Superstition – Stevie Wonder (1972)

“Superstition” è uno di quei brani che non si ascoltano soltanto: si sentono nel corpo. Pubblicata nel 1972, rappresenta uno dei vertici creativi di Stevie Wonder e uno dei manifesti assoluti del funk moderno.
Il cuore pulsante della canzone è il celebre riff di clavinet: tagliente, ipnotico, quasi percussivo. È un suono nervoso, elastico, che crea immediatamente tensione e groove. Attorno si intrecciano una batteria incalzante, fiati esplosivi e un basso profondo che costruisce un’architettura ritmica irresistibile. È funk allo stato puro, ma con una raffinatezza armonica tipicamente soul.

Il testo affronta il tema della superstizione come forma di ignoranza e paura: “When you believe in things that you don’t understand, then you suffer”. Wonder non predica, ma mette in guardia, con energia e consapevolezza. È una critica sociale travestita da hit radiofonica.
La voce è magnetica: Stevie alterna grinta, ironia e potenza espressiva con naturalezza straordinaria. C’è ritmo, ma anche intelligenza musicale; c’è ballabilità, ma anche profondità.
“Superstition” non è solo una canzone iconica degli anni Settanta: è un pilastro della musica nera americana, un brano che ha ridefinito il linguaggio del funk e continua a suonare attuale, vibrante, necessario.

Edgar Hayes

Il 23 maggio 1904 a Lexington, nel Kentucky, nasce il pianista Edgar Hayes, uno dei protagonisti dell’epopea del jazz orchestrale statunitense degli anni Quaranta e Cinquanta. Il suo nome completo è Edgar Junius Hayes. Il suo rapporto con la musica è precoce. Inizia a studiarla da ragazzo e coltiva il suo talento prima con lezioni private poi frequentando regolari corsi in istituti di Fisk e di Wilberforce.
Hayes si distinse negli anni ’30 come pianista e arrangiatore per la Mills Blue Rhythm Band diretta da Lucky Millinder dal 1931 al 1936. Nel 1937 formò la propria orchestra, effettuando tournée negli Stati Uniti, in Europa e in Asia e registrando per la Decca e la Varsity. Il suo singolo di successo del 1938 abbinava “Star Dust” (il suo tema distintivo) alla prima registrazione di “In the Mood”, composta da Joe Garland e poi diventata un enorme successo per Glenn Miller.
I divieti di registrazione e lo scioglimento della band durante la Seconda Guerra Mondiale lo condussero in California nel 1941, dove formò il quartetto Stardusters con musicisti come Teddy Bunn e lavorò come resident in vari club, tra cui la Somerset House e il Reuben’s Restaurant. Compose canzoni come “Someone Stole Gabriel’s Horn” e suonò il pianoforte lounge fino agli anni ’70, morendo il 28 giugno 1979 a San Bernardino.

Larry Towell

Larry Towell è nato in Canada nel 1953, in una grande famiglia contadina.
Studente di Arti visive alla York University di Toronto (1972-1976), parte in seguito per un lungo periodo come volontario a Calcutta.
Qui comincia a fotografare e scrivere intomo a una serie di problemi sociali. Al suo ritorno, sostiene economicamente la famiglia insegnando musica popolare e nel 1984 comincia a lavorare come fotografo e scrittore freelance su argomenti come povertà, esilio, ribellione dei contadini e completando progetti sul Nicaragua, i familiari degli “scomparsi” in Guatemala, i reduci del Vietnam tornati a ricostruire il Paese nel dopoguerra ecc… Nel 1988 diventa nominee di Magnum Photos e nel 1993 membro effettivo.
Nel 1996 completa un progetto basato su dieci anni di reportage in Salvador e realizza, al contempo, un vasto lavoro sulla comunità migrante dei Mennoniti in Messico. Nel 1997 è la volta di un reportage sui palestinesi.
Attualmente sta completando un reportage sulla sua famiglia e la casa dove vive, nella parte più rurale dell’Ontario.
Ha esposto in diverse mostre e i suoi reportage sono apparsi su molte riviste interazionali. Ha ricevuto numerosi premi tra cui diversi World Press Photo, “Pictures of the Year”, i premi intitolati a Eugene Smith, Oskar Bamak, Ernst Haas, Roloff Beny, Alfred Eisenstaedt e il premio Hasselblad.
Ha vinto nel 2003 la prima edizione del premio Henri Cartier-Bresson che gli ha permesso di completare il lavoro sulla Palestina, raccolto nel 2005 in un libro e una mostra.
Ha pubblicato, tra l’altro Burning Cadillacs (1983); Gifts of War (1988); Somoza’s Last Stand (1990); House on Ninth Stree (1994); El Salvador (1997); Then Palestine (1998); The Mennonites (2000); No Man’s Land (2005).

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Elvis Presley – Elvis Presley (1956)

Nel 1955 Elvis Presley da Memphis, Tennesse, è già conteso dalle principali case discografiche americane. La spunta la Rca, che offre al colonnello Parker, il suo nuovo agente, la somma senza precedenti di 35 mila dollari. Nell’accordo sono comprese anche le 25 canzoni che Elvis ha registrato con la Sun Records di Sam Phillips, da My Happines, il pezzo country che aveva inciso il 18 luglio 1953 come regalo di compleanno per sua madre Gladys, a When It Rains It Really Pours, cantata in un momento imprecisato dell’autunno del 1955. A gennaio del 1956, tra Nashville e New York, la nuova casa discografica gli fa mettere su nastro altre undici tracce, e tra queste c’è anche Heartbreak Hotel, che viene pubblicata immediatamente e immediatamente finisce in testa alle classifiche, primo numero uno di un futuro numero uno (e singolo piú venduto dell’anno, a fine 1956). La canzone è firmata da Mae Boren Aston, un’insegnante con la passione per la musica, e da Thomas Durden, che ammetterà candidamente di non aver piú riconosciuto la propria creazione, una volta interpretata da Elvis. Racconterà poi di averla scritta dopo aver saputo di un suicida che aveva distrutto ogni traccia di sé, comprese le etichette dei vestiti, e prima di ammazzarsi nella sua stanza d’albergo aveva scritto solo: «Cammino su una strada solitaria». Nell’album che esce di li poco, però, Heartbreak Hotel non c’è. Il 33 giri è ancora uno strumento rozzo, e i due lati del long playing vengono utilizzati per raccogliere i brani che presumibilmente non saranno mai singoli di successo. E se, grazie ai dischi della Sun, Presley era parso un cantante country con qualche sfumatura nera, questa volta si vuole rovesciare l’equilibrio: rhythm and blues vince sette a cinque. Sette sono le canzoni nuove, quelle della Rca, cinque quelle acquistate dalla Sun. Tra le novità, Tutti Frutti, che annuncerà al mondo l’esistenza di Little Richard, e Blue Suede Shoes, di Carl Perkins, che non esce come singolo per non turbare la carriera di uno degli artisti di punta della Sun Records. Cautele inutili: prima della fine dell’anno tutti i dodici pezzi usciranno su 45. Nessuno arriva più in cima, ma la ruota della storia ha inesorabilmente cominciato a girare. Il mondo è finalmente pronto per EIvis Presley.

Ascolta il disco

Maggio

Maggio entra piano
con mani sporche di polline
e una luce che sa di pr
omessa.

I balconi respirano gerani,
le strade si sciolgono in vento tiepido,
l’inverno è solo un ricordo
piegato in fondo ai cassetti.

C’è un verde nuovo negli occhi,
una voglia sottile di restare fuori
finché il cielo si fa rame e rondini.

Maggio non grida:
sussurra fioriture,
accende silenzi,
fa della sera un luogo

dove credere ancora.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #22

22 – Il Glam

Il glam è un fenomeno principalmente inglese che vive non solo sotto il profilo musicale, per molti versi come derivazione del primo rock’n’roll (T. Rex e Bowie) e in misura minore dall’hard rock, ma anche, e soprattutto, sotto quello scenico: costumi, trucco e lustrini servono a costruire identità fittizie e creare un’aura di ambiguità e mistero (?) intorno al cantane, giocando da una parte con abbondanti richiami alla fantascienza (basti pensare alla saga di Bowie-Ziggy Stardust) e dall’altro gioca con l’ambiguità sessuale.
E proprio quest’elemento impedirà al fenomeno di attecchire nell’America puritana, con un’unica eccezione: le New York Rolls di Johnny Thunders, che hanno però un suono completamente diverso, che anticipa quello che di lì a poco verrà definito punk.
L’invenzione del glam va attribuita a Marc Bolan che coi T. rex, già titolari di una serie di dischi folk-rock, nel 1970, prima con l’omonimo “T. Rex” e poi in modo ancor più netto con “Electric Warrior”, del 1971, definisce immaginario e coordinate musicali del genere.
Il 1972, anno in cui i T. Rex escono con “The Slider”, Bowie deflagra con la saga di “Ziggy Stardust” rubando la scena al rivale, riprendendo ed espandendo le idee di Bolan e aggiungendo un senso di teatrale decadenza che gli veniva dagli anni passati nel music hall e una propensione al travestimento che si manifesta fin da “The Man Who Sold the World” (1970).
Nel giro di un paio di album Bowie cambierà nuovamente volto in un tentativo continuo di reinventarsi da zero, un esempio su tutti la cosiddetta trilogia di Berlino cominciata con “Low”(1977) cui seguono “Heroes” e “Lodger” in coppia con quel Brian Eno due anni prima, con “Another Green World”, ha inventato l’ambient, musica dilatata e militata destinata a fare da tappezzeria sonora che diventerà filone importantissimo nei decenni successivi.
Partito comunque anch’esso dal glam, coi Roxy Music dell’esordio omonimo del 1972 e, soprattutto, di “For Your Pleasure”, del 1973: disco che coniuga brillantemente le velleità avanguardistiche di Eno con la concezione più tradizionale del vocalist Brian Ferry, raggiungendo un punto di equilibrio perfetto tra queste due tendenze; il suono del gruppo, influenzato in ugual misura da Velvet Underground e progressive, caso a parte nella scena glam, si rivelerà un’influenza enorme sui gruppi inglesi a venire, specie sulle atmosfere sofisticate e decadenti di molti gruppi synth pop.
Quando nel 1974 esce il “Rocky Horror Picture Show” il fenomeno, all’apice commerciale è ormai sull’orlo di esaurirsi: non travestimenti e trucchi scenografici però, che ricompariranno in altre circostanze, svuotati del tutto o quasi delle allusioni sessuali nelle derivazioni più teatrali del post-punk inglese, nelle mascherate dell’hair metal inglese; i suoni e le provocazioni di Bowie saranno ripresi invece più o meno fedelmente nei tardi anni ’90 da gruppi come Suede, Auteurs e Placebo. (Continua…)

(Materiale scritto ed elaborato insieme al gruppo ‘Storia della Musica’)

Elena Ledda

Il 17 maggio 1959 nasce a Selargius, in provincia di Cagliari, la cantante Elena Ledda. Il suo debutto nel mondo dello spettacolo avviene nel 1968 quando, con l’incoscienza dei suoi nove anni sale sul palco in una festa di piazza a Quartucciu, in provincia di Cagliari.
Elena Ledda è una delle più importanti interpreti della musica tradizionale sarda, capace di coniugare radici popolari e ricerca contemporanea.
Negli anni ’80 entra a far parte del gruppo Suonofficina, esperienza fondamentale che la porta a esplorare il patrimonio musicale della Sardegna con un approccio innovativo: recupero della tradizione, ma anche apertura a strumenti e linguaggi moderni.
La sua cifra è un equilibrio raro tra: fedeltà alla lingua sarda (in diverse varianti, come campidanese e logudorese), ricerca timbrica, contaminazioni mediterranee e arrangiamenti raffinati ma rispettosi delle radici.
La sua voce è intensa, profonda, mai folkloristica in senso superficiale: porta con sé la memoria dell’isola, ma con uno sguardo aperto al mondo.
Elena Ledda ha collaborato con numerosi artisti e progetti legati alla world music e alla cultura mediterranea, diventando ambasciatrice della Sardegna in festival internazionali e ha contribuito a ridefinire l’idea stessa di musica popolare sarda: non un reperto museale, ma una lingua viva, capace di attraversare il presente.

Manuali di istruzioni e guide tecniche da scaricare in italiano gratis

Conservare i tanti manuali di istruzione cartacei dei tanti prodotti elettronici che vengono acquistati è sempre piuttosto noioso, senza contare poi che, molto spesso, diventano introvabili proprio nei momenti in cui servono.
Il mondo digitale, fortunatamente, ci viene in soccorso. Esistono infatti veri e propri archivi, biblioteche digitali immense che raccolgono milioni di manuali d’uso in formato PDF, rendendoli accessibili gratuitamente a chiunque. Trovare queste risorse richiede però un metodo, sapendo dove cercare e quali strumenti usare, specialmente quando si cerca la versione in italiano. La strategia vincente è bilanciare la ricerca sulla fonte ufficiale del produttore con l’uso sapiente di questi archivi di terze parti.

Il sito ManualsLib è senza dubbio il riferimento principale in questo settore, vantando una raccolta che supera i nove milioni di file PDF di oltre 140.000 marchi differenti.
Lo stesso approccio è utilizzato da altri archivi, come il molto ampio PDF-MANUALS.com, che si concentra su un catalogo vastissimo di user guides e service manuals (manuali di servizio, essenziali per la riparazione) di migliaia di brand.
ManualsOnline: Si distingue per l’approccio community-driven, dove anche gli utenti possono contribuire caricando le proprie guide, rendendolo potenzialmente utile per prodotti più vecchi o di nicchia.
ManyManuals: Con oltre un milione e mezzo di user guides, questo archivio si concentra molto sui grandi marchi di elettronica ed elettrodomestici. Pur avendo una versione italiana, è sempre consigliabile ricercare nel database internazionale per massimizzare le possibilità di trovare il documento.
Il sito iFixit è noto a livello internazionale non tanto per i manuali d’uso, ma per le sue guide dettagliate, illustrate passo dopo passo con fotografie, su come smontare e riparare praticamente qualsiasi cosa. Non è un archivio di manuali ufficiali, ma un wiki di riparazione collaborativo, che supporta attivamente il movimento del “Right to Repair” (Diritto alla Riparazione).
Un’altra risorsa significativa è Manuals+. Questo archivio offre centinaia di migliaia di manuali, ma il vero vantaggio è il suo Deep Search, che consente di cercare non solo per titolo o modello, ma all’interno del testo dei PDF. Questo è fondamentale per chi ha un problema specifico, ad esempio un codice di errore (spesso l’unica cosa che appare su un display) o il nome di una singola parte che necessita di sostituzione.
ManualeDuso.it: Simile a ManualsLib per l’interfaccia, questo sito si concentra su un catalogo più mirato al mercato italiano. Nonostante la dimensione ridotta, costituisce una chance importante per trovare rapidamente la versione tradotta senza dover ricorrere a servizi di traduzione automatica.
Il portale schede-tecniche.it è un progetto nato a giugno 2015, partendo dall’idea di condividere gratuitamente schede tecniche e manuali d’uso di caldaie, condizionatori, scaldabagni, radiatori, pompe, bruciatori, serramenti, termoventilatori, termoconvettori e altri prodotti per il riscaldamento ed il raffrescamento. L’obiettivo era quello di mettere a disposizione sia del professionista che del privato uno strumento che permettesse di recuperare schede tecniche e/o manuali uso andati perduti o non facilmente reperibili.

(via | navigaweb)

Bob Dylan: i suoi album #18

Hard Rain (1976)

Sotto una pioggia impetuosa, Dylan inventa il capitolo finale della sua cronaca della dissoluzione di un matrimonio.

Registrato il 23 maggio 1976 allo Hughes Stadium di Fort Collins, in Colorado, questo concerto faceva parte della seconda metà del tour Rolling Thunder Revue, che attraversò gli Stati Uniti. L’LP uscì il 13 settembre 1976, la stessa data in cui il concerto fu trasmesso in televisione. Un’ottima opportunità promozionale, quindi, per “Hard Rain”, che tuttavia non fu universalmente acclamato. Sconnesso per alcuni, privo del fascino della prima tappa del tour per altri, questo album dal vivo è davvero diverso da qualsiasi cosa Bob Dylan avesse fatto prima, ma possiede innegabilmente ciò che manca a “Desire”: un tocco di follia. Fin dal brano di apertura, “Maggie’s Farm”, si percepisce che qualcosa di unico sta bollendo in pentola. L’intera band, Dylan incluso, è letteralmente elettrizzante, trascinando l’ascoltatore in un vortice melodico in cui chitarre, pianoforte, batteria e altri strumenti si scontrano in un caos scomposto – in breve, una vera e propria banda di ottoni che produce una gioiosa cacofonia. Ma il risultato è sorprendente. Il gruppo sembra sapere esattamente dove sta andando, senza mai perdere la rotta: “Stuck Inside Of Mobile” ne è un esempio perfetto. La sezione ritmica guida con efficacia il brano, mentre le chitarre si incrociano e si intrecciano in una frenetica sarabanda, spingendo il brano al limite, trasformandolo in un estenuante esercizio virtuosistico. Naturalmente, alcuni momenti di relativa calma punteggiano il tutto, come “One Too Many Morning”, più toccante che mai, la sempre magnifica “Oh Sister” (anche se la voce di Dylan rivela rapidamente i suoi limiti), o “Lay, Lady Lay”, che, pur essendo piuttosto riuscita, non riesce a farci dimenticare la versione da “Before The Flood”. E la macchina riparte, instancabile, più vibrante che mai. Perché ciò che accade durante i cinque minuti e ventotto secondi di “Shelter From The Storm” è a dir poco miracoloso. Bob Dylan non aveva mai cantato così, declamando i suoi testi con raddoppiata convinzione, riscoprendo lo spirito che lo aveva abitato in “Hurricane”, mentre i musicisti scatenano un vero e proprio diluvio di elettricità sull’ascoltatore, permettendo ai loro strumenti di esprimersi appieno. L’energia sprigionata dall’ensemble è fantastica, l’emozione che ne emana è quasi palpabile. E quando il brano finalmente finisce, si rimane sbalorditi da tanto genio creativo, da tanta potenza. Dopo un simile terremoto, “You’re A Big Girl Now” e “I Threw It All Away” sembrano un po’ insipide, ma questa sensazione viene rapidamente eclissata dalle prime note di “Idiot Wind”, il magistrale finale di un album altrettanto straordinario. Si potrebbe dire che tale enfasi non può che significare che siamo in presenza del capolavoro di uno dei maggiori compositori di questo secolo. Non andrei così lontano, per il semplice motivo che “Hard Rain” guadagna in maestria ciò che perde in perfezione. Durante questo concerto, ogni brano sembra sull’orlo del collasso, riuscendo in qualche modo a concludersi in qualcosa di diverso dal caos totale. Questa precarietà non è piaciuta alla maggior parte dei fan, che vedono questo album come un fallimento artistico. Ognuno ha la sua opinione in merito. Paul Williams, ad esempio, critico rock e autore di numerosi libri su Dylan, considera questo album una delle opere più importanti create dall’uomo. Credo che questo dovrebbe bastarvi…