Laurie Anderson — Strange Angels (1989)

Strange Angels fu fonte generosa di mille sorprese che, alcuni delusero ed altri fecero saltare di gioia. Ma cosa combinò la nostra per suscitare reazioni così contrastanti? Semplice: si è ingeniata a costruire dieci meravigliose canzoni (pop)olari.

Chi ha storto il naso ascoltando “Language is a virus” farà meglio a tapparsi ora i canali auricolari: non più il gelido (splendido) esotismo tecnologico di “Mr Heartbreak”, ma un linguaggio sonoro diverso, più caldo, immediato, che parla in egual misura all’intelligenza e al cuore. Nessun taglio netto con il passato: la Anderson di oggi (1989) è la stessa di sempre, solo discorre con maggior semplicità, con dolcezza e malinconia.

Accarezza le tradizioni musicali del centro e del sud America, le culla con sguardo ironico (ma non cinico), le riveste d’eleganza europea e ce le porge cantando con grazie inaudita. Si Laurie canta e lo fa divinamente, abbandonandosi senza freni ad un’ondata melodica irresistibile.

La voce di Laurie Anderson passeggia tranquilla, si innalza ad acuti improvvisi, si trasforma con la stessa plastica duttilità di Kate Bush, rincorre suggestioni esplicitamente pop, si insinua tra cori gospel, tra ballate caraibiche con tanto di slide guitar, saltella tra le note squillanti dei fiati, rimbalza su morbidi e armonicissimi tappeti di tastiere, per poi riposare all’ombra del canto suadente della fisarmonica.

Un disco tranquillo e sereno, che rilega nell’angolo dissonanze e squilibri tonali, senza rinunciare ad essere acuto, lucido, penetrante, convincente. E’ una Laurie Anderson musicalmente terrena, priva di intellettualismi compiaciuti, un’artista che si impadronisce del pop, lo raffina, lo purifica ma non lo raffredda in glaciali schematismi.

Non si parli allora di commercialità; si dica piuttosto della genialità, della sincerità, del divertito candore con cui Laurie Anderson ha creato il suo ennesimo capolavoro.

Popular Music (9. Il Jazz degli anni ’50 e ’60)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’50 e ’60

Se il cool aveva preso piede soprattutto in California, a New York il be bop si evolse nell’hard bop, una forma più ‘distaccata’ e impassibile. Certo non rilassata come il cool, ma nemmeno frenetica come il be bop.
Questo nuovo stile è caratterizzato dal punto di vista ritmico, non a caso alcuni dei gruppi più interessanti del periodo sono guidati da batteristi (Art Blackey, Max Roach, Elvis Jones, Philly Joe Jones e altri) dei quali il jazz studiò nuove strade.

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Disco: Joni Mitchell – Mingus (1979)

In un colpo solo ci si occupa di un grandissimo del jazz come Charles Mingus e una cantautrice, Joni Mitchell, che nei tardi anni ’70 sarebbe stata protagonista di un entusiasmante incontro tra jazz e canzone d’autore. Per questo disco, la cantante accettò l’invito dello stesso Mingus ad interpretare alcune sue composizioni scritte appositamente. Il risultato è esaltante, anche grazie all’apporto di grandissimi musicisti come Herbie Hancock (tastiere), Wayne Shorter (sax, Don Alias (percussioni), Peter Erkine (batteria) e Jaco Pastorius (basso). Mingus però non vide mai realizzato il disco: morì poche settimane prima dell’inizio delle registrazioni. Dal tour con il quale la Mitchell portò il lavoro in concerto venne tratto un doppio album live epocale intitolato ‘Shadows and light’.

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Nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman (1930 – 2015) pubblicò l’album ‘Shape of jazz to come’, un autentico pugno in faccia agli appassionati di jazz. In esso, la musica era diventata, semplicemente, free, libera; non aveva più regole, gli strumenti non rispettavano né tempi né tonalità, per molti non era neanche musica.
Era free jazz.
In effetti, essa liberava totalmente i musicisti dalle strutture armoniche, melodiche e ritmiche tradizionali. L’improvvisazione era totale e i jazzisti potevano inventare i loro percorsi assieme (ognuno seguendo la propria idea musicale) o singolarmente.
Era, insomma, una ribellione verso ogni schema formale precostituito che andava di pari passo con la ribellione che scendeva nelle piazze contro la guerra e per la conquista dei diritti civili da parte dei neri.
In effetti, musicista come il trombettista Don Cherry (1936 – 1995), il pianista Cecil Taylor (1929 – 2018), i sassofonisti Anthony Braxton (1945) e Albert Ayler (1936 – 1970) o il gruppo degli Art Ensemble of Chicago poggiavano la loro proposta artistica su solide basi ‘ideologiche’ prima ancora che musicali.

Se Ornette Coleman aveva aperto la strada del free jazz, John Coltrane (1926 – 1967) indicava una direzione leggermente diversa.
Anche il suo era un jazz molto libero, ma non aveva abbandonato del tutto i vincoli dell’armonia: il suo era un sax che spesso gridava, ma la sua musica era quasi sempre ordinata e accessibile. Era nuova, ma non sovversiva.
Quella di ‘Trane’ fu una vicenda artistica brevissima. La sua attività cominciò a 29 anni e si concluse con la sua scomparsa ad appena 40, solamente undici anni, ma fondamentali per la storia del jazz.
Il suo approccio al sassofono era diverso e nuovo: più istintivo e più arrabbiato. Inevitabilmente, divise critica e pubblico in una disputa senza fine. Dopo altre esperienze discografiche, nel 1964 Coltrane realizzò il suo capolavoro, ‘A love supreme’. Il disco ebbe un successo di vendite degno di un album rock, venne osannato dalla critica e adorato da pubblico e musicisti non solo jazz. 

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Disco: John Coltrane – A love supreme (1964)

Un vecchio detto recita che se nel jazz devi cominciare da qualche parte, non puoi far altro che partire da qui. In effetti, stiamo parlando di un lavoro che rappresenta la vetta artistica di uno dei maggiori jazzisti della storia. E’ un disco fortemente spirituale, influenzato in maniera determinante dal misticismo religioso che pervadeva Coltrane, strettamente legato ad un suon momento di rinascita umana ed artistica dopo anni di dipendenza da alcol ed eroina. Si tratta di un’opera straordinaria in cui il sax tenore grida, si contorce e alla fine si libera, nel finale, raggiungendo apici di indicibile dolcezza, cercando di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un ‘amore supremo’ dopo una vita travagliata.

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Il trombettista Miles Davis (1926 – 1991) è stato un personaggio fondamentale nella storia del jazz che egli ha visto (e creato) da protagonista per quasi mezzo secolo.
Pur non esente dai comuni problemi di tossicodipendenza, a differenza di tanti grandi colleghi ebbe una carriera lunghissima continuamente mossa da una curiosità che lo ha portato ad esplorare (spesso prima di tutti gli altri) i più diversi territori del jazz e non solo.
Nel 1948, in anticipo sui tempi, con il suo primo gruppo, alle prese col cool. Messo fuori gioco per alcuni anni dall’eroina, nella seconda parte degli anni ’50 realizzò album storici come ‘Millestones’ e soprattutto ‘Kind of blue’, Negli anni ’60 esplorò poi l’hard bop, cominciando la grande rivoluzione che lo vide protagonista alla fine del decennio: l’incontro del jazz con la strumentazione elettrica e quindi con il rock. Proprio a seguito di questa intuizione, con due dischi storici come ‘in a silente way’ e ‘Bitches brew’.
Questa ‘nuova musica’ che venne chiamata jazzrock (o rockjazz) non venne accettata dai puristi, ma milioni di ascoltatori e migliaia di musicisti impazzirono per questi nuovi suoni.

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Disco: Miles Davis – In a silent way (1969) 

Ascoltare questo disco è facile. La musica scorre fluida e accattivante. Nonostante vi suonino alcuni tra i maggiori musicisti della storia (da Wayne Shorter a Chick Corea, da Herbie Hancock a John McLaughlin, da Joe Zawinul a Dave Holland) non vi sono assolo, e anche la tromba di Davis suona poche note, non ci regala alcun virtuosismo ma un’intensità e un’espressività che è propria solo dei grandi. ‘In a silent way’ è fatto di pochissime note, ma ciò che dà profondità ed emozione sono proprio i silenzi, le attese tra una nota e l’altra: la magia di questo lavoro che portò per la prima volta gli strumenti elettrici nel jazz, sta tutta nelle note… non suonate. Nessuno urla, qui Williams carezza i piatti con le bacchette, Mclaughlin, Corea e Hancock scivolano sulle loro tastiere e bisogna ascoltare con attenzione per cogliere i loro arpeggi appena accennati, Shorter sembra solo ‘respirare’, non soffiare, nel suo sax. E Davis, uno che ha urlato spesso, prima e dopo, qui sceglie di esprimersi sottovoce. E quello che ne risulta è magia ed emozione.

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How To Love di Withered Hand (2023)

Sono passati nove lunghi anni dall’ultima volta che abbiamo sentito Withered Hand sull’acclamato LP “New Gods”. Purtroppo il cantautore scozzese Dan Willson è rimasto in silenzio a causa delle sue lotte con problemi di salute mentale. Fortunatamente la fiducia sembra ripristinata e un senso di speranza e apprezzamento per le cose buone che la vita può offrire è tangibile.
“How To Love” è un album straordinario di resistenza umana che trova i suoi brividi nei semplici piaceri della vita e nel viverla nel miglior modo possibile. Ovviamente, è terribile pensare alle lotte di Dan Willson negli ultimi anni, ma credere fermamente nel potere riparatore della musica e sentire quell’esatto processo in azione. Di conseguenza, il ritorno di Withered Hand è una cosa di trionfo e meraviglia.

Ascolta l’album

Jeff Buckley

E’ probabilmente il più apprezzato e amato dei cantautori degli anni Novanta, figlio del leggendario Tim Buckley, anche lui tragicamente scomparso in giovane età. Jeff aveva un modo creativo di affrontare la canzone. Affascinato in egual modo dai Led Zeppelin come dal garage rock, dal punk e dalla disco, riusciva a essere un interprete romantico anche quando la progressione musicale era devastata dal suono di una chitarra elettrica distorta.

Era bello, giovane e forte di un album, Grace, del 1994, di cui tutti dissero un gran bene, sia la stampa specializzata sia quella istituzionale. E’ morto nel maggio del 1997 in circostanze mai chiarite fino in fondo.

C’era abbastanza materia emotiva per fare di Jeff Buckley un eroe “guevariano” agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che seguono le cose del rock, e altrettanta per imbastire una speculazione discografica, visto il grande bagaglio di registrazioni postume che si sono riversate nel corso degli anni sui fan. Buckley era riuscito fino ad allora a seguire degnamente le orme del padre, distaccandosene in termini stilistici ma facendone rivivere la materia poetica. Autore e interprete sensibile e originale, ha segnato in maniera forte, con la sua breve ma intensa carriera, la produzione dei cantautori degli anni Novanta.

The Jesus And Mary Chain — Darklands (1987)

Quando ascoltai per la prima volta i “The Jesus And Mary Chain” ebbi nei loro confronti un atteggiamento estremamente conservatore, lo stesso che manifestai — lo ammetto — nel ’77 quando vennero fuori i Sex Pistols: che diamine — consideravo tra me e me — come si permettono questi sfacciati di bistrattare il vecchio rock di papà Elvis?

Ripensandoci, ho commesso lo stesso imperdonabile errore: dietro a quell’atteggiamento cinico, come sovente accade, si nasconde il vero amore e l’atteggiamento giusto, in grado di “preservare la specie”; nel senso di rock, quello genuino e privo da qualsiasi contaminazione che non abbia bisogno di scaricare le proprie sensazioni, frustrazioni, urgenze. Dietro a quel rumore apparentemente “maleducato”, dunque, ecco la stoffa, il sincero e sentito bisogno di recitare la propria parte per il gusto di conservare l’attitudine, di non snaturare il vecchio significato di una musica adulta che rifiuta la maturità; il rock’n’roll, dunque, ha ciclicamente bisogno dei suoi Sex Pistol e Jesus And Mary Chain per “strattonarsi” ancora una volta sulla strada giusta, che è poi quella sbagliata, e non è un gioco di parole. Il rock è sempre dall’altra parte della strada, il rock — anche quando si nasconde dietro forme più accessibili — è, se vissuto con coerenza, comunque “di rottura”.

A due anni da Psychocandy, nell’autunno del 1987, Jesus And Mary Chain tornano con Darklands, un lavoro più maturo, meditato, studiato; meno rumorismo, come era lecito aspettarsi, e più pop, più canzonette, ma sempre taglienti come rasoiate settantasettine. E’ l’album che mostra l’attitudine che farà dei fratelli Reid dei compositori indimenticabili.

Nei solchi (siamo nel ’87 e il CD latita ancora per poco) le zelanti sonorità vengono condite da testi tutt’altro che stupidi, materiale ben lungi dall’essere risaputo o stereotipato. In fondo, come detto all’inizio, è sempre dietro alle devianze che si nasconde la purezza d’intenti, dietro il disgusto si cela il sopraffino.

Popular Music (8. Il Jazz degli anni ’40 e ’50)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’40 e ’50

Il Be bop. Se negli anni ’30 la scena era assai vivace, negli anni ’40 conobbe difficoltà di ogni tipo.
Dal ’42 al ’44, il sindacato dei musicisti proclamò un lungo sciopero per questioni di diritti d’autore che di fatto bloccò la pubblicazione di nuovi lavori, contemporaneamente la guerra mandava molti musicisti al fronte piuttosto che sul palco. Infine  una situazione economica già molto difficile, mise nuove tasse sulle sale da ballo.
L’insieme di questi eventi, portarono a sperimentare nuove forme musicali più ‘agili’ e più innovative di quelle un po’ imbalsamante proposte dalle vecchie grandi formazioni.

Nel 1946, un gruppo tra i cui componenti c’erano alcuni futuri monumenti della storia del jazz come Dizzy Gillespie (1917 – 1993) alla tromba. Charlie Parker (1920 – 1955) al sax e Max Roach (1924 – 2007) alla batteria, registrò alcuni brani totalmente ‘nuovi’: Shaw ‘nuff, Salt peanuts. Hot house…
Era nato il Be bop.
Ma non piacque per niente. Gran parte del pubblico era abituato al dixieland o allo swing vellutato delle orchestre: questa invece era musica molto più dura e difficile.
Nonostante la perplessità del pubblico, artisti come il chitarrista Barney Kessel (1923 – 2004), il pianista Thelonius Monk (1917 – 1982), il trombettista Fans Navarro (1923 – 1950), i sassofonisti Sonny Rollins (1930) e Dexter Gordon (1923 – 1990) e moltissimi altri erano assolutamente convinti della loro musica: volevano riportare il jazz alle origini, dopo che lo swing aveva fatto diventare questo genere una musica da ballo e tutto eccessivamente ‘bianca’.

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Ipse Dixit: «Appena fummo entrati, quei tizi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro incominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai potuto dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono dal palco. Ci spaventarono». Così il batterista della big band di Woody Herman, Dave Touch, raccontò all’epoca un’esibizione del quintetto di Dizzy Gillespie all’Onyx di New York. (Marshall Stearns, ‘The story of jazz’)

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Protagonista di questo periodo, ‘traghettatore’ tra il be bop (anni ’40) e il cool (anni ’50) fu Charlie Parker. Nato a Kansas City il 29 Agosto del 1920, anche se quando morì, nel 1975, i medici che avevano fatto l’autopsia dissero che era più probabile avesse 53 anziché 35.
A tredici anni, suonava il sassofono baritono, un anno dopo passò al contralto. A quindici (già sposato con una ragazza di diciannove!) la musica era già un fatto di sopravvivenza: suonava ininterrottamente dalle nove di sera alla cinque del mattino per 1,25 dollari. La sua era una vita difficile, martoriata dagli stupefacenti, era sempre sporco e stracciato, ma suonava come non si era mai sentito prima, anche se spesso non possedeva nemmeno uno strumento suo.
Nonostante la sua musica non piacesse a tutti, il suo sax divenne la voce più espressiva del jazz dell’epoca, anche se la vita per lui continuava ad essere sempre molto dura: nel 1947, devastato da droga, alcol ed eccessi di tutti i tipi, fu rinchiuso per sei mesi in manicomio. Quando ne uscì la situazione non era migliorata di molto.

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Disco: Charlie Parker – The complete Dial session (1999)

In questi quattro cd sono state pubblicate le registrazioni in studio effettuate da Parker e Los Angeles tra il ’46 e il ’47: di lì a poco sarebbe stato ricoverato in manicomio e molto del suo disagio traspare da questa musica. Considerandolo del tutto inaffidabile, la casa discografica gli aveva imposto in studio uno psichiatra… Immaginatevi l’atmosfera: ‘Bird’ (come era soprannominato) tremava e sudava e il medico gli dava pasticche, ma in qualche maniera il disco venne fuori. Con perle assolute come Lover man, The gypsy, Max making way, Ornitologi, A night in Tunisia, Embraceable you. Con lui, Dizzy Gillespie, Miles Davis e altri immensi compagni di viaggio. Anche qui, come sempre, dramma e ispirazione procedono di pari passo creando il ritratto di un genio fragile e malato.

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Il bop non spazzò via tutte le grandi orchestre, le maggiori, come ad esempio quella di Duke Ellington, sopravvissero.
Alcune cambiarono il suono, come ad esempio, quella di Woody Herman (1913 -1987) che dal grande successo con lo swing, sposò il bop.
In ogni caso, il bel bop era stata una rivoluzione, un punto di rottura con lo swing e, allo stesso tempo, l’origine di altre esperienze musicali.

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Disco: The best of Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker (1991)

Nel 1952, Gerry Mulligan formò con Chet Baker un quartetto da cui era escluso il pianoforte, fino a quel momento ritenuto indispensabile in questo tipo di formazione. La nuova formula, che prevedeva due solisti intrecciare continuamente le proprie linee melodiche, ebbe un successo incredibile. Questo doscop documenta registrazioni tra il 1952 e il 1957 e presenta due grandi artisti che ebbero l’intuizione di sposare il suono greve eppure pieno di pathos del sax baritono (di Mulligan) alla tromba liricissima di Baker, certo in debito verso Miles Davis, ma anche capace di intuizioni che solo una vita troppo disordinata avrebbe fatto tacere troppo presto.

Ascolta sette brani su radioscalo


Eight Feet Tall di Eight Feet Tall (2023)

Gran parte della musica tradizionale irlandese è musica da ballo. I brani, per lo più sonori, vengono eseguiti come danze in contesti o momenti specifici. Questo album vede la danza e la musica non solo come complementari, ma fondamentalmente come unica cosa.
Sebbene questa collaborazione rimanga profondamente tradizionale, gli arrangiamenti evidenziano i suoni della danza come elemento percussivo e armonico insieme a archi, violini e voce. Si sentirà ballare in ogni canzone, si ascolterà poliritmi completamente tradizionali.
Più che un esercizio intellettuale, è un’esperienza ‘fisica’.

Ascolta l’album

Hellhound on my trail – Robert Johnson (1937)

Robert Johnson scrisse pochissime canzoni, ventinove per l’esattezza, un testamento di ventinove magiche canzoni prima di restituire, come da leggenda, l’anima al demonio. Partendo da una frase, quella del titolo, che molti bluesmen prima di lui avevano utilizzato in altre composizioni, Johnson costruisce un percorso di terrore e buoi, paura e tormento. Rispetto ai predecessori, Johnson non si limita a cantare una possibilità, quella che i cerberi, i feroci mastini posti a guardia delle porte dell’inferno, siano sulle sue tracce. Quello che canta Johnson è la certezza che ciò stia accadendo, per ammonirlo che il momento è vicino, la fine prossima.

Roky Erickson with Okkervil River — True Love Cast All Evil (2010)

Prosegue bene quest’annata musicale con Roky Erickson che insieme alla band texana degli Okkervil River pubblica “True Love Cast Out All Evil” disco che arriva dopo quindici anni da “All That May Do My Rhyme”.

Per la comprensione dell’uomo e del disco è utile tenere presente che la vita di Erickson è stata particolarmente segnata da una serie di vicissitudini. La lista è lunga, Roky, infatti, ha avuto problemi con la giustizia e la droga nei tempi passati e con la schizofrenia in tempi recenti. Ora completamente ristabilito e grazie a certi contatti: Will Sheff e Andrew Savage, manager degli Okkervil River, è ritornato in auge con questo nuovo album.

Il disco è un’autobiografia in musica. Il male, la tristezza, la morte ma anche l’amore, la speranza la spiritualità sono i temi di cui parlano i testi delle sue canzoni. Dodici brani estremamente coraggiosi dove il nostro sessantatreenne cantautore mette a nudo tutta la sua vita. La sua voce intensa è profonda crea un’emozione senza pari. Il primo e l’ultimo brano del disco e non a caso, sono stati registrati durante la sua reclusione in manicomio. Nel mezzo le altre dieci canzoni, non tutte sono inedite ma sono state composte nella sua lunga carriera. Le sonorità, principalmente country e folk, sono armoniosamente costruite dagli Okkervil River i quali danno un tocco avvolgente ed incisivo.

E’ palpabile l’ottimismo che affiora in questo disco, un sentimento che ha sempre sostenuto Erickson durante la sua non certamente facile vita, fatta di orrore, incubi ed elettroshock. Lo si sente nelle ballate intense e cariche di sentimento.

Popular Music (7. Il Jazz degli anni ’20 e ’30)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’20 e ’30

Negli anni ’20, quello che era successo a New Orleans solo pochi anni prima, ora stava succedendo in un’altra città, al nord: Chicago. Tanti locali, tanta musica, tanti musicisti.
Il trombettista Louis Armstrong (1901 – 1971) si era fatto le ossa a New Orleans prima di arrivare a Chicago così come il cornettista Joe ‘King’ Oliver (1885 – 1938). Ma in quello stesso periodo in città ogni sera era possibile ascoltare anche i pianisti Jerry  Roll Morton (1890 – 1941) ed Earl ‘Fatha’ Hines (1905 – 1983), i clarinettisti Sidney Bechet (1890 – 1959) e Albert Nicholas (1900 – 1973), o il trombettista Big Beiderbeck (1903 – 1931), ‘alter-ego’ bianco di Armstrong.
Tutti oggi considerati padri del jazz.

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Disco: Louis Armstrong & Earl Hines (1989)

Questo album della Columbia raccoglie brani tra il 1927 il 1928.  Momenti come St. James Infirmary, Basin Street blues o West End blues, documentano la piena maturità di Louis Armstrong che comunque per decine d’anni avrebbe continuato a frequentare non solo questo jazz ‘delle origini’ cui resterà sempre affezionato, ma anche il mondo del pop ottenendo soprattutto negli anni ’70 grande successo con canzoni ‘leggere’. Tuttavia, qui, assistito splendidamente da Hines, porta la propria tromba sulla terra di confine tra il primo jazz e lo swing che stava per arrivare.

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La musica di questi artisti era inevitabilmente il jazz ‘delle origini’ che si suonava a New Orleans, tuttavia qualcosa stava accadendo: i gruppi di musicisti si ampliavano come organico fino a diventare autentiche orchestre di una dozzina di componenti dette ‘big band’, con legni, ottoni e sezione ritmica. Di pari passo, la musica si evolveva verso una forma più ballabile: lo swing.

Fu New York la capitale del jazz negli anni ’30.
Contemporaneamente a Fletcher Henderson (1897 – 1952), arrivato in città con la sua big band nel 1923, George Gershwin (1898 – 1937) musicista di estrazione ‘colta’, tentava una fusione tra jazz e musica classica mentre, seguendo proprio la strada indicata da Henderson, cominciavano a mettersi in luce arrangiatori e direttori, ognuno con la sua grande orchestra.
Come tanti direttori di big band, Due Ellington aveva avuto una rigida educazione musicale. Arrivato a New York nel 1922, impiegò alcuni anni a maturare un proprio stile personale: negli anni ’30 era già, semplicemente, il più grande. 

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Disco: Due Ellington – Live at Fargo (1940)

Sono tantissimi, nella sconfinata discografia di Ellington, i dischi dal vivo. Evidentemente era sul palco che la grande orchestra del Duca dava il meglio di se stessa. Ne abbiamo una dimostrazione in questo album che, pure registrato con una rudimentale apparecchiatura portatile (siamo nel 1940!), riesce a restituirci intatta l’atmosfera che la big band riusciva a creare. E’ da notare come il tappeto sonoro creato dai musicisti costituisce un perfetto sottofondo su cui si muovevano eccellenti solisti come il sassofonista Ben Webster o il trombettista Rex Stewart. Ma quello che l’ascoltatore deve cogliere è lo splendido ricamo degli strumenti concepito dal grande arrangiatore e direttore. 

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Altre big band da segnalare sono quelle di: Benny Goodman (1909 – 1986), William Allen ‘Count’ Basie (1904 – 1984), Tommy Dorsey (1905 – 1956), Gene Krupa (1910 – 2004) e Artie Shaw (1910 – 2004). Va ricordata un’orchestra di enorme successo: quella di Glenn Miller (1904 – 1944), fondata nel 1938. 

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Ipse Dixit: «Tutto quello che vogliono fare è dell’esibizionismo, e ogni vecchio trucco è buono. Così tirano fuori tutti quegli accordi strampalati che non significano niente, e in principio la gente prova della curiosità soltanto perché si tratta di una novità, ma poi si stanca perché non è musica veramente buona: non c’è nessuna melodia che si possa ricordare e nessun ritmo regolare su cui si possa ballare. E così questi musicisti tornano ad essere di nuovo poveri e non c’è lavoro per nessuno, e questo è quanto vi ha combinato la malizia moderna». (Louis Armstrong, trombettista)

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