My Favorites Albums #14/100

Miles Davis – Kind of Blue (1959)

[…] Con il passare degli anni, Kind Of Blue è diventato non solo tra i dischi più venduti di tutti i tempi in ambito jazz, ma uno dei momenti musicali più importanti dell’intera cultura del ‘900. Non impauritevi dei tecnicismi e che sia solo musica “suonata” (sebbene moltissimi abbiano poi dato testi a queste musiche) e lasciatevi trasportare dal suono elegante, puro e dolcissimo di questo disco: anche chi non ha mai ascoltato un disco jazz ne resterà rapito, ci scommetto.

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Dick Hafer

Il 29 maggio 1927 nasce a Wyomissing, in Pennsylvania, John Richard Hafer, più conosciuto come Dick Hafer, sassofonista, flautista e gran suonatore di strumenti ad ancia è noto per il suo lavoro con importanti big band dalla fine degli anni ’40 in poi.
Hafer iniziò a suonare il clarinetto all’età di sette anni, prima di passare al sax tenore al liceo. Il suo debutto professionale avvenne con l’orchestra di Charlie Barnet nel 1949, seguito da collaborazioni con Claude Thornhill (1949-1950), Woody Herman (1951-1955) e altri come Tex Beneke e Bobby Hackett.
Si esibì e registrò con Benny Goodman (1962), Lionel Hampton, Elliot Lawrence (1958-1960) e Charles Mingus (album del 1963). Collaborò anche con coristi come Peggy Lee, Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Tony Bennett, e contribuì al lavoro in studio a Broadway e alla Merv Griffin Show Band dopo essersi trasferito a Los Angeles nel 1974.
Negli anni ’90 pubblicò due album da leader: ” In a Sentimental Mood” e “Prez Impressions ” (un tributo a Lester Young). Hafer è scomparso il 15 dicembre 2012, all’età di 85 anni, ricordato per il suo stile fluido, influenzato da Lester Young, nelle esibizioni con le big band.

I migliori album jazz #79

79: Metropole Orkest feat. John Scofield – 54 (2010)

L’arrangiatore americano Vince Mendoza, vincitore di sei Grammy, è famoso per le sue collaborazioni con artisti pop e rock (Björk, Joni Mitchell), ma ha anche lavorato con artisti jazz. Alla guida della formidabile Metropole Orkest olandese, nel 2010 Mendoza ha invitato il chitarrista jazz-rock statunitense Scofield come ospite a 54, che ha presentato sette adattamenti widescreen di brani tratti dal catalogo di Scofield e due brani originali. Il contrasto tra le aspre e grintose linee di chitarra di Scofield e i dettagli puntinisti delle orchestrazioni di Mendoza offre una giustapposizione di toni e texture di una drammaticità emozionante. I momenti salienti del set includono l’apertura sinfonica repressa, “Carlos”, che oscilla tra tensione e risoluzione, e “Out Of The City”, che emana un’atmosfera da swing metropolitano. Una scintillante interpretazione contemporanea della big band e uno dei più grandi album jazz di tutti i tempi.

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The Byrds

I Byrds sono stati una delle band più influenti degli anni Sessanta, ponte ideale tra il folk e il rock elettrico, tra la tradizione americana e la psichedelia nascente. Formatisi a Los Angeles nel 1964, con Roger McGuinn, Gene Clark, David Crosby, Chris Hillman e Michael Clarke, hanno cambiato il suono del decennio.
Il loro marchio di fabbrica è immediatamente riconoscibile: la Rickenbacker a 12 corde di McGuinn, dal timbro cristallino e tintinnante, che crea quell’effetto “jingle-jangle” diventato iconico. Con la cover di “Mr. Tambourine Man (1965), portano Bob Dylan nelle classifiche pop e danno forma al folk rock elettrico.

Album come Mr. Tambourine Man e Turn! Turn! Turn! definiscono un’estetica: armonie vocali luminose, testi poetici, arrangiamenti ariosi. Ma i Byrds non restano fermi. Con Fifth Dimension (1966) e soprattutto The Notorious Byrd Brothers (1968) esplorano territori psichedelici, sperimentando con effetti sonori e strutture più complesse.

Poi la svolta decisiva: con l’arrivo di Gram Parsons nasce Sweetheart of the Rodeo (1968), disco seminale del country rock. È un ritorno alle radici americane che influenzerà Eagles, Flying Burrito Brothers e gran parte della scena californiana degli anni Settanta.
La loro storia è segnata da tensioni interne e cambi di formazione, ma l’impatto resta enorme. I Byrds hanno saputo fondere tradizione e modernità, elettricità e introspezione. Un gruppo che ha aperto strade: al folk rock, alla psichedelia, al country rock.
Un suono limpido, ma rivoluzionario.

Superstition – Stevie Wonder (1972)

“Superstition” è uno di quei brani che non si ascoltano soltanto: si sentono nel corpo. Pubblicata nel 1972, rappresenta uno dei vertici creativi di Stevie Wonder e uno dei manifesti assoluti del funk moderno.
Il cuore pulsante della canzone è il celebre riff di clavinet: tagliente, ipnotico, quasi percussivo. È un suono nervoso, elastico, che crea immediatamente tensione e groove. Attorno si intrecciano una batteria incalzante, fiati esplosivi e un basso profondo che costruisce un’architettura ritmica irresistibile. È funk allo stato puro, ma con una raffinatezza armonica tipicamente soul.

Il testo affronta il tema della superstizione come forma di ignoranza e paura: “When you believe in things that you don’t understand, then you suffer”. Wonder non predica, ma mette in guardia, con energia e consapevolezza. È una critica sociale travestita da hit radiofonica.
La voce è magnetica: Stevie alterna grinta, ironia e potenza espressiva con naturalezza straordinaria. C’è ritmo, ma anche intelligenza musicale; c’è ballabilità, ma anche profondità.
“Superstition” non è solo una canzone iconica degli anni Settanta: è un pilastro della musica nera americana, un brano che ha ridefinito il linguaggio del funk e continua a suonare attuale, vibrante, necessario.

Edgar Hayes

Il 23 maggio 1904 a Lexington, nel Kentucky, nasce il pianista Edgar Hayes, uno dei protagonisti dell’epopea del jazz orchestrale statunitense degli anni Quaranta e Cinquanta. Il suo nome completo è Edgar Junius Hayes. Il suo rapporto con la musica è precoce. Inizia a studiarla da ragazzo e coltiva il suo talento prima con lezioni private poi frequentando regolari corsi in istituti di Fisk e di Wilberforce.
Hayes si distinse negli anni ’30 come pianista e arrangiatore per la Mills Blue Rhythm Band diretta da Lucky Millinder dal 1931 al 1936. Nel 1937 formò la propria orchestra, effettuando tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e registrando per la Decca e la Varsity. Il suo singolo di successo del 1938 abbinava “Star Dust” (il suo tema distintivo) alla prima registrazione di “In the Mood”, composta da Joe Garland e poi diventata un enorme successo per Glenn Miller.
I divieti di registrazione e lo scioglimento della band durante la Seconda Guerra Mondiale lo condussero in California nel 1941, dove formò il quartetto Stardusters con musicisti come Teddy Bunn e lavorò come resident in vari club, tra cui la Somerset House e il Reuben’s Restaurant. Compose canzoni come “Someone Stole Gabriel’s Horn” e suonò il pianoforte lounge fino agli anni ’70, morendo il 28 giugno 1979 a San Bernardino.

Larry Towell

Larry Towell è nato in Canada nel 1953, in una grande famiglia contadina.
Studente di Arti visive alla York University di Toronto (1972-1976), parte in seguito per un lungo periodo come volontario a Calcutta.
Qui comincia a fotografare e scrivere intomo a una serie di problemi sociali. Al suo ritorno, sostiene economicamente la famiglia insegnando musica popolare e nel 1984 comincia a lavorare come fotografo e scrittore freelance su argomenti come povertà, esilio, ribellione dei contadini e completando progetti sul Nicaragua, i familiari degli “scomparsi” in Guatemala, i reduci del Vietnam tornati a ricostruire il Paese nel dopoguerra ecc… Nel 1988 diventa nominee di Magnum Photos e nel 1993 membro effettivo.
Nel 1996 completa un progetto basato su dieci anni di reportage in Salvador e realizza, al contempo, un vasto lavoro sulla comunità migrante dei Mennoniti in Messico. Nel 1997 è la volta di un reportage sui palestinesi.
Attualmente sta completando un reportage sulla sua famiglia e la casa dove vive, nella parte più rurale dell’Ontario.
Ha esposto in diverse mostre e i suoi reportage sono apparsi su molte riviste interazionali. Ha ricevuto numerosi premi tra cui diversi World Press Photo, “Pictures of the Year”, i premi intitolati a Eugene Smith, Oskar Bamak, Ernst Haas, Roloff Beny, Alfred Eisenstaedt e il premio Hasselblad.
Ha vinto nel 2003 la prima edizione del premio Henri Cartier-Bresson che gli ha permesso di completare il lavoro sulla Palestina, raccolto nel 2005 in un libro e una mostra.
Ha pubblicato, tra l’altro Burning Cadillacs (1983); Gifts of War (1988); Somoza’s Last Stand (1990); House on Ninth Stree (1994); El Salvador (1997); Then Palestine (1998); The Mennonites (2000); No Man’s Land (2005).

Magnum PhotosArtsy Fotografiaartistica

Elvis Presley – Elvis Presley (1956)

Nel 1955 Elvis Presley da Memphis, Tennesse, è già conteso dalle principali case discografiche americane. La spunta la Rca, che offre al colonnello Parker, il suo nuovo agente, la somma senza precedenti di 35 mila dollari. Nell’accordo sono comprese anche le 25 canzoni che Elvis ha registrato con la Sun Records di Sam Phillips, da My Happines, il pezzo country che aveva inciso il 18 luglio 1953 come regalo di compleanno per sua madre Gladys, a When It Rains It Really Pours, cantata in un momento imprecisato dell’autunno del 1955. A gennaio del 1956, tra Nashville e New York, la nuova casa discografica gli fa mettere su nastro altre undici tracce, e tra queste c’è anche Heartbreak Hotel, che viene pubblicata immediatamente e immediatamente finisce in testa alle classifiche, primo numero uno di un futuro numero uno (e singolo piú venduto dell’anno, a fine 1956). La canzone è firmata da Mae Boren Aston, un’insegnante con la passione per la musica, e da Thomas Durden, che ammetterà candidamente di non aver piú riconosciuto la propria creazione, una volta interpretata da Elvis. Racconterà poi di averla scritta dopo aver saputo di un suicida che aveva distrutto ogni traccia di sé, comprese le etichette dei vestiti, e prima di ammazzarsi nella sua stanza d’albergo aveva scritto solo: «Cammino su una strada solitaria». Nell’album che esce di li poco, però, Heartbreak Hotel non c’è. Il 33 giri è ancora uno strumento rozzo, e i due lati del long playing vengono utilizzati per raccogliere i brani che presumibilmente non saranno mai singoli di successo. E se, grazie ai dischi della Sun, Presley era parso un cantante country con qualche sfumatura nera, questa volta si vuole rovesciare l’equilibrio: rhythm and blues vince sette a cinque. Sette sono le canzoni nuove, quelle della Rca, cinque quelle acquistate dalla Sun. Tra le novità, Tutti Frutti, che annuncerà al mondo l’esistenza di Little Richard, e Blue Suede Shoes, di Carl Perkins, che non esce come singolo per non turbare la carriera di uno degli artisti di punta della Sun Records. Cautele inutili: prima della fine dell’anno tutti i dodici pezzi usciranno su 45. Nessuno arriva più in cima, ma la ruota della storia ha inesorabilmente cominciato a girare. Il mondo è finalmente pronto per EIvis Presley.

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