Willy De Ville — Pistola (2008)

In trenta anni di carriera, De Ville ha inciso 15 album (antologie escluse), e dopo quattro anni da “Crow Jane Alley” incide questo lavoro “Pistola” (chissà perché in italiano) confermando ancora una volta il suo personale stile musicale.

L’album anche se con qualche discontinuità, e quindi imperfetto, conserva lo spirito del musicista misterioso, enigmatico e sorprendente.

De Ville, pirata metropolitano non solo nella fisicità ma soprattutto nella sua musica, “rapisce” i generi più diversi che sono il blues, il rhythm blues, il cajun, il rock’n ‘roll e li mischia allo stesso tempo con il soul e il sound gitano, sonorità che indiscutibilmente gli appartengono e che sono diventate il suo marchio di fabbrica.

I dieci brani che compongono l’album anche se tra loro eterogenei, sono legati da un filo conduttore che è: la sua profonda voce e l’arrangiamento geniale, entrambi dimostrazione della sua grande personalità.

Willy a cinquantatre anni continua a fare grande musica e anche se non raggiunge gli alti livelli sonori di “Backstreet of Desire” (1993) e di “Miracle” (1987), riesce comunque a inventarsi grandi ballate, a rileggere classici brani del passato, a fare un bel disco di rock e blues, musica latina e gospel, sempre creativo e originale.

Van Morrison — Hard Nose the Highway (1973)

“Chiudi la porta, abbassa le luci e rilassati”, dice un verso di questo disco e questo è il programma di tutta l’opera. L’atmosfera, oltre ad essere rilassata, è malinconca ed autunnale. Torna nell’organico Jeff Labes che cura parte degli arrangiamenti e trova spazio in eleganti assoli di piano. Van disponeva all’epoca di un gran numero di composizioni, tanto da pensare di rilasciare un doppio LP. In realtà nessuna di esse era un capolavoro assoluto, e alla fine non soltanto ci sarà un singolo LP, ma ci saranno due composizioni non sue a cui, evidentemente, Van doveva essere affezionato. Come accade in tutti gli album di Van Morrison gli arrangiamenti non sono mai sovraccarichi, anche qui se vi sono tantissimi accompagnatori. Nella iniziale “Snow in San Anselmo” c’è addirittura un coro sinfonico a dare un effetto inatteso ed affascinante. Nella finale “Purple Heater” c’è un nutrito accompagnamento d’archi che ricrea l’atmosfera di Astral Weeks. Gli stessi archi, uniti ai fiati, danno l’impressione di una orchestra jazz nella spiritosa “Bein’ Green”, ripresa dal progamma televisivo dei Muppets. “The Great Deception” accusa di ipocrisia John Lennon e Sly Stone. “Autumn Song” è il rovescio della medaglia di “Listen to the Lion”. Qui si decantano le piccole gioie della quiete domestica.

Anche se non contiene canzoni di spicco, questo album si fa apprezzare per gli accompagnamenti e le esecuzioni convincenti e riesce appieno nel suo scopo di creare un’atmosfera raccolta e rilassata. Scott Thomas sostiene che la produzione di quest’album sia flaccida. Non posso dire dell’originale, in quanto io possiedo la versione rimasterizzata, che mi sembra fantastica.

Jeff Buckley — Grace (1994)

Grace è l’unico disco completo che Jeff Buckley ci ha lasciato in sua memoria, prima che un destino dannato lo prendesse con se. Morì infatti, annegato nel maggio del 1997.

Dal padre Tim, uno dei più grandi cantautori del secolo scorso, oltre alla morte prematura, ha preso in eredità la grandissima dote vocale. La voce infatti è speciale, angelica, a tratti, drammatica, sgraziata, disperata. No, non era un vocalist da bel canto, ma un cantante in presa diretta con le emozioni e i sommovimenti dell’anima.

Il disco composto da dieci brani è di forte impatto, non solo vocale ma anche spirituale. La canzone d’apertura “Mojo Pin” è un’alternanza variegata che va dai sussurri alle grida, senza violenza e con sentimento Buckleyiano. “Grace” ci fa sentire le doti musicali di cui il nostro è in possesso. E lo si percepisce soprattuto dalle sue performance vocali. “Last Goodbye” è l’esempio di come un brano “leggero”, cantato da Jeff diventi di spessore. “Lilac Wine” è tra i brani più spirituali del disco, la malinconia e la dolcezza dell’interpretazione lo fa avvicinare allo stile del padre. “So Real” ci porta agli antipodi rispetto alla precedente, un brano “libero” senza schema, un cavallo senza briglie. “Halleluja”, brano di Leonard Cohen, è l’esempio di come la copia superi l’originale. Sei minuti di grande intensità sonora, interpretata come meglio non si può: mistica e profonda. “Lover, You Should’ve Come Over” rimane nei paraggi, la sua malinconia aumenta pian piano fino a coinvolgerti a tal punto che è come vedere una scena di un film, triste. Ulteriore alternanza sonora con “Corpus Christi Carol”, brano spirituale-religioso agli antipodi di “Eternal life” brano rockettaro con forti accenni chitarristici. L’ultimo brano del disco: “Dream Brother”, chiude in bellezza questo grande disco, e ancora una volta il misticismo di Buckley rimane in evidenza regalandoci una canzone carica di poesia e pathos.

“Grace” è un disco magico. L’abilità del mago Jeff è quella di riuscire a trasportarti nel suo mondo, un mondo tutto suo, fatto di sensazioni, emozioni, pensieri. Nel mondo rock pochi come lui, sono riusciti a trasmettere con le parole e la musica “stati” di profondo spiritualismo mai banali.

Il mago Jeff ha avuto il coraggio di aprire una nuova strada tutta personale, il suo canto, i suoi testi, i suoi suoni, hanno creato un suo personale stile, unico e irripetibile.

“Grace” rimane uno degli album più importanti della storia del rock. Un disco senza tempo. Un regalo che Buckley ci ha lasciato in eredità.

Il suo testamento artistico-musicale-spirituale.

Eddie Vedder — Into The Wild (2007)

Into The Wild, primo album solista per Eddie Vedder, cantante e leader dei Pearl Jam, è anche colonna sonora del nuovo film scritto e diretto da Sean Penn dal titolo omonimo.
Del film, tratto dal libro che racconta la storia di Christopher Mc Candless, un giovane studente atleta, che come scelta di vita abbandona tutto e si mette in viaggio nelle zone selvagge degli Usa, da dove non tornerà più, l’unica cosa che vi e mi consiglio è quella di andarlo a vedere, del disco invece non ho dubbi, ascoltatelo.
A differenza dei dischi dei P.J., Eddie in questo disco è assai più acustico. Quasi tutti i brani sono da lui composti ed eseguiti, seguendo una strada più intima e cantautorale.
Non per questo il disco manca di energia e di vitalità, anzi l’intensità e l’emozione a volte sono veramente forti e cariche di trasporto. Le canzoni sono semplici piccoli gioielli in formato folk, anche perchè l’uso della voce e degli arpeggi delle chitarre, hanno la prevalenza sull’intero album. Le liriche marcatamente nude e crude, raccontano della dualità tra la vita e la morte, e sono come sempre cantate in maniera magistrale.
Anche se in questo lavoro, l’aggettivo originale potrebbe andargli stretto, il disco rimane tra i più belli di quest’anno. Vedder, che non fa certamente rimpiangere gli ultimi poco riusciti dischi dei Pearl Jam, merita una lode, per il coraggio, per l’impegno e per l’intensità che l’opera sa trasmettere.

Bruce Springsteen — Magic (2007)

La nomenclatura ufficiale della critica, non ha accolto trionfalmente l’ultimo lavoro di Springsteen e, per amor del vero, le stelle attribuite a “Magic” certamente non illuminano il cielo. Effettivamente questo era nell’aria e nelle settimane precedenti all’ascolto del cd, ho avuto come una sorta di premonizione: i dischi meno osannati dalla critica a lungo termine sono quelli che ascolto di più: Human Touch, LuckyTown e soprattutto Tunnel of love , mi hanno accompagnato per molte volte in questa terra a volte acida.
C’è un teorema matematico che per me vale più di quello di Pitagora: la somma di quante volte un cd suona nel tuo lettore musicale è uguale alla somma di quanto il disco ti piace.
Seguendo questo teorema, il disco ha riscosso un grosso successo nella mia sfera musicale e per me, questo potrebbe già bastare. Analizzando invece il disco con più attenzione mi soffermerei su alcuni punti.
Sembra che la decade che stiamo vivendo sia molto prolifica per il boss, al contrario di altre passate. Viene quindi spontaneo chiedersi se sia frutto di un suo naturale exploud creativo o, al contrario legato a logiche del mercato discografico, vedi impegni contrattuali. Verrebbe da pensare che il disco sia più il frutto di un lavoro su richiesta che non il risultato di un desiderio innato di esprimere in versi e suoni il suo essere musicista. Il fatto che le composizioni siano state concepite innanzitutto per essere suonate dal vivo, avvalora ancor di più questa tesi.
Nonostante tutto questo non mi sento assolutamente di rimandare il disco, proprio per il mio teorema sopraddetto. L’essere umano e romantico del boss alla fine riesce a cancellare qualsiasi disquisizione. Le canzoni di questo disco scivolano via una dopo l’altra, i suoni sono i suoi, sono quelli del Boss, inutili i soliti paragoni come: assomiglia a “The Rising”, ma manca di…, ha un po’ il suono di “Born To Run”, però non ci sono le…, con “Devil and Dust” è accomunato da… però… ecc… ecc…
In questo disco ci sono i suoni di Springsteen e basta. Dopo un “The Rising”, un “Devils and Dust”, un “WeShall Overcome…”, tre dischi diversi uno dall’altro che confermano quanto egli non sia ripetitivo, anzi aggiungo che, probabilmente sono pochi ad avere queste performance così eclettiche.
Ogni comparazione in questo caso mi sembra fuori luogo.
Nelle canzoni affiorano decisamente dei testi rivolti, nel bene e nel male, a un futuro abbastanza vicino. Leggendo i versi e sottolineando quelli che chiudono molte canzoni: “E niente di tutto ciò è ancora accaduto”, “E tu crollerai”, “Questo è ciò che sarà, questo è ciò che sarà”, “Il cammino verso casa sarà lungo”, “Chi sarà l’ultimo a morire per un errore”, “Lavorerò per il tuo amore”, risaltano e testimoniano, da un lato le sue angosce, le sue paure, le sue ferite, la sua reale consapevolezza e dall’altro il suo non voler cadere nell’inerzia che molte volte è preda dell’uomo, il desiderio positivo di andare avanti, comunque sia, con la forza che gli è sempre stata fedele, con la grinta che gli è sempre stata compagna. Non per niente è il Boss!

Neil Young & Pearl Jam — Mirror Ball (1995)

La grandezza di un musicista e in questo caso di Neil Young sta nel non fossilizzarsi in stereotipi musicali. Mirror Ball è il disco che conferma questa regola.
L’immagine ancora saldamente radicata nella mente di molti è quella del cantautore triste e solitario di “Harvest” (1972), del cantautore pacato di “Comes a time” (1978), o del vecchio bisonte che combatte la ruggine di “Rust Never Sleeps” (1979). Anche se tuttavia già nel corso degli anni ’70 Young aveva ripetutamente cercato di ridefinire il proprio ruolo e la propria statura umana e artistica attraverso scelte radicali ed estreme, a volte tutt’altro che popolari. Non bisogna dimenticare che all’epoca l’uscita di dischi ora osannati come “Times Fades Away”, “On The Beach”, e soprattutto “Tonight’s The Night” furono salutati come dei funerali artistici del canadese. Negli anni ’80 e successivamente, il compito è stato quello di demolire riuscendoci quella popolarità che gli derivava da un passato così glorioso. E disco dopo disco Neil non sbaglia un colpo, “Freedom”, “Weld”, “Harvest Moon”, diventano sfide personali per dimostrare a se stesso che è ancora in grado di fare buona o meglio ottima musica.
Questo lavoro, potente, elettrico e carico di adrenalina è un’altra ennesima sfida, data soprattutto dal fatto che non si affida ai soliti amici “Crazy Horse”, ma ad un gruppo molto in auge: i Pearl Jam. “Mirror Ball” mette in sintonia due diverse generazioni, incastrandosi perfettamente l’uno nell’altro, come se da sempre la band di Seattle fosse il gruppo di Young.
Tutti gli undici brani del disco sono scritti da Young. Il brano di apertura “Song X” è di presa immediata, potente e fresco, un valzer tipicamente younghiano. “Act Of Love” splendido brano, è un magma sonoro incandescente, con tre chitarre elettriche che impazziscono inseguendosi e disegnando un suono sporco e ruvido, la voce del canadese è acuta e la parte strumentale dei Jam è semplicemente perfetta. “I’m The Ocean” altro brano elettrico ed epocale, il suono è poderoso, i Pearl sono lanciati come una locomotiva a tutta velocità, la voce di Neil è superba, vibrante, è un brano capolavoro. “Big Green Country” è più morbido dei tre precedenti, scorre come un fiume in piena, trasportato nella corrente dalle chitarre dei Jam che bene sanno fare la band al servizio del canadese. “Truth Be Known” altro grande scenario sonoro. Nostalgica e piena di pathos la chitarra elettrica è quella di Young e si sente nel modo di suonare unico e personale. E’ una ballata vecchio stampo adatta comunque al tempo reale. Unica e secondo capolavoro dell’album. “Downtown” è il brano più stonesiano del disco (non dimentichiamoci che Young è un loro grande fan). La canzone è possente, solida e piena di feeling. La voce esile di Neil lascia spazio alle jam chitarristiche dei Pearl per un altro grande brano. La settima composizione dell’album “What Happened Yesterday” dura appena trenta secondi, è un frammento triste ed intenso, per poi passare a un diluvio sonoro che è “Peace And Love” con la voce di Eddie Vedder (finora relegato ai cori). Il brano è sempre molto elettrico e malinconico, i riff chitarristici danno uno spessore a questa canzone da renderla superlativa e grande composizione. “Throw Your Hatred Down” ricorda le cavalcate sonore chitarristiche che solo il nostro canadese ci ha saputo regalare. L’esecuzione è da manuale, con il motivo centrale ripetuto più volte e quindi più facilmente memorizzabile. Il penultimo brano “Scenery” è un ricamo intrecciato. Le tre chitarre si rincorrono e si incrociano, creando un fondo emozionale prima di lasciarci con l’ultimo brano del disco che porta il titolo di “Fallen Angel”, novanta secondi di organo a canne con la melodia che ci richiama “I’m the ocean”. Finale breve ed intenso che probabilmente è dedicato allo scomparso Cobain.
Un disco di puro rock, esaltante e coinvolgente. Un altro grande disco dell’intramontabile canadese, con i Pearl Jam non come bonus, ma come colonna portante dell’intera opera.
Una collaborazione fra vecchio e nuovo per creare una musica poderosa e sana per le nostre orecchie e la nostra mente.

Van Morrison — Tupelo Honey (1971)

Il titolo non tragga in inganno: non si tratta di un omaggio ad Elvis, nativo di Tupelo, Mississippi. Tupelo Honey è una ricercata qualità di miele, a cui Van paragona la sua dolce Janet. Tutto i testi, qua, vertono sullo stesso tema: miele ed amore. In quanto a “radiofonicità”, questo è il seguito di Moondance, ma è un disco tutto diverso. E’ un tipico prodotto del periodo, sulla scia dei successi di James Taylor e Carole King. Van si diverte a fare il cantante romantico, e ci riesce incantevolmente bene, circondato da un’orda di validi strumentisti. Il soul lascia lo spazio al country, gli arrangiamenti si sprecano, i coretti femminili non si risparmiano. Dal punto di vista della musicalità e della produzione, questo disco soddisfa ampiamente. Delle composizioni spicca solo l’iniziale “Wild Night”, una melodia facile su un ritmo contagioso, con la quale Van dimostra la sua abilità nello scrivere pezzi da classifica e la sua incapacità di promuoverli adeguatamente. Il singolo, infatti, non entrò nelle top ten. Delle altre canzoni si fanno notare quelle più lunghe, organizzate come piccole suite.
La critica italiana ha, per sua tradizione, bersagliato di offese questo lavoro, molto oltre il suo unico demerito, che è quello di contenere troppo miele. Questo è un disco che nessun appassionato di Van dovrebbe lasciarsi scappare.

Van Morrison — Moondance (1970)

Tutti i critici reagirono entusiasticamente ad Astral Weeks. La rivista Rolling Stones lo nominò album dell’anno. Tutte belle parole, intanto Van era costretto a chiedere i soldi in prestito per mangiare. Infatti le vendite erano di appena 15.000 copie ed i discografici, forti di contratti capestro, bloccavano i pagamenti dei suoi diritti. Ancora oggi Van aspetta le sue royalties di “Brown Eyed Girl”! Passarono due anni prima che arrivasse il disco successivo. Van era pieno di dubbi e diffidava del mondo dell’industria discografica. Scoprì che, se le sue canzoni fossero state trasmesse per radio, avrebbe ricevuto le royalties direttamente dalla BMI (l’equivalente della nostra SIAE). Abbandonò le sperimentazioni e decise di fare della semplice musica soul, dove le canzoni avrebbero mantenuto la canonica forma strofa-ritornello. La svolta sarà sbalorditiva, ma non si può dire che Van si svende. Non è il tipo di fare qualcosa che non senta suo o qualcosa di cui si possa in seguito vergognare. Decise di fare a meno di un produttore, perchè non si fidava più di nessuno. Aveva inoltre bisogno di una band stabile con cui poter sia incidere che esibirsi. Scelse Jeff Labes al piano, John Platania alla chitarra, Garry Malabar alle percussioni Jack Schrorer a guidare i fiati. Come è troppo facile notare, quest’ultimo doveva ancora imparare a suonare. Questi quattro musicisti suoneranno con lui, ad intermittenza, per i successivi 4–5 anni. Il suono di Moondance, rispetto al contemporaneo soul di Aretha Franlin e Otis Redding, è molto più morbido e rilassato. Van si ispirava al soul gentile del defunto Sam Cooke, comunque in maniera del tutto originale. Il suo potrebbe essere chiamato “soul celtico”, ma la definizione non aiuterebbe a capire. In confronto ad Astral Weeks tutto è più levigato, pulito, meno emozionale. Gli arrangiamenti dei fiati sono mosci e noiosi, a volte irritanti.
Le composizioni abbracciano più stili. Il pezzo che dà il titolo al disco è puro jazz, come composizione e come esecuzione. “And It Stoned Me” sembra uscita del disco precedente. “Crazy Love” è una tenera nenia sussurrata in falsetto. “Brand New Day” è un gospel appassionante, con piano e coriste in primo piano e sassofonisti in castigo (per fortuna!). “Caravan” e “These Dreams of You”, registrate dal vivo tre anni dopo, saranno perfette, ma qui sono troppo fredde. “Into the Mystic” è una sognante ballata rovinata, come al solito, da un breve intermezzo dei sassofoni. Nulla di personale, credetemi. La colpa io non la dò a Jack Schrorer, io la dò al suo insegnante! Gli ultimi due pezzi son puri riempitivi di nessun valore. I testi sono brevi ed ottimistici: Van era da poco felicemente sposato. Moondance è l’album più sopravvalutato della carriera di Van Morrison. In realtà egli stava ancora imparando a produrre un disco. Comunque sia, dopo questo disco i suoi problemi di sussistenza furono risolti.

Ry Cooder — Get Rhythm (1987)

Finalmente un po’ libero dalle continue richieste di comporre colonne sonore per film, Cooder si prende una pausa, se così si può dire, per incidere un album finalmente di canzoni.
Questo disco è un po’ la sommatoria dei precedenti album suonati dal nostro Ry, siamo nell’87, e Cooder ha quarant’anni. Alla maniera dei vecchi cercatori d’oro, il chitarrista californiano è tornato a setacciare i filoni musicali che in passato gli hanno procurato non poche soddisfazioni, convinto di poterci trovar ancora qualche luccicante pepita.
Cooder anche in questo disco si fa accompagnare dai soliti fidati e inseparabili musicisti quali: Jim Keltner alla batteria, Van DykeParks alle tastiere, il poco fortunato e compreso fisarmonicista Flaco Jemenez, Miguel Cruz alle percussioni, Steve Douglas al sassofono, Jorge Calderon al basso elettrico e lo stravagante jazzista Buell Niedlinger al contrabbasso. Grazie al gruppo ma soprattutto alla sua sempre geniale creatività, Ry setaccia i generi a lui prediletti; rhythm and blues, rock and roll, tex-mex, delta, shuffle ecc… contaminati comunque dalla passione suprema che è il gospel.
ll suo modo di suonare è così unico e originale che può permettersi di affrontare qualsiasi tipo di musica. Rimanendo il già affermato e finissimo artigiano che conosciamo, Cooder rivisita alcune composizioni di Chuck Berry, Raymond Quevado, Johnny Cash, Walter Davis, Elvis Presley, oltre alla conosciuta è meravigliosa “Across the borderline” scritta in collaborazione di Jim Dickinson e John Hiatt.
Get Rhythm è un bel disco suonato ottimamente, trasuda suggestioni sonore in ogni suo “solco” (logico è il riferimento all’LP dell’epoca). Riesce a trasmetterci sensazioni uniche, che credo ormai appartengano a un suo marchio di fabbrica. Il Tag, per usare un termine dei giorni nostri è proprio la “Musica di Ry Cooder”.
Ry è in grado di suonare qualsiasi genere musicale, e nel contempo, riesce a tirar fuori sempre se stesso, il suo cuore, la sua anima. Get Rhythm è appunto la conferma di questo stato di cose.

The Neville Brother’s — Brother’s Keeper (1990)

Ci sono musicisti che a vent’anni hanno già detto tutto quello che potevano dire. Ce ne sono altri, invece, che a cinquanta suonati incominciano a dire le cose più importanti della loro vita.
Il caso dei fratelli Neville di New Orleans è quanto mai sintomatico di quanto detto sopra. I Brother’s, hanno percorso in silenzio e dignità la china di una fama ardentemente e meritatamente ricercata. Il successo del loro penultimo album, “Yellow Moon”, è la testimonianza di una fede nella musica che va al di là delle mode o dei generi.
Tra le altre cose, hanno il pregio di non poter essere facilmente catalogabili per genere. La loro musica non è mai stata inserita perfettamente in alcuno dei tanti compartimenti in cui è divisa la musica americana. Sembra infatti che, i negozianti non sappiano mai esattamente dove mettere i loro dischi. E’ capitato di trovarli nei posti più impensabili: nella sezione country, in quella gospel… Questa confusione ha indubbiamente danneggiato la loro promozione radiofonica e non solo.
Che “Brother’s Keeper” sia il prolungamento di “Yellow Moon”, sembra fin troppo ovvio, e questo depone comunque a suo favore. Ma forse si tratta di un disco ancora più vario e più bello del precedente. I Neville Brothers, sanno mischiare tutto il loro vasto sapere musicale in un unico sforzo sonoro che conta R&B, rock, blues, jazz, gospel, funky, reggae, folk-rock, ecc…
Le prodezze vocali di Aaron, Re Mida della voce, inebriano il loro sound dilatato e rarefatto. Il suo canto nero, profondo africano, crea un legame di sangue con la madre Africa.
Il titolo “Brother’s Keeper”, racchiude in sé il tema centrale del disco: ognuno di noi è il guardiano del proprio fratello. Le canzoni, attraverso un “talking” suggestivo, parlano del loro credo (sono ferventi discepoli della chiesa Battista), con un reggae solare, ci parlano della libertà d’espressione. Con atmosfere quasi epiche, si preoccupano di dire che, ogni uomo deve rispettare il proprio fratello, l’espressione del suo modo d’essere e di ciò che vuole fare con la propria vita. Attraverso un sound caraibico, cantano dell’importanza della responsabilità individuale. Tra antiche polifonie sonore e la stridula melodia araba, ci fanno notare che l’apatia è distruttiva ma che la politica può spesso appannare la verità. Con un parlato solenne, ci fanno capire che, la sofferenza di ogni uomo, donna, bambino oppresso, tocca profondamente le vite di ciascuno di noi.
I Neville si preoccupano di tutte queste cose e vogliono essere d’aiuto in qualunque modo possibile. La musica, in questo caso, può essere una forza potente, una grande fonte di aiuto, di guarigione. La loro è una musica calda, suggestiva. Il suono entra dentro di noi, in profondità, per cercare di sensibilizzare quella parte non facilmente raggiungibile, dove i sentimenti e le emozioni cercano di proteggersi da agenti esterni, per evitare scossoni, responsabilità, e vivere latenti, nel loro oblio.
Questo è un disco che non lascia indifferenti, i loro testi e la loro musica riescono a scaldare anche gli animi più gelidi, per la gioia della mente, del corpo, dell’essere. Questo è il loro motore trainante, che li rendono “grandi”.
Con questo disco i fratelli Neville, hanno finalmente ricevuto l’attenzione che si meritano, il pubblico si è reso conto che non è necessariamente vero che a quarant’anni si sia meno coraggiosi che a venti.