Al Jarreau: un originale talento vocate tra Jazz, R&B e Pop

Oggi, 12 marzo, si celebra l’anniversario della nascita di Al Jarreau, avvenuta nel 1940 a Milwaukee, negli Stati Uniti. Al Jarreau, il cui vero nome era Alwyn Lopez Jarreau, crebbe in un ambiente familiare profondamente immerso nella musica: la madre era pianista e il padre, pastore della Chiesa Avventista del Settimo Giorno, era anch’esso cantante.
Al Jarreau è stato un celebre cantante e compositore americano, noto per la sua voce versatile e per essere l’unico artista ad aver vinto Grammy Awards in tre diverse categorie: jazz, pop e R&B. La sua carriera durò oltre cinque decenni e si distinse per la sua capacità di spaziare tra generi musicali, sperimentando con le sonorità e utilizzando la voce come uno strumento vero e proprio.
Nato a Milwaukee, Wisconsin, Jarreau iniziò a cantare in chiesa fin da giovane, influenzato dal gospel, ma sviluppò presto un interesse per il jazz, il soul e il pop. Sebbene si sia laureato in psicologia e abbia lavorato come assistente sociale, la passione per la musica ebbe presto la meglio, e alla fine degli anni ’60 cominciò a esibirsi nei club di Los Angeles, dove il suo talento fu notato.
Uno dei punti di forza di Jarreau era la sua capacità di scat, una tecnica vocale di improvvisazione tipica del jazz, e il modo in cui imitava strumenti musicali con la voce. Questa abilità, insieme al suo timbro vocale unico, lo rese un interprete incredibilmente originale.
Le sue collaborazioni con artisti di generi diversi, come George Benson e Chick Corea, hanno messo in luce la sua capacità di adattarsi a stili musicali vari, pur mantenendo sempre la sua firma vocale unica. Era apprezzato non solo come artista jazz, ma anche nel mondo della musica pop e R&B, riuscendo a colmare il divario tra i generi con la sua arte.
Al Jarreau ha ricevuto sette Grammy Awards nel corso della sua carriera, dimostrando il suo impatto duraturo e la sua eccellenza in vari campi musicali. La sua morte, avvenuta nel 2017 all’età di 76 anni, lasciò un grande vuoto nel panorama musicale internazionale, ma la sua eredità continua a vivere attraverso le sue registrazioni e l’influenza che ha esercitato su molti artisti successivi.
Il suo stile innovativo, la sua personalità magnetica e la sua incredibile tecnica vocale fanno di Al Jarreau una figura unica nella storia della musica.

Keith Jarrett – The Koln Concert (1975)

“Secondo me la miglior musica è sempre quella che suona come se non ci fosse stato nulla di scritto prima di essa. Se possibile, bisogna sempre tornare a ripartire dal silenzio”

Con queste parole Keith Jarrett esprimeva il suo personalissimo concetto di musica fatto da continue scoperte. Settanta minuti d’improvvisazione geniale, un continuo smussare pensieri musicali in evoluzione con impostazioni fluide e un particolare uso percussivo delle tastiera. Jarrett non è un caposcuola, non ha discepoli devoti, eppure è un maestro unico. Il ‘concerto di Colonia’ carpisce un momento di grandissima creatività. Il pianista sceglie un suono o una frase e la elabora estemporaneamente, senza premeditazione alcuna, solo con meravigliosa spontaneità e gusto imprevedibile.

“Non possiedo nemmeno un seme quando comincio a suonare. E’ come partire da zero”.

Passaggi veloci, prepotenza generosa di estrema liricità ed una grande musica senza spartito che poggia le sue basi, oltre che sull’abilità tecnica, sulla possibilità di continuare ad inserire nuovi suoni, nuove melodie.

Un artista randagio che cercherà ancora la sua poesia interiore con modalità inusitate, con avventure roboanti e per certi versi eccessive. Questa resta indubbiamente l’essenza sublime del suo inarrestabile pianismo, un album jazz che a tutt’oggi ha venduto qualcosa come duemilioni e mezzo di copie.

“Il jazz è lasciare che la luce brilli. Non cercare di accrescerla, lasciarla essere”. 

Mahalia Jackson: la Signora del Gospel del ‘900

Il 26 Ottobre del 1911, a New Orleans, in Louisiana, U.S.A., nasceva la cantante “Gospel” Mahalia Jackson. Ampiamente considerata come la “Regina del Gospel”. È celebrata per la sua voce potente, la sua consegna emotiva e i contributi significativi al genere della musica gospel. La sua influenza si estese oltre la musica, poiché divenne una figura importante nel movimento per i diritti civili. Mahalia Jackson è nata in una famiglia di musicisti e ha iniziato a cantare nella chiesa battista di Mount Moriah a New Orleans. La sua prima esposizione alla ricca cultura musicale della città, che includeva jazz, blues e gospel, ha plasmato il suo stile vocale. Nonostante la povertà e le sfide personali, la passione di Jackson per la musica gospel è cresciuta. All’età di 16 anni, si trasferì a Chicago per vivere con i parenti, dove si unì al coro della Greater Salem Baptist Church. La sua potente voce da contralto attirò presto l’attenzione e iniziò ad esibirsi alle funzioni religiose e agli eventi gospel in tutta la città. Negli anni ’30, Jackson iniziò a registrare, ma la sua carriera decollò davvero negli anni ’40 con l’uscita di “Move On Up a Little Higher” nel 1947. La canzone ebbe un enorme successo, vendendo milioni di copie e rendendola un nome familiare. È stata una delle canzoni gospel più vendute di tutti i tempi e ha svolto un ruolo cruciale nel portare la musica gospel a un pubblico più ampio. Il canto di Jackson era caratterizzato dalla sua voce ricca ed emotiva e dalla sua capacità di trasmettere una profonda convinzione spirituale. Ha mescolato il gospel tradizionale con elementi di blues e jazz, creando un suono unico e potente.

Janis Joplin, addio…

Janis Joplin morì di overdose accidentale il 4 ottobre 1970, all’età di 27 anni. E’ nata da Dorothy Bonita East e Seth Ward Joplin, un ingegnere della Texaco. Aveva due fratelli più piccoli, Laura e Michael. I suoi genitori sentivano che aveva bisogno di più attenzioni rispetto agli altri figli, il che la portò a fare amicizia con un gruppo di emarginati che la introdussero alla musica blues di artisti come Bessie Smith, Ma Rainey e Lead Belly. Questa esposizione ha influenzato la sua decisione di diventare una cantante. Joplin ha frequentato la Thomas Jefferson High School, dove è stata ostracizzata e vittima di bullismo a causa del suo peso e dell’acne. Si laureò nel 1960 e frequentò il Lamar State College of Technology e l’Università del Texas ad Austin, anche se non completò gli studi universitari. La carriera musicale professionale di Joplin è iniziata con Big Brother and the Holding Company, un quintetto rock. Ha registrato sette tracce in studio con la sua chitarra acustica nel 1965, inclusa la sua composizione originale “Turtle Blues” e una versione alternativa di “Cod’ine” di Buffy Sainte-Marie. Questi brani furono successivamente pubblicati come album intitolato This is Janis Joplin 1965 nel 1995. Nel 1967, Joplin lasciò i Big Brother e formò la sua band, la Kozmic Blues Band. La sua ultima esibizione con i Big Brother fu a una festa di beneficenza di Chet Helms a San Francisco il 1 dicembre 1968. Continuò a esibirsi con la Kozmic Blues Band fino allo scioglimento della band alla fine del 1969. Le relazioni significative di Joplin includevano quelle con Peter de Blanc, Country Joe McDonald, David (George) Niehaus, Kris Kristofferson e Seth Morgan. Ha avuto anche relazioni con donne, tra cui Jae Whitaker e Peggy Caserta, con le quali ha avuto una relazione romantica ed era un’eroina dipendente per via endovenosa. Janis Joplin è stata inserita nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1995 e ha ricevuto un Grammy Lifetime Achievement Award nel 2005. La sua eredità è stata celebrata attraverso vari tributi e spettacoli, tra cui una produzione di Broadway intitolata A Night with Janis Joplin e un film documentario biografico intitolato Janis: Little Girl Blue. Nel 2023, Rolling Stone ha classificato Joplin al numero 78 nella lista dei 200 più grandi cantanti di tutti i tempi.

Junkboy – Littoral States (2024)

I fratelli Mik e Rich Hanscomb hanno girovagato a vari livelli i confini del folk, dell’ambient, del dream pop, del post-rock e dello stile fantasioso di Ghost Box e, negli ultimi anni, hanno trasformato questa tendenza in qualcosa che è più definitivamente legato ai paesaggi e ai sentimenti che evocano.

Come suggerisce il titolo, Littoral States è un album di coste, di confini unici e mutevoli delimitati da acqua, roccia e schiuma. Quindi, anche se una canzone può essere radicata in un luogo, rimane fluida e spesso difficile da definire. La natura molto specifica del paesaggio folcloristico del Sussex.

C’è un elemento di purificazione o ringiovanimento nella musica dei fratelli Hanscomb: l’album è stato in parte ispirato dalla morte del padre e da un amore familiare condiviso per la campagna costiera del Sussex, e c’è un generale senso di perdita – e di speranza. – in tutti gli Stati litorali che sembrano legati alla presenza del mare.

La peculiarità del disco è la capacità di creare musica melodica, intelligente e inquietante che scivola dentro e fuori dai generi ma rimane sempre fedele al tema generale dei luoghi e al modo in cui le emozioni umane interagiscono con quei luoghi. Littoral States è una mezz’ora di musica coinvolgente e soddisfacente.

Ascolta l’album

Jefferson Airplane — Volunteers (1969)

A metà degli anni sessanta, specialmente in California esplodono le feste hippy, la sbornia mistica, l’equazione tra amore e libertà trionfa, la maggior parte dei gruppi West-Coast sono attivissimi ed in prima fila nella contestazione al “sistema” ed alla guerra al Vietnam.

I Jefferson, formatosi nel ’65, conoscono già il successo, soprattutto grazie a un percorso artistico che partendo dal folk revival acustico li portano alla psichedelia, al rock “acido”, alle ballate libertarie e impegnate. La loro “visione” musicale è per lo più una ricerca collettiva che li porta pian piano ad annullarsi come entità fissa per ridefinirsi come collettivo aperto alle collaborazioni.

Nel novembre del 1969 esce “Volunteers” il loro l’album più polemico. Gli ospiti del disco sono come sempre importanti: Jerry Garcia, Joey Covington, David Crosby, Nicky Hopkins al pianoforte e Stephen Stills all’organo hammond. Paul Kantner, Steve Stills e David Crosby firmano insieme “Wooden ships” uno dei momenti più riusciti dell’album. “Volunteers” si apre con “We can be together”, un vero e proprio inno alla fratellanza mentre “Hey Fredrick”, scritta da Grace Slick è uno dei momenti più toccanti con il piano di Nicky Hopkins. Altri brani interessanti sono “Good Shepherd” un traditional arrangiato da Jorma Kaukonen e “Meadowlands” con Grace Slick all’organo.

Un album fantasioso, provocatorio nel quale i Jefferson esprimono la violenta presa di posizione del gruppo sui temi politici in linea con la protesta studentesca nei “campus” delle università californiane. Musicalmente il disco è costruito intorno al talento individuale dei vari componenti della band che presentano Grace Slick alla voce, Paul Kantner alla chitarra, Marty Balin (fondatore del gruppo), Jorma Kaukonen alla chitarra, Spencer Dryden alla batteria e Jack Casady al basso.

La musica dei Jefferson Airplane è stata un perfetto esempio di musica allo stesso tempo militante, almeno nell’accezione del grande movimento americano, e totalmente disposto ad ogni “apertura”. Questa peculiarità è confermata in “Volunteers”, nel quale il vecchio patriottismo, l’attaccamento ai valori fondamentali della nazione americana, erano completamente rigenerati alla luce della rivoluzione di quegli anni: una vera e propria chiamata alle armi che col senno di poi suona come il canto del cigno del movimento.

The Jesus And Mary Chain — Darklands (1987)

Quando ascoltai per la prima volta i “The Jesus And Mary Chain” ebbi nei loro confronti un atteggiamento estremamente conservatore, lo stesso che manifestai — lo ammetto — nel ’77 quando vennero fuori i Sex Pistols: che diamine — consideravo tra me e me — come si permettono questi sfacciati di bistrattare il vecchio rock di papà Elvis?

Ripensandoci, ho commesso lo stesso imperdonabile errore: dietro a quell’atteggiamento cinico, come sovente accade, si nasconde il vero amore e l’atteggiamento giusto, in grado di “preservare la specie”; nel senso di rock, quello genuino e privo da qualsiasi contaminazione che non abbia bisogno di scaricare le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente “maleducato”, dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l’attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità; il rock’n’roll, dunque, ha ciclicamente bisogno dei suoi Sex Pistol e Jesus And Mary Chain per “strattonarsi” ancora una volta sulla strada giusta, che è poi quella sbagliata, e non è un gioco di parole. Il rock è sempre dall’altra parte della strada, il rock — anche quando si nasconde dietro forme più accessibili — è, se vissuto con coerenza, comunque “di rottura”.

A due anni da Psychocandy, nell’autunno del 1987, Jesus And Mary Chain tornano con Darklands, un lavoro più maturo, meditato, studiato; meno rumorismo, come era lecito aspettarsi, e più pop, più canzonette, ma sempre taglienti come rasoiate settantasettine. E’ l’album che mostra l’attitudine che farà dei fratelli Reid dei compositori indimenticabili.

Nei solchi (siamo nel ’87 e il CD latita ancora per poco) le zelanti sonorità vengono condite da testi tutt’altro che stupidi, materiale ben lungi dall’essere risaputo o stereotipato. In fondo, come detto all’inizio, è sempre dietro alle devianze che si nasconde la purezza d’intenti, dietro il disgusto si cela il sopraffino.

Hellhound on my trail – Robert Johnson (1937)

Robert Johnson scrisse pochissime canzoni, ventinove per l’esattezza, un testamento di ventinove magiche canzoni prima di restituire, come da leggenda, l’anima al demonio. Partendo da una frase, quella del titolo, che molti bluesmen prima di lui avevano utilizzato in altre composizioni, Johnson costruisce un percorso di terrore e buoi, paura e tormento. Rispetto ai predecessori, Johnson non si limita a cantare una possibilità, quella che i cerberi, i feroci mastini posti a guardia delle porte dell’inferno, siano sulle sue tracce. Quello che canta Johnson è la certezza che ciò stia accadendo, per ammonirlo che il momento è vicino, la fine prossima.

Robert Johnson

Nasce nel 1911 ad Hazlehurst nel Mississipi.

Personaggio misterioso e musicista inquietante, Robert Johnson può essere considerato l’alchimista del blues. Una breve vita spesa in alcol, donne e imbrogli, quindi una morte violenta avvolta da un fitto alone di mistero. Assassinio o suicidio’ Vendetta o tragica fatalità? Resta il fatto che questo straordinario musicista nel giro di due anni è riuscito a capovolgere tutti i canoni ufficiali del blues: la forma, la struttura, l’equilibrio dell’improvvisazione. La sua stupefacente tecnica chitarristica e le sue ballate sono dei veri modelli in espansione ripresi e amplificati sino ai giorni nostri. Come poteva questo ladro-ubriacone incallito sparire nel nulla per riapparire poi come custode geloso di tutti i segreti meccanismi della “musica del diavolo”? La leggenda narra di un patto di sangue con il maligno, il quale gli donò un prodigioso talento e una conoscenza superiore a tutte le tecniche di mille bluesmen dell’epoca messi insieme.

Occultismo, stregoneria, semplice leggenda, resta il fatto che i suoi dischi (una quarantina di brani) incisi nella sua breve carriera, sono un documento d’importanza storica ed artistica incalcolabile.

Morto nel 1938, aveva appena 27 anni, due fotografie virate seppia e un certificato di morte per un whisky avvelenato.

Wikipedia – Blues and Blues

Janis Joplin — Pearl (1971)

Atto finale della più grande cantante blues bianco mai esistita poco prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre del 1970, a causa di un miscuglio di alcol e droga. Pearl è il canto del cigno di una donna sola, infelice, che canta la sua tristezza con rabbiosa determinazione. A due passi dall’autodistruzione Janis Joplin realizza a Los Angels il sogno di emulare la sua antica maestra nera, Bessie Smith. Ogni brano è un gemito, un pianto disperato dove il sesso e l’anima si uniscono per diventare emozione sconvolgente, viva, esplosiva. Non ci sono più le certezze di essere l’unica star di un gruppo di dilettanti come i Big Brothers nè il dilemma e la paura del fallimento con la degenerazione sonora di Kozmic Blues, ma c’è un’artista che sente la fine un attimo prima e vuole dare il meglio di sè per esser ricordata.

Uscito postumo, Pearl è un epitaffio alla Spoon River. Si possono rintracciare canzone dopo canzone, nascita, splendore, miseria e morte di un talento inimitabile a cui bastava soltanto un sorso di bourbon per riprendere fiato, rialzarsi dal fango e scatenare il delirio.