Consequences di Kim Edgar (2023)

Per il suo quinto album da solista, le canzoni di “Consequences” di Kim Edgar si concentrano sulle conseguenze personali, sociali e ambientali del comportamento umano.
Già nell’immagine di copertina riecheggia la teoria della “farfalla” o meglio della causa/effetto: il semplice sbatter le ali di una farfalla, produce un effetto a catena che può produrre un uragano. L’effetto farfalla è un vero e proprio principio di vita. Un promemoria che ogni azione ha una conseguenza, ma spetta a tutti noi assicurarci che sia per il bene e non per il male.
Qui sotto l’intero album con le 12 canzoni.

Sands of Time di Pete Bell (2023)

Pete Bell ha suonato in moltissime band: gruppi con un suono originale e gruppi che facevano cover. In “Sands of Time” ci sono belle canzoni. Si spazia dall’esuberante (“Dance All Night With You” con il suo trascinante ritmo Motown/Northern Soul) al malinconico (“I Want You Here Today”, una ballata meravigliosamente riflessiva). I brani sono arrangiati attorno a temi che riguardano le relazioni, riflettendo sia sul tempo che passa sia sul senso di perdita, e Bell estrae ogni grammo di emozione da loro.
Qui sotto l’intero album con le 13 canzoni.

R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.

Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.

Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.

Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.

Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

Riverwoods dei Salt House (2023)

I Salt House sono tre musicisti acustici della scena folk scozzese. Il loro ultimo album appena uscito “Riverwoods” è una raccolta di canzoni e brani strumentali ispirati al viaggio del salmone atlantico e alla tanto necessaria biodiversità lungo i sistemi fluviali. I brani sono fortemente radicati nel luogo, nelle persone e nel loro comune amore per la natura.
Qui sotto l’intero album con le 8 canzoni.

Popular Music (5. Il Funk e il Rap)

Prefazione Indice

Il Funk e il Rap

Funk
Le caratteristiche del funk sono ben definite: linea di basso ossessiva, ritmo martellante, chitarra secca e graffiante. Si possono individuare in brani di James Brown come Papa’s got a brand new bau (1965) o come la celeberrima Get up sex machine (1970).

Ma la musica funk non era solo trascinante e ‘fisica’, i testi spesso erano estremamente politicizzati come per esempio: Heron (1949) e molti altri brani dello stesso James Brown.
Il funk era la musica della popolazione di colore orgogliosa della propria identità, pronta a combattere peer difenderla. Era la voce del ‘potere nero’. Ma anche nel funk, dal punto di vista musicale, vanno fatte delle distinzioni. Una cosa era la proposta accattivante degli Earth, Wind & Fire (non a caso protagonisti poi della disco music), altra quella fortemente influenzata dal rock psichedelico di George Clinton o di Sly & the Family Stone.

Disco: Sky & the Family Stone – There’s a riot goin’ on (1971)

Magari ancora loro non lo sanno, ma quello che Sly Stone e famiglia mandano nei negozi è un lavoro che avrebbe fornito un sacco di idee a tutti immusonisti del periodo (e dopo). Opaco e asfissiante nel suono quanto i loro dischi precedenti erano solari, avveniristico negli arrangiamenti (c’è perfino una drum machine in Family affair, quasi otto minuti a testa per Thank you for talkin’ to me Africa e Africa talks to Thank you), adrenalinico nelle ritmiche, chiude definitivamente con gli anni ’60 e i suoi sogni. Il brusco risveglio degli anni ’70 era alle porte e questo disco ce lo mostra già confondendo le frustrazioni di una generazione con quelle di un musicista ormai schiavo di eccessi di ogni tipo e in vista della propria fine artistica.

Va detto tra l’altro che la lezione del funk finì per influenzare anche il jazz: dischi come ‘Head hunters’ (1973) di Herbie Hancock o ‘On the corner’ (1972) di Miles Davis portano più meno dichiaratamente quell’impronta sonora.
Anche Jimi Hendrix, Prince e i bianchi Red Hot Chili Pepper, hanno riconosciuto un’influenza decisiva, come figlia del funk.
La vicenda del funk si sarebbe andata spegnendo lentamente con il finire degli anni ’70: come gli artisti raggiungevano uno status (anche economico) agiato, la loro musica perdeva di mordente e scadeva in una dance elettrizzante, ma priva di reali contenuti.

Rap
Contrariamente a quasi tutti i generi musicali, si può dire che il rap (letteralmente ‘chiaccherata’) ha un padre, una madre e perfino un certificato di nascita.
Il ‘certificato’ è rappresentato dal primo singolo rap della storia, Rapper’s delight della Sugarhill Gang (1979): la sua base sonora era fornita da Good times degli Chic, e su di essa ‘recitava’ il testo la voce di Henry ‘Big Bank Hank’ Jackson. Lui era stato scelto da Sylvia Robinson (ecco la ‘mamma’ del rap), cantante soul e proprietaria del negozio Sugai Hill Records.
Il rap era uno degli elementi della cultura hip hop, assieme alla breakdance e all’arte dei graffiti.
E’ il padre? Il padre si chiama Kool Herk (1955) un dj. E’ stato lui a portare in città questo nuovo stile che esisteva già dagli anni ‘60 in Giamaica.

Ipse Dixit: «Kool Herk comprava dischi per utilizzare solo delle frasi o dei suoni, mai il prodotto intero. Un riff di chitarra o un giro di basso non dovevano durare più di 15 secondi. Metteva su lo stesso frammento musicale moltissime volte tagliando le altre parti del brano quando inseriva la sua voce. Poco dopo altri iniziarono a copiare lo stile di Herk aggiungendo ritocchi personali. Ad esempio, uno che si chiamava Theodor inventò la tecnica dello scratching che consisteva nel mandare avanti e indietro velocemente il disco con le dita.» (Dick Ebdige, ‘Cut’n’mix’)

Disco: Rui DMC – Raising hell (1986)
Questo terzo lavoro dei Rui DMC fu il primo a sdoganare l’hip hop presso le grandi masse e la crew fu la prima ad avere un disco di platino, la prima ad avere la copertina della prestigiosa rivista musicale Rolling Stone, la prima ad essere trasmessa da MTV. Tutto merito di quest’album dove, per primi, i tre decidono di sostituire le usuali basi di balck music con un rock più accessibile al pubblico di bianchi e i testi sono cruda cronaca della sopravvivenza nel ghetto, pur tuttavia rinunciando alle sovrastrutture politico-ideologiche tipiche, ad esempio, dello stile dei Pubblici Enemy.

Ipse Dixit: «Il rap è la CNN dei neri americani. Il nostro dovere è informare su quello che realmente succede. Le parole sono l’unico mezzo che abbiamo per fare arrivare al mondo la nostra voce. I vecchi oggi sembrano sempre più lontani dai giovani che crescono e vivono con il rap. Sono due sistemi che si scontrano e la frattura è solo un’inevitabile conseguenza. Esistono vari modi di fare rap e nessuno è migliore dell’altro. Ogni rapper ha qualcosa da raccontare. Può variare il linguaggio, non la sostanza.» (Chuck D., rapper)

Ascolta sette brani su radioscalo

Warren Zevon — The Wind (2003)

Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947 – 7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera.

A differenza del disco precedente “My Ride’s Here” (la malattia lo aveva già minato), un disco decisamente sottotono, questo lavoro si prende decisamente la rivalsa. Zevon ritrova la vitalità e canta come non gli succedeva da molto tempo. Tutti gli ospiti amici e musicisti come: Dwight Yoakam, Don Henley, Ry Cooder e Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni, sono parte integrante delle canzoni senza però precluderne l’opera originale di Zevon.

Le sonorità portanti delle undici canzoni del disco hanno il sapore country e rock and roll. Sono ballate per la maggior parte malinconiche, alcune toccano punti di estrema tristezza, solo pochissime lasciano spazio a un po’ di gioia. Profondo e carico di intensità, The Wind è un grande disco, il progetto di un musicista maturo, conscio dei suoi mezzi, che ha lavorato al meglio per regalare al suo pubblico qualcosa che avrebbe dimenticato difficilmente. Il ricordo poetico/sonoro di un musicista, di un uomo, dall’enorme dignità.

Popular Music (4. Le anime del Soul)

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Le anime del Soul

Furono molti ad abbracciare il soul, diventandone autentiche leggende: pionieri come Sam Cooke (1931 – 1964), e poi Solomon Burke (1940 – 2010), Wilson Pickett (1941 – 2006), Otis Redding (1941 – 1967) o Aretha Franklin (1942 – 2018). Accanto a costoro va citato colui che da sempre è soprannominato «Godfather of soul» (‘padrino del soul’): James Brown (1933 – 2006) figura assolutamente centrale nella vicenda della black music. Fu la sua accentuata caratteristica ritmica ad ispirare il genere musicale che prenderà il nome di funk.

Ipse Dixit: «Il giorno dopo l’omicidio di Martin Luther King, James Brown doveva suonare a Boston, ma quando seppe la notizia cancellò il concerto. La situazione era tesissima e nelle strade erano già scoppiati incidenti e saccheggi. Il sindaco chiamò Brown e gli chiese aiuto invitandolo a suonare dal vivo e a trasmettere il suo concerto in tv. Brown accettò e per miracolo la gente rientrò nelle case, accese la tv e segui, per sei ore consecutive, un concerto di inaudita forza. E quando il concerto fini anche la tensione era sfumata. Il giorno dopo Brown fu chiamato dal sindaco di Washington con lo stesso obbiettivo: ‘Salva la nostra città’ gli disse il sindaco e Brown rispose. Andò nelle strade a parlare con la gente e la sera offrì di nuovo il suo concerto in televisione. ‘Questo è il più grande paese del mondo – disse Brown al pubblico – se lo distruggiamo siamo pazzi. Abbiamo fatto molte cose che è assurdo buttare via. Dovete combattere con dignità’. Il giorno dopo Washington era più tranquilla». (Albet Goldman, ‘Sound bites’)

Negli anni ’60 il soul era ormai, assieme al jazz, la musica dei neri americani. In essa conviveva una doppia anima: da una parte la voglia di ballare e divertirsi, dall’altra la necessità di sottolineare e veicolare con la musica le lotte per i diritti civili della minoranza nera, in un processo identico a quello che, negli stessi anni stava vivendo la giovane musica bianca di ‘protesta’.

A suggellare questo periodo ci fu un film di immenso successo: ‘The Blues Brothers’ che negli anni ’80 avrebbe riportato in auge quel suono e quell’atmosfera. 

Disco: Aa. Vv. – The Blues Brothers O. S. (1980)

La colonna sonora del film-culto di John Landis è una piccola antologia del soul e ha contribuito alla ricoperta di questo genere musicale negli anni ’80. Accanto a brani come Sweet home Chicago, Jailhouse rock o Everybody needs somebody to love interpretati dalla Blues Brother Band (gruppo formato dai protagonisti del film, Belushi e Aykroyd, già prima del film), ne troviamo altri proposti da autentiche stelle della black music che hanno preso parte alla pellicola: il gospel The old landmark da James Brown, Think da Aretha Franklin o Shake your taifeather da Ray Charles.

Negli anni ’70, personaggi come Diana Ross (1944), Smokey Robinson (1940), i Temptations, Marvin Gaye (1939 – 1984) e Stevie Wonder (1950), vissero proprio il loro decennio migliore. Accanto a loro, un gruppo di fratelli destinati ad una carriera strepitosa, i Jackson Five. Tra i cinque fratelli Jackson, il più giovane era Michael (1958 – 2009) avrebbe dato il via ad una carriera da solista durante la quale avrebbe venduto milioni di dischi. 

Disco: Michael Jackson – Thriller (1982)

Prodotto da un genio come Quincy Jones fondendo pop, dance, rock e black music, l’album (che in origine doveva intitolarsi ‘Starlight’) rappresenta il suono nero degli anni ’80. Jackson firma metà dei brani e ci mette una vocalità straripante, il resto lo fanno il suo look inimitabile e i video costruiti sulle canzoni (quello della title track è un cortometraggio capolavoro di John Landis). Sette brani su nove sono divenuti singoli di enorme successo, piccoli gioielli consegnati alla storia: Thriller, Beat it, Billie Jean o The girl is mine.
Fare i conti con i capolavori è poi difficilissimo, dopo ‘Thriller’ Michael Jackson avrebbe sfornato ancora un paio di album abbastanza buoni per poi perdersi dietro i proprio fantasmi personali, questo fu insomma l’inizio della fine, ma nel 1982 nessuno poteva immaginarlo. 

Protagonista di punta della Motown, forse il più celebre e amato ancora oggi, è Steveland Twiki Hardway Judkins, in arte Stevie Wonder. Cantante, pianista, batterista ed eccellente armonicista, a otto anni suonava già diversi strumenti, a dodici era una stella, all’inizio degli anni ’70, poco più che ventenne, aveva già inciso una decina di album.
Nel 1972 ebbe i primi successi mondiali grazie all’album ‘Talking book’ e a brani come ‘Superstition e You are the sunshine of my Life’ in esso contenuti, bissati l’anno dopo da Living for the city e Don’ you worry.
La grandezza di Wonder sta nel fatto di essere stato, innanzi tutto, un innovatore. Riesci infatti, ad introdurre nel soul passaggi melodici e sonorità inedite che avrebbero influenzato tutte le generazioni successive di artisti neri (e non solo). Inoltre, la sua proposta coniugava facilità di ascolto e indubbia genialità compositiva (oltre che esecutiva: come detto, Wonder suona perfettamente una miriade di strumenti).

Disco: Stevie Wonder – Songs in the key of Life (1976)

Un grande pezzo ad album è più o meno nella norma, due o tre sono già un’eccezione, ma questo doppio album è tutto composto da brani incredibili.
Wonder canta, suona le tastiere, la materia e regala brividi all’armonica, arrangia e produce. Miscela con sapienza infinita funk e soul, tentazioni jazz e pop da alta classe, testi di denuncia e dichiarazione d’amore. Non è un caso che molte delle canzoni di questo disco siano spesso ascoltate anche oggi, e altre siano diventate la base di rielaborazioni hip hop o ripescate 40 anni dopo dal nu-soul: segno di una modernità che ha ignorato il passare del tempo e delle mode.

Ascolta dodici brani su radioscalo

The Weeping Song – Nick Cave and the Bad Seeds (1990)

The Good Son, l’album che contiene The Weeping Song è sicuramente meno devastante, musicalmente, dei suoi capitoli precedenti. Solare no, diciamo che Cave avanza timido verso l’umanità. Se prima non si curava e sbatteva le porte provocando un fragore assordante, con The Good Song apre le porte con moderazione, equilibrio e sobrietà. Dalla tasca fuoriescono i soliti pennarelli neri per imbrattare pareti di stanze illuminate.
Il ritornello si può cantare in coro, prima di capire che dietro quel canto dolente si nasconde il punto di non ritorno.

Popular Music (3. Rhythm’n’Blues e Soul)

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Ricapitolando. Nell’Ottocento, dall’unione di spiritual (religiosi), work song (profane) ritmiche e soluzioni musicali africane nasce il blues; poi alla fine del secolo, con l’abolizione della schiavitù, il blues esce dalle piantagioni e unendosi anche a musiche importate dagli europei dà origine al jazz.
Negli anni ’40 del Novecento, il blues si urbanizza e si elettrifica dando origine al Rhythm’n’Blues e negli anni ’50, dal matrimonio tra Rhythm’n’Blues (profano) e gospel (religioso) nasce il soul.
Nello stesso tempo, dal matrimonio tra Rhythm’n’Blues e country nascerà il rock’n’roll.
Negli anni ’70, poi dal soul si distaccherà un’ala più dura: il funk e, alla fine del decennio, dal funk e dal soul prenderà origine la disco music, nelle sue varie sfumature stilistiche.
Negli anni ’80, sempre dal funk deriverà la scena hip hop e rap, successivamente assisteremo a una sorta di revival del soul e del Rhythm’n’Blues sotto la sigla R’n’B.

Rhythm’n’Blues e Soul

L’elettrificazione del blues ha portato, negli anni ’40, alla nascita del Rhythm’n’Blues, termine coniato nel 1947 dal produttore della casa discografica Atlantic Jerry Wexler.
Musica molto più ritmica e aggressiva del blues e che del blues stava gradatamente anche abbandonando la tipica struttura musicale in 12 battute. Veniva eseguita da gruppi musicali anche assai nutriti che facevano pure largo uso di fiati. Insomma: qualcosa di molto distante dalla musica del vecchio blues singer che accompagnava il proprio dolente canto con la sola chitarra e con l’armonica.
La storia del Rhythm’n’Blues sarebbe sfociata molto presto in quella della soul music, letteralmente «musica dell’anima» (un bel salto dalla… «musica del diavolo»!), quando alcuni musicisti, come ad esempio il grande Ray Charles (1930 – 2004), ebbero l’intuizione di fondere l’intensità emotiva e la drammaticità dei canti religiosi (in articolare il gospel) con il trascinante impeto del Rhythm’n’Blues. 

Ipse Dixit: «Per la prima volta non si sapeva con certezza su che sponda ci si trovava. Queste erano canzoni d’amore o religiose? La seconda persona singolare era tu o Tu? Era un’ambivalenza voluta che sarebbe continuata. ‘Si trattò semplicemente di un’evoluzione – afferma Zenas Sears, il più importante dj Rhythm’n’Blues di Atlanta, bianco – ero presente quando Ray Charles registrò il suo primo grande successo ‘misto’, ma non mi pare che questo fu mai considerato una svolta’. Ok, Jerry Wexler lo considerò una svolta, ma tutti gli altri no.» (Peter Guranlick, «Soul music»)

Protagonista di questo periodo fu Ray Charles. Cieco dall’età di sette anni a causa di un glaucoma, Ray Charles seppe coniugare in maniera unica e originalissima sonorità diverse: dal Rhythm’n’Blues al country, dal soul al jazz e al pop.
Aveva 21 anni quando entrò in classifica per la prima volta con Baby, let me hold your hand e quello fu il primo di un’infinita serie di hit come Georgia on my mind, I can’t stop living you, Unchain my heart, Hit the road Jack…
Charles, detto «The Genius», stabilì le regole e i punti di riferimento del soul: libertà interpretativa, improvvisazione e, soprattutto, immenso rispetto per la musica dei padri: il blues e il gospel. 

Disco: Ray Charles – Ray O.S. (2004)

La colonna sonora del film dedicato al grande The Genius è, di fatto, una raccolta certo non esaustiva (quale ‘best’ di una ventina di brani potrebbe mai esserlo?), ma in grado di dare del musicista un’immagine abbastanza vicina alla realtà. Compilata dal regista del film Taylor Hackford, comprende 17 brani soprattutto degli anni ’50 e ’60, alcuni celeberrimi, altri pur interessanti ma meno noti e alcune eccellenti versioni live. Un buon approccio, per quanto limitato, all0univarsi sonoro di questo immenso musicista.

Ascolta dieci brani su radioscalo

Robert Johnson

Nasce nel 1911 ad Hazlehurst nel Mississipi.

Personaggio misterioso e musicista inquietante, Robert Johnson può essere considerato l’alchimista del blues. Una breve vita spesa in alcol, donne e imbrogli, quindi una morte violenta avvolta da un fitto alone di mistero. Assassinio o suicidio’ Vendetta o tragica fatalità? Resta il fatto che questo straordinario musicista nel giro di due anni è riuscito a capovolgere tutti i canoni ufficiali del blues: la forma, la struttura, l’equilibrio dell’improvvisazione. La sua stupefacente tecnica chitarristica e le sue ballate sono dei veri modelli in espansione ripresi e amplificati sino ai giorni nostri. Come poteva questo ladro-ubriacone incallito sparire nel nulla per riapparire poi come custode geloso di tutti i segreti meccanismi della “musica del diavolo”? La leggenda narra di un patto di sangue con il maligno, il quale gli donò un prodigioso talento e una conoscenza superiore a tutte le tecniche di mille bluesmen dell’epoca messi insieme.

Occultismo, stregoneria, semplice leggenda, resta il fatto che i suoi dischi (una quarantina di brani) incisi nella sua breve carriera, sono un documento d’importanza storica ed artistica incalcolabile.

Morto nel 1938, aveva appena 27 anni, due fotografie virate seppia e un certificato di morte per un whisky avvelenato.

Wikipedia – Blues and Blues

Popular Music (2. Dal blues rurale al blues urbano)

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Dal blues rurale al blues urbano

Tra gli anni ’20 e ’30, gli Stati Uniti vissero un periodo durissimo dal punto di vista economico, con una crisi che, come sempre, colpì più duramente le comunità più deboli. Anche in questi casi, questo tipo di difficoltà provocò migrazioni, dalle zone del sud le persone si trasferirono in massa nelle grandi e ricche città del nord, portando con sé la propria musica.
Fu allora che in città come Chicago, Memphis, Detroit e New York nacquero quartieri di soli neri che spesso erano ghetti malfamati dominati dalla criminalità, ma anche l’unica possibilità per tanti  musicisti di colore di trovare locali dove suonare e guadagnare da vivere.
Tuttavia per suonare in questi locali (e farsi sentire) non erano più sufficienti la vecchia chitarra acustica, l’armonica o le rudimentali percussioni degli inizi; negli anni ’40 fecero così necessariamente la loro comparsa i microfoni per la voce, la batteria e le chitarre elettriche con i loro amplificatori. E attorno al cantante si riuniva spesso un vero e proprio gruppo musicale.
Anche le tematiche trattate nelle canzoni cominciano a parlare di nuovi problemi ‘cittadini’, dando vita così al blues urbano ormai lontano dal blues rurale delle origini per tematiche, anche se non per forma.
Su questa nuova scena si muovevano personaggi oggi entrati di diritto nella storia di questa musica come Albert King (1923 – 1992), Howlin’ Wolf (1910 – 1976), Sonny Boy Williamson II (1899 – 1965) e John Lee Hooker (1917 – 2001).

Negli anni ’50, il blues, nato con strumenti acustici nelle campagne, era ormai diventato una musica urbana, elettrica e molto più aggressiva. Il blues nato per cantare le angosce di una vita difficile, con il boom economico la gente che pagava l’ingresso nei locali, lo faceva per divertirsi e ballare: di storie tristi e tragedie della solitudine o del lavoro non voleva più sentir… cantare. Così, il blues si alleggerì nei propri contenuti dimenticando forse la sua anima originaria.
Quello che suonavano Willie Dixon (1915 – 1992), B. B.King (1925 – 2015), Chuck Berry (1926 – 2017) o Muddy Waters (1913 – 1983), era già diventato qualcos’altro, qualcosa che si chiamava rhythm’n’blues.

Disco: John Lee Hooker – Face to face (2003)

E’ questo un disco postumo, uscito due anni dopo la scomparsa di John Lee Hooker. In questi casi, spesso il sospetto dell’operazione puramente commerciale è forte, tuttavia, questo album, compilato dalla figlia del grande bluesman scavando tra l’enorme archivio del padre, può davvero essere considerato un po’ il testamento musicale del musicista. Qui Hooker, come ha fatto tantissime volte, incontra giovani colleghi per una serie di duetti registrati negli anni ’90: ci sono, tra gli altri, Van Morrison, Johnny Winter, George Thorogood ed Elvin Bishop. Tutti, maestro e allievi, impegnati a ripassare la grande lezione del blues.

Non è un caso che anche gruppi rock come Rolling Stones, Deep Purple o Led Zeppelin abbiano sempre dichiarato il loro debito nei confronti di questa musica e che questa musica sia stat realmente all’inizio del loro percorso artistico (un gruppo apparentemente lontanissimo da questo mondo musicale come i Pink Floyd deve lo stesso proprio nome a due bluesmen americani: Pink Anderson e Floyd Council).
Tutti musicisti inglesi quelli citati, perché il blues nell’Inghilterra degli anni ’60 ebbe una scena vivacissima, dominata principalmente da due grandi chitarristi: John Mayall (1933) ed Eric Clapton (1945).

Il blues negli anni ’60 conobbe una vera e propria esplosione e anche in questo caso esistono spiegazioni sociologiche: in quel periodo una grande rivoluzione culturale negli Stati Uniti portò un deciso avvicinamento dei bianchi (in articolare dei giovani) all’universo nero, con l’accettazione della sua cultura e della sua musica. Anche se va sottolineato che i blues non parlavano mai delle lotte politiche e sociali dei giovani degli anni ’60, non parlavano di emancipazione razziale, di guerra nel Vietnam o diritti civili, ma solo e sempre di vicende personali, di cuori spezzati, gioco d’azzardo, delinquenti e prostitute.

Altri musicisti bianchi interessati al blues da ricordare oltre ai sopracitati Maya e Clapton, sono: Charlie Musselwhite (1944), Paul Butterfield (1942 – 1987), Janis Joplin (1943 – 1970), Johnny Winter (1944), Michael Bloomfield (1943 – 1981) e Jimi Hendrix (1942 – 1970).

Il boom degli anni ’60 non ebbe però seguito nei decenni successivi. L’età, i problemi di alcol e droga, le difficoltà di vario genere finirono per assomigliare le fila delle «leggende» degli anni ’50 e ’60. Resistettero nomi come Buddy Guy (1936) o James Cotton (1935 – 2017). Sarebbe ingeneroso, comunque, non citare nomi la cui proposta, pur energicamente innervata dal rock, al blues si richiama in maniera dichiarata: Joe Bonamassa (1977), Ben Harper (1969), Steve Ray Vaughan (1954 – 1990) e Jeff Healey (1966 – 2008). 

Disco: Eric Clapton – Me & Mr. Johnson (2004)

Eric Clapton ha iniziato la propria carriera come bluesman e, nonostante nei decenni se ne sia spesso discostato, l’amore per questa musica è sempre rimasto. Ne è la riprova questo album del 2004 nel quale il chitarrista reinterpreta alcuni brani di Robert Johnson in un onesto e sentito omaggio alla leggenda. Blues asciutto, senza fronzoli com’era agli inizi e come deve essere, certo più musicalmente ricco di come fosse in origine, ma in grado di conservare, delle origini, la vera anima.

Ascolta dieci brani su radioscalo

Woody Guthrie — Dust Bowl Ballads (1940)

Strade polverose di un’America inquieta e povera. Lo spirito dell’hobo con tutta la sua filosofia popolare sempre alla ricerca della giustizia sociale.

Le canzoni di Woody Guthrie, classe 1912, sono il viaggio di un emarginato attraverso i drammi della Grande depressione e le rivolte del Midwest. Sono l’eco di un grido sofferto, una ribellione verso quello sviluppo sociale alienante e alienato, così inumano da accantonare e lasciare al proprio destino chi non vale perché non serve.

Musicalmente, a differenza di Pete Seeger — altro grandissimo cantore ‘impegnato’ nell’unire dialetticamente cultura e lotta sociale — il quale si muoveva in un contesto più rigoroso che evidenziava l’approccio storico-tradizionale del ricercatore folk di matrice bianca, Guthrie è stato il filo conduttore che ha ricondotto la ‘protest song’ nella strategia affidata, la spontaneità colloquiale del ‘talking blues’ e del ‘train time’.

Canzoni narrative di denuncia in cui la capacità di espressione diventa una vera poesia fatta di parole dure, vissute ognuna sulla propria pelle.

Estremamente prolifico (scriveva quasi ogni giorno una canzone), questo “Ballate delle tempeste di polvere” è sicuramente uno dei suoi migliori album, dove c’è la maggior ricchezza poetica.

Dotate della forza immensa della ragione e della verità, le quattordici ballate qui incluse sono un vero anelito di speranza verso una terra promessa mai raggiunta, una gloria mai vissuta e che beffardamente arriva a gratificarlo subito dopo la morte.

Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Fabrizio De André, Judy Collins, Bruce Springsteen, Joan Baez, Roger McGuinn ma anche Nick Cave e lo stesso figlio Arlo, hanno tutti un debito verso questo leggendario eroe popolare che ha fatto della canzone uno strumento di denuncia e di sensibilizzazione.

Popular Music (1. L’Africa e il Blues)

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L’Africa e il Blues

L’Africa è la madre del suono, della musica.
Il blues è legato alla musica nera afroamericana come la trama a l’ordito. 

I neri africani sradicati dalla loro terra vengono deportati in America, vengono privati dei diritti fondamentali e schiavizzati nei lavori sui campi di cotone, proprietà dei bianchi.
In questo contesto compaiono i canti di lavoro che pur derivando da un’usanza tradizionale dell’Africa Occidentale in realtà è la prima espressione musicale del nero afroamericano. Canti di lavoro (work songs) che prendono presto forma di canto religioso assumendo nome in spiritual.
Conseguentemente alla conversione degli schiavi alla religione Cristiana con l’evangelizzazione da parte di missionari  europei, questi canti di lavoro (spiritual) prendono il nome di Gospel (vangelo), canzoni spesso corali, cantate prevalentemente nelle chiese.

Il Blues (che significa «triste») si può far risalire al 1912, quando W. C. Handy pubblicò il brano Memphis blues. Questa forma musicale è caratterizzata da una struttura sonora ben determinata: in dodici battute, ma a volte anche otto o sedici.
Il Blues esprime generalmente sentimenti personali di dolore e tristezza, o comunque situazioni di disagio. 

Il Blues è detto «la musica del diavolo», le teorie a tal proposito sono diverse.
La religione dei paesi originari degli schiavi neri non era certamente quella cristiana dei bianchi: per questi ultimi, era quindi religione «diabolica», e altrettanto diabolica era la musica di chi la professava (o qualsiasi altra espressione) . Inoltre i testi dei blues erano molto espliciti con usuali riferimenti al sesso, cosa che rendeva questa musica ancor più disdicevole.
Il colpo di grazia giunse poi quando iniziò a circolare la leggenda secondo cui il maggior cantante blues degli anni ’30 (Robert Johnson) aveva dichiarato di aver venduto l’anima al demonio per poter diventare un grande bluesman.

Ipse Dixit: «La gente continua a domandarmi dove nacque il blues. Tutto quello che posso dire è che, quando io ero ragazzino, nelle campagne, cantavamo sempre. In realtà non cantavamo, gridavamo, però inventavamo le nostre canzoni raccontando le cose che ci stavano succedendo in quel momento. Credo che fu allora che nacque il blues.» (Eddie Son House, bluesman)

Protagonista simbolo del blues è il musicista Robert Johnson (1911 – 1937), un personaggio da sempre avvolto nel mistero e nella leggenda. Esponente principale del Delta blues sviluppatosi sulla foce del Mississippi, possedeva uno stile unico fondato su un fraseggio energico e quasi percussivo. Tutta la sua produzione comprende appena 29 brani registrati a San Antonio nel 1936 e a Dallas nel 1937: lui preferiva cantare e suonare in giro piuttosto che chiudersi in sala di registrazione. In più, una morte prematura (Johnson, inguaribile donnaiolo, morì a 26 anni forse avvelenato da un marito geloso) gli impedì di cambiare idea. Nonostante questo, sono centinaia i musicisti che hanno dichiarato di essere stati influenzati dal suo genio: Jimi Hendrix affermò di essersi ispirato a Johnson per sviluppare il proprio stile, i Cream ripresero Cross road blues e From four until late, i Rolling Stones Love in vain, i Blues Brothers e molti altri Sweet home Chicago e i Led Zeppelin Traveling Riverside blues. Eric Clapton gli dedicò un intero album di cui scriverò più avanti.

Il blues iniziò ad uscire dalle piantagioni alla fine dell’Ottocento, ma fu negli anni ’20 del Novecento che questa musica conobbe il primo vero sviluppo.
I primi interpreti che iniziarono ad avere una certa fama anche presso i bianchi furono Bessie Smith (1894 – 1937), forse la più grande cantante nera di tutti i tempi, e poi W. C. Handy e Ma Rainey. Fu in questo periodo che  vennero incisi i primi dischi; il primo fu Booster blues di Blind Lemon Jefferson nel 1926. All’inizio il bluesman si accompagna solo con una chitarra e con un banjo, spesso alternando il canto con interventi di armonica a bocca; il primo vero maestro di armonica fu John Lee «Sonny Boy» Williamson (1914 – 1948) che rivoluzionò il modo di suonarla, aspirando le note invece di soffiarle.

Ipse Dixit: «Sembrava che la sua chitarra parlasse, che ripetesse le parole assieme a lui, una cosa che nessun altro al mondo sapeva fare. Questo suono colpiva molto le donne, in un modo che non riuscirò mai a capire. Una volta a saint Louis stavamo suonando ‘Come on in my kitchen’, lui suonava molto lentamente e con passione, e quando finimmo notai che nessuno diceva niente o applaudiva. Poi capii che stavamo piangendo tutti… donne e uomini, tutti.» (Johnny Shines, bluesman amico di Robert Johnson)

Ascolta dieci brani su radioscalo

Neil Young — On the beach (1974)

Se si escludono le estemporanee night-session di Tonight’s the nightOn the beach è il lavoro più drammatico, triste e doloroso di Young, ma anche quello meno negativo. 
Neil Young mette a nudo le sue esperienze facendone un punto di forza realizzando sei incubi agghiaccianti, tetri ed impenetrabili e due rifugi malinconici per il cuore. Storie di morte raccontate da chi è sopravvissuto, ricordi vicini e lontani che vengono rivisti con significati rivelatori. 
On the beach è una introspezione esistenziale con evidenti sottintesi psicoanalitici in un misto di irreale e quotidiano, di bisogno-abbandono, dove per la prima volta Neil Young vive la sua vita e le sue esperienze in prima persona. E’ l’impronta esasperata e vera del suo personale modo di intendere il blues: una musica cruda, chitarre sporche e lancinanti, ritmiche squadrate ed essenziali e su tutto la voce cruda di Neil che tesse frenetiche immagini surreali, suonate e interpretate esclusivamente per sé stesso.
Con queste confessioni autobiografiche On the beach cancella il passato ed esprime una nuova esigenza del musicista che artisticamente e umanamente lascia tutt’oggi stupefatti.

Popular Music (Indice)

Prefazione

 Indice:

1)   L’Africa e il Blues
2)   Dal blues rurale al blues urbano
3)   Rhythm’n’Blues e Soul
4)   Le anime del Soul
5)   Il Funk e il Rap
6)   Il Jazz dalle origini al Dixieland
7)   Il Jazz degli anni ’20 e ’30
8)   Il Jazz degli anni ’40 e ’50
9)   Il Jazz degli anni ’50 e ’60
10) Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa
11) USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60
12) USA – Il Rock degli anni ’70 e ’80
13) USA – Il Rock degli anni ’90 e millennio
14) Europa – Il rock degli anni ’60
15) Europa – Il rock degli anni ’70 (Parte prima)
16) Europa – Il rock degli anni ’70 (Parte seconda)
17) Europa – Il rock fine anni ’70 e ’80
18) Il rock: Africa e anni ’90
19) Italia: Il prog e fine anni ’70
20) Cantautorato 

Dischi segnalati:
1)   John Lee Hooker – Face to face (2003)
2)   Eric Clapton – Me & Mr. Johnson (2004)
3)   Ray Charles – Ray O.S. (2004)
4)   Aa. Vv. – The Blues Brothers O. S. (1980)
5)   Michael Jackson – Thriller (1982)
6)   Stevie Wonder – Songs in the key of Life (1976)
7)   Sky & the Family Stone – There’s a riot goin’ on (1971)
8)   Rui DMC – Raising hell (1986)
9)   Original Dixieland Jass Band – Livery stable blues (1917)
10) Louis Armstrong & Earl Hines (1989)
11) The best of Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker (1991)
12) Due Ellington – Live at Fargo (1940)
13) Charlie Parker – The complete Dial session (1999)
14) Joni Mitchell – Mingus (1979)
15) John Coltrane – A love supreme (1964)
16) Miles Davis – In a silent way (1969)
17) Paolo Fresu Quintet – The platinum collection (2008)
18) Doors – L.A. woman (1971)
19) Bob Dylan – Blowin’ in the Wind (1963)
20) Bruce Springsteen – Born to Sun (1975)
21) The Beatles – Revolver (1966)
22) Jimi Hendrix – Electric Ladyland (1968)
23) Led Zeppelin – III (1970)
24) Genesis – Nursery cryme (1971)
25) Pink Floyd – Atom Earth mother (1970)
26) David Bowie – Ziggy Stardust (1972)
27) Bob Marley – Exodus (1977)
28) U2 – The Joshua tree (1987)
29) PFM – Per un amico (1971)
30) Skiantos – Monotono (1978)
31) Fabrizio De Andrè – La guerra di Piero (1964)
32) Francesco Guccini (1972)
33) Lucio Battisti – Pensieri e parole (1971)
34) Vasco Rossi – Vita spericolata (1983)
35) Ligabue – Ligabue (1990)
36) Zucchero – Blue’s (1987)
37) Pino Daniele – Nero a metà (1980) – Vai mo’ (1981)

Protagonisti segnalati:
1)   Robert Johnson
2)   Ray Charles
3)   Due Ellington
4)   Charlie Parker
5)   John Coltrane
6)   Miles Davis
7)   Bob Dylan
8)   Bruce Springsteen
9)   Frank Zappa
10) The Beatles
11) Jimi Hendrix
12) Led Zeppelin
13) Pink Floyd
14) David Bowie
15) Bob Dylan
16) Bruce Springsteen
17) Frank Zappa
18) The Beatles
29) Jimi Hendrix
20) Led Zeppelin
21) Pink Floyd
22) David Bowie
23) U2
24) Fabrizio De Andrè
25) Francesco Guccini
26) Lucio Battisti
27) Vasco Rossi
23) Ligabue
24) Zucchero
25) Lucio Dalla

Ipse Dixit: vari autori

Bibliografia:
Enciclopedia Rock (Arcana Editrice)
Guida alla musica pop di Rolf-Ulrich Kaiser (Mondadori)

Blues, Jazz, Rock, Pop – E. Assante – G. Castaldo (Einaudi)
Il Popolo del Blues – Leroi Jones (Einaudi)
La musica giovane (Lucio Mazzi)

La terra promessa – G. Castaldo (Feltrinelli)

Elvis Costello — Imperial Bedroom (1982)

Il vegano Declan Patrick McManus in arte Elvis Costello è senza dubbio il personaggio chiave del pop britannico. Colui che ha restaurato la melodia a colpi di elettricità.
Imperial Bedroom è l’album che più di altri sintetizza la peculiarità della sua scrittura. La sua camera da letto mentale è quanto di meglio il pop costelliano possa offrire.
Le canzoni sono complesse, situate in atmosfere easy-jazz, tra pianto e ironia in un scenario avvolgente, non casuale, dove i brani sono un concentrato di dettagli sonori.
L’album è zeppo di punte di diamante che definisce nitidamente il suo sforzo creativo e la sua volontà di riconsegnare alla melodia una dignità spesso e volentieri calpestata da regole di mercato. I testi sono tutto meno che banali e consolatori.
Costello è uno dei pochi che si rendono conto che il pop non è un fenomeno limitato e introduce delle innovazioni di tipo strutturale e melodico. D’altronde il suo impeccabile gusto estetico ed emotivo non è altro che la regola dei corsi e ricorsi storici. E’ il rincorrersi di una musica tanto mutevole da formare, alla fine, una regola per lo sviluppo storico musicale del pop stesso.
Il disco, va ricordato, venne accolto dalla critica in maniera entusiastica mentre a livello commerciale si rivelò un flop ma poco contò per Elvis più attento alla forma d’arte che alle vendite.
Grande songwriter.