Il Corsivo #2

Il metapartito di Vannacci è tenuto in vita dai sondaggi, dall’esposizione mediatica, dalle reazioni scomposte dell’area antifascista che fa la lotta sui social al vannaccismo perché la lotta di classe al capitalismo non va più di moda. Se saremo abbastanza fessi da assecondare questa profezia autoavverante, come facemmo a suo tempo con i sondaggi Berlusconiani che inventavano numeri su commissione, avremo che il nulla resterà nulla nella vita reale ma diventerà qualcosa nel nostro parlamento.

Ottobre

Foglie in ascolto,
il cielo si ritrae.

Una luce obliqua
attraversa il silenzio.

Restano
orme di vento,
un ramo nudo,
la sera.

E dentro l’autunno
qualcosa resiste:
un seme,
un’attesa.

Bright Eyes – Kids Table (2025)

Dopo “Five Dice, All Threes”, album viscerale e coinvolgente del 2024, questo EP si presenta sia come complice di quell’album sia come mondo autonomo a sé stante. Sebbene molte di queste nuove canzoni siano emerse dalle stesse sessioni di registrazione, non tutte si adattavano perfettamente alla coesione concisa di quell’album. Quindi è sempre stato il piano di Conor Oberst, Mike Mogis e Nate Walcott quello di trovare un altro posto per questi emarginati. Riferimenti culturali sia alti che bassi costellano l’EP: citando tutti, da Salman Rushdie, Joe Strummer e Candace Bergen in “Victory City” a Shakespeare, Guy Fawkes e la signora Peacock del classico gioco da tavolo Cluedo in “Shakespeare In A Nutshell”. Ma è la cover del brano del 1980 di Lucinda Williams “Sharp Cutting Wings (Song For A Poet)” davvero il cuore di questa raccolta. Oberst e Williams condividono una chiara comunanza musicale, entrambi esperti nel tessere insieme malinconia e speranza. E infatti, dopo un’emergenza medica nel 2024, quando Oberst stava combattendo contro problemi vocali, è stata la prima cosa che ha voluto cantare dopo la malattia, una volta che fosse stato in grado di usare di nuovo la sua voce. “Questa era la canzone che avevo voglia di cantare”, dice Oberst, “l’ho sempre amata”. È stata un’aggiunta dell’ultimo minuto all’EP che alla fine lega tutto insieme, il suo cauto ottimismo offre un barlume di luce nelle ombre della raccolta, le ombre di un sogno americano sfilacciato e le ombre proiettate su una cena in famiglia al tavolo dei bambini.

Respect – Aretha Franklin (1967)

Respect è uno dei brani simbolo della musica soul e, nella versione di Aretha Franklin, è diventato molto più di una semplice canzone d’amore.
Pubblicata nell’aprile del 1967 nell’album I Never Loved a Man the Way I Love You, “Respect” era stata scritta e incisa due anni prima da Otis Redding. Aretha Franklin la trasforma completamente, cambiandone prospettiva, ritmo e significato.

La struttura è apparentemente semplice, ma l’arrangiamento è esplosivo: piano, chitarra, basso, batteria, fiati e cori costruiscono un groove serrato, sul quale la voce di Aretha domina con una forza quasi fisica. Celeberrimi sono gli interventi vocali “R-E-S-P-E-C-T” e “sock it to me”, che nella sua versione assumono una funzione quasi percussiva.
Ma è soprattutto la voce a fare la differenza. Aretha passa dal canto morbido alla potenza del gospel, alternando controllo, improvvisazione e urgenza emotiva. Ogni frase sembra diventare una richiesta, un’affermazione, infine una rivendicazione.

Il testo parla di una relazione sentimentale, ma nel 1967 “Respect” acquistò inevitabilmente una dimensione sociale più ampia: divenne un inno associato sia alla lotta per i diritti civili degli afroamericani sia alla crescente affermazione delle donne. Aretha, però, non trasforma mai il brano in un manifesto astratto: il suo punto di partenza rimane personale, concreto, quasi domestico. È proprio questa immediatezza a renderlo universale.
Musicalmente, la registrazione è un perfetto incontro tra soul, R&B e gospel. L’energia della sezione ritmica e dei fiati sostiene una performance vocale che sembra continuamente sul punto di esplodere, senza mai perdere il controllo.

“Respect” è il momento in cui Aretha Franklin smette semplicemente di interpretare una canzone e la fa diventare sua. Da quel momento, la parola respect non è più soltanto una richiesta: è una dichiarazione di dignità.
Un classico assoluto del soul, ancora oggi immediato, potente e sorprendentemente moderno.

David Seymour

Nato nel 1911 a Varsavia, David Szymin si trasferisce in Russia con la famiglia allo scoppio della prima guerra mondiale e torna a Varsavia nel 1919.
Studia all’Accademia di Grafica di Lipsia (1931), poi alla Sorbona di Parigi (1931-1933) con l’intenzione di diventare editore. Il momento di crisi economica polacca lo spinge a cercare di vivere autonomamente nella capitale francese. Diventa fotografo e dal 1934 i suoi reportage cominciano ad apparire su riviste come Paris-Soir e Regards.
Conosce Henri Cartier-Bresson e Robert Capa.
Dal 1936 al 1938 fotografa la guerra civile spagnola e altri eventi euro-pei. Dopo la disfatta del govero repubblicano segue per Paris Match un gruppo di emigranti spagnoli in Messico. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si trasferisce a New York e cambia il suo nome in David Seymour. I suoi genitori moriranno durante il Nazismo.
Dal 1942 al 1945 è arruolato nell’Intelligence dell’esercito americano come interprete ed esperto di fotografia: ottiene una medaglia d’oro per il suo lavoro. Nel 1947, con Cartier-Bresson, Rodger e Capa fonda l’agenzia Magnum Photos, di cui diventa il primo vice-presidente.
Nel 1948, per conto dell’UNICEF, fotografa i bambini bisognosi d’Europa. Dopo la morte di Robert Capa diventa il nuovo presidente di Magnum, ruolo che ricopre fino alla sua tragica morte a Suez, il 10 novembre 1956, ucciso dal fuoco di un fucile egiziano mentre è in automobile vicino al Canale di Suez per documentare lo scambio di prigionieri.
Molte le mostre, personali e collettive, organizzate in questi anni, negli Stati Uniti, in Europa e nel mondo.

Tra i libri pubblicati ricordiamo: Children of Europe (1949); The Vatican (1950); David Seymour (“Chim’) (1966); David Seymour Chim, 1911-1956 (1974); Robert Capa, David Seymour-Chim: les grandes photos de la guerre d’Espagne (1980); Chim. Le fotografie di David Seymour (1996); David Seymour (Chim) (2005).

Il Sito – Magnum Photos – 1854 photography

Il Corsivo #1

La democrazia e i diritti, la pace e la sicurezza, il benessere e la salute, la prosperità culturale e ambientale sono cose fragili che è molto facile distruggere e molto difficile ricostruire. Se non curiamo quotidianamente il giardino della politica, progettato con pesi e contrappesi che ci liberano naturalmente dai parassiti e dalle erbacce, una volta che il giardino diventa arido è inutile e dannoso bombardarlo di pesticidi nell’illusione che la forza della chimica possa compensare l’incuria.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #26

26 – Il pop rock anni ‘70

Se il pop-rock è un fenomeno che in fondo è sempre esistito, in senso lato, fin da quando le asperità del rhythm’n’blues e dei suoi derivati vengono ricondotte ad una veste più melodica, nei primi anni ’60, da gruppi come Beatles e Beach Boys, è con i primi anni ’70 che il rock, non più osteggiato, comincia ad essere sfruttato commercialmente e sostenuto dall’industria mainstream, perdendo i suoi connotati controculturali e configurandosi come fenomeno commerciale, non più rivolto al solo pubblico adolescenziale ma ascoltato ed apprezzato da un pubblico adulto: definizioni come Adult Oriented Rock(AOR) e soft-rock cominciano a circolare proprio in questi anni.
Il suono del rock si integra alla perfeziona in una società adulta formata dagli ex-ragazzini degli anni ’50 e ’60, una generazione cui va incontro con suoni spesso levigati e/o tradizionali: se per tutti gli anni’60 era continuata la storica tradizione del pop vocale (dai teen idols al doo wop) come alternativa al suono delle rock-band anni ’60, nel corso dei ’70 il rock diventa una colonna portante del pop, accanto a fenomeni di pop-soul e pop tout court.
Se da una parte abbiamo neo-tradizionalisti come gli Eagles, dall’altra troviamo gruppi, più o meno melodici, più o meno pop, che fanno di un suono levigato e high-tech il proprio vessillo: da gruppi più sperimentali come Electric Light Orchestra e Penguin Cafè Orchestra, a gruppi più smaccatamente commerciali quali Supertramp, Steely Dan e i Fleetwood Mac di seconda generazione (dopo l’abbandono di Peter Green).
Gli Electric Light Orchestra aggiornano la lezione dei Beatles di ”Sgt Peppers” alle atmosfere patinate degli anni ’70 integrandone il pop ultra-melodico con la lezione del prog-rock e trovando la quadratura del cerchio in “Eldorado” (1974), dove il suono delle tastiere elettroniche viene accostato ad arrangiamenti orchestrali e inserito in una struttura spesso neo-classica dei pezzi.
Fantascientifici gli Alan Parson’s Project di “I Robot” (1977), con un suono che ricorda molto da vicino i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” (disco in cui il leader del gruppo, il tastierista Alan Parson, compariva in veste di ingegnere del suono), che in sé incarna molti pregi e difetti del suono di certo techno-rock anni ’70 di diretta ascendenza prog: lunghe ballate, spesso strumentali, che oscillano tra l’ambient più stridente e il neo-classico più pomposo.
Altrettanto ricercati, ma caratterizzati da sonorità radicalmente diverse, i dischi della Penguin Orchestra di Simon Jeffes, con un suono cameristico screziato di jazz, affidato ad una strumentazione classica comprendente anche violoncello e clavicembalo: allo spirito solenne di molti gruppi dell’epoca essi contrappongono un atteggiamento scherzoso che pervade sia l’esordio del 1976 “Music From the Penguin Cafe” sia il seguito, nonché capolavoro del gruppo, “Penguin Cafe Orchestra”, del 1981.
Accanto a questi gruppi, relativamente colti e sperimentali nella ricerca sonora ve ne sono molti altri, più canonici, destinati ad un maggior riscontro commerciale: dalla miscela perfetta ma a tratti insipida di soul, jazz e rock proposta dagli Steely Dan di “Preztel Logic” (1974), alla seconda incarnazione dei Fleetwood Mac, quella di “Rumours” (1977), ormai depurata da qualsiasi legame col blues e autrice di un pop-rock senza infamia e senza lode ma di enorme successo commerciale; dai Supertramp, nonplusultra del gruppo pop-rock anni ’70 in “Breakfast in America” (1979), perfetta fusione tra Abba, Beatles e prog-rock, ai Toto di “Toto IV” (1982), re della power-ballad anni’80.
Esponenti del pop tout court gli Abba, il gruppo di massimo successo commerciale degli anni ’70, che aldilà della perfezione melodica (che convive con una forte attrazione per il kitsch) della lunga serie di singoli prodotti, da “Waterloo” (1974) in poi, avranno il merito di mettere sulla mappa della musica mondiale la Svezia: da lì, da meta anni’90 in poi, partirà una nuova invasione di gruppi dall’irresistibile vena melodica, quali Cardigans e Komeda, che prosegue ancora oggi, come testimoniata dallo straordinario livello qualitativo delle uscite di un’etichetta come la Labrador (Club8, Radio Dept. e Edson tra gli altri), a ribadire il ruolo della Svezia di capitale pop della penisola Scandinava.
I ’70 videro anche il successo di un pop-soul meticcio che di lì a poco sfocerà nell’urban, e che trova due campioni, diversissimi tra loro, in Michael Jackson e Prince: già in procinto di diventare l’icona pop degli anni ’80 l’ex-Jackson Five dopo una serie di deludenti prove soliste fa il botto commerciale con “Off the Wall” nel 1979, un disco di dance-pop screziato di soul e funk che presenta ancora evidenti legami col pop-soul del vecchio gruppo: produce Quincy Jones, alla console anche in quel “Thriller”, del 1982, che batterà ogni record di vendita e lancerà Jackson nell’olimpo delle pop-star.
Seminale il rock-soul meticcio di Prince, artista che ridefinisce il suono del funk e del soul per gli anni ’80 (e non solo) in una fusione spericolata tra Hendrix, Stevie Wonder e James Brown: già al secondo disco, omonimo, del 1979 cominciano brillare i primi germogli di quel suono, sexy e lascivo, che col successivo “Dirty Mind”, del 1980 trova compimento: registrato in casa e suonato completamente da solo è qui che si intravede la miscela di funk, new wave, R&B, e pop che verrà spinta alle estreme conseguenze nel disco della consacrazione: “Purple Rain” (1984). Quest’ultimo, insieme a “Sign’ o The times” (1987), costituirà un’eredità musicale enorme per gli artisti a venire, sia nella scena urban e hip hop, sia in quella elettronica che si farà sentire ben oltre gli anni ’80: si ascolti, a tal proposito, il drum’n’bass astratto e fratturato di Squarepusher, i Basement Jaxx di Rooty e l’electro-revival in salsa funk condito di gemiti femminili di Felix Da Housecat.

Asterisco #53

Viviamo in una società sempre più veloce, connessa e rumorosa, ma forse sempre meno capace di fermarsi ad ascoltare. Siamo circondati da informazioni, opinioni e immagini, eppure spesso ci manca il tempo per capire davvero ciò che accade e per guardare l’altro con attenzione.
Forse il vero progresso non è soltanto avere di più, ma imparare a vivere meglio insieme: con più rispetto, più consapevolezza e un po’ meno indifferenza.