I cinquant’anni di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd

The Dark Side of the Moon racconta la grandezza delle retrovie della psiche umana, tanto grande e tanto fragile. Nel 1973 a New York un grande tesoro inestimabile di arte musica e filosofia veniva messo al mondo, e seppur tanto omaggiato, tanto criticato, ha reso giustizia ad una lisergica parentesi della storia della musica. Chissà se a distanza di cinque decenni ne sia stato colto il totale significato, la totale sfumatura cupa e il lato nascosto, quello che non si vede. Il lato oscuro, buio e cupo è di sicuro quanto di più straordinario non sia mai stato percepito, e quanto di grande sia nascosto da quella luna pallida che ogni volta, ad ogni ascolto sembra parlarci. Se non tra i più belli, The Dark Side of the Moon oltre che essere l’outsider di un’intera discografia musicale, è di certo il disco dei record e dei numeri con tante cifre dall’irripetibile eccellenza.

Il dualismo di un disco come questo viene fuori raramente se non ci sono mani sapienti a plasmare con tanta arte e tanta dedizione le sette note in un così vasto repertorio di strumenti e suoni. Le idee sono figlie dei tempi ma sono rese grandi solo da chi ha la capacità di renderle tali e rimangono nel tempo immutate solo se concepite in miniera spirituale. Le delicate urla, le voci e i discorsi scanditi dalle tastiere e dai bassi sono il picco massimo di un disco come questo. Non abbiate paura di scoprire cosa c’è dietro quella palla luminosa o dentro il vostro inconscio, perché in quel momento avrete forse scoperto qualcosa di grande, avrete scoperto l’essenza non percepibile e non tangibile. The Dark Side of the Moon è l’onirico racconto di una tragica storia che non ha necessariamente un epilogo, ma che racconta il lento declino dell’umanità ancora tanto immatura da scoprire il lato oscuro della luna.

Kentucky Avenue – Tom Waits (1978)

Kentucky Avenue tratta dall’album Blue Valentine è una canzone carica di ricordi, Kentucky Avenue è un album intero di ricordi. Ballata toccante e nostalgica, prende il nome dal quartiere dove Waits è cresciuto. Waits dipinge un’immagine vivida delle persone e dell’atmosfera del luogo, aggiungendo grande emozione grazie alla sua caratteristica voce roca.
Il brano ricorda dei suoi amici d’infanzia e delle avventure che hanno vissuto insieme. Parla di temi dell’innocenza, dell’amicizia e del passare del tempo.
Kentucky Avenue è considerata una delle canzoni classiche di Tom Waits ed è stata interpretata da vari artisti nel corso degli anni. Mette in mostra la sua miscela unica di influenze blues, jazz e folk, combinate con il suo personale, unico stile distintivo di scrittura di canzoni.

Bunny di Beach Fossils (2023)

Dopo una pausa di sei anni, durante i quali il loro ultimo album in studio, il superlativo Somersault del 2017, ha avuto un successo inimmaginato, i Beach Fossils tornano con un’altra colonna sonora ottima per l’estate che evoca perfettamente la capacità della stagione di far oziare. Il calore, la foschia e il crogiolarsi nel letargo deliberato sono sempre stati il modus operandi stridente e melodico di questo gruppo, e Bunny non minaccia mai di deviare da questo modello perfetto. Se ci sono sottili differenze, potrebbe essere che Bunny sia più meticoloso e più incline a una commercializzazione in sordina che apre un ulteriore senso di accessibilità rispetto alle versioni precedenti.

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Patti Smith

Nel 1975 Patti Smith pubblicò Horses, il suo primo album, inaugurando una nuova stagione del rock americano. L’area intellettuale newyorchese, affidò a lei il compito di legare nuovamente arte e rock, poesia e cinema, letteratura e musica. Nel 1974 diede vita al Patti Smith Group, con Lenny Kaye, facendo produrre, non casualmente, il primo disco da John Cale dei Velvet Underground e proclamando la propria continuità con la musica e l’impegno degli MC5. E’ lei a incarnare, prima con Radio Ethiopia (1976) e poi, ancora di più, con Easter (1978), i sogni e la rabbia della nuova generazione.

Patti Smith canta il rock come se fosse una poesia o una preghiera, urla la sua passione sostenuta da una band elettrica e grintosa, che mescola Rimbaud e Hendrix, anarchia e amore, lo Springsteen di Because the Night e il Van Morrison di Gloria. A ben guardare, non è punk in nessun senso, ma allo stesso tempo del punk cattura lo spirito e l’anima, con una personalità e una musica che, a differenza del punk vero e proprio, riescono a parlare a una generazione intera, a un pubblico numerosissimo e variegato. Tra il 1977 e il 1979 è lei a rappresentare i rock ai massimi livelli. Con il disco seguente, Wave, del 1979, si conclude la sua prima fase artistica: Patti Smith saluta il pubblico e abbandona completamente le scene. Ritornerà quasi dieci anni dopo, urlando che; “il popolo ha il potere” inserita nel disco Dream of Life (1988). Altra seconda lunga pausa prima di vedere alla luce Gone Again (1996) disco dedicato alla memoria di suo fratello e di suo marito (Fred “Sonic” Smith). Come già il disco precedente la Smith fa vivere nel disco i fantasmi del suo passato, ogni brano fa venire in mente uno già sentito. Con il successivo Peace And Noise (1997) finito il lutto, si butta a capofitto nel panorama sociopolitico dell’America di oggi, musicalmente però non crea certamente vibrazioni intense. Continua il declino con Gung Ho (2000) un disco che rappresenta semplicemente un altro approdo all’invecchiamento di Patti Smith. Land (1975-2002) (2002) è una raccolta in doppio cd, che include anche alcune tracce rare, non pubblicate o dal vivo. Trampin’ (2004) è disco accademico, un quasi autocelebrarsi, la Smith interpreta alcuni dei suoi brani classici, e inserendo due tracce molto lunghe, il sermone rivoluzionario Gandhi (nove minuti) e la declamazione contro la guerra Radio Baghdad (dodici minuti), nel complesso l’album ha un buon carisma ma non riesce a prendere la completa sufficienza. Twelve (2007) è l’ultimo disco inciso dalla Smith ed è una collezione di cover.

Il sito – Patti Smith Italia – Wikipedia

Unmade Beds di Deep Dyed (2023)

A tre anni dal loro omonimo EP di debutto a causa della pandemia, i Deep Dyed sono tornati con un album davvero riuscito. Il quartetto con sede ad Amburgo, caratterizzano il loro sound con un suono indie-pop stridente e post-punk melodico, termini che, anche se antipatici per la loro stretta “categorizzazione” servono per dare un segnale e far capire il genere sonoro sul quale si basano.
Unmade Beds è la colonna sonora ideale che aiuta a guardare il mondo con gli occhi curiosi di una mente che desidera meditare e farsi domande sull’esistenza mentre si sta bevendo il tè.
I Deep Dyed riescono a vestire le emozioni familiari dell’amore e della mancanza, della noia e della paura, dei sogni e dell’insonnia, della vita in una città moderna. A volte rumorosamente, a volte dolcemente, ma sempre con un’ambivalenza tra speranza e desiderio.

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Popular Music (10. Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa

Nei due dischi di Miles Davis ‘In a silent way’ e ‘ Bitches brew’ facevano la loro comparsa alcuni musicisti che avrebbero scritto splendide pagine negli anni successivi, tra gli altri: Herbie Hancock (1940), Joe Zawinul (1932 – 2007) e Chick Corea (1941), il chitarrista John McLaughlin (1942) e il sassofonista Wayne Shorter (1933).
Da loro nacquero alcuni gruppi che avrebbero segnato profondamente questo genere musicale: la Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, i Weather Report di Zawinul e Shorter o i Return to forever di Corea. Da tutti questi (e molti altri) sarebbe arrivato materiale assolutamente fondamentale per il prosieguo della storia del jazzrock, definito successivamente fusion.

Finora è stato trattato il jazz americano, tuttavia questo genere ha avuto un largo seguito di pubblico e musicisti anche in Europa.
Grande interesse è sempre stata la scena francofona rappresentata dal chitarrista Django Reinhartd, dai violinisti francesi Stephane Grappelli, Jean Luc Ponty e Didier Lockwood, dall’armonicista belga Jean Baptiste e dal pianista francese Michel Petrucciani (1962 – 1999)
Il panorama britannico ha dato il meglio di sé praticando territori di ricerca al confine con i rock come nella cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’. Musicisti come i sassofonisti Lol Coxhill ed Elton Dean, i chitarristi Allan Holdsworth, Derek Bailey o il citato John McLaughlin, il tastierista Keith Tippett e gruppi come i Soft Machine o i Just Us (di Elton Dean) hanno sempre proposto musica estremamente interessante.

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Ipse Dixit: «E’ nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. E’ stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombellicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano.» (Carlo Ravasio, Il Popolo d’Italia – 30 marzo 1929)

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Nel nostro paese arrivò durante la Prima Guerra mondiale con l’esercito americano ed ebbe subito una nutrita schiera di appassionati, sia tra il pubblico che tra i musicisti. Tuttavia conobbe un periodo di stasi durante il regime fascista che, in ‘difesa’ della musica italiana, lo bollò come ‘barbara musica negroide’, espellendola dalle trasmissioni radiofoniche dell’EIAR (l’ente precursore della RAI).
Dopo il periodo di oscuramento, il jazz riprese vigore dagli anni ’50 in poi, con gruppi come il sestetto di Gianni basso e Oscar Valdambrini o grandi solisti come Dino Piana (trombone), Enrico Intra e Renato Sellani (pianoforte), Franco Cerri (chitarra) e molti altri.
Una citazione a parte merita Giorgio Gaslini (1929 – 2014), uno dei primi ad ottenere fama internazionale, nel cui lavoro si fondono di volta in volta il rock italiano dei primi anni anni ’70, l’impegno politico, l’instancabile didattica (fu il primo a portare il jazz nei conservatori), l’interesse per la musica contemporanea o per la musica etnica (da leggere il uso ‘Musica totale’ del 1975).
Dai primi anni ’70, ricco è poi stato il panorama jazzrock: gruppi come Perigeo (straordinaria band in cui militavano grandi jazzisti come il pianista Franco D’Andrea, il sassofonista Claudio Fasoli, il batterista Bruno Biriaco, il contrabbassista Bruno Tommaso e il chitarrista Tony Sidney, gli Area (del fantastico cantante e ricercatore Demetrio Stratos) con una proposta in grado di toccare i generi più disparati, dal jazz, alla musica sperimentale, alla canzone di impegno politico, gli Arti & Mestieri, gli Agorà e molti altri.
Infine corre l’obbligo di ricordare operazioni estremamente interessanti realizzate a Napoli con la fusione tra jazz e altri ambiti musicali, per incontrare di volta in volta la canzone d’autore (Pino Daniele), il rock (Napoli Centrale, Osanna) o la musica etnica mediterranea (Tony Esposito, Tullio de Piscopo).
Senza dimenticare, oltre ai nomi citati, grandi maestri come i sassofonisti Mario Schiano (1933 -2008) e Massimo Urbani (1957 – 1993).il batterista Gilberto Gil Cuppini (1924 – 1996) o il direttore d’orchestra e polistrumentista Gorni Kramer (1913 – 1995). Altri nomi assolutamente degni di menzione: i trombettisti Enrico Rava (1939), Paolo Fresu (1961) e Fabrizio Bosso (1973), dei pianisti Franco D’Andrea (1941), Enrico Pieranunzi (1949), Danilo Rea (1957), Rita Marcotulli (1959) e Stefano Bollani (1972), dei sassofonisti Gianluigi Trovesi (1944) e Francesco Cafiso (1989)e  del batterista Roberto Gatto (1958)

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Disco: Paolo Fresu Quintet – The platinum collection (2008)

Tre cd celebrano un gruppo storico del nostro jazz. Ogni volume è dedicato a un tema: il primo alle ballads, il secondo al blues, il terzo al song. Pur con maggiore attenzione alle incisioni effettuate per la prestigiosa etichetta Blue Note, i brani percorrono l’intera carriera del trombettista. Ma se Fresu giganteggia, merito va dato ai suoi compagni di viaggio nel costruire un’architettura sonora tanto curata nei dettagli quanto emozionante all’ascolto. Grande Jazz anche quando Fresu e i suoi compagni di viaggio si accostano con infinita sapienza, anche a brani ‘facili’ della canzone d’autore italiana o dell’universo sudamericano.

Ascolta otto brani su radioscalo

Life di Ellen River (2023)

Una americana in Italia. Sebbene il nome faccia pensare altrimenti, Ellen River è una cantautrice italiana, precisamente emiliana, che con Life arriva al suo secondo disco, dopo Lost Souls.
Il suo stile narrativo è in grado di tradurre Life in un racconto di vita dove, rock, country, blues, soul, folk e bluegrass si intrecciano nel messaggio di chi ancora affronta la vita con ironia nonostante i bocconi amari, non si arrende e prova a stare bene sapendo ce la felicità è fatta di piccoli istanti.

Un doppio album che suona come un ‘piece de resistence’ della canzone d’autore italiana cantata in inglese, 27 canzoni profonde e per nulla intimidite dal confronto internazionale.

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The National — Hight Violet (2010)

A tre anni di distanza da “The Boxer” è uscito “Hight Violet”, quinto disco dei The National, band originaria di Cincinnati.

Il disco pur senza particolari originalità è senz’altro tra i più ascoltabili di questo ultimo periodo.

La particolarità del suono “The National” è la bella voce baritonale di Matt Berninger che attraverso il suo modo di cantare ha creato un marchio di forza appiccicato al gruppo.

“High Violet” è un disco molto piacevole, e volendo inquadrarlo in qualche stile sonoro, per quanto non sia facile, nel loro sound riecheggia un misto di New wave con qualche spruzzatina di folk il tutto innaffiato da un buonissimo easy-rock.

Tutte le undici canzoni del disco sono di buona fattura, non ci sono quindi momenti di “stanca” e l’album si fa ascoltare dall’inizio alla fine.

Ascoltandolo e riascoltandolo molte volte e in situazioni diverse, la cosa che si evidenzia è la peculiarità del suono che sembra appartenere effettivamente alla realtà del momento. Notturni e per certi versi introspettivi sono la colonna sonora che accompagnano i giorni nostri.

Nei poco più di quarantacinque minuti di “High Violet” l’aria che si respira non è certamente di rivoluzione musicale anzi, qui si parla di conservazione musicale più che altro. Le loro canzoni sono lo specchio dei tempi che viviamo, appartengono al sociale odierno, come dire: così è.

Il fatto è che, pur senza grande originalità, i brani che creano gli sanno fare bene, eccome, e alla fine musicalmente parlando questo fa la differenza. Il disco è superbo, il suono è affascinante, e ascolto dopo ascolto entra nell’epidermide, scaturendo sensazioni e vibrazioni profonde. Bravo e bravi.

Yours Are The Only Ears – We Know The Sky (2023)

Susannah Cutler con We Know The Sky sta cercando un nuovo inizio a partire proprio dal nome che ora ha intrapreso come Yours Are The Only Ears.
Se l’album di debutto “Knock Hard” del 2018, ha presentato un’artista gentile e lo-fi, creando un’esperienza intima e introspettiva simile a una discussione sussurrata tra amici fidati, con quest’ultimo lavoro, costruisce lo slancio verso una sincera realtà ottimista aperta e condivisa. “Voglio essere libera così, voglio liberarmi dalla malattia mentale“, dice la Cutler. E questa immagine del suo pensare e soprattutto del suo voler essere è la formula attuata attraverso conversazioni sincere, trasportate in canzoni.

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Purple Rain – Prince (1984)

Prince, il geniale folletto di Minneapolis, ha seguito il percorso del poeta portoghese (Pessoa), facendo dell’inquietudine la sua spinta, tra cadute e resurrezioni, provocazioni e follie, ha cambiato per sempre il destino della musica nera.

Testimone, e non solo di Geova, nell’ambiguità sessuale, in realtà mostra il suo profondo rispetto per il ruolo della donna, immaginando come sarebbe la vita di coppia se nel ruolo della ragazza ci fosse lui.

Il segreto del successo di questo brano è abbastanza semplice: si tratta di una canzone irresistibile, estremamente easy all’ascolto eppure capace nel tempo di rivelare dettagli nuovi, rimandi inusuali, spunti originali, ritornelli immortali.