A Quick One, While He’s Away – The Who (1966)

Siamo nel 1966, e l’ambizione del rock sta diventando sempre più grande. Gli artisti principali, i Beatles, Dylan, gli Stones, i Kinks tanto per citarne alcuni, cominciano a stare stretti nel formato della canzone pop di tre minuti. A Quick One, While He’s Away racconta la storia di una ragazza che resta sola perché il suo uomo è partito da quasi un anno e si consola, per meglio dire trova rimedio, con un engine driver, un macchinista di passaggio. Quando il fidanzato ritorna, lei gli confessa il tradimento e lui alla fine la perdona. Non è tanto la storia na essere interessante, quanto la struttura del brano, che vede tutti e quattro i componenti della band mettere in scena un’opera con personaggi diversi e con un unico tema. A Quick One, While He’s Away è un brano di svolta, è il primo vero tentativo degli Who di uscire dall’universo mod e puntare dritti al centro, al cuore del rock. È soprattutto un brano che indica una strada, dice al mondo che il rock si può usare per uscire dai cliché, che il rock non ha limiti e confini se non quelli della creatività degli artisti. Per gli Who sarà un cambiamento fondamentale, per il rock uno dei mattoni che porterà dritti al progressive e a cambiare la storia della musica popolare.

Gillian Welch and David Rawlings -Woodland (2024)

Gillian Welch e David Rawlings hanno pubblicato il loro decimo album in studio, “Woodland”, tramite la loro etichetta Acony Records il 23 agosto 2024. La raccolta di 10 canzoni è un mix di brani di band completa e intricate esibizioni in duetto, il tutto legato al suono e ai testi distintivi di Welch e Rawlings e conferma la posizione della coppia in prima linea nella scena della musica acustica. “Woodland” prende il nome ed è stato registrato nei Woodland Sound Studios di Welch e Rawlings a Nashville. Hanno detto: “Woodland è al centro di tutto ciò che facciamo, e lo è da circa vent’anni. Gli ultimi quattro anni sono stati trascorsi quasi interamente tra le sue mura, riportandolo in vita dopo il tornado del 2020 e realizzando questo disco. La musica è (le canzoni sono) un vortice di contraddizioni, vuoto, pienezza, gioia, dolore, distruzione, permanenza. Ora.” “Woodland” è il loro primo album da “All the Good Times” del 2020, una raccolta di cover e canzoni folk classiche che gli è valsa il Grammy 2021 per il miglior album folk, ed è il loro primo album di nuova musica originale da “Poor David’s Almanack” del 2017.

Ascolta il disco

Tom Waits: cantautore dalla voce vissuta

Oggi è il 7 dicembre, ed in questo giorno, nel 1949, a Pomona, Los Angeles, California, U.S.A., nasceva Tom Waits.
Tom Waits è un cantautore, compositore e attore statunitense noto per la sua voce unica e inconfondibile, spesso descritta come “vissuta” o “grattata”. La sua voce è il risultato di anni di interpretazioni intense, fumo di sigarette e un approccio al canto che mescola blues, jazz, rock e avanguardia.
La carriera di Waits è iniziata negli anni ‘70, e nel corso dei decenni è diventato una figura di culto nel panorama musicale. La sua musica è caratterizzata da testi poetici, spesso cupi e surreali, che raccontano storie di personaggi marginali e situazioni strane o malinconiche. L’atmosfera delle sue canzoni è spesso evocativa di mondi sotterranei, notti senza fine e paesaggi urbani decadenti.
Waits ha anche esplorato il teatro e il cinema, lavorando con registi come Jim Jarmusch e Francis Ford Coppola. La sua influenza si estende ben oltre la musica, lasciando un’impronta significativa nella cultura popolare e ispirando innumerevoli artisti in diversi campi.
In sintesi, Tom Waits è un artista poliedrico il cui contributo alla musica e all’arte è stato profondamente influenzato dalla sua voce “vissuta”, che è diventata il suo marchio di fabbrica e un simbolo del suo stile unico e inimitabile.

Warpaint — Warpaint (2014)

Ci sono voluti ben tre anni per pubblicare questo secondo lavoro dal titolo omonimo, il loro debutto “The Fool” infatti, risale alla fine del 2010. Le Warpaint sono quattro ragazze che si sono formate a Los Angeles nel 2004.

Fin dai primi ascolti il sound trasmesso, per usare degli aggettivi poco efficaci, è un mix psichedelico e ipnotico. Le voci sono sicuramente il loro punto di forza ma anche la vivace base ritmica e le esplosioni di chitarre non sono da meno. Per certi aspetti il suono che ne deriva è più adatto ad atmosfere notturne che alla luce del sole.

Il non essere facile a paragonare le Warpaint ad altri predecessori sta a significare che il loro stile è abbastanza unico e originale. Le atmosfere a volte serene e volte inebrianti riescono a far breccia ascolto dopo ascolto.

Se i testi si focalizzano su tribolazioni amorose e relazioni complicate, la peculiarità sonora è proprio quella di adattarsi a questi contesti, e quindi il creare delle tensioni emotive tangibili e dense.

Con il loro intreccio a quattro voci, emozionante e coraggioso, le Warpaint convincono e ci offrono un bel disco scintillante da ascoltare tutto d’un fiato senza remore e pregiudizi. Dodici canzoni che formano un collage semplice e diretto.

Cassandra Wilson — Silver Pony (2010)

Silver Pony è il ventesimo album di Cassandra Wilson ed è composto da undici brani, alcuni dei quali sono registrati dal vivo durante il suo tour estivo del 2009.

Figlia di un musicista jazz e di un’insegnante appassionata di rhythm and blues, la cinquantacinquenne Cassandra Wilson è tra le più brave e belle voci del panorama musicale internazionale. Dotata di tecnica impeccabile e di una grande comunicatività emotiva, questo Silver Pony ne conferma la veridicità.

Il titolo dell’album prende spunto da un fatto successo alla cantante quando era piccola e lo racconta lei stessa: “Un giorno arrivò un uomo nel mio paese, a Jackson nel Mississippi, con un pony e una macchina fotografica” e continua “Pagando potevi farti fare una foto sul pony“. La Wilson riuscì a fare la sua foto nonostante la madre non fosse molto d’accordo “Sono così felice che mi permise di salire sul pony” dice ora “Ero una bambina senza paura, e penso che invece lei mi volesse un po’ meno incosciente“. Ora “quella famosa foto” è diventata la copertina di questo suo ultimo lavoro discografico.

Nelle sonorità del disco, traspaiono le sue radici, i ricordi legati alla sua infanzia, alla sua famiglia e soprattutto al suo Mississippi. Dalla sua terra natale quindi, note di blues e R&B, ma anche jazz, influenze gospel, “tocchi” africani e brasiliani e perché no, anche un leggero pop.

Accompagnata da ottimi musicisti tra cui Ravi Coltrane (si, il figlio), il disco “scivola” via con grande piacere e profondo sentimento. Il suo strumento, la voce, calda e profonda, intrecciata alle atmosfere create dal fraseggio di chitarra, basso, pianoforte, percussioni e dal sax, creano emozioni pure, limpide come le acque di un torrente. 

Il blues selvaggio di Howlin’ Wolf

Il 10 giugno 1910 nasce ad Aberdeen, nel Mississippi il bluesman Chester Arthur Burnett, meglio conosciuto come Howlin’ Wolf, uno degli artefici della rivoluzione nel blues nel dopoguerra con l’innesto sugli stili del blues di Chicago dell’aggressività e dell linguaggio musicale del blues rurale. Un artista imponente, straordinario, con un ringhio distintivo e roco, Howlin’ Wolf è stato tra i musicisti blues più influenti degli anni del dopoguerra. Originario del Mississippi, si trasferì a Chicago e registrò per la Chess Records di quella città, Wolf fu in prima linea nella trasformazione del blues acustico del sud rurale nel blues elettrico e urbano di Chicago, ed era uno dei preferiti di molti dei primi artisti influenzati dal blues. Musicisti rock, tra cui i Rolling Stones e Jimi Hendrix.
Dopo che i suoi genitori si sono separati, è stato mandato a vivere con uno zio che lo ha trattato duramente e all’età di 13 anni è scappato per vivere con suo padre, un mezzadro. Wolf è stato ispirato a suonare dai tanti bluesmen che hanno viaggiato attraverso il delta del Mississippi, in particolare da Charley Patton. Nel 1928, dopo aver ricevuto una chitarra come regalo di compleanno, Burnett convinse Patton a dargli lezioni. Wolf fu influenzato dal canto potente e roco di Patton, uno stile che si adattava naturalmente a Wolf, che era alto più di un metro e ottanta e pesava quasi 300 libbre. Ben presto Burnett si esibì nei juke-joint di notte mentre di giorno lavorava nella fattoria di suo padre. Chester ha fatto una forte impressione sul pubblico, suonando una delle prime chitarre elettriche che molti membri del pubblico avessero mai visto e accompagnandosi con la sua armonica percussiva e canti, ringhi e ululati emotivi – uno stile grezzo che gli è valso il soprannome di “Howlin'”. Lupo.” Nel 1941 Wolf fu arruolato e prestò servizio tre anni nell’esercito. Fu dimesso dopo aver subito un esaurimento nervoso e nel 1948 si stabilì a West Memphis, in Arkansas, e formò una band elettrica dallo stile deciso. Wolf attirò l’attenzione di Sam Phillips, proprietario di uno studio di registrazione di Memphis che avrebbe poi fondato la leggendaria Sun Records, e la Philips registrò Wolf e affittò alcuni lati alla Chess Records di Chicago. Rilasciati nel 1952, andarono abbastanza bene perché Chess offrisse a Wolf un contratto, e nel 1953 Wolf si trasferì a Chicago, dove avrebbe vissuto per il resto della sua vita.

Muddy Waters: il “padre” del Blues “elettrico”

Il 30 aprile 1983, a Westmont, Illinois, USA, si spegneva il grande cantautore e chitarrista Muddy Waters. Nato nel 1913 a Rolling Fork, Mississippi, USA, il suo vero nome era McKinley Morganfield. Il soprannome “Muddy Waters” gli fu dato dalla nonna durante l’infanzia, riflettendo la sua abitudine di giocare nel fango lungo le rive del Mississippi. All’età di nove anni iniziò a suonare l’armonica e a sedici anni la chitarra. Continuando a lavorare nei campi di cotone, iniziò a guadagnare suonando nelle feste locali. Prese lezioni di musica dal chitarrista e violinista Son Slims, con il quale fece anche la sua prima registrazione. Per un periodo gestì un Juke Joint, un locale improvvisato per il gioco d’azzardo e la musica dal vivo, prima di trasferirsi a Chicago, dove il blues stava emergendo come genere predominante. Lavorando come autista, si esibiva nei locali serali, venendo notato e ottenendo il suo primo contratto discografico con la Chess Records. Formò una band eccezionale con Little Walter all’armonica, Jimmie Rogers alla chitarra, Elga Edmonds alla batteria e Otis Spann al piano. Con questa formazione registrò vari dischi e ottenne successo negli anni ’50. Il 1958 segnò il suo successo in Europa con un tour in Inghilterra, dove il suo blues elettrico fece sensazione. Successivamente, registrò album in collaborazione con icone del blues come Howlin’ Wolf, Little Walter, Rory Gallagher, Bo Diddley e Steve Winwood. Il suo stile di blues elettrico, definito “urbano”, influenzò generazioni di musicisti e fu considerato un “anello mancante” tra il Delta Blues e il Rock’n’Roll. Ricevette numerosi Grammy Awards e Blues Music Awards, fu inserito nella Rock’n’Roll Hall of Fame e nella Blues Foundation Hall Of Fame. Nel 1994 gli fu dedicato un francobollo americano da 29 centesimi. Considerato il “padre del Chicago Blues” e uno degli artisti più influenti del XX secolo, la sua vita fu raccontata nel film “Cadillac Records” del 2008.

Steve Wynn — Kerosene Man (1990)

Il primo album solista di Steve Wynn, leader dei disciolti Dream Syndicate, è un disco vario, denso di umori, con qualche puntata personale verso sonorità più ricercate dove si dimostra autore con meno rabbia del rocker dei Syndicate, ma con più idee, con un uso degli strumenti vario, mille sfaccettature nella musica, tanto che il disco mostra di avere diverse cose che si riescono a scoprire solo dopo vari ascolti.
L’album rivela un Wynn musicista più maturo, non più il ragazzo dai suoni acidi ma un scrittore ed interprete rock di vero talento. I suoni del disco richiamano in parte i Syndicate e in parte fanno apparire un lato nuovo, quello del balladeer notturno.
E’ chiaro che Wynn con questo lavoro ha voluto prendere le distanze dal vecchio suono a cui ci aveva abituato, cercando soluzioni più vicine al cantautorato statunitense che al puro rock di matrice chitarristica che aveva alimentato sino a qualche mese fa la sua carriera. Wynn si dimostra songwriter, autore di canzoni, nella più classica tradizione dello storyteller.
Nel contempo l’album dichiara una maturità di arrangiamenti che fa uscire l’autore dal suo usuale schema (chitarra-basso-batteria e, eventualmente, tastiere) per ampliare il suono con archi e fiati, adeguando le sonorità a quello che è l’ambito più ovvio del cantautore.
Kerosene Man è dunque un bel disco, dove la ballata regna sovrana, dove la voce carismatica del leader raggiunge toni talvolta confidenziali, dove sax e violino entrano di forza in un tessuto che prima non li contemplava. Il suono va dal rock alla canzone notturna, ma il disco mantiene una vena costante per tutto il lavoro, vena di elevato livello, sia professionale che artistico.

6Th Avenue Heartache – The Wallflowers (1996)

I Wallflowers sono la creatura di Jakob Dylan figlio di Robert Zimmerman e di Sara Lownds. Anche lui cantante, Jakob scrisse questo brano nel 1988 quando aveva solo 18 anni. Viveva a New York City, vicino alla Sixth Avenue, dopo aver abbandonato la Parsons School of Design, dove studiava pittura, dopo sole due settimane. Nonostante fosse il figlio di Bob Dylan, era solo, viveva da solo e trascorreva molto tempo vagando per la città e riflettendo sulla sua vita. Il testo riflette le immagini della città e la sua ricerca per trovare la sua strada. Fu allora che decise di fare della musica la sua vita, o almeno di provarci. Compito riuscito o almeno in parte perché essere figlio del Vate, scrivere canzoni e fare musica, è compito improbo come scalare l’Everest con le infradito.
6Th Avenue Heartache resta comunque un bel brano, molto godibile, probabilmente uno dei loro migliori.

Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)

Non è facile descrivere questo album, la sua bellezza è direttamente proporzionale alla sua complessità. Sono i Suoni e i sospiri di un uomo distrutto nel fisico, ma spiritualmente integro come pochi. Wyatt ritrova se stesso e l’inizio di una nuova vita proprio quando stava per perderla. Costretto su una sedia a rotelle, Wyatt realizza insieme ad amici canterburiani di vecchia data come Richard Sinclair, Hugh Hopper e uno straordinario Mike Oldfield, uno dei pochi toccanti inni di pace e d’amore mai ascoltati. Non c’è più la lucida follia dei Soft Machine, ne la psicotica anarchia dei Matching Mole, ma una musicalità dolce pervasa da un senso di commovente tranquillità e una voce roca che sembra quasi sottolineare i passaggi di questa eterea e sognante dimensione. Rock Bottom è un fascio di luce radioso che entra dalle finestre dell’anima per esaltare l’imperscrutabile grandiosità della vita. Un destino oltraggioso a causa dell’autolesionismo ha spezzato il talento tecnico del miglior batterista del Regno Unito, ma, di conto, proprio questa condizione l’ha trasformato in un musicista completo e un poeta che non teme confronti.