Various Artists – Unknown Pleasure 23 (2023)

Questa compilation giapponese sembra avere l’unica intenzione di far ascoltare canzoni indie-pop meno conosciute. Include una vasta gamma di suoni jangle-pop legati da una dolcezza vocale sempre presente.

A torto, non viene presa molto in considerazione la produzione musicale giapponese che invece è assai più interessante di altri paesi occidentali.
L’uso della lingua inglese spiazza l’ascoltatore medio che infatti difficilmente riconosce la matrice orientale. Questa compilation ne è la dimostrazione.

Ascolta le undici canzoni dell’intero album

Lay Lady Lay – Bob Dylan (1969)

Nessuno voleva saperne di questo brano e nemmeno Dylan per primo non era entusiasta del risultato. Dylan la scrisse per la colonna sonora di “Un uomo da marciapiede” film di John Schlesinger, ma il regista preferì Everbody’s Talking di Fred Neil (un’altra versione sostiene che la consegnò in ritardo e Schlesinger, fu costretto a rivolgersi altrove).
Fatto sta che Lay Lady Lay arrivò al settimo posto delle classifiche americane e al quinto di quelle inglesi, un risultato eccezionale che a distanza di oltre cinquant’anni rimane una pietra miliare dell’enorme archivio sonoro Dylaniano.

Heart Is The Hero dei The Wood Brothers – (2023)

Heart Is The Hero è un buon disco, forse il migliore della loro discografia, degno compagno dell’altrettanto riuscito Kingdom in My Mind. La ricetta è ormai collaudata dal trio, mischiare i generi senza nessuno di questi prevalga e dia una identità precisa al quadro generale, creare un sound poco definibile in termini classici ricco di piccoli dettagli, sfumature, spunti di classe, in virtù della tecnica sopraffina dei tre musicisti, che qui diventano cinque per la presenza del sassofono e della tromba.

Misura e piacevolezza si fondono in un sound che a tratti sa di folk, in altri momenti è pop, il soul si confonde nel country è l’impressione è quella di una eclettica e fluida americana.

Ascolta l’album

Van Morrison

Van Morrison insieme a John Mayall e Eric Burdon che vedremo nei prossimi post, decisero a fine anni Sessanta di trasferirsi in America per cercare una svolta alla loro carriera musicale, dando fortunatamente il via anche ad un periodo estremamente fecondo, musicalmente parlando.

Van Morrison veniva da una famiglia protestante di Belfast, amante della musica: sua madre era una cantante, piena di fervore religioso che nel tempo diventerà Testimone di Jehovah, mentre il padre era collezionista di album americani di jazz e blues. I musicisti più ascoltati a casa Van furono Ray Charles, Solomon Burke e sopra tutti Leadbelly.

Andò via di casa a 15 anni e prima di entrare a far parte del gruppo di covers dei Monarchs, suonò con complessi skiffle e rock and roll. Il suo canto era una via di mezzo tra Mick Jagger e Eric Burdon e il suo fraseggio era spesso forzato e innaturale. Sul palco era incredibile, si buttava per terra, si denudava, ballava sui tavoli.

Riuscirono anche ad andare in tour in Germania dove ebbero la fortuna di esibirsi davanti ai GI’s americani. Van vide dal vivo i Downliners Seet, li volle copiare e fondò i Them. Arrivato a Londra, si affidò al produttore Bert Berns che aveva da poco formato l’etichetta Bang!, il cui distributore inglese era la Decca.

Con i Them raccolse numerosi successi, il maggiore dei quali fu Gloria, ma vale la pena citare almeno Baby Please Don’t Go (con una schitarrata rabbiosa di Jimmy Page, allora ancora sessionman) e Here Comes The Night (scritta da Bernie, sempre con Page, che sarà ripresa successivamente da Bowie in Pin-Ups). Il 1966 fu l’anno del suo primo tour americano, al ritorno del quale sciolse la band e lasciò la musica. Fortunatamente Bert Berns lo persuase a ritornare a New York e a registrare materiale da solista sempre per l’etichetta Bang!. Da queste session nacque una delle sue canzoni più famose, Brown-eyed Girl, che raggiunse il decimo posto delle classifiche USA nel 1967, quando Van era ancora praticamente sconosciuto in madre patria. L’album si chiamerà Blowin’ Your Mind!, e le registrazioni complete verranno pubblicate nel 1991 dalla Bang Masters.

La morte di Berns avvenuta nel 1967 lo portò a vivere prima a Cambridge (Massachusetts) e poi a Boston. Dopo un periodo di depressione e di problemi con l’alcool, dovuto al fatto di non trovare ingaggi e di non sapere bene cosa fare, si trasferì a Los Angeles, dove riuscì ad incidere per la Warner Bros; Astral Weeks.

L’album, un impasto di poesia irlandese e di innovative sonorità folk-jazz, uscito nel 1968, fu acclamato dalla critica, ma ricevette una fredda accoglienza da parte del pubblico. Contiene diverse gemme come Sweet Thing, Cyprus Avenue, Ballerina, Beside You e Madame George, ed è uno dei pochi dischi spartiacque, che fece capire come fosse possibile per la musica pop liberarsi da schemi, preconcetti e canoni. Probabilmente la breccia nella quale s’infileranno musicisti come Nick Drake, Tim Buckley o Richard Thompson. Nel disco compaiono jazzisti illustri come Connie Kay (batterista del Modern Jazz Quartet), Richard Davis e Jay Berliner.

Morrison si trasferì a Woodstock, vicino di casa di Dylan e della Band, due anni dopo pubblicò Moondance che raggiunse la 29ª posizione della classifica curata da Billboard. Se il predecente era un album intriso di tristezza e tenerezza, Moondance rivela invece un animo ottimista ed allegro, è meno avventuroso del precedente ma molto più vario, in cui l’autore fissa il suo stile e cristallizza tutte le sue influenze nere: blues, jazz, soul, gospel.

Negli anni immediatamente successivi cominciò a temere il palco e il pubblico molto numeroso. Dopo un breve distacco dalla musica, ricominciò ad esibirsi nei club e riconquistò la sua abilità istrionica, sebbene dinanzi ad un pubblico più ridotto. Riuscì anche ad accettare un invito di Bill Graham per suonare al Fillmore East. Nel 1970 si esibì in due date insieme ai Brinsley Schwartz e ai Quicksilver Messenger Service, poi una volta con gli Allman Brothers e i Byrds a settembre e l’anno successivo a febbraio tenne quattro concerti in due giorni, pomeriggio e sera, con i Fleetwood Mac e Peter Green, che aveva lasciato la band un anno prima, ma era stato richiamato per sostituire Jeremy Spencer, scappato durante il tour con la setta dei “Bambini di Dio”. Green impose alla band di suonare solo un’interminabile psichedelica Black Magic Woman che avrebbe fatto la gioia dei Dead ma non certo di Van Morrison, che ne fu alquanto seccato. Green voleva anche che i compagni distribuissero ai poveri il loro ingaggio ma gli altri non accettarono.

Pubblicò diversi altri album di successo (His band and the Street Choir del 1970, Tupelo Honey del 1971 e Saint Dominic’s Preview del 1972, l’album doppio It’s Too Late to Stop Now, da molti riconosciuto come uno dei più grandi album dal vivo nella storia del rock, l’introspettivo e triste Veedon Fleece del 1974), ma sono spesso dischi disomogenei con piccole gemme sparse come Domino (9° negli USA nel 1970), I Wanna Roo You, Wild Night, Jackie Wilson Said, Listen To The Lion, Almost Independence Day, la cupa Snow In San Anselmo Autumn Song, Country Fair, You Don’t Pull No Punches, Streets Of Arlow, Linden Arden, Kingdom Hall, Venice USA, Wavelength, Listen Arden Stole The Highlight….

I suoi dischi non saranno mai più semplici raccolte di canzoni, ma diari spirituali in cui l’animo sembra lacerato dai temi universali della vita e della morte.

Nel 1976 partecipò al concerto di addio della Band The Last Waltz.

Continua a sfornare dischi.

Joy Dunlop – Caoir (2023)

Terzo album da solista, “Caoir” continua ad essere costruito attorno alle tradizionali canzoni gaeliche ma con una significativa progressione nello stile, riflettendo un’ambizione di portare le canzoni a un pubblico sempre più vasto. Gli arrangiamenti dei suoi album precedenti di solito includevano uno o due strumenti, più comunemente pianoforte o violino. Per Caoir, ha messo insieme una band di cinque elementi, eliminando il pianoforte e introducendo per la prima volta una batteria completa e un basso anche se rimane sua voce l’ingrediente chiave.

Ascolta l’album

Popular Music (11. USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60)

Prefazione Indice

USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60

Il rock nasce alla metà degli anni ’50 nel sud degli Stati Uniti quando del rhythm’n’blues nero si appropriano i musicisti bianchi, in qualche maniera ‘addomesticandolo’ e rendendolo più ‘accettabile’ (al pubblico di bianchi, ovviamente).
Siccome era inaccettabile che i bianchi ‘facessero musica nera’ come il rhythm’n’blues, semplicemente il dj Alan Free battezzo ‘rock’n’roll’ quello che alla fine non era altro che rhythm’n’blues… suonato da bianchi.
In ogni caso, il rock’n’roll fu la prima musica ‘per i giovani’ (bianchi e neri) e… fece scandalo. Innanzi tutto, per le vecchie generazioni non era concepibile che la stessa musica piacesse a bianchi e a neri, e che essi – bianchi e neri – andassero agli stessi concerti assieme. E poi il rock’n’roll, in quanto giovane (e quindi contrapposto al mondo degli adulti che amavano cantanti tradizionali come Frank Sinatra o Dean Martin che ‘sussurravano’ nel microfono invece di ‘urlare’ e per questo erano detti crooners, sussuratori) era ribelle e sovversivo e i suoi eroi erano considerati (dagli adulti) oltraggiosi e inaccettabili perché completamente diversi da questi cantanti tradizionali, sia negli atteggiamenti che nel repertorio. Elvis Presley (1935 – 1977), ad esempio, agitava il bacino mentre cantava (e per questo era detto Elvis ‘the pelvis’), e rappresentava una figura nodale in quel panorama. Elvis era bello, fascinoso aitante, sensuale e fu con lui che questa nuova musica esplose. Perché lui era ‘un bianco che cantava come un nero’.
Ma nonostante in alcuni stati USA il rock’n’roll venisse vietato e, a volte, i teatri che ne ospitavano i concerti fossero addirittura dati alle fiamme, il fenomeno divenne inarrestabile: la ribellione giovanile avrebbe avuto da quel momento illuso principale modo di espressione in quella musica che sarebbe andata di pari passo con l’evolversi del costume e della società.

L’importanza sociale di questa rivoluzione musicale
Fino a quel momento, infatti, i giovani semplicemente… non esistevano. La gioventù era una scomoda fase da abbreviare il più possibile, schiacciata tra la fanciullezza e l’età adulta. Quando questa musica, che non piaceva ai bambini e che non veniva accettata dagli adulti, ‘individuò’ per la prima volta una fascia di età ben definita (più o meno tra i 15 e i 25 anni, i ‘giovani’, appunto), di questa fascia di età si accorse anche l’industria: si trattava di un nuovo mercato totalmente vergine e da sfruttare.
Musicalmente, è forse una forzatura dire che dal rock’n’roll di Elvis Presley di Jerry Lee Lewis (Great hall of fire), Little  Richard (Lucille), Carl Perkins (Blue suede shoes), Gene Vincent (Be pop a Lula), Bill Haley (Rock around the clock) e mille altri derivi tutto il rock che ascoltiamo oggi, ma fu comunque dall’esplosione del rock’n’roll che i giovani iniziarono a rendersi conto che potevano avere musica che appartenesse solo a loro, che li identificasse.

Attorno alla metà degli anni ’60, prese forma un movimento musicale che per anni avrebbe influenzato pesantemente tutto il costume (comportamento e moda) e la cultura (musica, grafica, arte, design e letteratura): la psichedelia.
Fortemente influenzata dall’uso di stupefacenti (e in particolare di acido lisergico, l’LSD, visto come strumento indispensabile per raggiungere un auspicato stato di apertura mentale), la proposta artistica dei musicisti psichedelici prevedeva testi spesso dal forte impegno sociale, anelanti utopisticamente ad un’era di pace e amore (‘Peace & Love’ diventò lo slogan-simbolo di quel periodo), e musiche dilatate, a volte quasi ipnotiche.
Due band storiche come Grateful Dead e Jefferson Airplane furono i capofila di un vero esercito di musicisti ascrivibili a questo genere tra i quali possiamo annoverare le prime esperienze di due giovanissimi chitarristi che avrebbero poi avuto una carriera strepitosa come Carlos Santana (1947) e Frank Zappa (1940 – 1993).
Non vanno dimenticati altri gruppi come i newyorkesi Vanilla Fudge, i losangelini Byrds e soprattutto i concittadini Doors di Jim Morrison.

—————————————–

Disco: Doors – L.A. Woman (1971)

Questo non è solo l’ultimo album (quello più blues) dei Doors ‘con Jim Morrison’ (che sarebbe morto un mese dopo la sua pubblicazione), ma può essere considerato ‘l’ultimo album degli anni ’60’. Perché dopo questo disco nulla sarebbe rimasto della musica del decennio precedente ormai spazzata via da nuove idee, nuovi suoni e nuove attitudini. Ma qui troviamo ancora il suono assolutamente sixtie dell’organo Hammond  e  l’anima blues che poi gran parte del rock avrebbe dimenticato. E certo nessun (inconsapevole) epitaffio poteva essere più indicato della monumentale Riders on the storm, un addio dolce, più rassegnato che disperato, che ha il sapore di tutta quella pioggia e disperazione dalla quale Morrison non sarebbe più emerso.

—————————————–

Va sottolineato che, per alcuni anni, le canzoni rappresentano solamente un momento di svago, di disimpegno. I loro testi parlavano d’amore, di divertimento, di ragazze e di auto.
Fu Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman, 1941), all’alba degli anni ’60, a raccogliere la lezione di folksinger come Woody Guthrie o Pete Seeger e a intuire che la canzone poteva essere il veicolo di istanze sociali più complesse.
Certo, ciò che Dylan cantava poteva magari essere letto nei libri o nei giornali, ma le sue canzoni avevano una diffusione e una immediatezza infinitamente superiore agli altri mezzi di comunicazione e per questo finirono per creare una coscienza sociale in quella nuova entità che erano i giovani.
Tuttavia, quando si dice che Dylan formò una coscienza sociale non si intende assolutamente dire che formò un’opinione politica: nelle sue ballate il cantautore poneva domande più che fornire risposte perché, come cantava nel suo  brano più famoso, Blowin’ in the Wind, tante volte la risposta non esiste. Dylan non ha mai detto quale fosse la soluzione dei problemi, ma ha sempre invitato l’ascoltatore a prendere coscienza del fatto che il problema esistesse. E di sicuro, all’epoca, non era poco.

—————————————–

Disco: Bob Dylan – Blowin’ in the Wind (1963)

Scritta nel 1963, la canzone è diventata un simbolo e un inno che il tempo, le mode e le mutate sensibilità non sono mai riusciti a scalfire. In essa non si prendono posizioni politiche, non si dice no a qualcosa (alla guerra, alla violenza) o si a qualcos’altro (alla pace, alla fratellanza). In essa Dylan non ci fa alcuna predica, non dice cosa sia giusto e cosa sbagliato. Semplicemente, si fa e ci fa della domande. E non dà alcuna risposta perché forse una risposta non c’è. Però ci invita a riflettere, ci invita a porci noi stessi quella domande e quindi ad occuparci di questi problemi. Con questa canzone Dylan ci dice che è tempo di iniziare ad accorgersi di quello che non va e di chiedersi cosa sia possibile fare per migliorarlo.

Ascolta dodici brani su radioscalo

a2b di Junk Harmony (2023)

Questo disco nasce mettendo insieme dei brani registrati, archiviati e dimenticati nel disco rigido del computer di Junk Harmony… e che poi per fortuna sono stati ripresi!

Le canzoni sono spesso introspettive, ricercate e vulnerabili. Confessioni ansie e frustrazioni sono al centro della scena che Tom grazie alla sua maestria riesce a trasformare in belle ballate. Non manca una certa sperimentazione e un uso della “bassa” voce da rendere il tutto confezionato a dovere… altro che nel cestino del computer.

Ascolta l’album

Eric Clapton — Slowhand (1977)

I settanta furono anni drammatici ma importanti per Clapton. Vinse la propria battaglia contro l’eroina e risorse a nuova vita con un album come “461 Ocean Boulevard”, scoprendosi, poi, un redditizio hitmaker ed autore di ellepi che — minimo — divennero d’oro, per non dire di platino.

“Slowhand” è uno di questi. Il titolo coincide con il nomignolo che gli avevano affibbiato i fans.

Da tempo Clapton nutriva una passione speciale per JJ Cale. Almeno dal periodo di “After midnight”, che egli aveva portato in classifica nel ’70.

Ed è proprio dall’ascolto della musica di quello schivo e solitario eroe dell’Oklahoma che egli si decide a dare una sterzata alla sua produzione incidendo “461 Ocean Boulevard”.

Lo stile diventa leggermente più commerciale, ma mantiene sempre il feeling del blues, pur facendo a meno — talvolta — della sua struttura.

Il gruppo che accompagna Clapton è collaudato e sa riservare al leader gli spazi necessari per le luminose invenzioni “della solista”. L’essenziale di “Slowhand” è dato da ballate molto molto lente, da canzoni ritmate sullo stile pigro di JJ Cale e da una buona dose di blues senza parlare delle aperture al County.

Tutto è semplice e lineare; tutto è avvolto da un sottile velo di melanconia; da meritare ascolti ripetuti anche a distanza di anni dalla pubblicazione.

I cinquant’anni di “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd

The Dark Side of the Moon racconta la grandezza delle retrovie della psiche umana, tanto grande e tanto fragile. Nel 1973 a New York un grande tesoro inestimabile di arte musica e filosofia veniva messo al mondo, e seppur tanto omaggiato, tanto criticato, ha reso giustizia ad una lisergica parentesi della storia della musica. Chissà se a distanza di cinque decenni ne sia stato colto il totale significato, la totale sfumatura cupa e il lato nascosto, quello che non si vede. Il lato oscuro, buio e cupo è di sicuro quanto di più straordinario non sia mai stato percepito, e quanto di grande sia nascosto da quella luna pallida che ogni volta, ad ogni ascolto sembra parlarci. Se non tra i più belli, The Dark Side of the Moon oltre che essere l’outsider di un’intera discografia musicale, è di certo il disco dei record e dei numeri con tante cifre dall’irripetibile eccellenza.

Il dualismo di un disco come questo viene fuori raramente se non ci sono mani sapienti a plasmare con tanta arte e tanta dedizione le sette note in un così vasto repertorio di strumenti e suoni. Le idee sono figlie dei tempi ma sono rese grandi solo da chi ha la capacità di renderle tali e rimangono nel tempo immutate solo se concepite in miniera spirituale. Le delicate urla, le voci e i discorsi scanditi dalle tastiere e dai bassi sono il picco massimo di un disco come questo. Non abbiate paura di scoprire cosa c’è dietro quella palla luminosa o dentro il vostro inconscio, perché in quel momento avrete forse scoperto qualcosa di grande, avrete scoperto l’essenza non percepibile e non tangibile. The Dark Side of the Moon è l’onirico racconto di una tragica storia che non ha necessariamente un epilogo, ma che racconta il lento declino dell’umanità ancora tanto immatura da scoprire il lato oscuro della luna.

Kentucky Avenue – Tom Waits (1978)

Kentucky Avenue tratta dall’album Blue Valentine è una canzone carica di ricordi, Kentucky Avenue è un album intero di ricordi. Ballata toccante e nostalgica, prende il nome dal quartiere dove Waits è cresciuto. Waits dipinge un’immagine vivida delle persone e dell’atmosfera del luogo, aggiungendo grande emozione grazie alla sua caratteristica voce roca.
Il brano ricorda dei suoi amici d’infanzia e delle avventure che hanno vissuto insieme. Parla di temi dell’innocenza, dell’amicizia e del passare del tempo.
Kentucky Avenue è considerata una delle canzoni classiche di Tom Waits ed è stata interpretata da vari artisti nel corso degli anni. Mette in mostra la sua miscela unica di influenze blues, jazz e folk, combinate con il suo personale, unico stile distintivo di scrittura di canzoni.