Una giornata al mare…

Una giornata al mare / Solo e con mille lire / Sono venuto a vedere / Quest’acqua e la gente che c’è / Il sole che splende più forte / Il frastuono del mondo cos’è / Cerco ragioni e motivi di questa vita / Ma l’epoca mia sembra fatta di poche ore / Cadono sulla mia testa le risate delle signore…

Mi viene spontanea questa bella canzone di Paolo Conte, quando trascorro una giornata al mare. Se poi ci vai a metà settimana e fuori alta stagione, corri il bel rischio di non trovare quasi nessuno.
Una giornata da annotare.
La foto è stata scattata nella spiaggia di Cortellazzo, una frazione di Jesolo in provincia di Venezia.

There is a light that never goes out – The Smiths #8/10

Dati

There Is a Light That Never Goes Out è un brano della band inglese The Smiths. Originariamente contenuto nel terzo album, The Queen Is Dead, nel 1987 il brano venne scelto dalla Virgin per essere pubblicato come singolo per il mercato francese, e solo nel 1992, cinque anni dopo la separazione della band, venne ripubblicato dalla WEA in tutto il resto del mondo, riuscendo a raggiungere la posizione numero 23 della Official Singles Chart.

A causa di una disputa tra la band e l’etichetta Rough Trade Records, dopo il completamento dell’album The Queen Is Dead, passarono ben nove mesi dall’uscita di The Boy with the Thorn in His Side prima che il gruppo potesse di nuovo pubblicare un nuovo singolo. Gli Smiths iniziarono a lavorare alla realizzazione di There Is a Light That Never Goes Out a metà del 1985, durante una session presso i RAK Studios di Londra e, agli inizi di settembre, registrarono un demo di prova della canzone con l’aggiunta di un arrangiamento di archi creati tramite un emulatore synth da Marr (e accreditati sull’album come Hated Salford Ensemble), pare per mancanza di budget o forse per una certa riluttanza da parte della band stessa a consentire a musicisti esterni di partecipare al processo di registrazione. La session venne poi completata, nel mese di novembre dello stesso anno, presso gli Studios Jacobs di Farnham, dove Morrissey ricantò la sua parte vocale e Marr aggiunse una linea melodica di flauto. (Wikipedia)

Pensiero

Musicalmente, There Is a Light, è senza dubbio una delle canzoni più toccanti e romantiche degli Smiths, in cui ogni strumento e ogni suono è messo al punto giusto per ottenere il massimo impatto emotivo. La melodia contiene una sequenza armonica presa in prestito dalla cover dei Rolling Stones di un brano di Marvin Gaye (Hitch Hike), che Johnny Marr disse di aver incluso quasi per gioco, per vedere cioè se la stampa musicale inglese sarebbe stata in grado di ricondurre tale citazione alla band che, originariamente (sempre secondo il chitarrista), aveva rubato quella linea melodica, ovvero i Velvet Underground in There She Goes Again.

“Sapevo di essere più intelligente di loro.” commentò poi Marr “I was listening to what The Velvet Underground were listening to”.

Il testo della canzone descrive la storia di due amanti e la loro stretta relazione, fra amore non dichiarato e morte, fino alle estreme conseguenze di un incidente stradale accanto alla persona amata (And if a double-decker bus / Crashes into us / To die by your side / Is such a heavenly way to die / And if a ten ton truck / Kills the both of us / To die by your side / Well, the pleasure, the privilege is mine.).

La paura del buio nel sottopassaggio è forse la paura del rifiuto della persona amata o di una nuova relazione (And in the darkened underpass / I thought Oh God, my chance has come at last! / But then a strange fear gripped me / And I just couldn’t ask.). La luce che non si spegnerà mai (the light that never goes out) simboleggia la luce di questo amore inconfessato, nell’anima del passeggero di quest’auto.

1982-1987: sono bastati cinque anni alle due anime degli Smiths, Morrissey e Johnny Marr, per segnare per sempre la storia della musica rock, con quattro LP, tre raccolte e una manciata di singoli veramente indimenticabili.

L’unione tra i testi ironici, intelligenti e appassionati di Morrissey e gli innovativi arrangiamenti di Marr (per non parlare della sempre sottovalutata sezione ritmica di Andy Rourke e Mike Joyce) ha dato origine a un culto che ancora oggi può contare su milioni di appassionati in tutto il mondo, Italia compresa.

E’ difficile trovare la canzone preferita degli Smiths, questa comunque è una delle più belle, che non mi stanco mai di ascoltare.

Graffito

Un graffito è un disegno o un’iscrizione grafica, prevalentemente eseguita attraverso incisione su pietra, metallo, intonaco; generalmente in superfici durevoli. … La parola graffito deriva dal latino “graphium”: scalfittura, che trae la sua etimologia dal greco “graphèin” che significa: scrivere, disegnare o dipingere. (Wikipedia)

Questo ‘pezzo’ di graffito poco o nulla ha a che fare con un vero ‘graphèin‘ in quanto lo vedrei più come una sua sommatoria, visto che in questo caso sono molti quelli che vi hanno messo mano. Credo che senza volerlo sono riusciti a creare un ‘collage’ di segni e colori tipicamente astratti da renderlo particolarmente bello e interessante.

David Sylvian — Brilliant Trees (1984)

Ricordo bene, era una sera d’estate del 1984, con un gruppo di amici appassionati ci si chiedeva quale fosse il più bel disco del momento, le nomination furono due: “The Medicine show” dei Dream Syndicate e “Brilliant Trees” di David Sylvian. Album diversi fra loro ma uniti dalla una ‘nuova forza’ che li vedeva una spanna sopra alla moda musicale del momento. Ricordiamoci che siamo negli anni ottanta dove imperavano gli Spandau e Duran e non me né si voglia, ci sentivamo dei carbonari nel sostenere questa musica che per noi era ‘vera’.

David Sylvian che all’epoca ha ventisei anni abbandona come cantante il gruppo che lo ha reso famoso, i Japan. Dotato di grandi inclinazioni sonoro-vocali, intraprende una carriera solista che lo porterà con questo disco ai vertici delle classifiche.

Volendo può iniziare una vita da star commerciale, diverse sono, infatti, le proposte che gli vengono offerte ma, introverso e schivo allo show business rinuncia per una scelta dettata solo dalla sua passione che è l’espressione musicale. E’ un ottimo disco Brilliant Trees di rara intensità, anche se non il migliore, ritengo, infatti “Secrets of the Beehive” (1987) il suo capolavoro. L’inglese David Sylvian usa la sua magia vocale per dei respiri che ci portano in un mondo dove la poesia regna arcana ed esoterica. Il termine rock ormai non abita più nelle sue ‘corde’, il suo suono è un equilibrio fra rarefazioni e melodie orientali ma con un marcato lirismo europeo. Anche i piccoli cedimenti che effettivamente esistono, poco contano nella complessità dell’album.

Non è avanguardia, ma non siamo neanche tanto lontani se per avanguardia intendiamo una forma di sperimentalismo fra ritmo e ambient, di cui poi in futuro diverrà maestro. Questo nitido esordio solista ci insegna e ci dimostra la tesi assai ardua per l’occidente; che il sentimento non passa per forza di cose attraverso il pathos e che la precisione può essere arte.

Tutto questo è stato possibile grazie anche alla collaborazione di maestri del suono come: Sakamoto, Czukay, Isham e Thompson. Manca solo Brian Eno, ma il suo spirito aleggia su tutta l’opera.

In città

Dopo più di quarant’anni, quella appena passata è stata la prima estate trascorsa in città. Non per scelta ma per causa di forza maggiore. Per questo motivo ho avuto modo di girare ed esplorare angoli nascosti, poco conosciuti al passaggio urbano, non che ce ne fossero poi tanti, ma qualcosina si.

Un territorio lo si può esplorare in vari modi. Ho voluto per la prima volta “viverlo” come mai prima. Concentrandomi bene, assaporando gli odori, osservando le pietre, arricchendolo di piccoli dettagli che lo rendono unico. Si perché ogni città è unica, con i suoi pregi e i suoi difetti.

Ho attraversato vie, strade e piazze, cercando di sprofondare nei pensieri più profondi della mente, respirando piano e a passo lento. Lentissimo anzi, come se avessi un grosso masso ai piedi. Una marcia lenta per non consumare energia utile all’osservazione.

La valenza di un territorio varia in base alla stagione, alla temperatura e all’ora del giorno in cui ci si trova ad annusare la vita. Aggiungendo persino, in base allo stato d’animo con cui, si è disposti ad accoglierlo. Va da se che questi elementi non hanno certo favorito queste passeggiate urbane.

Nonostante tutto, questo luogo che credevo di avere in mano da molto tempo è riuscito a regalarmi nuovi visi, nuove panchine, nuove attività, nuovi profumi. Il valore aggiunto dato da queste nuove conoscenze, da queste nuove emozioni, è stato di gran lunga superiore.

Fine settembre

Il prossimo venerdi 23 settembre arriva implacabilmente l’equinozio d’autunno, saluteremo quindi con un arrivederci l’estate e daremo il benvenuto all’autunno.
La foto è stata scattata nella spiaggia di Cortellazzo, una frazione di Jesolo in provincia di Venezia.

Pino Daniele — Nero a metà (1980)

Dopo la pubblicazione di “Terra mia” del 1977 e la conferma con l’album “Omonimo” del 1979, Pino Daniele pubblica “Nero a metà” il disco che lo consacrerà definitivamente al grande pubblico.

Daniele ha venticinque anni ma ha già una buona esperienza come strumentista suona, infatti, dall’età di dodici anni e ha già militato in diversi gruppi partenopei compresi i Napoli Centrale.

Pino Daniele come Napoli, possiede in questo disco una doppia anima, romantica la prima, ritmica la seconda, nervose e soleggiate entrambe.

Nero a metà è un buon disco, senza alti e bassi. Daniele riesce a stringere in dodici canzoni la ‘napolitanità’ sonora fatta di mare, caffè, chitarra e soul. Come ogni grande musica, le canzoni di Nero a metà sono quasi più di chi le ascolta che di chi le ha scritte. Ma chi le ha scritte ha un grande orecchio, e ha avuto il merito di convogliare in arte le tante ispirazioni del mondo sonoro napoletano.

Il disco inizia con l’armonica di “I say i’ sto ccà” che ci fa subito ambientare alle strade e viuzze di Napoli prima di passare alla musicalità di “Musica musica” dove il sound ci mette a nostro agio. Ci si rilassa con l’intimità di “Quanno chiove” canzone d’amore di una profondità incredibile, la napoletanissima “Puozze passà nu guaio” invece ci fa tornare nella realtà napoletana. L’intermezzo cantato in italiano di “Voglio di più” ci ricorda che Napoli non è un’isola felice e la sensuale “Appocundria” ce ne da la conferma. Il sound-napol-blues di “A me me piace ‘o blues” esprime al meglio quel suono che solo i napoletani riescono ad infondere, come l’altro brano sentimentale tra i più belli del disco che porta il titolo di “E so’ cuntento ‘e sta”. Non poteva mancare la teatralità Napoletana di “Num me scuccià” come altrettanto la jazzata “Alleria”. Concludono questo quadro sonoro la esplicita “A testa in giù” dove il testo ha il sopravvento sul suono, prima di finire con la bella vocalità di “Sotto ‘o sole”.

Sono tutte belle canzoni queste, rese grandi anche per l’aiuto di ottimi strumentisti: Vitolo, De Rienzo, Marangolo, Iermano, Senese, Potter e De Filippi. Tra i migliori musicisti partenopei e italiani.

Nero a metà resta tra le migliori produzioni musicali incise in Italia. Daniele e i suoi compagni riescono a scrivere un capitolo musicale dove il ’napoletano’ non solo viene cantato ma soprattutto viene trasmesso attraverso le note degli strumenti, attraverso il sudore dei musicisti.

Di montagna

Quest’anno, dopo molti, non ho vissuto la montagna.
La montagna è maestra di vita. Gioia, fatica e sudore ne aumentano la sua bellezza, dove ogni passo e una conquista fatta di umiltà e sacrificio.

Da frequentatore ‘dolce’ delle camminate e dei sentieri, non faccio scalate o cose particolarmente impegnative.

Mi basta uscire, aprire gli occhi, e riempirmi di emozioni. Mi inebrio alla sola visione di un bosco, di un fiore, di una cima, dell’odore dell’erba appena tagliata o della pioggia che cade benefica.

Non ho sofferto molto di questa mancanza, la mia mente era altrove. Più che altro era il pensiero di non poterci tornare che mi assillava.

Ma, è solo questione di tempo. Dopo la pioggia esce sempre il sole.

Gradazioni verdi

Questa foto risale a pochi mesi fa, e precisamente al mese di aprile.
Il colore verde viene spesso associato a tinte positive legate alla primavera, richiamando la rigogliosa vegetazione dei prati erbosi e dei fogliami in genere.
E’ la rinascita e crescita del ciclo naturale, e, pertanto, viene frequentemente associato alla speranza.

Pere Ubu: David Thomas

Domiciliato in Inghilterra, dove i Pere Ubu vennero attratti da un vantaggioso contratto offerto loro dalla Rough Trade, David Thomas è quello “grasso” con la voce baritonale, tanto per intenderci. Le cronache ce lo raccontano difficile e scontroso, tanto litigioso da portare allo scioglimento una delle più belle bands anarchiche della nostra epoca. Da anni a capo dei Pere Ubu, una band “rumorista”, cerca di abbandonare “il rock” come formalismo, scegliendo un’avventura musicale in bilico tra passione e tecnologia. Lontano dal music business e dalla pubblicità in generale, è tutt’altro che un’arrampicatore Thomas. Fare la musica che gli piace e lavorare solo per questo è il suo modo d’essere.

Nulla di essenziale accade ove non sia presente il rumore“, è in questa celebre frase di Jacques Attali l’essenza sonora che i Pere Ubu cercano di mettere in pratica. Una nuova tendenza verso “un rock” totalmente liberato da schemi tonali, capace di padroneggiare il rumore senza timori. Una filiazione diretta del punk, perché in qualche modo si configura ancora come forma di resistenza alla progressiva espropriazione del linguaggio del rock da parte dell’industria.

I Pere Ubu, figli di quella incredibile e prolifica quanto misconosciuta scena di Cleveland, di cui facevano parte formazioni in netto anticipo sui tempi, non sono dunque una punk band in senso stretto. I critici definiscono la loro musica “art rock, intellettuale“, in realtà manca nel vocabolario il termine adatto a definire un interesse verso una forma musicale non convenzionale, multilivello, come quella da loro prodotta. 

Panchina arcobaleno

Come sappiamo il DDL Zan (disegno di legge contro l’omobitransfobia) non è passato in parlamento e questo la dice lunga sulla arretratezza del nostro paese.
Dal 2005 il 17 maggio si celebra la Giornata internazionale contro l’omofobia. Questa panchina, installata in un parco della mia città ne è la testimonianza visiva.

Mahavishnu Orchestra — The Inner Mounting Flame (1972)

In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica.
Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.
Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra. The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.

McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito. L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà.

A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion.

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica”, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

Il Kintsugi

Il Kintsugi o la tecnica della riparazione.
Quest’arte giapponese di riparare le tazze e/o altri oggetti in ceramica incollandone i pezzi e ricoprendo le linee di rottura con polvere d’oro, è una bellissima metafora che poi diventa arte e tecnica e ci insegna una profonda verità: la riparazione è possibile.
Noi occidentali ci dimentichiamo troppo spesso che le “fratture” della vita possono essere riparate, vediamo solo il lato negativo: “una rottura rimane tale, con la sua cicatrice, la sua ferita e a volte la sua vergogna”.
Il Kintsugi supera questa barriera, va oltre e non bastasse la migliora. La riparazione dell’oggetto effettuata con oro, migliora la frattura, rendendo l’oggetto più pregiato di prima.
L’oggetto rotto non può tornare ad essere quello di prima, la rottura è un dato che non può essere cancellato. Questo dato negativo però, attraverso un lavoro, quello del Kintsugi appunto, trasforma il dato negativo in positivo.
L’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite, è la delicata lezione simbolica suggerita dall’antica arte giapponese del Kintsugi. La riparazione del Kintsugi non nasconde le linee di rottura, anzi le evidenzia, ma ricoprendole d’oro le trasvaluta in una nuova e più elevata sintesi.
Molti sono i paralleli suggestivi che suggerisce il Kintsugi: non buttare quello che si rompe, la rottura non ne rappresenta più la fine, le sue fratture diventano trame preziose, si deve tentare di recuperare, e nel farlo ci si guadagna.
Nella vita di ognuno di noi, forse, si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica, preziosa.
È l’essenza della resilienza.

Io e le foto #6/6

Da quando uso lo smartphone di ultima generazione e quindi in questo ultimo decennio, mi si è aperto un mondo. Consapevole del fatto che è un modo diverso di fotografare rispetto a una macchina fotografica vera e propria, credo che la comodità per un modesto osservatore di bloccare l’attimo, sia impareggiabile. Se non si hanno particolari ambizioni “artistico/fotografici” ma solo quella di umile ma attento spettatore di quello che gli sta attorno, lo smartphone può rivelarsi un ottimo strumento di memoria. Averlo sempre con se per spazio e comodità è sicuramente il “pro” che supera il “contro”.
La foto è la vista da una camera in agriturismo nelle campagne di Todi (PG).(fine)

Bob Dylan — Highway 61 Revisited (1965)

Scegliere nella lunga discografia di Dylan gli album che bisognerebbe assolutamente avere a casa è molto difficile. Di sicuro tutti quelli che ha inciso negli anni Sessanta, che ovviamente sono pietre miliari, fondamentali e irrinunciabili. Senza per questo trascurare alcuni dischi incisi negli anni “minori”, che contengono comunque brani straordinari.

Non potendo averli tutti, alcuni sono veramente essenziali: “The freewheelin’ Bob Dylan” e “The Times they are a-changin”, per quanto riguarda la fase acustica. Imperdibili anche i successivi “Another side of Bob Dylan”, “Bringing it all back home”, e poi ovviamente il qui recensito “Highway 61 Revisited“. Aggiungendo almeno “Blonde on blonde” e “Nashville skyline”, abbiamo un quadro più completo. Non è tutto, certo, ma è una buona base, per avere l’essenziale di Bob Dylan.

Highway 61 Revisited — E’ difficile dire se si tratti del più bel disco di Dylan. Di sicuro è quello più importante, più completo, un manifesto visionario, una boa intorno alla quale è girato il vento di tutto il mondo del rock alla metà esatta del decennio d’oro della musica popolare, il 1965.

Il disco è un racconto irripetibile di visioni che raffigurano l’altra America, quella della strada, dei vicoli bui e malfamati, dei sogni infranti e dei viaggi. La svolta elettrica già iniziata precedentemente, raggiunge la maturazione con questo album, gemme come “Like a rolling stone” (una, se non la, canzone più bella di tutti i tempi), “Desolation row” e “Ballad of a thin man“, riempiono di fremiti anche gli animi più insensibili alle sonorità rock. I testi sono veri propri intuizioni poetiche. In questo disco Dylan riesce a coniugare vibrazioni elettriche, ritmo, istinto di fuga, con un’alta e ambiziosa densità letteraria. La forza devastante di questa “sintesi” deriva dalla sua ricchezza di linguaggio, figlio della grande tradizione americana, sia quella dei poeti Whitman e Ginsberg, sia dei menestrelli folk come Woody Guthrie.

Highway 61 Revisited è stato un disco “boa”; la musica popolare sta svolgendo il ruolo profondo e sublime della poesia, Dylan porta il rock al rango della grande letteratura, e si rivolge efficacemente allo stesso tempo a milioni di persone.

Uno schiaffo di incomparabile bellezza.

Anestetizzante

Il sabotaggio
sottile di se stessi,
protegge la memoria.

Non elimina nulla, ma schiarisce,
anestetizza, sbiadisce le cose
che fanno più male.


Dev’essere quella cosa
che chiamano difesa, o forse l’arte
di sopravvivere a se stessi.