Boomerang Town di Jaimee Harris (2023)

Boomerang Town della trentenne texana Jaimee Harris è un album molto riflessivo, emotivo e magistrale che annuncia con fermezza le sue doti vocali e come scrittrice. Album pensato da lungo tempo, contiene composizioni nate persino prima del suo esordio ufficiale, e accumula impressioni su vita personale, amicizie perdute, famiglia e società americana in tempi di conflitto e pandemia. Boomerang Town sembra fare tesoro di questo percorso con un ciclo di canzoni dalla forte coesione musicale e lirica.

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Mohammed’s radio – Warren Zevon (1970)

Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona la nascita delle radio libere ed è difficile spiegarlo a un adolescente di oggi. Si era in pochi, quasi sempre in un piano alto di un condominio. Due tavoli, un giradischi e un mangiacassette, un microfono e una luce che diventava rossa quando andavi in onda. Quella non mancava mai. Quella luce era la tua vita. Si accendeva, tu prendevi fiato e cominciavi a parlare, come non esistesse altro che lei, la radio, e te. E vedevi il mondo, là fuori, mai piccolo, mai così bello.

Mohammed’s radio è una bellissima canzone di Warren Zevon, dove la radio pirata di Mohhammed rappresenta l’unico sollievo per un gruppo di persone aggredite dai problemi della vita quotidiana.

Peter Wolf — Midnight Souvenirs (2010)

Bello il titolo e ancor più bello il disco di Peter Wolf “Midnight Souvenirs“.

Non si può certamente dire che il nostro sessantaquattrenne cantautore non abbia rispettato il motto di “pochi ma buoni” perché infatti nei venticinque anni di carriera musicale la sua produzione discografica non ha riempito i scaffali dei negozi di dischi e neanche le tasche della sue case discografiche. Ha inciso infatti solo sette album, l’ultimo “Sleepless” risale a otto anni fa ed è considerato tra i primi 500 album di tutti i tempi per la rivista Rolling Stones.

Il comun denominatore delle quattordici canzoni che compongono l’album è la semplicità. I brani in effetti non sono particolarmente elaborati o tecnicamente innovativi anzi, per la loro struttura a volte sembrano un po’ “easy” come dire “di facile ascolto”. Ed è proprio questo che aumenta il valore artistico dell’album: creare facili canzoni senza per questo scadere nelle canzonette commerciali e superficiali. La mancanza di “appariscenza” ha frenato parecchio la scalata dei suoi dischi nelle classifiche di vendita anche se Wolf, pur consapevole, non me è mai stato interessato.

Wolf è un tradizionalista, un rock roll vecchio romantico, appartiene alla classe dei suoi coetanei Dylan e Springsteen e se il confronto sembra azzardato, visto che la maggior parte delle persone nemmeno lo conoscono, non lo è certo per i cultori della buona musica. Molto probabilmente la sua poco popolarità è sempre stata dovuta ad un eccesso di onestà e di integrità, fattori che poco vanno d’accordo col show business.

Le canzoni di “Midnight Souvenirs“, scivolano via una ad una nel cd player, senza noia, ognuna con una propria “vita”, con una propria storia e una propria struttura. I brani sono variopinti e passano per atmosfere emozionali senza fronzoli, toccando stili musicali diversi. La maturità e l’esperienza di Wolf è palpabile e la si sente nella voce, nei testi e nelle sonorità. Probabilmente nemmeno questo disco scalerà le classifiche dei dischi più venduti, di sicuro però, suonerà parecchio nelle nostre playlist.

Popular Music (6. Il Jazz dalle origini al Dixieland)

PrefazioneIndice

Il Jazz dalle origini al Dixieland

Rintracciare le origini musicali di un determinato genere non è mai semplice. Molte volte impossibile. Nel caso del jazz (originariamente il termine esatto era ‘jass’) la nascita viene collocato (temporaneamente) nella seconda metà dell’Ottocento e (musicalmente) nella fusione tra la musica degli schiavi neri (work, songs, spiritual e, successivamente, blues), quella importata dall’Europa dai bianchi (in particolare la musica per banda) e quella da essa direttamente derivata: il ragtime (una miscela pianistica che associava la ritmica africana alla musica colta europea)

New Orleans verso la fine del XIX secolo era l’unica metropoli al mondo con un autentico crogiolo di razze e culture: vi convivevano francesi, ispanici, afroamericani e nativi americani. La cultura dominante era ovviamente quella bianca, ma questa cultura fondeva anche con quella della popolazione di colore visto che li, nonostante la segregazione razziale ancora presente, era permesso un contatto tra le etnie molto maggiore che in qualsiasi altro luogo degli USA. A New Orleans, tra l’altro, c’era un quartiere ‘a luce rosse’ (si direbbe oggi), dove la prostituzione era legale e dove proliferavano centinaia di locali e bordelli. E in questi locali e bordelli si suonava tutte le sere, e si suonava jazz.
Tuttavia, il jazz non risuonava solo nei locali malfamati anzi, si suonava in un altra tipica ‘situazione musicale’ della città: le cerimonie funerarie. 

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Ipse Dixit: «Andando verso il cimitero suonavano di solito pezzi come ‘Nearer my God to thee’ o ‘Free as a Bird to the Mountain’. Noi suonavamo in un tempo in 4/4 molto lento; infatti si camminava molto lentamente dietro la bara. Dopo che il defunto era stato seppellito, ci allontanavamo a passo di maia al suono del solo tamburello finché arrivavano a uno o due isolati di distanza. Allora cominciavamo a suonare ragtime. Potevamo suonare ‘Didn’t he ramale?’, il buon vecchio ‘When the Saints go marchin’ in’, oppure trasformare in ragtime qualcuno di quegli spirituals. Un movimento in 2/4, sapete, un passo vivace. C’era poi un secondo scaglione che era un po’ l’equivalente di una parata del King Rex nel corteo dei Mari Gras. La polizia non riusciva a tenerlo indietro, riempiva la strada, i marciapiedi, camminava davanti alla banda. C’erano folle enormi al seguito dei funerali. Questa gente seguiva il funerale fino al cimitero soltanto per poter ascoltare il ragtime al ritorno. Non c’erano mai risse o cose del genere; ma potevi vedere la gente che ballava in mezzo alla strada» (Bunk Johnson, trombettista)

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I primi musicisti jazz erano neri che utilizzavano soprattutto gli strumenti a fiato e i tamburi abbandonati dagli eserciti della Guerra di Secessione. Si sa poco o niente di questi pionieri, ma che fu il cornettista Buddy Bolden (1877 – 1931) a formare, nel 1895, la prima importante jazz band è sicuro. Il nome del gruppo era Original Dixieland Jass Band, il brano che fu inciso e diffuso oltre i confini era ‘Livery stable blues’, la data il 26 febbraio 1917.

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Disco: Original Dixieland Jass Band – Livery stable blues (1917)

Pubblicato dalla Victor, il brano è un classico dixieland dall’intonazione volutamente comica (in esso troviamo anche la simulazione dei versi degli animali fatti con vari strumenti) ed ebbe un successo strepitoso: vendette un milione e mezzo di copie solo grazie al passaparola (la Victor non credeva nell’operazione e non la pubblicizzò). Anche se i neri facevano da tempo quel tipo di musica, fu questo successo ad avere un effetto decisivo sui musicisti del tempo. Proprio sull’organico della Original Dixieland Jass Band (cornetta, clarinetto, trombone, pianoforte e batteria) si modellarono molti altri gruppi che, ad esempio, da quel momento eliminarono il violino, allora assai presente in questo tipo di band.

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Ricapitolando: Il jass, ragtime, New Orleans, Original Dixieland Jass Band e il 1917, sono cinque termini, nella semplificazione massima, da ricordare come elementi della nascita del jazz.

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Consequences di Kim Edgar (2023)

Per il suo quinto album da solista, le canzoni di “Consequences” di Kim Edgar si concentrano sulle conseguenze personali, sociali e ambientali del comportamento umano.
Già nell’immagine di copertina riecheggia la teoria della “farfalla” o meglio della causa/effetto: il semplice sbatter le ali di una farfalla, produce un effetto a catena che può produrre un uragano. L’effetto farfalla è un vero e proprio principio di vita. Un promemoria che ogni azione ha una conseguenza, ma spetta a tutti noi assicurarci che sia per il bene e non per il male.

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Sands of Time di Pete Bell (2023)

Pete Bell ha suonato in moltissime band: gruppi con un suono originale e gruppi che facevano cover. In “Sands of Time” ci sono belle canzoni. Si spazia dall’esuberante (“Dance All Night With You” con il suo trascinante ritmo Motown/Northern Soul) al malinconico (“I Want You Here Today”, una ballata meravigliosamente riflessiva). I brani sono arrangiati attorno a temi che riguardano le relazioni, riflettendo sia sul tempo che passa sia sul senso di perdita, e Bell estrae ogni grammo di emozione da loro.

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R.E.M.

Dopo otto anni di onorata e fortunata carriera a cavallo tra i suoni di certo folk-rock psichedelico e una vena ‘indie’ mutuata da trascorsi live sui palchi del circuito punk, firmarono nel 1988 un contratto miliardario per la realizzazione di ‘Green’, che li portò in breve ad essere la più celebrata band del rock americano, l’unico in grado di rivaleggiare con gli U2 in termini di successo popolare e di carisma, di compiutezza artistica e innovazione, di rapporto con il pubblico e indipendenza creativa. La loro storia inizia nel 1980 ad Athens, Georgia, quando a Peter Buck e Michael Stipe si uniscono Bill Berry e Mike Mills per dar vita a una band che predicava il verbo sonoro della nuova onda in maniera originale, mescolando febbre psichedelica e punk, ma anche qualche ricordo dei Birds e dei Doors. L’esordio discografico è del 1982 con ’Chronic Town’, ma è con ’Murmur’, l’anno seguente, che il mondo si accorge di loro.

Sono una band singolare, nel senso che il loro rapporto con la new wave degli anni ottanta è, per così dire, saltuario, così come la loro vicinanza agli altri movimenti dell’epoca. All’interno della storia del rock, riescono a tenere insieme passato e futuro, sentimento e ragione. Dischi e concerti, anno dopo anno, contribuiscono ad accrescere la fama del gruppo, che nel 1987, con ’Document’, arriva a scalare per la prima volta anche i vertici delle classifiche di vendita, superando il milione di copie.

Nel 1988 la Warner, come detto sopra, mette i R.E.M. sotto contratto, e loro pur abbandonando la musica indipendente non cambiano atteggiamento anzi, ’Green’, il primo disco realizzato per l’industria discografica multinazionale, li confermano ancora una volta coerenti con le proprie idee.

Stipe, Mills, Berry e Buck restano indipendenti dalle mode che pian piano modificano lo scenario musicale americano, restano indipendenti dalle ideologie, legando la vita del gruppo a innumerevoli battaglie di libertà. Negli anni novanta i R.E.M. si trasformano in una band dal successo planetario, e lo fanno con due album: ‘Out of Time’, del 1991 e ‘Automatic for the People’, del 1992, che possono ben essere considerati i loro capolavori, in piena controtendenza rispetto all’ondata grunge e metallica di quegli anni.

Stipe il principale artefice del gruppo, è carico di una vitalità straordinaria, ha un’espressività che non si limita alla voce ma passa attraverso il suo corpo, i gesti, e la presenza sul palco. Stipe vuole essere ‘visto’ perché i R.E.M. credono ancora nella forza del rock e lo dimostrano con i dischi successivi: ’New Adventures in Hi-Fi’, del 1996, ’Up’, del 1998 e ‘Reveal’, del 2001, non fanno che confermare il loro status e la loro libertà creativa, sfuggendo a mode e tendenze. I successivi ‘Around the Sun’, del 2004, e ‘Accelerate’, del 2008, risulteranno al di sotto delle aspettative, ma pur sempre dischi degni di rispetto musicale, quel rispetto che i R.E.M. si sono guadagnati nel corso di questi anni, di quel rispetto che soprattutto loro stessi hanno sempre avuto nei confronti dei loro fan, e del mondo intero.

Popular Music (5. Il Funk e il Rap)

Prefazione Indice

Il Funk e il Rap

Funk
Le caratteristiche del funk sono ben definite: linea di basso ossessiva, ritmo martellante, chitarra secca e graffiante. Si possono individuare in brani di James Brown come Papa’s got a brand new bau (1965) o come la celeberrima Get up sex machine (1970).

Ma la musica funk non era solo trascinante e ‘fisica’, i testi spesso erano estremamente politicizzati come per esempio: Heron (1949) e molti altri brani dello stesso James Brown.
Il funk era la musica della popolazione di colore orgogliosa della propria identità, pronta a combattere peer difenderla. Era la voce del ‘potere nero’. Ma anche nel funk, dal punto di vista musicale, vanno fatte delle distinzioni. Una cosa era la proposta accattivante degli Earth, Wind & Fire (non a caso protagonisti poi della disco music), altra quella fortemente influenzata dal rock psichedelico di George Clinton o di Sly & the Family Stone.

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Disco: Sky & the Family Stone – There’s a riot goin’ on (1971)

Magari ancora loro non lo sanno, ma quello che Sly Stone e famiglia mandano nei negozi è un lavoro che avrebbe fornito un sacco di idee a tutti immusonisti del periodo (e dopo). Opaco e asfissiante nel suono quanto i loro dischi precedenti erano solari, avveniristico negli arrangiamenti (c’è perfino una drum machine in Family affair, quasi otto minuti a testa per Thank you for talkin’ to me Africa e Africa talks to Thank you), adrenalinico nelle ritmiche, chiude definitivamente con gli anni ’60 e i suoi sogni. Il brusco risveglio degli anni ’70 era alle porte e questo disco ce lo mostra già confondendo le frustrazioni di una generazione con quelle di un musicista ormai schiavo di eccessi di ogni tipo e in vista della propria fine artistica.

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Va detto tra l’altro che la lezione del funk finì per influenzare anche il jazz: dischi come ‘Head hunters’ (1973) di Herbie Hancock o ‘On the corner’ (1972) di Miles Davis portano più meno dichiaratamente quell’impronta sonora.
Anche Jimi Hendrix, Prince e i bianchi Red Hot Chili Pepper, hanno riconosciuto un’influenza decisiva, come figlia del funk.
La vicenda del funk si sarebbe andata spegnendo lentamente con il finire degli anni ’70: come gli artisti raggiungevano uno status (anche economico) agiato, la loro musica perdeva di mordente e scadeva in una dance elettrizzante, ma priva di reali contenuti.

Rap
Contrariamente a quasi tutti i generi musicali, si può dire che il rap (letteralmente ‘chiaccherata’) ha un padre, una madre e perfino un certificato di nascita.
Il ‘certificato’ è rappresentato dal primo singolo rap della storia, Rapper’s delight della Sugarhill Gang (1979): la sua base sonora era fornita da Good times degli Chic, e su di essa ‘recitava’ il testo la voce di Henry ‘Big Bank Hank’ Jackson. Lui era stato scelto da Sylvia Robinson (ecco la ‘mamma’ del rap), cantante soul e proprietaria del negozio Sugai Hill Records.
Il rap era uno degli elementi della cultura hip hop, assieme alla breakdance e all’arte dei graffiti.
E’ il padre? Il padre si chiama Kool Herk (1955) un dj. E’ stato lui a portare in città questo nuovo stile che esisteva già dagli anni ‘60 in Giamaica.

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Ipse Dixit: «Kool Herk comprava dischi per utilizzare solo delle frasi o dei suoni, mai il prodotto intero. Un riff di chitarra o un giro di basso non dovevano durare più di 15 secondi. Metteva su lo stesso frammento musicale moltissime volte tagliando le altre parti del brano quando inseriva la sua voce. Poco dopo altri iniziarono a copiare lo stile di Herk aggiungendo ritocchi personali. Ad esempio, uno che si chiamava Theodor inventò la tecnica dello scratching che consisteva nel mandare avanti e indietro velocemente il disco con le dita.» (Dick Ebdige, ‘Cut’n’mix’)

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Disco: Rui DMC – Raising hell (1986)
Questo terzo lavoro dei Rui DMC fu il primo a sdoganare l’hip hop presso le grandi masse e la crew fu la prima ad avere un disco di platino, la prima ad avere la copertina della prestigiosa rivista musicale Rolling Stone, la prima ad essere trasmessa da MTV. Tutto merito di quest’album dove, per primi, i tre decidono di sostituire le usuali basi di balck music con un rock più accessibile al pubblico di bianchi e i testi sono cruda cronaca della sopravvivenza nel ghetto, pur tuttavia rinunciando alle sovrastrutture politico-ideologiche tipiche, ad esempio, dello stile dei Pubblici Enemy.

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Ipse Dixit: «Il rap è la CNN dei neri americani. Il nostro dovere è informare su quello che realmente succede. Le parole sono l’unico mezzo che abbiamo per fare arrivare al mondo la nostra voce. I vecchi oggi sembrano sempre più lontani dai giovani che crescono e vivono con il rap. Sono due sistemi che si scontrano e la frattura è solo un’inevitabile conseguenza. Esistono vari modi di fare rap e nessuno è migliore dell’altro. Ogni rapper ha qualcosa da raccontare. Può variare il linguaggio, non la sostanza.» (Chuck D., rapper)

Ascolta sette brani su radioscalo

Warren Zevon — The Wind (2003)

Questo è il testamento musicale di Warren, morto poco prima della pubblicazione del disco (24 gennaio 1947 – 7 settembre 2003). Colpito da un male incurabile, il musicista californiano ha voluto a tutti i costi questo album, e se pur stanco, affaticato dalla malattia, ha lavorato duramente con profonda dignità fino alla completa registrazione. Attorniato da un numero incredibile di amici e musicisti, ci ha consegnato uno dei dischi più belli ed ispirati della sua trentennale carriera.

A differenza del disco precedente “My Ride’s Here” (la malattia lo aveva già minato), un disco decisamente sottotono, questo lavoro si prende decisamente la rivalsa. Zevon ritrova la vitalità e canta come non gli succedeva da molto tempo. Tutti gli ospiti amici e musicisti come: Dwight Yoakam, Don Henley, Ry Cooder e Bruce Springsteen, solo per citarne alcuni, sono parte integrante delle canzoni senza però precluderne l’opera originale di Zevon.

Le sonorità portanti delle undici canzoni del disco hanno il sapore country e rock and roll. Sono ballate per la maggior parte malinconiche, alcune toccano punti di estrema tristezza, solo pochissime lasciano spazio a un po’ di gioia. Profondo e carico di intensità, The Wind è un grande disco, il progetto di un musicista maturo, conscio dei suoi mezzi, che ha lavorato al meglio per regalare al suo pubblico qualcosa che avrebbe dimenticato difficilmente. Il ricordo poetico/sonoro di un musicista, di un uomo, dall’enorme dignità.