presente nella storia e nella vita quotidiana, ma la responsabilità dei mali del mondo è dell’uomo, non di Lucifero.
Il brano, originariamente intitolato “Devil is My Name”, presenta un ritmo che evolve dal samba a uno dei pezzi rock più classici. Il celebre coro “uh uuh” è stato aggiunto solo alla fine della registrazione, suggerito da Anita Pallenberg, allora fidanzata di Keith Richards. Anche Marianne Faithfull, un’altra figura vicina alla band, ha partecipato al coro.
“Sympathy for the Devil” è diventato un classico del rock, spesso interpretato come una riflessione sul male interno all’uomo piuttosto che un inno satanico. Ha segnato un momento chiave per la band, stabilendo la regola dell’eccesso e contribuendo a definire la loro immagine nel panorama musicale.

Hey Joe – Jimi Hendrix (1966)

Il brano “Hey Joe” ha una storia complessa e originariamente è stato scritto nel 1962 da Billy Roberts, un musicista della scena folk del Greenwich Village di New York. Prima di diventare famoso nella versione di Jimi Hendrix, “Hey Joe” fu inciso da diversi artisti e gruppi come i Leaves, i Byrds e i Love, ma nessuno riuscì a trasformarlo in un grande successo.
Jimi Hendrix, che aveva già esperienza come chitarrista con artisti come gli Isley Brothers e Little Richard, arrivò a Londra nel 1966 grazie a Chas Chandler, ex bassista degli Animals, che ne riconobbe subito il talento e lo mise in contatto con Mitch Mitchell e Noel Redding, formando la Jimi Hendrix Experience. Hendrix registrò “Hey Joe” trasformandola in una versione più lenta, con un forte spirito blues e un’atmosfera psichedelica.
Il singolo uscì nel dicembre 1966 e raggiunse la quarta posizione in classifica in Inghilterra nel febbraio 1967, lanciando Hendrix verso la fama. La canzone fu suonata da Hendrix al Festival di Monterey nel 1967, contribuendo a consolidare la sua leggenda. “Hey Joe” è diventata una “murder ballad” iconica, raccontando la storia di un uomo che uccide la sua donna infedele e tenta la fuga, tema che ha contribuito al suo fascino e alla sua rilevanza emotiva.
La canzone è stata reinterpretata da numerosi artisti nel corso degli anni, spaziando dal rock al jazz, dimostrando la sua versatilità e la profondità della sua influenza nella musica popolare.

God Only Knows – Beach Boys (1966)

“God Only Knows” è una canzone dei Beach Boys, scritta da Brian Wilson e Tony Asher per l’album storicamente importante Pet Sounds. Può essere interpretata come una semplice e affettuosa canzone d’amore, che esprime il profondo legame e la dipendenza emotiva da una persona amata, con la frase chiave “chissà dove sarei, solo Dio sa dove sarei senza di te”. Ma ha anche una lettura più profonda e spirituale: rappresenta l’influenza della meditazione trascendentale di Brian Wilson e l’uso di una spiritualità nuova nel pop, con riferimenti al “dio” che conosce e sostiene l’amore in modo esistenziale. Musicalmente è un’opera sofisticata, con 23 musicisti coinvolti, strumenti insoliti nel pop come il clavicembalo, un intermezzo strumentale e una coda vocale magica e complessa, che supera i limiti della band originale da surf. “God Only Knows” è stata ammirata da grandi musicisti come Paul McCartney e gli Who, riconosciuta come una canzone d’amore unica e una pietra miliare del pop spirituale e musicale degli anni Sessanta. Le voci dei Beach Boys creano un’atmosfera unica e commovente, rendendola una delle canzoni più belle mai scritte e cantate.

My Favorites Albums #3/100

John Coltrane – A Love Supreme (1965)

La delirante, commovente visione di profonda religiosità che supera e confonde i limiti dell’uomo. Dagli ampi spazi del jazz, Coltrane sconvolge passioni e gusti radicati, avventurandosi in uno sperimentalismo lucido ed esaltante.
Un capolavoro assoluto di tutto l’universo musicale. [continua…]
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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.