Bright Eyes – Kids Table (2025)

Dopo “Five Dice, All Threes”, album viscerale e coinvolgente del 2024, questo EP si presenta sia come complice di quell’album sia come mondo autonomo a sé stante. Sebbene molte di queste nuove canzoni siano emerse dalle stesse sessioni di registrazione, non tutte si adattavano perfettamente alla coesione concisa di quell’album. Quindi è sempre stato il piano di Conor Oberst, Mike Mogis e Nate Walcott quello di trovare un altro posto per questi emarginati. Riferimenti culturali sia alti che bassi costellano l’EP: citando tutti, da Salman Rushdie, Joe Strummer e Candace Bergen in “Victory City” a Shakespeare, Guy Fawkes e la signora Peacock del classico gioco da tavolo Cluedo in “Shakespeare In A Nutshell”. Ma è la cover del brano del 1980 di Lucinda Williams “Sharp Cutting Wings (Song For A Poet)” davvero il cuore di questa raccolta. Oberst e Williams condividono una chiara comunanza musicale, entrambi esperti nel tessere insieme malinconia e speranza. E infatti, dopo un’emergenza medica nel 2024, quando Oberst stava combattendo contro problemi vocali, è stata la prima cosa che ha voluto cantare dopo la malattia, una volta che fosse stato in grado di usare di nuovo la sua voce. “Questa era la canzone che avevo voglia di cantare”, dice Oberst, “l’ho sempre amata”. È stata un’aggiunta dell’ultimo minuto all’EP che alla fine lega tutto insieme, il suo cauto ottimismo offre un barlume di luce nelle ombre della raccolta, le ombre di un sogno americano sfilacciato e le ombre proiettate su una cena in famiglia al tavolo dei bambini.

Respect – Aretha Franklin (1967)

Respect è uno dei brani simbolo della musica soul e, nella versione di Aretha Franklin, è diventato molto più di una semplice canzone d’amore.
Pubblicata nell’aprile del 1967 nell’album I Never Loved a Man the Way I Love You, “Respect” era stata scritta e incisa due anni prima da Otis Redding. Aretha Franklin la trasforma completamente, cambiandone prospettiva, ritmo e significato.

La struttura è apparentemente semplice, ma l’arrangiamento è esplosivo: piano, chitarra, basso, batteria, fiati e cori costruiscono un groove serrato, sul quale la voce di Aretha domina con una forza quasi fisica. Celeberrimi sono gli interventi vocali “R-E-S-P-E-C-T” e “sock it to me”, che nella sua versione assumono una funzione quasi percussiva.
Ma è soprattutto la voce a fare la differenza. Aretha passa dal canto morbido alla potenza del gospel, alternando controllo, improvvisazione e urgenza emotiva. Ogni frase sembra diventare una richiesta, un’affermazione, infine una rivendicazione.

Il testo parla di una relazione sentimentale, ma nel 1967 “Respect” acquistò inevitabilmente una dimensione sociale più ampia: divenne un inno associato sia alla lotta per i diritti civili degli afroamericani sia alla crescente affermazione delle donne. Aretha, però, non trasforma mai il brano in un manifesto astratto: il suo punto di partenza rimane personale, concreto, quasi domestico. È proprio questa immediatezza a renderlo universale.
Musicalmente, la registrazione è un perfetto incontro tra soul, R&B e gospel. L’energia della sezione ritmica e dei fiati sostiene una performance vocale che sembra continuamente sul punto di esplodere, senza mai perdere il controllo.

“Respect” è il momento in cui Aretha Franklin smette semplicemente di interpretare una canzone e la fa diventare sua. Da quel momento, la parola respect non è più soltanto una richiesta: è una dichiarazione di dignità.
Un classico assoluto del soul, ancora oggi immediato, potente e sorprendentemente moderno.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #26

26 – Il pop rock anni ‘70

Se il pop-rock è un fenomeno che in fondo è sempre esistito, in senso lato, fin da quando le asperità del rhythm’n’blues e dei suoi derivati vengono ricondotte ad una veste più melodica, nei primi anni ’60, da gruppi come Beatles e Beach Boys, è con i primi anni ’70 che il rock, non più osteggiato, comincia ad essere sfruttato commercialmente e sostenuto dall’industria mainstream, perdendo i suoi connotati controculturali e configurandosi come fenomeno commerciale, non più rivolto al solo pubblico adolescenziale ma ascoltato ed apprezzato da un pubblico adulto: definizioni come Adult Oriented Rock(AOR) e soft-rock cominciano a circolare proprio in questi anni.
Il suono del rock si integra alla perfeziona in una società adulta formata dagli ex-ragazzini degli anni ’50 e ’60, una generazione cui va incontro con suoni spesso levigati e/o tradizionali: se per tutti gli anni’60 era continuata la storica tradizione del pop vocale (dai teen idols al doo wop) come alternativa al suono delle rock-band anni ’60, nel corso dei ’70 il rock diventa una colonna portante del pop, accanto a fenomeni di pop-soul e pop tout court.
Se da una parte abbiamo neo-tradizionalisti come gli Eagles, dall’altra troviamo gruppi, più o meno melodici, più o meno pop, che fanno di un suono levigato e high-tech il proprio vessillo: da gruppi più sperimentali come Electric Light Orchestra e Penguin Cafè Orchestra, a gruppi più smaccatamente commerciali quali Supertramp, Steely Dan e i Fleetwood Mac di seconda generazione (dopo l’abbandono di Peter Green).
Gli Electric Light Orchestra aggiornano la lezione dei Beatles di ”Sgt Peppers” alle atmosfere patinate degli anni ’70 integrandone il pop ultra-melodico con la lezione del prog-rock e trovando la quadratura del cerchio in “Eldorado” (1974), dove il suono delle tastiere elettroniche viene accostato ad arrangiamenti orchestrali e inserito in una struttura spesso neo-classica dei pezzi.
Fantascientifici gli Alan Parson’s Project di “I Robot” (1977), con un suono che ricorda molto da vicino i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” (disco in cui il leader del gruppo, il tastierista Alan Parson, compariva in veste di ingegnere del suono), che in sé incarna molti pregi e difetti del suono di certo techno-rock anni ’70 di diretta ascendenza prog: lunghe ballate, spesso strumentali, che oscillano tra l’ambient più stridente e il neo-classico più pomposo.
Altrettanto ricercati, ma caratterizzati da sonorità radicalmente diverse, i dischi della Penguin Orchestra di Simon Jeffes, con un suono cameristico screziato di jazz, affidato ad una strumentazione classica comprendente anche violoncello e clavicembalo: allo spirito solenne di molti gruppi dell’epoca essi contrappongono un atteggiamento scherzoso che pervade sia l’esordio del 1976 “Music From the Penguin Cafe” sia il seguito, nonché capolavoro del gruppo, “Penguin Cafe Orchestra”, del 1981.
Accanto a questi gruppi, relativamente colti e sperimentali nella ricerca sonora ve ne sono molti altri, più canonici, destinati ad un maggior riscontro commerciale: dalla miscela perfetta ma a tratti insipida di soul, jazz e rock proposta dagli Steely Dan di “Preztel Logic” (1974), alla seconda incarnazione dei Fleetwood Mac, quella di “Rumours” (1977), ormai depurata da qualsiasi legame col blues e autrice di un pop-rock senza infamia e senza lode ma di enorme successo commerciale; dai Supertramp, nonplusultra del gruppo pop-rock anni ’70 in “Breakfast in America” (1979), perfetta fusione tra Abba, Beatles e prog-rock, ai Toto di “Toto IV” (1982), re della power-ballad anni’80.
Esponenti del pop tout court gli Abba, il gruppo di massimo successo commerciale degli anni ’70, che aldilà della perfezione melodica (che convive con una forte attrazione per il kitsch) della lunga serie di singoli prodotti, da “Waterloo” (1974) in poi, avranno il merito di mettere sulla mappa della musica mondiale la Svezia: da lì, da meta anni’90 in poi, partirà una nuova invasione di gruppi dall’irresistibile vena melodica, quali Cardigans e Komeda, che prosegue ancora oggi, come testimoniata dallo straordinario livello qualitativo delle uscite di un’etichetta come la Labrador (Club8, Radio Dept. e Edson tra gli altri), a ribadire il ruolo della Svezia di capitale pop della penisola Scandinava.
I ’70 videro anche il successo di un pop-soul meticcio che di lì a poco sfocerà nell’urban, e che trova due campioni, diversissimi tra loro, in Michael Jackson e Prince: già in procinto di diventare l’icona pop degli anni ’80 l’ex-Jackson Five dopo una serie di deludenti prove soliste fa il botto commerciale con “Off the Wall” nel 1979, un disco di dance-pop screziato di soul e funk che presenta ancora evidenti legami col pop-soul del vecchio gruppo: produce Quincy Jones, alla console anche in quel “Thriller”, del 1982, che batterà ogni record di vendita e lancerà Jackson nell’olimpo delle pop-star.
Seminale il rock-soul meticcio di Prince, artista che ridefinisce il suono del funk e del soul per gli anni ’80 (e non solo) in una fusione spericolata tra Hendrix, Stevie Wonder e James Brown: già al secondo disco, omonimo, del 1979 cominciano brillare i primi germogli di quel suono, sexy e lascivo, che col successivo “Dirty Mind”, del 1980 trova compimento: registrato in casa e suonato completamente da solo è qui che si intravede la miscela di funk, new wave, R&B, e pop che verrà spinta alle estreme conseguenze nel disco della consacrazione: “Purple Rain” (1984). Quest’ultimo, insieme a “Sign’ o The times” (1987), costituirà un’eredità musicale enorme per gli artisti a venire, sia nella scena urban e hip hop, sia in quella elettronica che si farà sentire ben oltre gli anni ’80: si ascolti, a tal proposito, il drum’n’bass astratto e fratturato di Squarepusher, i Basement Jaxx di Rooty e l’electro-revival in salsa funk condito di gemiti femminili di Felix Da Housecat.

I migliori album jazz #76

Michael Brecker – Pilgrimage (2007)

Questo sassofonista tenore della Pennsylvania raggiunse la fama negli anni ’70 suonando jazz-funk con il fratello maggiore Randy nei Brecker Brothers, ma si costruì anche una carriera come richiestissimo sideman per artisti rock che spaziavano da John Lennon agli Steely Dan. Pilgrimage fu l’ultimo album solista di Brecker, registrato nel 2006 in compagnia di musicisti stellari quali Pat Metheny, Herbie Hancock, Brad Mehldau, John Patitucci e Jack DeJohnette. Nonostante all’epoca fosse affetto da una malattia terminale, l’esecuzione di Brecker è straordinariamente vibrante e carica di un vigore che celebra la vita. Quando il disco uscì, Brecker era già scomparso, ma questo grande album jazz rimane un monumento duraturo al suo genio. Gli valse inoltre due Grammy Award postumi.

Ascolta il disco

Bob Dylan: i suoi album #21

Slow Train Coming (1979)

Ci sono dischi che raccontano una trasformazione e altri che sono una trasformazione. Slow Train Coming, pubblicato nel 1979, appartiene alla seconda categoria.
Bob Dylan arriva qui dopo anni tormentati e lo fa con una convinzione nuova, quasi spiazzante: ha trovato Dio e non sembra avere alcuna intenzione di tenerselo per sé. È il Dylan della conversione cristiana, quello che per un certo periodo abbandona ambiguità, ironia e dubbi per parlare apertamente di fede, peccato, salvezza e redenzione.
Una scelta che all’epoca fece discutere e che ancora oggi può creare qualche distanza. Ma ascoltando il disco a distanza di tanti anni, la cosa che colpisce non è tanto ciò in cui Dylan crede, quanto la straordinaria energia con cui trasforma quella nuova fede in musica.

E musicalmente Slow Train Coming è un disco magnifico.

Slow Train Coming è uno degli album più controversi e, allo stesso tempo, più interessanti della carriera di Bob Dylan. Pubblicato nel 1979, rappresenta la prima tappa della sua cosiddetta trilogia cristiana, nata dalla conversione al cristianesimo evangelico. Una svolta che spiazzò profondamente pubblico e critica, soprattutto perché arrivava da un artista da sempre associato alla libertà individuale, al dubbio e alla ricerca.
Ma ridurre il disco alla sua componente religiosa sarebbe un errore. Slow Train Coming è soprattutto un album di rinascita musicale, costruito su un suono caldo, blues, soul e gospel, molto più preciso e compatto rispetto ai lavori immediatamente precedenti.

La scelta di Jerry Wexler come produttore si rivela fondamentale. Veterano della musica soul americana, Wexler porta nel mondo di Dylan una sezione ritmica asciutta, tastiere, fiati e cori gospel, ottenendo un suono sorprendentemente moderno e radiofonico. Al suo fianco c’è Barry Beckett, mentre tra i musicisti spicca un giovanissimo Mark Knopfler, reduce dal successo dei Dire Straits.  
Ed è proprio la chitarra di Knopfler una delle grandi attrazioni del disco. Il suo stile elegante, economico e tagliente si incastra magnificamente con la voce di Dylan: niente esibizionismi, ma fraseggi blues, slide e interventi spesso brevissimi e incisivi. Knopfler suona in tutti i brani dell’album.  

L’apertura con “Gotta Serve Somebody” è emblematica: un blues-funk trascinante, costruito su un groove irresistibile, nel quale Dylan afferma che ogni essere umano, in qualche modo, è al servizio di qualcuno o di qualcosa. È un brano che funziona ancora oggi anche al di là del suo significato religioso.
Poi arriva “Precious Angel”, più intima e spirituale, con una bellissima chitarra di Knopfler, mentre “I Believe in You” mostra il lato più personale e vulnerabile della nuova fede di Dylan.

Il cuore dell’album è però “Slow Train”, sei minuti di blues cupo e inquieto. Il “treno lento” diventa una grande metafora del destino che si avvicina inesorabilmente. Dylan guarda l’America con preoccupazione, denunciandone corruzione, egoismo e perdita dei valori. È una delle composizioni più potenti del disco, e la produzione di Wexler riesce a trasformare quella tensione morale in un vero brano rock.  
Più aggressiva è “Gonna Change My Way of Thinking”, mentre “When You Gonna Wake Up” mescola funk, blues e gospel per costruire una sorta di sermone musicale. “Man Gave Names to All the Animals”, invece, è apparentemente più semplice e quasi giocosa, con una struttura elementare che contrasta con il tono severo di molti altri brani.

Il limite dell’album sta proprio nella sua insistenza religiosa. In alcuni momenti Dylan sembra più interessato a predicare che a interrogarsi, e la sua nuova certezza spirituale lascia meno spazio a quella ambiguità e a quel dubbio che erano stati fondamentali nella sua poetica. Fu proprio questo aspetto a provocare reazioni molto contrastanti all’epoca.  
Eppure, musicalmente, Slow Train Coming è un disco tutt’altro che dimesso. Al contrario: Dylan canta con grande convinzione, la band è straordinaria e la produzione di Wexler restituisce profondità, dinamica e calore alle canzoni. Una recensione contemporanea di Cash Box ne sottolineava proprio la combinazione di gospel, blues, voce intensa di Dylan e chitarra di Knopfler.  

Slow Train Coming è un disco di fede, inquietudine e trasformazione. Non è necessariamente l’album da cui partire per conoscere Dylan, ma è uno dei momenti in cui la sua capacità di reinventarsi emerge con maggiore evidenza.
La cosa più affascinante è forse il contrasto tra la certezza dei testi e la complessità della musica: Dylan sembra aver trovato una risposta spirituale, ma musicalmente continua a muoversi dentro blues, soul, gospel e rock, lasciando aperte molte delle domande che hanno sempre attraversato la sua opera.

Un album controverso, dunque, ma tutt’altro che marginale: un Dylan diverso, più assertivo e predicatore, ma anche sorprendentemente vitale e musicalmente ispirato.

My Favorites Albums #16/100 

Jimi Hendrix – Are You Experieced? (1967)

Con Are You Experienced?, Jimi Hendrix non si limita a esordire: irrompe. Pubblicato nel 1967 con la Experience (Noel Redding al basso, Mitch Mitchell alla batteria), l’album è una detonazione psichedelica che ridefinisce il ruolo della chitarra nel rock.
Ma è nell’uso del suono che Hendrix cambia le regole: feedback controllato, distorsioni, wah-wah, reverse, sperimentazioni in studio che trasformano la chitarra in uno strumento orchestrale. Non è più solo accompagnamento o assolo: è paesaggio sonoro, voce interiore, esplosione cosmica.
Non è soltanto un grande debutto: è una frattura nella storia del rock. Dopo Hendrix, la chitarra non sarà più la stessa.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Anna B Savage – You And I Are Earth (2025)

Il sentimento prevalente in You & I are Earth è, prevedibilmente, quello dell’amore. “Ti amo” è qualcosa che Savage ripete più volte nell’album, e non lo fa mai con niente di meno che una sincerità struggente.

È questo atteggiamento schietto che rende l’album invitante, accogliente e vivibile, uno spazio in cui sedersi e sentirsi a proprio agio per un breve periodo. Savage vive lì e ci accoglie ogni volta; il suono delle onde che si infrangono dolcemente sulla traccia di apertura dell’album è come un invito al suo santuario.

Fa i conti con il suo disagio nel traslocare; denuncia silenziosamente il colonialismo in Irlanda; guarda dolcemente dentro di sé; e ritrae con orgoglio all’esterno ciò che la fa sentire radicata. È amore, è un luogo. È un sentimento tangibile che condivide con il mondo, una piccola e personale offerta agli ascoltatori che desiderano attingere al suo calore.
Consigliato.

Dropkick – Primary Colours (2025)

Originari della costa orientale della Scozia, i Dropkick si sono fatti una reputazione per il loro power pop rigoglioso e armonioso, tanto da essere paragonati a Wilco, The Jayhawks, Teenage Fanclub e Tom Petty. La loro musica fonde senza sforzo melodia e introspezione, rendendoli un pilastro della scena musicale indie da oltre un decennio. Primary Colours segna un nuovo capitolo nella carriera dei Dropkick, in seguito al successo di The Wireless Revolution (2023). L’album presenta 10 tracce meticolosamente realizzate che fondono power-pop, indie rock e influenze folk. Temi di amore, perdita e l’inevitabile passare del tempo permeano le canzoni, ciascuna ricca di armonia e profondità lirica.

L’album inizia con “Left Behind”, un inno imponente che dà il tono al disco. La traccia del titolo, “Primary Colours”, cattura l’essenza dell’album con melodie vibranti ed evocative. La nostalgia dei giorni di scuola di “Dreams Expire” offre un momento inquietante e introspettivo, mentre brani come “Too Much of the Same” esplorano la ripetitività della vita e delle relazioni con un’energia riflessiva ma contagiosa. Registrato nella loro sala prove di lunga data a Inch House, Edimburgo, Primary Colours è stato prodotto da Andrew Taylor (frontman e autore principale) e presenta un suono raffinato ma autentico.

La produzione evidenzia le armonie distintive della band e i talenti multi-strumentali, pur mantenendo l’energia grezza delle loro esibizioni dal vivo. Taylor, noto anche per il suo lavoro con la band indie-pop di culto The Boys with the Perpetual Nervousness e come produttore di lunga data della rinomata band country scozzese, The Wynntown Marshals, continua ad affinare la sua arte di autore e produttore.

Valerie June – Owls, Omens, And Oracles (2025)

Owls, Omens, and Oracles è un album ampio e variegato, che si sviluppa dalle radici di June, che spaziano dal folk psichedelico, all’indie rock, agli Appalachi, al bluegrass, al country soul, al pop orchestrale e al blues, fino a raggiungere una rete intergalattica di saggezza.

Ogni singola nota che canta è impreziosita dalla sua “voce non ortodossa, stridula e ululante” (Elle), “come seta grezza: intima, elegante e forte” (Garden & Gun). Le viscerali contorsioni e la feroce emozione della sua voce intrecciano trame e toni attraverso l’ago di una trapunta americana multigenere.

Grazia e gentilezza si armonizzano con nervosismo e precarietà, evocando una tenerezza persino nel cuore più duro, mentre June racchiude la complessità di “La mia vita è una canzone country” e “Sono multidimensionale, al di là di ogni categoria”.
Unica.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #25

25 – L’Heavy Metal

È difficile tracciare con chiarezza la linea che separa l’hard rock dall’heavy metal: nel blues ipervitaminizzato e distorto dei Led Zeppelin, negli assoli chitarristici dei Deep Purple e nella tendenza verso l’occulto e il gotico dei Black Sabbath ci sono giù tutti i semi per quello che, dagli anni’70, attraverso infinite variazioni e mutazioni, diventa uno dei generi più longevi  (e di successo) della storia.
Una delle tendenze più diffuse tra i primi gruppi heavy metal è comunque quella di riprendere l’hard rock di qualche anno prima e renderlo di più accessibile, semplificandone la forma e accentuandone in parte l’aspetto melodico: un esempio di questa tendenza sono i Blue Oyster Cult, tra i precursori del genere con atmosfere gotiche da b-movie, approccio teatrale sul palco e soluzioni melodiche accattivanti: una formula che ritroviamo, rafforzata da massicce iniezioni di glam (col travestimento svuotato però del suo originario significato sessuale) in “Killer” (1971) di Alice Cooper e nell’esordio omonimo dei Kiss del 1974 che porta la fascinazione per il travestimento tipica degli anni ’70 (dal glitter-rock inglese alle divise funky freak dei Parliament) agli eccessi.
Più vicini al suono primordiale dell’hard rock, gruppi come gli Aerosmith di “Get Your Wings” (1974) e “Toys in the Attic” (1975), che si riavvicinano al blues-rock degli Stones e gli australiani AC/DC che nell’esordio del 1976 “High Voltage” fanno rivivere in chiave hard i suoni originari del rock’n’roll.
Il fenomeno dell’heavy metal raggiunge la sua massima definizione, staccandosi definitivamente dall’hard-rock di dieci anni prima nei tardi anni’70 con la cosiddetta new wave del metal inglese: gruppi come Iron Maiden, Motorhead e Judas Priest definiscono l’immaginario ed il suono classico del genere creando un filone che attecchirà in tutta Europa ma soprattutto in America. Metal progressivo ed oscuro che porta avanti le atmosfere gotiche dei Black Sabbath ed aumenta la potenza del suono chitarristico e la velocità d’esecuzione: i Judas Priest di “Sad Wings of Destiny” del 1976 in pratica anticipano suoni ed atmosfere che saranno tipiche del death metal; ancora più frenetico, al confine col punk che esplodeva in quegli anni, l’omonimo esordio del 1977 dei Motorhead, (gruppo fondato da Lemmy Kilminster dopo essere stato cacciato dagli Hawkwin nel 1975 in seguito a 5 giorni di detenzione per possesso di droga): se nei dischi dei Judas Priest si pongono le basi per il versante oscuro del metal qui si contribuisce a coniare il trash-metal che fiorirà durante gli anni ’80.
Altrettanto influenti si rivelano gli Iron Maiden, che nell’omonimo debutto del 1980 rifiniscono le idee dei loro predecessori: la potenza dell’heavy metal viene sposata con riff prelevati a forza dal punk e lo speed metal può dirsi nato: inizialmente boicottati in America con accuse di satanismo e comunque mai destinati a fare il botto commerciale il gruppo si rivela più tardi influenza fortissima, anche a livello di iconografia (si pensi anche alle grafiche di copertina), sulla nuova ondata heavy metal Americana dei primi anni ’80, quando due correnti opposte cominciano ad imporsi, rispettivamente, nelle classifiche e nell’underground: da una parte il pop-metal di gruppi come i Def Leppard che portano il genere al successo commerciale e dall’altra, in reazione contro questo suono, il thrash metal di Megadeth e Metallica. Se ne riparlerà più avanti…