Mohammed’s radio – Warren Zevon (1970)

Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona la nascita delle radio libere ed è difficile spiegarlo a un adolescente di oggi. Si era in pochi, quasi sempre in un piano alto di un condominio. Due tavoli, un giradischi e un mangiacassette, un microfono e una luce che diventava rossa quando andavi in onda. Quella non mancava mai. Quella luce era la tua vita. Si accendeva, tu prendevi fiato e cominciavi a parlare, come non esistesse altro che lei, la radio, e te. E vedevi il mondo, là fuori, mai piccolo, mai così bello.

Mohammed’s radio è una bellissima canzone di Warren Zevon, dove la radio pirata di Mohhammed rappresenta l’unico sollievo per un gruppo di persone aggredite dai problemi della vita quotidiana.

Tim Berners-Lee e il web (#2/2)

Ma il web è buono o cattivo?

C’è chi dice che può essere usato per gli scopi più malvagi.
Per scaricare immagini orribili e oscene o istruzioni per fabbricare bombe.
Altri però raccontano come si sono salvati, trovando nel web informazioni sulla malattia rara di cui soffrivano.
Dobbiamo sempre ricordare che ogni cosa importante e potente può essere usata per il bene o per il male.
La dinamite può aprire tunnel nelle montagne o trasformarsi in un missile terribile.
I motori possono far andare un’ambulanza ma anche un carro armato.
L’energia atomica può essere impiegata per le bombe o per trarne energia elettrica.
Quindi ciò che sarà di internet dipende soltanto da noi.
Il web è uno strumento per comunicare.
Grazie alla rete possiamo conoscere gli altri, capire davvero che cosa dicono e da dove vengono.
Internet può aiutare le gente a comprendersi.
Pensate alle cose brutte che sono successe tra le persone che conoscete.
Quasi tutte sono accadute per scarsa comprensione degli altri.
Anche le guerre scoppiano così.
Usiamo la rete per creare cose nuove ed entusiasmanti.
Usiamo il web per far conoscere le persone tra di loro.

(Tim Berners-Lee)

La nascita del web non è avvenuta in un lampo ma piuttosto in un percorso abbastanza lungo. Tim Berners-Lee fa risalire la data fin dal 1980, quando lavorava al Cern di Ginevra, quando stava costruendo un programma che serviva a tenere traccia del complesso di relazioni fra persone, idee, progetti e computer di quella straordinaria comunità di scienziati. Era solo ad uso personale. Poi nel 1989 scrisse un memo ai suoi capi, un memo storico anche se allora non poteva saperlo. Proponeva di creare uno spazio comune dove mettere le informazioni a disposizione di tutti: lo chiamò il Web. L’idea era avere una rete dove chiunque potesse facilmente avere accesso a qualunque informazione, e dove aggiungere informazioni fosse altrettanto facile. Nel 1991 già funzionava fra gli scienziati e iniziò a diffonderlo nel resto del mondo. Sono passati trent’anni e si può dire che ha avuto un certo successo…

Per difendere l’apertura del Web, spesso si dice: è una piattaforma per l’innovazione. Difficile dirlo a chi pensa che Internet serva solo a mandare mail o aggiornare lo status su Facebook.
A tal proposito va detto che quando la gente manda una mail o sta in un social network, spesso ha uno scopo creativo. L’idea del Web, quello che sta dietro tutto, è che se una persona ha una mezza buona idea e l’altra metà sta nella testa di un altro, il Web è il connettore che permette alle due metà del cerchio di unirsi. L’idea è una rete da tessere.

“È un’arma di costruzione di massa.”
Bella definizione. Questa è l’innovazione del Web. Non tutte le tecnologie portano innovazione. Una tecnologia può essere di ‘fondamenta’ o di ‘soffitto’. La prima è la base che supporterà sviluppi sempre più importanti. L’altra no: è progettata per creare un valore immediato e quindi denaro al suo fornitore. Il Web è una tecnologia ‘fondamentale’.

A che punto è arrivata la campagna per liberare i dati pubblici?
I dati che il governo ha nei suoi archivi sono una risorsa preziosa per migliorarci la vita. Sapere, ad esempio, se un certo treno è in funzione e sta viaggiando, quali strade hanno delle buche, dove si trova la posta più vicina, il numero di crimini commessi in una determinata area del Paese, dove sono custoditi i piani di emergenza anti-alluvione… Essere in possesso di questo tipo di informazioni può far prendere decisioni migliori. E poi, c’è la trasparenza, che alcuni mettono al primo posto. In Gran Bretagna sta diventando normale che i dati relativi alla spesa pubblica siano “aperti”. Il Web è il luogo dove tutti possono verificare come vengono spesi i soldi dei cittadini.

Nel novembre del 2011, Riccardo Luna intervistò Tim Berners-Lee, fra le varie domande ne ho estrapolate due:

Dopo 20 anni, il Web è diventato quello che aveva immaginato?

“Sono molto contento della quantità incredibile di cose successe, ma purtroppo non vedo tanta gente che usa il Web in modo efficace per realizzare nuove idee. Internet è nato come piattaforma per lavorare insieme, e invece quasi tutti si limitano a usarlo per leggere e basta. Evidentemente gli strumenti di collaborazione che abbiamo non sono ancora adeguati”.

Dice “ancora” perché sta lavorando a un progetto di questo tipo?

“Sì, sono entusiasta di progettare, tra le altre cose, strumenti per il Web semantico che si basano sul concetto di dati collegati fra loro. Il Web semantico riguarda i dati, mentre i motori di ricerca lavorano con documenti ipertestuali. La sfida dei motori di ricerca è stata di cercare di creare una struttura dove non c’era alcuna struttura, tentando di infondere ordine e significato laddove non vi erano né ordine né significato; mentre con i dati l’ordine e il significato ci sono già. Quando si dispone di dati in un archivio, essi sono già ben ordinati e ben strutturati e hanno un significato molto più definito di gran parte dei contenuti presenti sul Web. Adesso finalmente sempre più persone stanno capendo il valore dei “linked open data”. Sarà così il nuovo Web e sarà più intelligente”.

Giorno

Soffia il silenzio sul
sole appena sorto,
dolce domenica
.

Un caffè zuccherato
e gli sguardi allacciati,
iniziano il giorno.

Appunti Corti #132

Quando i ricordi non riescono più a penetrare sino al cuore, è allora che per me, iniziano a svanire anche dalla mente. Ci sono cose, persone, emozioni e persino accadimenti che quasi magicamente scompaiono dalla mia vita senza che io abbia mosso un solo dito per il raggiungimento dello scopo. Arriva una nebbia inaspettata, che come valanga li travolge e ne divora i contorni. Esattamente come altri, di ricordi, mi restano aggrappati ovunque, sottopelle, tanto da renderli entità prive di tempo e quasi insostenibili per l’intensità emanata.

Peter Wolf — Midnight Souvenirs (2010)

Bello il titolo e ancor più bello il disco di Peter Wolf “Midnight Souvenirs“.

Non si può certamente dire che il nostro sessantaquattrenne cantautore non abbia rispettato il motto di “pochi ma buoni” perché infatti nei venticinque anni di carriera musicale la sua produzione discografica non ha riempito i scaffali dei negozi di dischi e neanche le tasche della sue case discografiche. Ha inciso infatti solo sette album, l’ultimo “Sleepless” risale a otto anni fa ed è considerato tra i primi 500 album di tutti i tempi per la rivista Rolling Stones.

Il comun denominatore delle quattordici canzoni che compongono l’album è la semplicità. I brani in effetti non sono particolarmente elaborati o tecnicamente innovativi anzi, per la loro struttura a volte sembrano un po’ “easy” come dire “di facile ascolto”. Ed è proprio questo che aumenta il valore artistico dell’album: creare facili canzoni senza per questo scadere nelle canzonette commerciali e superficiali. La mancanza di “appariscenza” ha frenato parecchio la scalata dei suoi dischi nelle classifiche di vendita anche se Wolf, pur consapevole, non me è mai stato interessato.

Wolf è un tradizionalista, un rock roll vecchio romantico, appartiene alla classe dei suoi coetanei Dylan e Springsteen e se il confronto sembra azzardato, visto che la maggior parte delle persone nemmeno lo conoscono, non lo è certo per i cultori della buona musica. Molto probabilmente la sua poco popolarità è sempre stata dovuta ad un eccesso di onestà e di integrità, fattori che poco vanno d’accordo col show business.

Le canzoni di “Midnight Souvenirs“, scivolano via una ad una nel cd player, senza noia, ognuna con una propria “vita”, con una propria storia e una propria struttura. I brani sono variopinti e passano per atmosfere emozionali senza fronzoli, toccando stili musicali diversi. La maturità e l’esperienza di Wolf è palpabile e la si sente nella voce, nei testi e nelle sonorità. Probabilmente nemmeno questo disco scalerà le classifiche dei dischi più venduti, di sicuro però, suonerà parecchio nelle nostre playlist.

Tim Berners-Lee e il web (#1/2)

“Sul Web dovremmo essere in grado non solo di trovare ogni tipo di documento, ma anche di crearne, e facilmente. Non solo di seguire i link, ma di crearli, tra ogni genere di media. Non solo di interagire con gli altri, ma di creare con gli altri. L’intercreatività vuol dire fare insieme cose o risolvere insieme problemi. Se l’interattività non significa soltanto stare seduti passivamente davanti a uno schermo, allora l’intercreatività non significa solo starsene seduti di fronte a qualcosa di interattivo“.

Queste sono le parole di Tim Berners-Lee, l’inventore del w.w.w. ovvero del web.

Tim Berners-Lee è un grande uomo. Avrebbe potuto diventare miliardario, brevettando la sua invenzione, trasformato un protocollo in un’azienda e adesso – probabilmente – si troverebbe nell’elenco delle persone più ricche del mondo assieme al coetaneo Bill Gates. E invece, nel 1994, decise letteralmente di donare al mondo la sua invenzione: il World Wide Web, e da oltre trent’anni si prodiga a difesa della libertà della rete, a cui ha dedicato la sua vita senza mai cercare di lucrarci sopra.

Laureato in Fisica all’università di Oxford nel 1976, nel 1980 si unisce al Cern in qualità di consulente, ma abbandona la posizione solo un anno dopo per dirigere la società tecnologica Image Computer Systems. Ritornerà sui suoi passi pochi anni dopo, nel 1984, per iniziare a lavorare proprio al Cern sull’ipertesto: lo strumento che permette di collegare via internet documenti differenti tramite un link. È la base fondante del web, ma all’epoca l’obiettivo di Berners-Lee è soltanto quello di permettere ai ricercatori di condividere più facilmente le loro informazioni.

Il 6 agosto 1991, conclusa la ricerca, introduce al mondo la sua creazione e mostra il primo, rudimentale, sito internet della storia, dove lui stesso – con linguaggio un po’ ampolloso – spiega che cosa sia ciò che ha appena battezzato World Wide Web: “Un’iniziativa di reperimento di informazioni ipermediali ad ampia area con l’obiettivo di fornire un accesso universale a un vasto universo di documenti”. Quel giorno, nasce il web. Ma nessuno sembra essere particolarmente interessato.

A guardarlo oggi, a oltre trent’anni di distanza, non passa in realtà molto tempo prima che questo strumento inizi a diffondersi. Già nel 1994 nascono sul web Amazon e Yahoo. Nel 1995 è la volta di eBay. Inizia a montare la febbre del web e di internet che culminerà nella celeberrima “dot-com bubble” del 2000. I soldi girano in maniera vorticosa attorno al web, che all’epoca era considerato un far west selvaggio, preda di speculazioni feroci e le cui potenzialità concrete erano ancora tutte da dimostrare (un po’ come avviene oggi con il mondo delle criptovalute e del web3, se vogliamo).

Da questo fiume di soldi che vanno e vengono, Tim Berners-Lee si tiene come sempre distante.

Il ruolo di Tim Berners-Lee diventa col tempo quello di “padre nobile”: nel 1994 fonda il World Wide Web Consortium (W3C), un ente non governativo che ha lo scopo di stabilire e diffondere standard tecnici comuni per la creazione di siti web, browser e altri strumenti online, preservando l’interoperabilità del web. Con la diffusione di internet ai quattro angoli del pianeta, a preoccupare Berners-Lee – anzi: Sir Berners-Lee, visto che è stato nominato baronetto dalla Regina Elisabetta nel 2004 – è invece il crescente divario digitale tra le popolazioni e il fatto che ancora oggi miliardi di persone siano tagliate fuori da uno strumento che nel frattempo è diventato essenziale. A questo scopo, nel 2008 fonda la World Wide Web Foundation, che promuove l’utilizzo equo di internet, la net neutrality (ovvero l’impossibilità per i provider di dare priorità ad alcuni servizi online a scapito di altri) e altro ancora.

Quella di Tim Berners-Lee è quindi un’invenzione rivoluzionaria, che ha portato la rete nelle case di tutti e ha contribuito a plasmare il mondo degli ultimi tre decenni. Un’infrastruttura che è oggi utilizzata da circa 4,5 miliardi di persone nel mondo.

Già nel 2011, aveva però chiaramente individuato i rischi nascosti nella diffusione del web, in un’epoca in cui, invece, si tendeva a tesserne lodi acritiche e a pensare che avrebbe diffuso la democrazia in tutto il mondo. Si era reso conto che nessuno stava tenendo posizioni moderate. Erano tutti veementi e arrabbiati. Potrebbe essere il caso che, con la rapidità delle comunicazioni, le opinioni ragionate non si propaghino. Questi strumenti accelerano le emozioni delle persone. In più, vedevano emergere sette religiose e teorici del complotto. Ciò che al mondo ha iniziato a diventare sempre più chiaro a partire, più o meno, dal 2016, agli occhi di Berners-Lee era già evidente.

Qualche anno fa, il 2 ottobre 2018 Tim Berners-Lee rende noto alla stampa di aver iniziato un nuovo progetto al fine di riportare il World Wide Web a come era stato ideato nel 1989. Nasce così l’idea di Solid che ha l’obiettivo di creare una rete decentralizzata e libera, priva di business (Berners è contro il salvataggio dei dati dell’utente da parte delle aziende).
Oggi, a quasi 70 anni, è in prima linea per difendere il web. Anzi, per crearne una nuova versione libera dalle maglie commerciale e in cui il potere torni in mano agli utenti (ma senza sfruttare gli strumenti speculativi della blockchain e delle criptovalute). (Continua)

Purple

Il viola ma anche il rosso, non sono molto fotogenici quando attorno a loro c’è tanto verde. L’unico modo per metterli in risalto è fotografarli da molto vicino, solo così mostrano la loro bellezza.

Popular Music (6. Il Jazz dalle origini al Dixieland)

PrefazioneIndice

Il Jazz dalle origini al Dixieland

Rintracciare le origini musicali di un determinato genere non è mai semplice. Molte volte impossibile. Nel caso del jazz (originariamente il termine esatto era ‘jass’) la nascita viene collocato (temporaneamente) nella seconda metà dell’Ottocento e (musicalmente) nella fusione tra la musica degli schiavi neri (work, songs, spiritual e, successivamente, blues), quella importata dall’Europa dai bianchi (in particolare la musica per banda) e quella da essa direttamente derivata: il ragtime (una miscela pianistica che associava la ritmica africana alla musica colta europea)

New Orleans verso la fine del XIX secolo era l’unica metropoli al mondo con un autentico crogiolo di razze e culture: vi convivevano francesi, ispanici, afroamericani e nativi americani. La cultura dominante era ovviamente quella bianca, ma questa cultura fondeva anche con quella della popolazione di colore visto che li, nonostante la segregazione razziale ancora presente, era permesso un contatto tra le etnie molto maggiore che in qualsiasi altro luogo degli USA. A New Orleans, tra l’altro, c’era un quartiere ‘a luce rosse’ (si direbbe oggi), dove la prostituzione era legale e dove proliferavano centinaia di locali e bordelli. E in questi locali e bordelli si suonava tutte le sere, e si suonava jazz.
Tuttavia, il jazz non risuonava solo nei locali malfamati anzi, si suonava in un altra tipica ‘situazione musicale’ della città: le cerimonie funerarie. 

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Ipse Dixit: «Andando verso il cimitero suonavano di solito pezzi come ‘Nearer my God to thee’ o ‘Free as a Bird to the Mountain’. Noi suonavamo in un tempo in 4/4 molto lento; infatti si camminava molto lentamente dietro la bara. Dopo che il defunto era stato seppellito, ci allontanavamo a passo di maia al suono del solo tamburello finché arrivavano a uno o due isolati di distanza. Allora cominciavamo a suonare ragtime. Potevamo suonare ‘Didn’t he ramale?’, il buon vecchio ‘When the Saints go marchin’ in’, oppure trasformare in ragtime qualcuno di quegli spirituals. Un movimento in 2/4, sapete, un passo vivace. C’era poi un secondo scaglione che era un po’ l’equivalente di una parata del King Rex nel corteo dei Mari Gras. La polizia non riusciva a tenerlo indietro, riempiva la strada, i marciapiedi, camminava davanti alla banda. C’erano folle enormi al seguito dei funerali. Questa gente seguiva il funerale fino al cimitero soltanto per poter ascoltare il ragtime al ritorno. Non c’erano mai risse o cose del genere; ma potevi vedere la gente che ballava in mezzo alla strada» (Bunk Johnson, trombettista)

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I primi musicisti jazz erano neri che utilizzavano soprattutto gli strumenti a fiato e i tamburi abbandonati dagli eserciti della Guerra di Secessione. Si sa poco o niente di questi pionieri, ma che fu il cornettista Buddy Bolden (1877 – 1931) a formare, nel 1895, la prima importante jazz band è sicuro. Il nome del gruppo era Original Dixieland Jass Band, il brano che fu inciso e diffuso oltre i confini era ‘Livery stable blues’, la data il 26 febbraio 1917.

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Disco: Original Dixieland Jass Band – Livery stable blues (1917)

Pubblicato dalla Victor, il brano è un classico dixieland dall’intonazione volutamente comica (in esso troviamo anche la simulazione dei versi degli animali fatti con vari strumenti) ed ebbe un successo strepitoso: vendette un milione e mezzo di copie solo grazie al passaparola (la Victor non credeva nell’operazione e non la pubblicizzò). Anche se i neri facevano da tempo quel tipo di musica, fu questo successo ad avere un effetto decisivo sui musicisti del tempo. Proprio sull’organico della Original Dixieland Jass Band (cornetta, clarinetto, trombone, pianoforte e batteria) si modellarono molti altri gruppi che, ad esempio, da quel momento eliminarono il violino, allora assai presente in questo tipo di band.

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Ricapitolando: Il jass, ragtime, New Orleans, Original Dixieland Jass Band e il 1917, sono cinque termini, nella semplificazione massima, da ricordare come elementi della nascita del jazz.

Ascolta nove brani su radioscalo

Il Manifesto della comunicazione non ostile

Il Manifesto della comunicazione non ostile è stato creato dall’associazione no-profit torinese Parole O_Stili con l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’utilizzo delle parole in rete.

Le parole infatti, come si legge sul sito ufficiale dell’associazione, possono commuovere e provocare reazioni positive ma possono anche ferire e far male, e questo purtroppo succede spesso sul web. È importante quindi educare e comprendere l’importanza della comunicazione non ostile in rete. «L’aggressività domina tra tweet, post, status e stories. È vero che i social media sono luoghi virtuali, ma è vero che le persone che vi si incontrano sono reali, e che le conseguenze sono reali».

Qui il progetto Qui il Manifesto