Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)

Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds.

Il disco si muove nel territorio tipico di Arnalds: pianoforte minimale, archi, elettronica ambient e voci eteree. Ma qui l’elemento centrale è la collaborazione: Bonobo, RY X, Talos, JFDR, Josin, Loreen e altri artisti contribuiscono a creare un mosaico sonoro molto coerente, fatto di brani delicati, sospesi, spesso malinconici.

L’ascolto è fluido, cinematografico: più che un album di canzoni sembra una lunga colonna sonora emotiva, costruita su atmosfere e stati d’animo più che su strutture tradizionali.

La tracklist è in parte una retrospettiva di collaborazioni passate e in parte una nuova narrazione tematica sulla connessione tra artisti.

Like Gravity è un disco intimo, collettivo e cinematografico, che parla di amicizia, collaborazione e comunità artistica. Non è un album innovativo come re:member o emotivamente compatto come some kind of peace, ma è un lavoro molto coerente e profondamente umano.

Se ti piace Arnalds, è un disco da ascoltare la sera, dall’inizio alla fine, come si guarda un film lento e pieno di paesaggi. È un disco che non cerca il capolavoro, cerca la connessione. E in questo senso il titolo è perfetto: la gravità è ciò che tiene insieme le cose, anche quando sono lontane.

Ronnell Bright

Il 3 luglio 1930 nasce a Chicago, nell’Illinois, il pianista Ronnel Bright, approdato al jazz quasi per caso dopo una formazione musicale squisitamente accademica e l’intenzione di diventare un acclamato concertista.

Raffinato pianista jazz statunitense, Ronnell Bright è nato a Chicago nel 1930 e scomparso nel 2021. Formatosi inizialmente come pianista classico, studiò alla Juilliard School prima di avvicinarsi al jazz durante il servizio nella Marina degli Stati Uniti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta divenne uno degli accompagnatori più apprezzati del jazz vocale, collaborando con artisti come Sarah Vaughan, Carmen McRae, Nancy Wilson e Lena Horne. Il suo stile era elegante, ricco di armonie sofisticate e sempre al servizio della melodia.

Fu anche compositore e arrangiatore; alcune sue composizioni vennero registrate da musicisti come Horace Silver e Cal Tjader. Inoltre lavorò come musicista di studio e fece parte del gruppo Supersax negli anni Settanta.

Se vuoi scoprire il suo talento, ti consiglio l’ascolto di The Ronnell Bright Trio (1958) o delle registrazioni dal vivo di Sarah Vaughan con il suo accompagnamento al pianoforte, considerate tra le più belle della sua carriera.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #24

24 – La Disco

Il suono della disco è essenzialmente funky: un funk dal beat costante e regolare, (spesso scandito dall’hand-clapping mutuato dal gospel), in cui le voci degli shouters sono sostituite da voci femminili angeliche e allo stesso tempo provocanti, e il cui suono è ammorbidito da un abbondante utilizzo di archi, ma pur sempre funk: il groove grasso del basso e il suono stridulo di chitarra non lascia dubbi.
Il motivo è molto semplice: il fenomeno della disco nasce con l’apertura di locali gay a New York destinati esplicitamente al ballo, le discoteche da cui il fenomeno prende il nome, in cui venivano selezionati i pezzi soul e funky più groovy. Ad un certo punto i pezzi funky-soul cominciano ad essere prodotti con lo scopo preciso di essere suonati nelle discoteche e a quel punto il suono la disco può dirsi nata.
Ben presto le discoteche cessano di essere appannaggio esclusivo della comunità gay divenendo fenomeno di massa: il fenomeno più commerciale è di breve durata, limitandosi alla seconda metà dei ’70, ma ha l’effetto di un ciclone. Un’infinità di artisti soul, pop e rock comincia ad integrare il beat in 4/4 della disco nella propria musica, dal soul orchestrale di Barry White, a veterani del rock come Mick Jagger (assiduo frequentatore del “Paradise Garage” di Larry Levan), passando per un gruppo come gli Australiani d’adozione (in realtà sono orginari dell’isola di Man) Bee Gees che fino ad allora aveva suonato pop-rock di derivazione più o meno Beatlesiana e che in questi anni diventa una delle voci più celebri del movimento.
Un’altra rivoluzione connessa alla nascita di un filone musicale come questo, ad uso e consumo delle discoteche, è il riesplodere del singolo come formato discografico per eccellenza: i vinili vengono tagliati appositamente per facilitare l’estensione del brano (è la nascita dell’extended mix, primo fenomeno di remixaggio); sui vinili è indicato il bpm dei pezzi per facilitare un missaggio fluido (nascita del missaggio professionale in sequenza dei pezzi che eleva ad arte il ruolo del dj).
Se la storia della disco è essenzialmente storia di singoli non mancano le stelle del genere, abilmente forgiate dalle mani dei produttori: da veterani come Earth Wind and Fire e KC & The Sunshine Band, agli Chic , veri inventori del suono disco col già citato “Le Freak”, dalle regine della disco, Gloria Gaynor e Donna Summer, alle meteore (Tavares, Sylvester, Trammps).
Se gli Chic coniano il suono della disco è Giorgio Moroder (Italiano ma di stanza a Monaco) ad innovarlo, introducendo le tastiere elettroniche sia per fornire una base melodica sia per dettarne l’ossatura ritmica: con la produzione dei singoli di Donna Summer “Love to love you baby” e “I feel love”, rispettivamente del 1975 e del 1976, porta prepotentemente l’elettronica nella dance anticipando un’innovazione che il synth pop dei primi anni ’80 farà prontamente sua.
Il fenomeno raggiunge il suo apice nel 1977 dopo l’uscita del film “La Febbre del Sabato Sera” esplodendo a livello mondiale per poi spegnersi di lì a poco (almeno come moda) con inni della cultura disco (e della cultura gay) come “YMCA” dei Village People e “We Are Family” delle Sister Sledge, entrambi del 1979, a fare da canto del cigno.
Alla fine del boom commerciale non corrisponde assolutamente la morte del genere, se si considera che è cosa di questi anni l’apertura di due locali destinati ai gay di colore come il warehouse di Chicago con Frankie Knuckles come DJ resident e il Paradise Garage di New York dove ha base Larry Levan: dai rispettivi locali prenderanno il nome House e Garage, dagli anni ’80 in poi eredi elettroniche della disco stessa, da cui mutueranno molti elementi stilistici e la funzione danzereccia.
Non solo: in pieno post-punk gruppi p-funk come Kid Creole & the Coconuts e Was Not Was (e un’infinità d’altri) creeranno forme ibride di disco mutante con un approccio obliquo tra avanguardia e dance, esperimenti, testimoniati da raccolte come “Mutant Disco” (1981) e “Disco Not Disco” (2000), che si riveleranno di seminale influenza per l’esplosione del p-funk revival di inizio millennio… (Continua…)

Franco Morea

Il 28 giugno 1927 nasce a Roma il batterista Franco Morea, con la Junior Dixieland Gang uno dei protagonisti del jazz italiano.

Facciamo un salto nel panorama del jazz italiano, in particolare in quella feconda scena piemontese che ha dato tanto al genere nel nostro Paese. Franco Morea è stato un pianista, compositore e arrangiatore di grande spessore, una figura che ha vissuto il jazz con una dedizione quasi artigianale.
Morea è stato un pilastro della scena jazz torinese, specialmente a partire dagli anni ’70 e ’80. La sua formazione classica gli permetteva di avere un controllo tecnico del pianoforte sopraffino, che metteva al servizio di un jazz raffinato, spesso vicino all’estetica del Cool Jazz e del Bebop.
Ha guidato diverse formazioni a suo nome, distinguendosi per un fraseggio pulito, elegante e profondamente lirico. Oltre che come esecutore, Morea era stimatissimo per la sua capacità di scrivere per grandi organici (Big Band). La sua scrittura era complessa ma sempre fluida, capace di valorizzare i solisti senza mai soffocare il ritmo. Come molti dei musicisti che hai citato finora (che pur avendo stili diversi condividevano una profonda etica professionale), Morea ha dedicato parte della sua vita alla trasmissione del sapere jazzistico, influenzando generazioni di pianisti italiani.
Franco Morea ha spesso incrociato il suo cammino con i grandi del jazz internazionale di passaggio in Italia. Era il tipo di musicista su cui i colleghi americani potevano contare: preparatissimo, capace di leggere partiture complesse a prima vista e dotato di quell’ “interplay” (dialogo tra musicisti) che è l’essenza stessa del jazz.
Perché ricordarlo?
In un mondo di grandi star e ululati (come quelli di Howlin’ Wolf), Franco Morea rappresenta la nobiltà del jazz italiano: quella fatta di studio, di club fumosi, di arrangiamenti scritti a mano di notte e di una passione per lo swing che non cercava necessariamente il clamore mediatico, ma la perfezione della nota.
Rispetto ai “giganti americani” di cui abbiamo parlato prima, Morea incarna una dimensione più europea e colta del jazz.

I migliori album jazz #77

Christian Scott aTunde Adjuah – The Emancipation Procrastination (2017)

Sebbene la storia del jazz si possa percepire nel suo modo di suonare la tromba – dall’esuberanza sfrontata di Louis Armstrong alla malinconia introspettiva di Miles Davis e al virtuosismo incandescente di Dizzy Gillespie – questo musicista di New Orleans ha creato un ibrido musicale unico e inclassificabile. Nell’ultimo decennio, ha costantemente spinto i confini del jazz con album come il politicamente impegnato The Emancipation Procrastination, che fonde rock alternativo, musica africana, hip-hop e sonorità ambient per arrivare a un suono che sfida ogni etichetta e che Adjuah ​​descrive come “Stretch Music”. Prima uscita della sua acclamata Trilogia del Centenario, l’album offre un’esperienza di ascolto immersiva che è una straordinaria vetrina dello stile poliedrico del trombettista; dove le sue melodie di tromba malinconiche ed eleganti sono incorniciate da una miscela di paesaggi sonori cinematografici e ritmi trap sincopati.

Ascolta il disco

Bob Dylan: i suoi album #20

At Budokan (1978)

Bob Dylan at Budokan è un album live registrato durante le due date di Tokyo dell’artista al Nippon Budokan Hall il 28 febbraio e il 1° marzo 1978, pubblicato per la prima volta in Giappone nel 1978 e poi diffuso in tutto il mondo nel 1979 da Columbia Records.
L’album raccoglie 22 brani tratti da quei due concerti, con un sound più “arrangiato” rispetto alle versioni in studio, grazie all’uso di una big band e voci femminili in sottofondo. Associato al Bob Dylan World Tour 1978, è il suo primo vero tour mondiale dopo anni di assenza dai palchi internazionali.
Nell’album compaiono sia grandi classici (Blowin’ in the Wind, The Times They Are a‑Changin’, Like a Rolling Stone) sia pezzi più recenti del periodo, tutti riarrangiati in chiave più teatrale e spettacolare. Dylan è accompagnato da una band solida: Billy Cross (chitarra), Ian Wallace (batteria), Alan Pasqua (tastiere), Rob Stoner (basso), David Mansfield (pedal steel, mandolino, ecc.) e un quartetto di coriste.
Nel 2023 è uscito il cofanetto The Complete Budokan 1978, che include i due show interi (36 tracce “inedite” in precedenza) e rimasterizzazioni più fedeli del doppio LP originale. Esiste anche una versione economica, Another Budokan 1978, centrata solo su brani estratti da quei materiali, pensata per introdurre il suono di Dylan in tour giapponese senza acquistare il cofanetto completo.
Se vuoi, posso elencarti brano per brano la tracklist di Bob Dylan at Budokan oppure suggerirti quali canzoni meritano più l’ascolto in questa versione “Budokan”.

L’album Bob Dylan at Budokan (1978) ha diviso fan e critica soprattutto perché suona molto diverso dall’idea che molti si erano fatti di Dylan “live”: più studiato, più “pop” e meno spontaneo del solito.
Molti fedelissimi si aspettavano versioni “intime” e fedeli agli album originali, invece trovano brani rifatti con grandi arrangiamenti da big band, cori femminili e un sound quasi da spettacolo teatrale.
Alcuni fan lo hanno visto come una “vendita” dello spirito folk‑rock dylaniano, più orientato al pubblico generalista e al grande palco che a quell’aura underground e politica che aveva fatto nascere la sua leggenda.
La stampa discografica ha lodato la qualità esecutiva e la potenza scenica, ma criticato il grado di “arrangiamento”: era come se Dylan avesse “rivestito” le sue canzoni con un’atmosfera da mega‑show, perdendo parte del loro carattere crudo.
In seguito, però, molti critici hanno rivalutato il disco come documento importante del suo World Tour 1978, uno dei primi tour davvero globali dopo anni di assenza, e come prova di quanto Dylan fosse capace di reinventare il suo repertorio in modo spettacolare.
In sintesi, il disco divide perché è troppo “spettacolare” e “lucida” per i puristi di Dylan, ma troppo “pop” e poco “rock grezzo” per chi lo associa solo al folk‑rock anni ’60.

Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music (1962)

Attivo, e con successo, già negli anni Quaranta, Ray Charles Robinson (con il tempo, nella musica il cognome è caduto) può contare su un’autonomia inaudita, per di piú per un artista di colore. Convinto, dall’incursione nel jazz di qualche mese prima (Genius + Soul = Jazz), di avere di fronte a sé possibilità praticamente infinite, decide di provare ad approfondire alla sua maniera il repertorio del country. La sua maniera consiste nell’utilizzare una big band di ascendente jazz, con – quando serve – una sezione d’archi e cori in controcanto. E la ricetta degli album che ha inciso sul finire degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, quelli che hanno fatto di lui il numero uno sul mercato americano e della sua Ray Charles Enterprises un’azienda in ascesa. E chiaro, però, che la nuova impresa, di fronte alla quale peraltro tutti cercano di scoraggiarlo («Perderai i tuoi fan e non ne guadagnerai di nuovi», gli dice il presidente dell’ABC) è una scommessa in cui lui si gioca molto, se non tutto. Lui è nero, il country (o country and western, come lo chiama Ray) è bianco. E lui e il country sono in pratica i due bastioni del mercato discografico (ancora parzialmente segregato) di questi primi anni Sessanta, con le classifiche di vendita divise secondo la tazza (presunta) di chi acquista i dischi. Ma lui non molla: da bambino ascoltava religiosamente alla radio il Grand Ole Opry, lo show country in onda da Nashville, e niente lo fermerà. Si fa mandare dagli editori decine di canzoni, e ne sceglie dodici. Nel febbraio del 1962, ne registra un po’ a New York, un po’ a Los Angeles, sottolineando anche cosi, in fondo, che questa è un’idea inclusiva, non certo l’appropriazione indebita di un patrimonio altrui. Alla fine l’album è un album di Ray Charles, e basta: gli arrangiamenti non sono certo rivoluzionari, le interpretazioni si, se la bellezza e la perfezione possono essere rivoluzionarie. Sarà un trionfo, l’album starà in cima alle classifiche per quasi due anni, negli Usa, e la Ray Charles Enterprises chiuderà il 1962 con un fatturato gigantesco: 1,6 milioni di dollari. E la vendetta creativa del ragazzo che perse la vista a sei anni per una malattia che nessuno diagnosticò e nessuno curò (e che l’anno prima fece in tempo a vedere il fratello morire annegato in una tinozza), dell’uomo che soprannomineranno Genio.

Odell Rand

Il 22 giugno 1960 muore il clarinettista Odell Rand, un personaggio emblematico del jazz di mezzo del Novecento.

Rimaniamo nel mondo dei “grandi dimenticati” del jazz di Chicago. Se Tommy Ladnier era la voce della tromba, Odell Rand (1905–1960) è stato uno dei pilastri del clarinetto nello stile South Side Chicago.
Nonostante non sia un nome da copertina come Benny Goodman, Rand è stato un musicista fondamentale per definire il suono di un’intera epoca, in particolare quella legata ai piccoli gruppi blues e jazz degli anni ’30.
Il nome di Odell Rand è indissolubilmente legato agli Harlem Hamfats, una delle band più interessanti e popolari degli anni ’30. Ecco perché erano speciali: A dispetto del nome, non venivano da Harlem ma da Chicago e New Orleans. Mescolavano il jazz tradizionale con il blues rurale e lo spirito dei “party” urbani. Il suo clarinetto non cercava il virtuosismo accademico, ma puntava su un suono aspro, ritmico e incredibilmente “bluesy”. Era la voce solista che rispondeva alla chitarra e al mandolino (strumento insolito per il jazz, suonato da Charles McCoy). Con loro incise brani famosissimi per l’epoca come Oh Red!, che influenzarono profondamente lo sviluppo del Rhythm & Blues.
Odell Rand apparteneva alla scuola del clarinetto che privilegiava il registro basso (lo “chalumeau”) e un fraseggio sincopato.
Come molti musicisti di Chicago dell’epoca, usava un suono “sporco” e graffiante, perfetto per accompagnare le voci blues. Oltre agli Hamfats, lavorò con grandi figure del blues come Memphis Minnie e Lovie Austin, dimostrando una versatilità straordinaria nel muoversi tra il jazz da ballo e il blues più crudo.
Rand non divenne mai una star solista internazionale come Lucky Thompson. Rimase un musicista “di bottega”, un professionista solido che preferì restare nel circuito dei club di Chicago. La sua importanza risiede nell’aver contribuito a creare quel ponte sonoro tra il jazz di New Orleans e la musica popolare che avrebbe portato, decenni dopo, alla nascita del Rock ‘n’ Roll.
Se ascolti le registrazioni degli Harlem Hamfats, noterai come il clarinetto di Rand sembri quasi una voce umana che ride o si lamenta: è l’essenza stessa del jazz di Chicago delle origini.

My Favorites Albums #15/100 

Bob Marley & The Wailers – Babylon By Bus (1978)

Pubblicato nel 1978, Babylon By Bus è il grande affresco live di Bob Marley & The Wailers nel pieno della loro maturità artistica. Registrato principalmente durante il tour europeo del ’78 (con tappe memorabili a Parigi), il disco cattura l’energia spirituale e politica del reggae quando diventa rito collettivo. Babylon By Bus non è solo un album live: è la testimonianza di un momento in cui il reggae diventa lingua universale, ponte tra culture e coscienze. Un documento storico e spirituale, vibrante ancora oggi.

Ascolta il disco

Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Mamas & Papas

California Dreamin’, sognando la California, diceva una celebre canzone dei Mamas & Papas, altro gruppo esemplare della stagione dei fiori, appartenente al filone folk pre-dylaniano, che ripartiva dal folk revival degli anni Cinquanta poi riveduto e corretto alla luce del solare ambiente californiano. Anche The Mamas & The Papas fondavano l’intero repertorio sull’uso delle voci, ma il gruppo era strutturato in modo singolare: due uomini, e due donne, una delle quali, Mama Cass, si distinse come una straordinaria vocalist, una delle prime figure di cantanti femminili emerse dalla musica rock, fino ad allora prevalentemente maschile. Anche nel loro aspetto, floreale e libertario, evocavano la magia di una terra che sembrava promettere a tutti una vita meravigliosa. Ma, come spesso è successo nella storia del rock, anche i quadretti piú positivi e luminosi nascondevano aspetti piú tragici. Mama Cass morí prematuramente, dopo aver tentato una problematica carriera solista.