Habitat
Non dubitavo
ci fossi ancora.
Da qualche parte.
Nel muschio, forse.
Ma ognuno ha l’habitat
che l’anima sceglie,
costruendolo.
Un punto di partenza
per la condivisione.
Non dubitavo
ci fossi ancora.
Da qualche parte.
Nel muschio, forse.
Ma ognuno ha l’habitat
che l’anima sceglie,
costruendolo.
Un punto di partenza
per la condivisione.
Scompaiono i rituali che
divorano il tempo e
ritagliano lunghe fasce bianche
senza segni o
tacche di riconoscimento.
Tutto scorre senza appigli,
come un ruscello dentro ad
un’immensa pianura.
Tutto scorre nudo,
senza abiti nei cui orli rifugiarsi.
Senza più addobbi o
rime della domenica.
Tutto è divenuto,
infine, un’unica forma
senza più forma.
L’odore di quei dolori,
ritornato e invadono le mie notti
come spilli nella pelle.
Trafiggo il buio con i se
e con i ma, sostituendo
il “sarebbe” con “è”.
Scintille di fuochi lontani
ora rievocati, ora bruciati,
pacificano l’anima.
Pioggia, sole, nuvole.
La variabilità rende i paesaggi,
più intensi e vitali.
Variabilità, l’accento
che rafforza ed eleva ,
l’essere natura.
Ho percorso cunicoli sotterranei verso ogni direzione.
Grandi spazi segreti che attraversavano terre incolte.
Giardini, colline e montagne dove lo sguardo non arriva.
Ho intarsiato la mia libertà, con lavori duri.
Gonfi di sangue pulsante con spine nella testa.
Un passo dietro l’altro, ancora oggi avanzo.
Rami foglie e ombre gialle,
accordano il trascorrere
dei giorni e del tempo.
Riposo e decomposizione
accompagnano il trapasso
dove s’apre il bosco.
Ruoli che si ripetono nel
ciclo continuo inarrestabile
della vita e della morte.
Emozioni che ci possiedono,
come terre selvagge,
ampie e inesplorate.
Brividi che ci pervadono,
come carezze mansuete,
generose e conosciute.
Ansie che ci prendono,
come maschere anonime,
dubbiose e ambigue.
Ogni possibile percezione,
del tempo, dello spazio, del respiro,
attraversa destinazioni sconosciute dentro.
Mi fa pena chi non sogna e chi non cade mai.
Voglio ritrovare la meraviglia e quella luce
che sanguina vita, testarda come me.
Mi sveglierò un giorno forse,
più lontano dal dolore e più simile a me stesso.
Ci penso a volte,
a quei momenti,
a determinate altezze,
come la vita
sembra un po’ il paradiso.
Quando anche la distanza
fra respiri irregolari e
battiti scardinati, diventano
perfettamente richiudibili
nelle eleganti pagine
del diario del nostro
fragile esistere.
L’aria profuma di freddo e di muschio benefico.
La luce penetra impastata con aria umida.
Il suono danza solitario in un silenzio religioso.
Consumando un’attesa che è concreta, tangibile.
Riposa in un letargo che è evidente, palpabile.
In attesa di un rinnovamento che verrà, visibile.