Alex Welsh

Il 9 luglio 1929 nasce a Edimburgo, in Scozia il trombettista e direttore d’orchestra Alex Welsh, uno dei pochi musicisti britannici che, insieme a Humphrey Lyttelton, Freddy Randall, Bruce Turner e pochi altri, ha saputo conquistarsi una solida fama a livello internazionale.

Protagonista del jazz tradizionale britannico del dopoguerra. Alex Welsh suonava tromba e cornetta ed era noto anche come cantante e leader della sua orchestra.

Dopo gli esordi con la Leith Silver Band e con il gruppo del clarinettista Archie Semple, si trasferì a Londra nei primi anni Cinquanta, dove fondò la sua band. Il suo stile, influenzato dal jazz di Chicago e dal Dixieland, contribuì in modo significativo alla rinascita del jazz tradizionale nel Regno Unito.

Negli anni Sessanta collaborò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Red Allen, Pee Wee Russell e Ruby Braff. Si esibì inoltre in importanti festival internazionali, tra cui il Newport Jazz Festival.

Alex Welsh morì nel 1982, a soli 52 anni, ma rimane una figura centrale del jazz tradizionale britannico, apprezzato per il suono caldo della sua tromba e per la capacità di rendere il jazz accessibile a un vasto pubblico.

Ólafur Arnalds – Like Gravity (2026)

Like Gravity non è un album nel senso tradizionale, ma un progetto curatoriale e collaborativo: nasce come colonna sonora di un film/documentario sulla collaborazione artistica e raccoglie quindici brani realizzati con vari musicisti della comunità creativa legata ad Arnalds.

Il disco si muove nel territorio tipico di Arnalds: pianoforte minimale, archi, elettronica ambient e voci eteree. Ma qui l’elemento centrale è la collaborazione: Bonobo, RY X, Talos, JFDR, Josin, Loreen e altri artisti contribuiscono a creare un mosaico sonoro molto coerente, fatto di brani delicati, sospesi, spesso malinconici.

L’ascolto è fluido, cinematografico: più che un album di canzoni sembra una lunga colonna sonora emotiva, costruita su atmosfere e stati d’animo più che su strutture tradizionali.

La tracklist è in parte una retrospettiva di collaborazioni passate e in parte una nuova narrazione tematica sulla connessione tra artisti.

Like Gravity è un disco intimo, collettivo e cinematografico, che parla di amicizia, collaborazione e comunità artistica. Non è un album innovativo come re:member o emotivamente compatto come some kind of peace, ma è un lavoro molto coerente e profondamente umano.

Se ti piace Arnalds, è un disco da ascoltare la sera, dall’inizio alla fine, come si guarda un film lento e pieno di paesaggi. È un disco che non cerca il capolavoro, cerca la connessione. E in questo senso il titolo è perfetto: la gravità è ciò che tiene insieme le cose, anche quando sono lontane.

Ronnell Bright

Il 3 luglio 1930 nasce a Chicago, nell’Illinois, il pianista Ronnel Bright, approdato al jazz quasi per caso dopo una formazione musicale squisitamente accademica e l’intenzione di diventare un acclamato concertista.

Raffinato pianista jazz statunitense, Ronnell Bright è nato a Chicago nel 1930 e scomparso nel 2021. Formatosi inizialmente come pianista classico, studiò alla Juilliard School prima di avvicinarsi al jazz durante il servizio nella Marina degli Stati Uniti.

Negli anni Cinquanta e Sessanta divenne uno degli accompagnatori più apprezzati del jazz vocale, collaborando con artisti come Sarah Vaughan, Carmen McRae, Nancy Wilson e Lena Horne. Il suo stile era elegante, ricco di armonie sofisticate e sempre al servizio della melodia.

Fu anche compositore e arrangiatore; alcune sue composizioni vennero registrate da musicisti come Horace Silver e Cal Tjader. Inoltre lavorò come musicista di studio e fece parte del gruppo Supersax negli anni Settanta.

Se vuoi scoprire il suo talento, ti consiglio l’ascolto di The Ronnell Bright Trio (1958) o delle registrazioni dal vivo di Sarah Vaughan con il suo accompagnamento al pianoforte, considerate tra le più belle della sua carriera.

La cultura digitale

La cultura digitale non riguarda soltanto l’uso di computer, smartphone o internet. È l’insieme di comportamenti, valori, linguaggi e pratiche che si sono sviluppati grazie alle tecnologie digitali e che influenzano il modo in cui viviamo, lavoriamo, apprendiamo e ci relazioniamo con gli altri.

Una riflessione importante riguarda il fatto che il digitale ha ampliato enormemente l’accesso alle informazioni e alla comunicazione. Oggi è possibile apprendere nuove competenze, collaborare con persone in tutto il mondo e partecipare a comunità che condividono interessi comuni. Questo ha favorito una maggiore diffusione della conoscenza e nuove opportunità di crescita personale e professionale.

Allo stesso tempo, la cultura digitale pone delle sfide. L’abbondanza di informazioni rende necessario sviluppare un forte senso critico per distinguere fonti affidabili da contenuti fuorvianti o falsi. Inoltre, la continua connessione può influire sulla capacità di concentrazione, sulla gestione del tempo e sulla qualità delle relazioni umane, quando la comunicazione virtuale sostituisce completamente il contatto diretto.

Un altro aspetto centrale è la responsabilità. Essere cittadini digitali significa rispettare la privacy propria e altrui, utilizzare un linguaggio corretto online e comprendere le conseguenze delle proprie azioni nello spazio digitale. Ogni contenuto pubblicato può avere un impatto reale sulla vita delle persone e sulla società.

Infine, la cultura digitale ci invita a riflettere sul rapporto tra tecnologia e umanità. Gli strumenti digitali sono potenti mezzi per migliorare la vita, ma non possono sostituire valori come l’empatia, il dialogo e il pensiero critico. La vera sfida non è adattarsi passivamente alla tecnologia, ma imparare a usarla in modo consapevole, etico e creativo, affinché contribuisca al benessere individuale e collettivo.

In conclusione: la cultura digitale rappresenta una delle trasformazioni più significative del nostro tempo. Comprenderla significa non solo acquisire competenze tecniche, ma anche sviluppare la capacità di utilizzare la tecnologia con responsabilità, spirito critico e attenzione ai valori umani.

Appunti corti #136

Il caldo non è più soltanto una stagione.
È diventato un segnale. Le estati si allungano, le temperature raggiungono livelli che fino a pochi anni fa sembravano eccezionali, e ciò che un tempo definivamo “ondata di calore” rischia di trasformarsi nella nuova normalità.

Il cambiamento climatico non è un fenomeno lontano, confinato nei ghiacciai che si sciolgono o nelle immagini di terre remote colpite da eventi estremi. È qui, nelle città che trattengono il calore, nei campi assetati, nelle notti sempre più difficili da rinfrescare. Lo percepiamo sulla pelle, nel respiro affannato delle giornate più torride e nella crescente fragilità degli ecosistemi che ci circondano.

Di fronte a questa realtà, il rischio più grande è abituarsi. Considerare normale ciò che normale non è. Invece, il caldo estremo dovrebbe ricordarci che il rapporto tra l’uomo e l’ambiente è fatto di equilibri delicati. Proteggere il clima non significa soltanto salvaguardare la natura: significa difendere la qualità della vita, la salute, il futuro delle prossime generazioni.

Ogni estate più calda della precedente ci pone una domanda semplice ma urgente: vogliamo essere spettatori del cambiamento o protagonisti delle soluzioni? La risposta non riguarda soltanto governi e istituzioni, ma ciascuno di noi. Perché il clima che lasceremo domani dipende anche dalle scelte che compiamo oggi.

Storia della musica: dal blues agli anni duemila #24

24 – La Disco

Il suono della disco è essenzialmente funky: un funk dal beat costante e regolare, (spesso scandito dall’hand-clapping mutuato dal gospel), in cui le voci degli shouters sono sostituite da voci femminili angeliche e allo stesso tempo provocanti, e il cui suono è ammorbidito da un abbondante utilizzo di archi, ma pur sempre funk: il groove grasso del basso e il suono stridulo di chitarra non lascia dubbi.
Il motivo è molto semplice: il fenomeno della disco nasce con l’apertura di locali gay a New York destinati esplicitamente al ballo, le discoteche da cui il fenomeno prende il nome, in cui venivano selezionati i pezzi soul e funky più groovy. Ad un certo punto i pezzi funky-soul cominciano ad essere prodotti con lo scopo preciso di essere suonati nelle discoteche e a quel punto il suono la disco può dirsi nata.
Ben presto le discoteche cessano di essere appannaggio esclusivo della comunità gay divenendo fenomeno di massa: il fenomeno più commerciale è di breve durata, limitandosi alla seconda metà dei ’70, ma ha l’effetto di un ciclone. Un’infinità di artisti soul, pop e rock comincia ad integrare il beat in 4/4 della disco nella propria musica, dal soul orchestrale di Barry White, a veterani del rock come Mick Jagger (assiduo frequentatore del “Paradise Garage” di Larry Levan), passando per un gruppo come gli Australiani d’adozione (in realtà sono orginari dell’isola di Man) Bee Gees che fino ad allora aveva suonato pop-rock di derivazione più o meno Beatlesiana e che in questi anni diventa una delle voci più celebri del movimento.
Un’altra rivoluzione connessa alla nascita di un filone musicale come questo, ad uso e consumo delle discoteche, è il riesplodere del singolo come formato discografico per eccellenza: i vinili vengono tagliati appositamente per facilitare l’estensione del brano (è la nascita dell’extended mix, primo fenomeno di remixaggio); sui vinili è indicato il bpm dei pezzi per facilitare un missaggio fluido (nascita del missaggio professionale in sequenza dei pezzi che eleva ad arte il ruolo del dj).
Se la storia della disco è essenzialmente storia di singoli non mancano le stelle del genere, abilmente forgiate dalle mani dei produttori: da veterani come Earth Wind and Fire e KC & The Sunshine Band, agli Chic , veri inventori del suono disco col già citato “Le Freak”, dalle regine della disco, Gloria Gaynor e Donna Summer, alle meteore (Tavares, Sylvester, Trammps).
Se gli Chic coniano il suono della disco è Giorgio Moroder (Italiano ma di stanza a Monaco) ad innovarlo, introducendo le tastiere elettroniche sia per fornire una base melodica sia per dettarne l’ossatura ritmica: con la produzione dei singoli di Donna Summer “Love to love you baby” e “I feel love”, rispettivamente del 1975 e del 1976, porta prepotentemente l’elettronica nella dance anticipando un’innovazione che il synth pop dei primi anni ’80 farà prontamente sua.
Il fenomeno raggiunge il suo apice nel 1977 dopo l’uscita del film “La Febbre del Sabato Sera” esplodendo a livello mondiale per poi spegnersi di lì a poco (almeno come moda) con inni della cultura disco (e della cultura gay) come “YMCA” dei Village People e “We Are Family” delle Sister Sledge, entrambi del 1979, a fare da canto del cigno.
Alla fine del boom commerciale non corrisponde assolutamente la morte del genere, se si considera che è cosa di questi anni l’apertura di due locali destinati ai gay di colore come il warehouse di Chicago con Frankie Knuckles come DJ resident e il Paradise Garage di New York dove ha base Larry Levan: dai rispettivi locali prenderanno il nome House e Garage, dagli anni ’80 in poi eredi elettroniche della disco stessa, da cui mutueranno molti elementi stilistici e la funzione danzereccia.
Non solo: in pieno post-punk gruppi p-funk come Kid Creole & the Coconuts e Was Not Was (e un’infinità d’altri) creeranno forme ibride di disco mutante con un approccio obliquo tra avanguardia e dance, esperimenti, testimoniati da raccolte come “Mutant Disco” (1981) e “Disco Not Disco” (2000), che si riveleranno di seminale influenza per l’esplosione del p-funk revival di inizio millennio… (Continua…)

Franco Morea

Il 28 giugno 1927 nasce a Roma il batterista Franco Morea, con la Junior Dixieland Gang uno dei protagonisti del jazz italiano.

Facciamo un salto nel panorama del jazz italiano, in particolare in quella feconda scena piemontese che ha dato tanto al genere nel nostro Paese. Franco Morea è stato un pianista, compositore e arrangiatore di grande spessore, una figura che ha vissuto il jazz con una dedizione quasi artigianale.
Morea è stato un pilastro della scena jazz torinese, specialmente a partire dagli anni ’70 e ’80. La sua formazione classica gli permetteva di avere un controllo tecnico del pianoforte sopraffino, che metteva al servizio di un jazz raffinato, spesso vicino all’estetica del Cool Jazz e del Bebop.
Ha guidato diverse formazioni a suo nome, distinguendosi per un fraseggio pulito, elegante e profondamente lirico. Oltre che come esecutore, Morea era stimatissimo per la sua capacità di scrivere per grandi organici (Big Band). La sua scrittura era complessa ma sempre fluida, capace di valorizzare i solisti senza mai soffocare il ritmo. Come molti dei musicisti che hai citato finora (che pur avendo stili diversi condividevano una profonda etica professionale), Morea ha dedicato parte della sua vita alla trasmissione del sapere jazzistico, influenzando generazioni di pianisti italiani.
Franco Morea ha spesso incrociato il suo cammino con i grandi del jazz internazionale di passaggio in Italia. Era il tipo di musicista su cui i colleghi americani potevano contare: preparatissimo, capace di leggere partiture complesse a prima vista e dotato di quell’ “interplay” (dialogo tra musicisti) che è l’essenza stessa del jazz.
Perché ricordarlo?
In un mondo di grandi star e ululati (come quelli di Howlin’ Wolf), Franco Morea rappresenta la nobiltà del jazz italiano: quella fatta di studio, di club fumosi, di arrangiamenti scritti a mano di notte e di una passione per lo swing che non cercava necessariamente il clamore mediatico, ma la perfezione della nota.
Rispetto ai “giganti americani” di cui abbiamo parlato prima, Morea incarna una dimensione più europea e colta del jazz.