Popular Music (14. Europa – Il rock degli anni ’60)

Prefazione – Indice

Europa – Il rock degli anni ’60

Torniamo indietro: alla fine degli anni ’50.
In quel periodo, il rock’n’roll sbarcò in Inghilterra dove già  erano arrivati da oltre Oceano il blues e il jazz degli States e dove aveva grande seguito lo skiffle, un genere ritmico di derivazione jazzistica.
Di fatto fu dall’unione di questi generi musicali che prese origine (e peculiarità) il rock inglese, in qualche maniera abbastanza differente da quello americano dello stesso periodo.
I primi ad avere successo con questa formula furono gli Shadows del cantante Cliff Richard, ma il primo grande fenomeno musicale (ma anche sociale) britannico fu rappresentato all’inizio degli anni ’60, dai Beatles. Chi però trovava Paul, George, Ringo e John troppo ‘puliti’ ed ‘educati’ (non certo gli adulti che comunque giudicavano indecenti e sovversivi quei ‘capelloni urlanti’), optava per gli storici antagonisti, i Rolling Stones: ‘brutti, sporchi e cattivi’, come si diceva all’epoca, e molto più duri (musicalmente). Con album epocali come ‘Their satanic majesties request’ (1967), ‘Sticky fingers’ (1971) o ‘Exile on Main Street’ (1972) gli Stones si imposero come uno dei gruppi più importanti e influenti del mondo, statura artistica che tuttora mantengono, mezzo secolo dopo la loro esplosione!
Beatles e Rolling Stones erano i principali esponenti di un genere musicale (ma anche di una moda e di u fenomeno di costume che presto invase tutta l’Europa e successivamente l’America con la cosiddetta British Invasion) chiamata beat, che prevedeva comunque ancora brani di grande semplicità musicale e testi decisamente disimpegnati.
Era un panorama musicale popolato da decine e decine di band (tra cui i Kinks, i primi Who, e poi Hollies, Zombie, Small Faces…) che influenzò tutta la musica europea.

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Ipse Dixit: «Caro direttore, ho paura che presto ci capiti un’altra sciagura nazionale: sento dire che presto verranno anche in Italia i Beatles, quattro giovanotti disertori della vanga che col loro jazz fanno impazzire mezza Europa. Quando la finiremo a calpestare le aule del bel canto italiano?» Ugolino Pieracei – Lettera alla Domenica del Corriere del 1 marzo 1964.

«Egregio Direttore, non crede che Beatles che godono di una libertà fanatica, corrompano i costumi dei nostri giovani? Quei capelli lunghi, quegli urli, quella volgarità non producono nulla di buono.» Ettore Massa – Lettera a Gente dell’8 settembre 1965.

«Egregio Dottor Rusconi come, dunque, questi impudenti urlatori d fiera sarebbero degli artisti? Ma, in nome di Dio, cos’è l’arte? I Beatles sono dei forsennati che alla maniera delle baccanti inscenano spettacoli rumorosi e quasi orgiastici tra una musica assordante e movimenti incomposti.
L’esaltazione di autentici mostri che tuttavia vanno per la maggiore deve finire.»
Colonn. Giuseppe Bellacosa – Lettera a Gente del 3 novembre 1965.

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Per molti storia di popular music, il gruppo di Paul McCartney (voce, basso), John Lennon e George Harrison (voce, chitarre) e Ringo Starr (batteria) è da considerare il più importante fenomeno musicale e di costume di tutti i tempi.
Anche se a molti ascoltatori di oggi tale asserzione può sembrare esagerata e contestabile, essa è probabilmente giustificata. Dunque va spiegata.
L’esplosione dei Beatles avvenne nei primi anni ’60, quando il rock aveva già avuto un idolo amato e imitato come Elvis Presley. Ma, in Europa, Elvis non aveva avuto lo stesso impatto che negli USA, i Beatles, invece, finirono molto presto per influenzare non solo tutta una generazione di musicisti, ma anche il modo di pettinarsi, di vestirsi e di atteggiarsi di milioni di giovani del Vecchio Continente: era la prima volta che nel Vecchio Continente un cantante o un gruppo aveva una tale rilevanza sociale.
Ma i quattro di Liverpool sono stati fondamentali soprattutto dal punto di vista musicale. Perché se è vero che nei primi album i Beatles si muovono sulla falsariga di generi già collaudati (il rock’n’roll, prima, il beat, dopo), con l’andare del tempo essi riuscirono a maturare uno stile musicale personalissimo e ad inserire nelle canzoni talmente tante invenzioni e innovazioni tecniche e musicali da influenzare in maniera determinante il modo di comporre, di arrangiare e di registrare in ambito rock, aiutati in maniera determinante in questo percorso dal geniale produttore George Martin.

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Disco: The Beatles – Revolver (1966)

Ecco l’album in cui i Beatles si tuffarono a pesce nella ricerca e nello sperimentalismo sonoro oltre a toccare tutti gli argomenti, dalle tasse al buddismo, esplorando tutti i generi musicali: dalla canzonetta infantile (Yellow submarine) al rhythm’n’blues (Got to set you into my life), dal pop psichedelico (She said she said) alla musica orientale (Love you to), al blues (Taxman). Poi ci sono i capolavori intramontabili. Come Eleanor Rigby, scritta da Paul e arrangiata da George Martin con l’uso geniale di un doppio quartetto d’archi: il suo splendido testo, nella parte conclusiva, con la morte della protagonista e il prete che si pulisce le mani dalla terra allontanandosi dalla sepoltura, non mancò di sconvolgere il pubblico. O come Tomorrow never knows che è la canzone più sperimentale mai incisa dai Beatles fino a quel momento. Il testo ispirato al tibetano ‘Libro dei morti’ è cantato da John con al voce filtrata da un amplificatore Leslie per organo, ottenendo un’atmosfera quasi mistica. Scritto da Lennon sotto l’influsso dell’LSD (il ‘Libro dei morti’ è testo di riferimento della cultura lisergica) parla dell’acido e del suo universo. In questo senso, è stato uno dei brani più socialmente influenti del gruppo.

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Naturalmente, negli anni ’60 in Gran Bretagna non c’erano solo gruppi beat. Accanto a questa musica di fatto più ‘commerciale’ e di facile ascolto, una fiorentissima scena di derivazione blues vedeva la presenza di personaggi come Eric Clapton (1945) e suoi Cream, Jimmy page, che avrebbe formato i Led Zeppelin, John Maya, Eric Burdon e gli Animals.
A metà del decennio, poi, assieme a quella americana prendeva corpo una scena psichedelica inglese, alla quale si collegarono gruppi come i Pink Floyd di Syd Barrett, i Soft Machine e tutta la cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’, una interessantissima scena fiorita nell’omonima cittadina. Oltre, come visto agli stessi Beatles.
E poi, quello che viene considerato il più grande chitarrista della storia del rock: Jimi Hendrix (1942 – 1970), nato negli Stati Uniti, a Seattle, ma anche in Inghilterra trovò la propria consacrazione.
Hendrix rappresentò, nella seconda metà degli anni ’60, il confluire di una miriade di influenze, musicali ma non solo: nel suo stile erano mescolati psichedelia bianca e blues nero, rock e rhythm’n’blues. Artista dalla presenza carismatica sul palco, con la sua tecnica chitarristica straordinariamente innovativa e grazie ad un suo rivoluzionario di effetti, echi e feedback, riusciva a trarre dal suo strumento suoni mai sentiti prima. Indubbiamente, Hendrix è stato il chitarrista con maggiore influenza su generazioni e generazioni di musicisti: il suo mito, alimentato dalla morte prematura (destino comune a tanti dall’epoca) ha comunque solidissime basi nei quattro album realizzati in vita (‘Are you experienced’, 1967, ‘Axix: bold as love’, 1967, ‘Elettric ladyland’, 1968 e ‘Band of gypsy’, 1970), ben più che nelle decine di dischi realizzati con vecchio materiale a suo tempo scartato, pubblicato dopo la sua morte.

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Disco: Jimi Hendrix – Elettric ladyland (1968)

L’ultimo album in studio di Jimi Hendrix rappresenta forse anche il vertice della sua ricerca sonora. Il lavoro raccoglie infatti un’enorme quantità di idee e di intuizioni che avrebbero fatto scuola per decenni. La concretezza e la carnalità del blues incontra l’evanescenza e le dilatazioni della psichedelica in un matrimonio sulla carta (ma non sul vinile) impossibile: così, per una terrena Voodoo Chile, abbiamo un’eterea Have you ever been (to Eletric ladyland) e accanto al messaggio universale della dilaniata All along the watchtower, l’intimità personale di Gypsy eyes, dedicata alla madre. Un doppio album pieno di rimpianto per quanto Hendrix avrebbe potuto dare alla musica se altri (falsi) paradisi non l’avessero rapito.

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Popular Music (13. USA – Il Rock: punk, grunge e nuovo millennio)

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USA – Il Rock: punk, grunge e nuovo millennio

Anni ’70: il punk

Se le battaglie di Springsteen avevano tutto sommato sempre qualcosa di costruttivo e, in fondo, portano speranza, non bisogna credere che questa fosse la filosofia di tutto il rock americano del periodo.
Di verso diametralmente opposto era ad esempio la proposta di un gruppo fondamentale per il rock statunitense (e non solo) come quello dei Velvet Underground nato a New York nel 1964.
Il gruppo formato da John Cale e Lou Reed (1942 – 2013), sotto l’egida dello stilista Andy Warhol, con il suo suono duro e grezzo e le sue tematiche sociali, è considerato un autentico percursore di generi che si sarebbero sviluppati nel corso degli anni a venire: garage, alternative rock e punk.
Per loro 5 album fondamentali per comprendere la faccia ‘cattiva’ del rock americano di quel periodo.
Così proprio nei Velvet Underground, come negli MC5 e negli Stooges di Iggy Pop, vanno ricercati i semi del punk americano che esplose nella seconda metà degli anni ’70: una musica dura e rabbiosa tesa solo ad annientare perché, come dicevano i Ramones, ‘quando vivi in una prigione, la prima cosa da fare è distruggerla’.
Quella prima ondata di ‘gruppi ribelli’ vide sui palchi di locali di New York, gruppi come i citati Ramones, i Televison, Patti Smith, i Suicide o i Voivoids di Richard Hell, (ognuno di questi con le proprie peculiarità), prima di attraversare l’Oceano e dare il via in Europa ad un analogo movimento musicale. 

Anni ’80 tra post punk e grunge

Gli anni ’80 videro in punk che aveva proposto Ramones, Television, Patti Smith o Suicide, sopravvivere solo in abito underground col nome di hardcore grazie a gruppi come Agnostic Front, Circle Jerks e soprattutto Dead Kennedys, mentre prendeva piede la cosiddetta no wave di DNA, Sonic Youth o Nick Cave & Bad Seeds, gruppi dalla grande strumentazione basica (chitarra, basso, batteria) e con una proposta volutamente ostica  opposta a qualsiasi forma accattivante di rock. Ad essi si contrapponevano diversi gruppi con proposte più elaborate e ricche di riferimenti colti: i componenti di Talking Heads e Wire venivano da istituti d’arte, i Bauhaus si rifacevano alla nota scuola architettonica, i cabaret Voltaire presero il loro nome dai dadaisti, i Pere Ubu dall’opera di Alfred Jarry, i Tuxedomoon si producevano in performance tra musica e teatro proponendo un mix tra colonne sonore da b-movie, atmosfere dark e cabaret, i Devo partivano da un elaborato concetto di de-evoluzione e si presentavano in divisa, indistinguibili, per dare l’idea di essere macchine non essere umani…
Tutte queste proposte animavano l0underground americano, mentre le classifiche erano popolate da star come Hall & Oates, Lionel Richie (1949), Billy Joel (1949) o Madonna (1958), dai ruggiti dei vecchi leoni dei decenni precedenti (Santana, Springsteen, Dylan, Neil Young, ecc.) dal rock accattivante, pur di altissima qualità, ma non particolarmente innovativo Southern rock di Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, Molly Hatchet e Outlaws.
Nella seconda metà degli anni ’80, prese però le mosse nel nord ovest degli States (a Seattle) un fenomeno musicale che riportò il rock più immediato agli onori delle classifiche: il grunge.
Il grunge può essere considerato un figlio non degenere del college rock (poi detto alternative rock) dell’inizio del decennio (capofila i R.E.M.), ma di fatto, come grunge vennero classificati gruppi stilisticamente anche molto diversi, come i Nirvana di Kurt Cobain (1957 – 1994), i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains, gli Jane’s Addiction, i Pixies e gli Smashing Pumpkins.

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Ipse Dixit: «Gli anni ’90,come era musicale, sono cominciati tardi e finiti presto. Un decennio che vede la luce con i power corda di Smells like teen spirits e si spegne con l’intro di pano di Hit me baby one more time.
L’Anti-pop defenestrato dal pop, sapete com’è andata. Ma la storia dei Noneties è in realtà ben più ricca, divertente e strana di come la si riassume.
Abbiamo ascoltato canzoni di band pseudo-grunge migliori di quelle dei gruppi realmente grunge, abbiamo visto reduci degli anni 80 come U2 e R.E.M. raggiungere le loro vette artistiche (rispettivamente con ‘Achtung Baby’ e ‘Automatic for the peolple’) e gruppi come Metallica e The Black Crowes passare su MTV, mentre Vanilla Ice e MC Hammer cedevano il loro trono, in pochi anni, a Dr. Dre, Snoop Dog e Eminem».
(Brian Hiatt – Introduzione a ‘The ‘90s: The inside storie from the decade that rocked’)

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Il Nuovo millennio

Ma un elemento va sottolineato: se è vero che l’America ha visto nascere la musica rock, la canzone socialmente ‘impegnata’ e la sperimentazione musicale nel periodo psichedelico, dagli anni ’70 in poi, molto raramente ha offerto al panorama mondale reali innovazioni musicali, limitandosi per lo più a rielaborare senza posa schemi preesistenti.
Le band emerse nel nuovo millennio non hanno rappresentato quindi niente di veramente innovativo nel panorama rock.
Sul versante pop si è assistito invece ad una sfilata infinita di musicisti e gruppi di grande successo ma dall’effimera carriera.

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Popular Music (12. USA – Il Rock degli anni ’70: crisi e rivoluzioni)

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USA – Il Rock degli anni ’70: crisi e rivoluzioni

Poter cambiare il mondo (come ad esempio cantavano in Chicago Crosby, Stills, Nash & Young, principali esponenti della musica acustica della West Coast) era ovviamente un’illusione, ma un’illusione della quale fu coinvolta tutta una generazione, quella che si riuniva in folle oceaniche ai festival rock (500.000 a Woodstock nell’agosto del 1969) e che diede vita al movimento hippy. Un movimento che cercava disperatamente una via alternativa alle logiche del consumismo sfrenato portato dallo sviluppo economico e dall’industrializzazione.
La realtà degli anni ’70, con le sue profonde crisi economiche e sociali, le continue tensioni politiche, i conflitti in Sudamerica, in medio ed Estremo Oriente, risvegliò bruscamente questi sognatori.
Il più amato e ascoltato tra gli artisti che diedero voce a queste crisi e a tutte quelle che sarebbero seguite fu (ed è) Bruce Springsteen (1949) 

«Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen», è la frase storica che scrisse il giornalista della rivista musicale Rolling Stone John Landau, e in effetti aveva visto giusto.
L’avrebbero detto gli anni successivi, ma allora era già possibile intuire che questo musicista era in grado di incarnare non solo il più autentico spirito rock, ma anche il più autentico spirito dell’America e degli americani.
In più con il suo successo, Springsteen ebbe il grande merito di rivitalizzare un panorama musicale, quello del rock statunitense appunto, che attorno alla metà degli anni ’70 stava languendo senza più molto a raccontare di nuovo.
Egli non influì pesantemente sul costume (come Elvis o i Beatles), non fu un rivoluzionario (come lo era stato il Dylan degli anni ’60), non ha lanciato stili, look o mode, ma pochissimi hanno saputo e sanno cantare come lui la vita della gente comune, dando voce ai suoi sogni e alle sue speranze, ma anche alle sue frustrazioni. Per queste ragioni il ‘Boss’ (come fu soprannominato) è subito divenuto per i giovani un personaggio in cui credere, un personaggio ‘vero’ che cantava con grande sincerità storie in cui tutti potevano riconoscersi. L’eroe positivo, autentico, pieno di entusiasmo di cui la gente aveva bisogno. Non uno che raccontava che tutto andava per il meglio, certo, ma che pur guardando in faccio alla realtà, trovava sempre, alla fine, un motivo per andare avanti nonostante le difficoltà. E sempre una possibilità di riscatto.
La carriera di Springsteen, nei decenni, si è dipanata con costante successo, ma sempre assolutamente al di sopra delle mode che non hanno mai cambiato il suo stile. Che si è certo evoluto secondo una normale maturazione ma che non ha mai tradito i propri presupposti artistici.

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Disco: Bruce Springsteen – Born to run (1975)

Pietra miliare nella storia del rock, in quest’album c’è tutta l’America. Certo: non era la prima volta che qualcuno cantava l’America, le sue autostrade infinite, le sue giungle d’asfalto, i suoi perdenti, i suoi vagabondi e suoi sogni infranti, ma qui tutto suona stranamente nuovo. Forse perché, sotto queste storie amare e dure, c’è una musica che non è solo il ‘solito rock’n’roll’, non solo il rhythm’n’blues nero che influenzava anche i musicisti bianchi, non il dolente folk dilaniano né le suadenti melodie della West Coast: ma tutto questo insieme. E forse perché anche nelle storie più tristi non manca mai un barlume di speranza, la possibilità, comunque, di ‘farcela’. Magari oggi certe soluzioni musicali o liriche possono suonare ridondanti, ma raramente il rock ha, prima o dopo, toccato i livelli di eticità di Born tuo run, Jungleland o Thunder road che ancora oggi, dopo oltre 40 anni, riescono ad emozionare. 

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Se esiste un musicista totalmente al di fuori degli schemi e delle mode, questo è Frank Vincent Zappa (1940 – 1993). Impossibile sintetizzare in poche righe la carriera straordinaria di questo chitarrista, compositore, bandleader (sempre contornato da musicisti eccelsi) di importanza straordinaria non solo per il rock, ma per tutta la musica del secolo scorso.
Si tratta infatti di uno dei pochissimi musicisti di estrazione popular ad avere goduto di grande considerazione da parte di molti musicisti e direttori d’orchestra di area ‘colta’ che ne hanno eseguito (e tutt’ora ne seguono) le musiche. Immensa la sua produzione (stiamo parlando di una sessantina di album – moltissimi doppi e tripli – pubblicati dal 1966 al 1993, più innumerevoli live, senza considerare la trentina di dischi postumi ‘ufficiali’ autorizzati dalla Zappa Family Trust), ma ancora più rilevante l’influenza che ha avuto sulle generazioni la sua musica assolutamente libera di muoversi tra rock, jazz e classica contemporaneamente senza mai rinunciare allo sberleffo, alla provocazione, al gusto di demolire convenzioni e schemi precostituiti.

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Popular Music (11. USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60)

Prefazione – Indice

USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60

Il rock nasce alla metà degli anni ’50 nel sud degli Stati Uniti quando del rhythm’n’blues nero si appropriano i musicisti bianchi, in qualche maniera ‘addomesticandolo’ e rendendolo più ‘accettabile’ (al pubblico di bianchi, ovviamente).
Siccome era inaccettabile che i bianchi ‘facessero musica nera’ come il rhythm’n’blues, semplicemente il dj Alan Free battezzo ‘rock’n’roll’ quello che alla fine non era altro che rhythm’n’blues… suonato da bianchi.
In ogni caso, il rock’n’roll fu la prima musica ‘per i giovani’ (bianchi e neri) e… fece scandalo. Innanzi tutto, per le vecchie generazioni non era concepibile che la stessa musica piacesse a bianchi e a neri, e che essi – bianchi e neri – andassero agli stessi concerti assieme. E poi il rock’n’roll, in quanto giovane (e quindi contrapposto al mondo degli adulti che amavano cantanti tradizionali come Frank Sinatra o Dean Martin che ‘sussurravano’ nel microfono invece di ‘urlare’ e per questo erano detti crooners, sussuratori) era ribelle e sovversivo e i suoi eroi erano considerati (dagli adulti) oltraggiosi e inaccettabili perché completamente diversi da questi cantanti tradizionali, sia negli atteggiamenti che nel repertorio. Elvis Presley (1935 – 1977), ad esempio, agitava il bacino mentre cantava (e per questo era detto Elvis ‘the pelvis’), e rappresentava una figura nodale in quel panorama. Elvis era bello, fascinoso aitante, sensuale e fu con lui che questa nuova musica esplose. Perché lui era ‘un bianco che cantava come un nero’.
Ma nonostante in alcuni stati USA il rock’n’roll venisse vietato e, a volte, i teatri che ne ospitavano i concerti fossero addirittura dati alle fiamme, il fenomeno divenne inarrestabile: la ribellione giovanile avrebbe avuto da quel momento illuso principale modo di espressione in quella musica che sarebbe andata di pari passo con l’evolversi del costume e della società.

L’importanza sociale di questa rivoluzione musicale
Fino a quel momento, infatti, i giovani semplicemente… non esistevano. La gioventù era una scomoda fase da abbreviare il più possibile, schiacciata tra la fanciullezza e l’età adulta. Quando questa musica, che non piaceva ai bambini e che non veniva accettata dagli adulti, ‘individuò’ per la prima volta una fascia di età ben definita (più o meno tra i 15 e i 25 anni, i ‘giovani’, appunto), di questa fascia di età si accorse anche l’industria: si trattava di un nuovo mercato totalmente vergine e da sfruttare.
Musicalmente, è forse una forzatura dire che dal rock’n’roll di Elvis Presley di Jerry Lee Lewis (Great hall of fire), Little  Richard (Lucille), Carl Perkins (Blue suede shoes), Gene Vincent (Be pop a Lula), Bill Haley (Rock around the clock) e mille altri derivi tutto il rock che ascoltiamo oggi, ma fu comunque dall’esplosione del rock’n’roll che i giovani iniziarono a rendersi conto che potevano avere musica che appartenesse solo a loro, che li identificasse.

Attorno alla metà degli anni ’60, prese forma un movimento musicale che per anni avrebbe influenzato pesantemente tutto il costume (comportamento e moda) e la cultura (musica, grafica, arte, design e letteratura): la psichedelia.
Fortemente influenzata dall’uso di stupefacenti (e in particolare di acido lisergico, l’LSD, visto come strumento indispensabile per raggiungere un auspicato stato di apertura mentale), la proposta artistica dei musicisti psichedelici prevedeva testi spesso dal forte impegno sociale, anelanti utopisticamente ad un’era di pace e amore (‘Peace & Love’ diventò lo slogan-simbolo di quel periodo), e musiche dilatate, a volte quasi ipnotiche.
Due band storiche come Grateful Dead e Jefferson Airplane furono i capofila di un vero esercito di musicisti ascrivibili a questo genere tra i quali possiamo annoverare le prime esperienze di due giovanissimi chitarristi che avrebbero poi avuto una carriera strepitosa come Carlos Santana (1947) e Frank Zappa (1940 – 1993).
Non vanno dimenticati altri gruppi come i newyorkesi Vanilla Fudge, i losangelini Byrds e soprattutto i concittadini Doors di Jim Morrison.

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Disco: Doors – L.A. Woman (1971)

Questo non è solo l’ultimo album (quello più blues) dei Doors ‘con Jim Morrison’ (che sarebbe morto un mese dopo la sua pubblicazione), ma può essere considerato ‘l’ultimo album degli anni ’60’. Perché dopo questo disco nulla sarebbe rimasto della musica del decennio precedente ormai spazzata via da nuove idee, nuovi suoni e nuove attitudini. Ma qui troviamo ancora il suono assolutamente sixtie dell’organo Hammond  e  l’anima blues che poi gran parte del rock avrebbe dimenticato. E certo nessun (inconsapevole) epitaffio poteva essere più indicato della monumentale Riders on the storm, un addio dolce, più rassegnato che disperato, che ha il sapore di tutta quella pioggia e disperazione dalla quale Morrison non sarebbe più emerso.

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Va sottolineato che, per alcuni anni, le canzoni rappresentano solamente un momento di svago, di disimpegno. I loro testi parlavano d’amore, di divertimento, di ragazze e di auto.
Fu Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman, 1941), all’alba degli anni ’60, a raccogliere la lezione di folksinger come Woody Guthrie o Pete Seeger e a intuire che la canzone poteva essere il veicolo di istanze sociali più complesse.
Certo, ciò che Dylan cantava poteva magari essere letto nei libri o nei giornali, ma le sue canzoni avevano una diffusione e una immediatezza infinitamente superiore agli altri mezzi di comunicazione e per questo finirono per creare una coscienza sociale in quella nuova entità che erano i giovani.
Tuttavia, quando si dice che Dylan formò una coscienza sociale non si intende assolutamente dire che formò un’opinione politica: nelle sue ballate il cantautore poneva domande più che fornire risposte perché, come cantava nel suo  brano più famoso, Blowin’ in the Wind, tante volte la risposta non esiste. Dylan non ha mai detto quale fosse la soluzione dei problemi, ma ha sempre invitato l’ascoltatore a prendere coscienza del fatto che il problema esistesse. E di sicuro, all’epoca, non era poco.

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Disco: Bob Dylan – Blowin’ in the Wind (1963)

Scritta nel 1963, la canzone è diventata un simbolo e un inno che il tempo, le mode e le mutate sensibilità non sono mai riusciti a scalfire. In essa non si prendono posizioni politiche, non si dice no a qualcosa (alla guerra, alla violenza) o si a qualcos’altro (alla pace, alla fratellanza). In essa Dylan non ci fa alcuna predica, non dice cosa sia giusto e cosa sbagliato. Semplicemente, si fa e ci fa della domande. E non dà alcuna risposta perché forse una risposta non c’è. Però ci invita a riflettere, ci invita a porci noi stessi quella domande e quindi ad occuparci di questi problemi. Con questa canzone Dylan ci dice che è tempo di iniziare ad accorgersi di quello che non va e di chiedersi cosa sia possibile fare per migliorarlo.

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Popular Music (10. Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa)

Prefazione – Indice

Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa

Nei due dischi di Miles Davis ‘In a silent way’ e ‘ Bitches brew’ facevano la loro comparsa alcuni musicisti che avrebbero scritto splendide pagine negli anni successivi, tra gli altri: Herbie Hancock (1940), Joe Zawinul (1932 – 2007) e Chick Corea (1941), il chitarrista John McLaughlin (1942) e il sassofonista Wayne Shorter (1933).
Da loro nacquero alcuni gruppi che avrebbero segnato profondamente questo genere musicale: la Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, i Weather Report di Zawinul e Shorter o i Return to forever di Corea. Da tutti questi (e molti altri) sarebbe arrivato materiale assolutamente fondamentale per il prosieguo della storia del jazzrock, definito successivamente fusion.

Finora è stato trattato il jazz americano, tuttavia questo genere ha avuto un largo seguito di pubblico e musicisti anche in Europa.
Grande interesse è sempre stata la scena francofona rappresentata dal chitarrista Django Reinhartd, dai violinisti francesi Stephane Grappelli, Jean Luc Ponty e Didier Lockwood, dall’armonicista belga Jean Baptiste e dal pianista francese Michel Petrucciani (1962 – 1999)
Il panorama britannico ha dato il meglio di sé praticando territori di ricerca al confine con i rock come nella cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’. Musicisti come i sassofonisti Lol Coxhill ed Elton Dean, i chitarristi Allan Holdsworth, Derek Bailey o il citato John McLaughlin, il tastierista Keith Tippett e gruppi come i Soft Machine o i Just Us (di Elton Dean) hanno sempre proposto musica estremamente interessante.

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Ipse Dixit: «E’ nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. E’ stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombellicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano.» (Carlo Ravasio, Il Popolo d’Italia – 30 marzo 1929)

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Nel nostro paese arrivò durante la Prima Guerra mondiale con l’esercito americano ed ebbe subito una nutrita schiera di appassionati, sia tra il pubblico che tra i musicisti. Tuttavia conobbe un periodo di stasi durante il regime fascista che, in ‘difesa’ della musica italiana, lo bollò come ‘barbara musica negroide’, espellendola dalle trasmissioni radiofoniche dell’EIAR (l’ente precursore della RAI).
Dopo il periodo di oscuramento, il jazz riprese vigore dagli anni ’50 in poi, con gruppi come il sestetto di Gianni basso e Oscar Valdambrini o grandi solisti come Dino Piana (trombone), Enrico Intra e Renato Sellani (pianoforte), Franco Cerri (chitarra) e molti altri.
Una citazione a parte merita Giorgio Gaslini (1929 – 2014), uno dei primi ad ottenere fama internazionale, nel cui lavoro si fondono di volta in volta il rock italiano dei primi anni anni ’70, l’impegno politico, l’instancabile didattica (fu il primo a portare il jazz nei conservatori), l’interesse per la musica contemporanea o per la musica etnica (da leggere il uso ‘Musica totale’ del 1975).
Dai primi anni ’70, ricco è poi stato il panorama jazzrock: gruppi come Perigeo (straordinaria band in cui militavano grandi jazzisti come il pianista Franco D’Andrea, il sassofonista Claudio Fasoli, il batterista Bruno Biriaco, il contrabbassista Bruno Tommaso e il chitarrista Tony Sidney, gli Area (del fantastico cantante e ricercatore Demetrio Stratos) con una proposta in grado di toccare i generi più disparati, dal jazz, alla musica sperimentale, alla canzone di impegno politico, gli Arti & Mestieri, gli Agorà e molti altri.
Infine corre l’obbligo di ricordare operazioni estremamente interessanti realizzate a Napoli con la fusione tra jazz e altri ambiti musicali, per incontrare di volta in volta la canzone d’autore (Pino Daniele), il rock (Napoli Centrale, Osanna) o la musica etnica mediterranea (Tony Esposito, Tullio de Piscopo).
Senza dimenticare, oltre ai nomi citati, grandi maestri come i sassofonisti Mario Schiano (1933 -2008) e Massimo Urbani (1957 – 1993).il batterista Gilberto Gil Cuppini (1924 – 1996) o il direttore d’orchestra e polistrumentista Gorni Kramer (1913 – 1995). Altri nomi assolutamente degni di menzione: i trombettisti Enrico Rava (1939), Paolo Fresu (1961) e Fabrizio Bosso (1973), dei pianisti Franco D’Andrea (1941), Enrico Pieranunzi (1949), Danilo Rea (1957), Rita Marcotulli (1959) e Stefano Bollani (1972), dei sassofonisti Gianluigi Trovesi (1944) e Francesco Cafiso (1989)e  del batterista Roberto Gatto (1958)

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Disco: Paolo Fresu Quintet – The platinum collection (2008)

Tre cd celebrano un gruppo storico del nostro jazz. Ogni volume è dedicato a un tema: il primo alle ballads, il secondo al blues, il terzo al song. Pur con maggiore attenzione alle incisioni effettuate per la prestigiosa etichetta Blue Note, i brani percorrono l’intera carriera del trombettista. Ma se Fresu giganteggia, merito va dato ai suoi compagni di viaggio nel costruire un’architettura sonora tanto curata nei dettagli quanto emozionante all’ascolto. Grande Jazz anche quando Fresu e i suoi compagni di viaggio si accostano con infinita sapienza, anche a brani ‘facili’ della canzone d’autore italiana o dell’universo sudamericano.

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Popular Music (9. Il Jazz degli anni ’50 e ’60)

Prefazione – Indice

Il Jazz degli anni ’50 e ’60

Se il cool aveva preso piede soprattutto in California, a New York il be bop si evolse nell’hard bop, una forma più ‘distaccata’ e impassibile. Certo non rilassata come il cool, ma nemmeno frenetica come il be bop.
Questo nuovo stile è caratterizzato dal punto di vista ritmico, non a caso alcuni dei gruppi più interessanti del periodo sono guidati da batteristi (Art Blackey, Max Roach, Elvis Jones, Philly Joe Jones e altri) dei quali il jazz studiò nuove strade.

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Disco: Joni Mitchell – Mingus (1979)

In un colpo solo ci si occupa di un grandissimo del jazz come Charles Mingus e una cantautrice, Joni Mitchell, che nei tardi anni ’70 sarebbe stata protagonista di un entusiasmante incontro tra jazz e canzone d’autore. Per questo disco, la cantante accettò l’invito dello stesso Mingus ad interpretare alcune sue composizioni scritte appositamente. Il risultato è esaltante, anche grazie all’apporto di grandissimi musicisti come Herbie Hancock (tastiere), Wayne Shorter (sax, Don Alias (percussioni), Peter Erkine (batteria) e Jaco Pastorius (basso). Mingus però non vide mai realizzato il disco: morì poche settimane prima dell’inizio delle registrazioni. Dal tour con il quale la Mitchell portò il lavoro in concerto venne tratto un doppio album live epocale intitolato ‘Shadows and light’.

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Nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman (1930 – 2015) pubblicò l’album ‘Shape of jazz to come’, un autentico pugno in faccia agli appassionati di jazz. In esso, la musica era diventata, semplicemente, free, libera; non aveva più regole, gli strumenti non rispettavano né tempi né tonalità, per molti non era neanche musica.
Era free jazz.
In effetti, essa liberava totalmente i musicisti dalle strutture armoniche, melodiche e ritmiche tradizionali. L’improvvisazione era totale e i jazzisti potevano inventare i loro percorsi assieme (ognuno seguendo la propria idea musicale) o singolarmente.
Era, insomma, una ribellione verso ogni schema formale precostituito che andava di pari passo con la ribellione che scendeva nelle piazze contro la guerra e per la conquista dei diritti civili da parte dei neri.
In effetti, musicista come il trombettista Don Cherry (1936 – 1995), il pianista Cecil Taylor (1929 – 2018), i sassofonisti Anthony Braxton (1945) e Albert Ayler (1936 – 1970) o il gruppo degli Art Ensemble of Chicago poggiavano la loro proposta artistica su solide basi ‘ideologiche’ prima ancora che musicali.

Se Ornette Coleman aveva aperto la strada del free jazz, John Coltrane (1926 – 1967) indicava una direzione leggermente diversa.
Anche il suo era un jazz molto libero, ma non aveva abbandonato del tutto i vincoli dell’armonia: il suo era un sax che spesso gridava, ma la sua musica era quasi sempre ordinata e accessibile. Era nuova, ma non sovversiva.
Quella di ‘Trane’ fu una vicenda artistica brevissima. La sua attività cominciò a 29 anni e si concluse con la sua scomparsa ad appena 40, solamente undici anni, ma fondamentali per la storia del jazz.
Il suo approccio al sassofono era diverso e nuovo: più istintivo e più arrabbiato. Inevitabilmente, divise critica e pubblico in una disputa senza fine. Dopo altre esperienze discografiche, nel 1964 Coltrane realizzò il suo capolavoro, ‘A love supreme’. Il disco ebbe un successo di vendite degno di un album rock, venne osannato dalla critica e adorato da pubblico e musicisti non solo jazz. 

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Disco: John Coltrane – A love supreme (1964)

Un vecchio detto recita che se nel jazz devi cominciare da qualche parte, non puoi far altro che partire da qui. In effetti, stiamo parlando di un lavoro che rappresenta la vetta artistica di uno dei maggiori jazzisti della storia. E’ un disco fortemente spirituale, influenzato in maniera determinante dal misticismo religioso che pervadeva Coltrane, strettamente legato ad un suon momento di rinascita umana ed artistica dopo anni di dipendenza da alcol ed eroina. Si tratta di un’opera straordinaria in cui il sax tenore grida, si contorce e alla fine si libera, nel finale, raggiungendo apici di indicibile dolcezza, cercando di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un ‘amore supremo’ dopo una vita travagliata.

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Il trombettista Miles Davis (1926 – 1991) è stato un personaggio fondamentale nella storia del jazz che egli ha visto (e creato) da protagonista per quasi mezzo secolo.
Pur non esente dai comuni problemi di tossicodipendenza, a differenza di tanti grandi colleghi ebbe una carriera lunghissima continuamente mossa da una curiosità che lo ha portato ad esplorare (spesso prima di tutti gli altri) i più diversi territori del jazz e non solo.
Nel 1948, in anticipo sui tempi, con il suo primo gruppo, alle prese col cool. Messo fuori gioco per alcuni anni dall’eroina, nella seconda parte degli anni ’50 realizzò album storici come ‘Millestones’ e soprattutto ‘Kind of blue’, Negli anni ’60 esplorò poi l’hard bop, cominciando la grande rivoluzione che lo vide protagonista alla fine del decennio: l’incontro del jazz con la strumentazione elettrica e quindi con il rock. Proprio a seguito di questa intuizione, con due dischi storici come ‘in a silente way’ e ‘Bitches brew’.
Questa ‘nuova musica’ che venne chiamata jazzrock (o rockjazz) non venne accettata dai puristi, ma milioni di ascoltatori e migliaia di musicisti impazzirono per questi nuovi suoni.

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Disco: Miles Davis – In a silent way (1969) 

Ascoltare questo disco è facile. La musica scorre fluida e accattivante. Nonostante vi suonino alcuni tra i maggiori musicisti della storia (da Wayne Shorter a Chick Corea, da Herbie Hancock a John McLaughlin, da Joe Zawinul a Dave Holland) non vi sono assolo, e anche la tromba di Davis suona poche note, non ci regala alcun virtuosismo ma un’intensità e un’espressività che è propria solo dei grandi. ‘In a silent way’ è fatto di pochissime note, ma ciò che dà profondità ed emozione sono proprio i silenzi, le attese tra una nota e l’altra: la magia di questo lavoro che portò per la prima volta gli strumenti elettrici nel jazz, sta tutta nelle note… non suonate. Nessuno urla, qui Williams carezza i piatti con le bacchette, Mclaughlin, Corea e Hancock scivolano sulle loro tastiere e bisogna ascoltare con attenzione per cogliere i loro arpeggi appena accennati, Shorter sembra solo ‘respirare’, non soffiare, nel suo sax. E Davis, uno che ha urlato spesso, prima e dopo, qui sceglie di esprimersi sottovoce. E quello che ne risulta è magia ed emozione.

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Popular Music (8. Il Jazz degli anni ’40 e ’50)

Prefazione – Indice

Il Jazz degli anni ’40 e ’50

Il Be bop. Se negli anni ’30 la scena era assai vivace, negli anni ’40 conobbe difficoltà di ogni tipo.
Dal ’42 al ’44, il sindacato dei musicisti proclamò un lungo sciopero per questioni di diritti d’autore che di fatto bloccò la pubblicazione di nuovi lavori, contemporaneamente la guerra mandava molti musicisti al fronte piuttosto che sul palco. Infine  una situazione economica già molto difficile, mise nuove tasse sulle sale da ballo.
L’insieme di questi eventi, portarono a sperimentare nuove forme musicali più ‘agili’ e più innovative di quelle un po’ imbalsamante proposte dalle vecchie grandi formazioni.

Nel 1946, un gruppo tra i cui componenti c’erano alcuni futuri monumenti della storia del jazz come Dizzy Gillespie (1917 – 1993) alla tromba. Charlie Parker (1920 – 1955) al sax e Max Roach (1924 – 2007) alla batteria, registrò alcuni brani totalmente ‘nuovi’: Shaw ‘nuff, Salt peanuts. Hot house…
Era nato il Be bop.
Ma non piacque per niente. Gran parte del pubblico era abituato al dixieland o allo swing vellutato delle orchestre: questa invece era musica molto più dura e difficile.
Nonostante la perplessità del pubblico, artisti come il chitarrista Barney Kessel (1923 – 2004), il pianista Thelonius Monk (1917 – 1982), il trombettista Fans Navarro (1923 – 1950), i sassofonisti Sonny Rollins (1930) e Dexter Gordon (1923 – 1990) e moltissimi altri erano assolutamente convinti della loro musica: volevano riportare il jazz alle origini, dopo che lo swing aveva fatto diventare questo genere una musica da ballo e tutto eccessivamente ‘bianca’.

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Ipse Dixit: «Appena fummo entrati, quei tizi afferrarono i loro strumenti e si misero a suonare quella loro roba folle. Uno si interrompeva improvvisamente, un altro incominciava a suonare senza una ragione al mondo. Noi non avremmo mai potuto dire quando un assolo avrebbe dovuto cominciare o terminare. Poi tutti quanti smisero di punto in bianco di suonare e se ne andarono dal palco. Ci spaventarono». Così il batterista della big band di Woody Herman, Dave Touch, raccontò all’epoca un’esibizione del quintetto di Dizzy Gillespie all’Onyx di New York. (Marshall Stearns, ‘The story of jazz’)

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Protagonista di questo periodo, ‘traghettatore’ tra il be bop (anni ’40) e il cool (anni ’50) fu Charlie Parker. Nato a Kansas City il 29 Agosto del 1920, anche se quando morì, nel 1975, i medici che avevano fatto l’autopsia dissero che era più probabile avesse 53 anziché 35.
A tredici anni, suonava il sassofono baritono, un anno dopo passò al contralto. A quindici (già sposato con una ragazza di diciannove!) la musica era già un fatto di sopravvivenza: suonava ininterrottamente dalle nove di sera alla cinque del mattino per 1,25 dollari. La sua era una vita difficile, martoriata dagli stupefacenti, era sempre sporco e stracciato, ma suonava come non si era mai sentito prima, anche se spesso non possedeva nemmeno uno strumento suo.
Nonostante la sua musica non piacesse a tutti, il suo sax divenne la voce più espressiva del jazz dell’epoca, anche se la vita per lui continuava ad essere sempre molto dura: nel 1947, devastato da droga, alcol ed eccessi di tutti i tipi, fu rinchiuso per sei mesi in manicomio. Quando ne uscì la situazione non era migliorata di molto.

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Disco: Charlie Parker – The complete Dial session (1999)

In questi quattro cd sono state pubblicate le registrazioni in studio effettuate da Parker e Los Angeles tra il ’46 e il ’47: di lì a poco sarebbe stato ricoverato in manicomio e molto del suo disagio traspare da questa musica. Considerandolo del tutto inaffidabile, la casa discografica gli aveva imposto in studio uno psichiatra… Immaginatevi l’atmosfera: ‘Bird’ (come era soprannominato) tremava e sudava e il medico gli dava pasticche, ma in qualche maniera il disco venne fuori. Con perle assolute come Lover man, The gypsy, Max making way, Ornitologi, A night in Tunisia, Embraceable you. Con lui, Dizzy Gillespie, Miles Davis e altri immensi compagni di viaggio. Anche qui, come sempre, dramma e ispirazione procedono di pari passo creando il ritratto di un genio fragile e malato.

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Il bop non spazzò via tutte le grandi orchestre, le maggiori, come ad esempio quella di Duke Ellington, sopravvissero.
Alcune cambiarono il suono, come ad esempio, quella di Woody Herman (1913 -1987) che dal grande successo con lo swing, sposò il bop.
In ogni caso, il bel bop era stata una rivoluzione, un punto di rottura con lo swing e, allo stesso tempo, l’origine di altre esperienze musicali.

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Disco: The best of Gerry Mulligan Quartet with Chet Baker (1991)

Nel 1952, Gerry Mulligan formò con Chet Baker un quartetto da cui era escluso il pianoforte, fino a quel momento ritenuto indispensabile in questo tipo di formazione. La nuova formula, che prevedeva due solisti intrecciare continuamente le proprie linee melodiche, ebbe un successo incredibile. Questo doscop documenta registrazioni tra il 1952 e il 1957 e presenta due grandi artisti che ebbero l’intuizione di sposare il suono greve eppure pieno di pathos del sax baritono (di Mulligan) alla tromba liricissima di Baker, certo in debito verso Miles Davis, ma anche capace di intuizioni che solo una vita troppo disordinata avrebbe fatto tacere troppo presto.

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Popular Music (7. Il Jazz degli anni ’20 e ’30)

Prefazione – Indice

Il Jazz degli anni ’20 e ’30

Negli anni ’20, quello che era successo a New Orleans solo pochi anni prima, ora stava succedendo in un’altra città, al nord: Chicago. Tanti locali, tanta musica, tanti musicisti.
Il trombettista Louis Armstrong (1901 – 1971) si era fatto le ossa a New Orleans prima di arrivare a Chicago così come il cornettista Joe ‘King’ Oliver (1885 – 1938). Ma in quello stesso periodo in città ogni sera era possibile ascoltare anche i pianisti Jerry  Roll Morton (1890 – 1941) ed Earl ‘Fatha’ Hines (1905 – 1983), i clarinettisti Sidney Bechet (1890 – 1959) e Albert Nicholas (1900 – 1973), o il trombettista Big Beiderbeck (1903 – 1931), ‘alter-ego’ bianco di Armstrong.
Tutti oggi considerati padri del jazz.

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Disco: Louis Armstrong & Earl Hines (1989)

Questo album della Columbia raccoglie brani tra il 1927 il 1928.  Momenti come St. James Infirmary, Basin Street blues o West End blues, documentano la piena maturità di Louis Armstrong che comunque per decine d’anni avrebbe continuato a frequentare non solo questo jazz ‘delle origini’ cui resterà sempre affezionato, ma anche il mondo del pop ottenendo soprattutto negli anni ’70 grande successo con canzoni ‘leggere’. Tuttavia, qui, assistito splendidamente da Hines, porta la propria tromba sulla terra di confine tra il primo jazz e lo swing che stava per arrivare.

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La musica di questi artisti era inevitabilmente il jazz ‘delle origini’ che si suonava a New Orleans, tuttavia qualcosa stava accadendo: i gruppi di musicisti si ampliavano come organico fino a diventare autentiche orchestre di una dozzina di componenti dette ‘big band’, con legni, ottoni e sezione ritmica. Di pari passo, la musica si evolveva verso una forma più ballabile: lo swing.

Fu New York la capitale del jazz negli anni ’30.
Contemporaneamente a Fletcher Henderson (1897 – 1952), arrivato in città con la sua big band nel 1923, George Gershwin (1898 – 1937) musicista di estrazione ‘colta’, tentava una fusione tra jazz e musica classica mentre, seguendo proprio la strada indicata da Henderson, cominciavano a mettersi in luce arrangiatori e direttori, ognuno con la sua grande orchestra.
Come tanti direttori di big band, Due Ellington aveva avuto una rigida educazione musicale. Arrivato a New York nel 1922, impiegò alcuni anni a maturare un proprio stile personale: negli anni ’30 era già, semplicemente, il più grande. 

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Disco: Due Ellington – Live at Fargo (1940)

Sono tantissimi, nella sconfinata discografia di Ellington, i dischi dal vivo. Evidentemente era sul palco che la grande orchestra del Duca dava il meglio di se stessa. Ne abbiamo una dimostrazione in questo album che, pure registrato con una rudimentale apparecchiatura portatile (siamo nel 1940!), riesce a restituirci intatta l’atmosfera che la big band riusciva a creare. E’ da notare come il tappeto sonoro creato dai musicisti costituisce un perfetto sottofondo su cui si muovevano eccellenti solisti come il sassofonista Ben Webster o il trombettista Rex Stewart. Ma quello che l’ascoltatore deve cogliere è lo splendido ricamo degli strumenti concepito dal grande arrangiatore e direttore. 

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Altre big band da segnalare sono quelle di: Benny Goodman (1909 – 1986), William Allen ‘Count’ Basie (1904 – 1984), Tommy Dorsey (1905 – 1956), Gene Krupa (1910 – 2004) e Artie Shaw (1910 – 2004). Va ricordata un’orchestra di enorme successo: quella di Glenn Miller (1904 – 1944), fondata nel 1938. 

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Ipse Dixit: «Tutto quello che vogliono fare è dell’esibizionismo, e ogni vecchio trucco è buono. Così tirano fuori tutti quegli accordi strampalati che non significano niente, e in principio la gente prova della curiosità soltanto perché si tratta di una novità, ma poi si stanca perché non è musica veramente buona: non c’è nessuna melodia che si possa ricordare e nessun ritmo regolare su cui si possa ballare. E così questi musicisti tornano ad essere di nuovo poveri e non c’è lavoro per nessuno, e questo è quanto vi ha combinato la malizia moderna». (Louis Armstrong, trombettista)

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Popular Music (6. Il Jazz dalle origini al Dixieland)

Prefazione – Indice

Il Jazz dalle origini al Dixieland

Rintracciare le origini musicali di un determinato genere non è mai semplice. Molte volte impossibile. Nel caso del jazz (originariamente il termine esatto era ‘jass’) la nascita viene collocato (temporaneamente) nella seconda metà dell’Ottocento e (musicalmente) nella fusione tra la musica degli schiavi neri (work, songs, spiritual e, successivamente, blues), quella importata dall’Europa dai bianchi (in particolare la musica per banda) e quella da essa direttamente derivata: il ragtime (una miscela pianistica che associava la ritmica africana alla musica colta europea)

New Orleans verso la fine del XIX secolo era l’unica metropoli al mondo con un autentico crogiolo di razze e culture: vi convivevano francesi, ispanici, afroamericani e nativi americani. La cultura dominante era ovviamente quella bianca, ma questa cultura fondeva anche con quella della popolazione di colore visto che li, nonostante la segregazione razziale ancora presente, era permesso un contatto tra le etnie molto maggiore che in qualsiasi altro luogo degli USA. A New Orleans, tra l’altro, c’era un quartiere ‘a luce rosse’ (si direbbe oggi), dove la prostituzione era legale e dove proliferavano centinaia di locali e bordelli. E in questi locali e bordelli si suonava tutte le sere, e si suonava jazz.
Tuttavia, il jazz non risuonava solo nei locali malfamati anzi, si suonava in un altra tipica ‘situazione musicale’ della città: le cerimonie funerarie. 

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Ipse Dixit: «Andando verso il cimitero suonavano di solito pezzi come ‘Nearer my God to thee’ o ‘Free as a Bird to the Mountain’. Noi suonavamo in un tempo in 4/4 molto lento; infatti si camminava molto lentamente dietro la bara. Dopo che il defunto era stato seppellito, ci allontanavamo a passo di maia al suono del solo tamburello finché arrivavano a uno o due isolati di distanza. Allora cominciavamo a suonare ragtime. Potevamo suonare ‘Didn’t he ramale?’, il buon vecchio ‘When the Saints go marchin’ in’, oppure trasformare in ragtime qualcuno di quegli spirituals. Un movimento in 2/4, sapete, un passo vivace. C’era poi un secondo scaglione che era un po’ l’equivalente di una parata del King Rex nel corteo dei Mari Gras. La polizia non riusciva a tenerlo indietro, riempiva la strada, i marciapiedi, camminava davanti alla banda. C’erano folle enormi al seguito dei funerali. Questa gente seguiva il funerale fino al cimitero soltanto per poter ascoltare il ragtime al ritorno. Non c’erano mai risse o cose del genere; ma potevi vedere la gente che ballava in mezzo alla strada» (Bunk Johnson, trombettista)

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I primi musicisti jazz erano neri che utilizzavano soprattutto gli strumenti a fiato e i tamburi abbandonati dagli eserciti della Guerra di Secessione. Si sa poco o niente di questi pionieri, ma che fu il cornettista Buddy Bolden (1877 – 1931) a formare, nel 1895, la prima importante jazz band è sicuro. Il nome del gruppo era Original Dixieland Jass Band, il brano che fu inciso e diffuso oltre i confini era ‘Livery stable blues’, la data il 26 febbraio 1917.

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Disco: Original Dixieland Jass Band – Livery stable blues (1917)

Pubblicato dalla Victor, il brano è un classico dixieland dall’intonazione volutamente comica (in esso troviamo anche la simulazione dei versi degli animali fatti con vari strumenti) ed ebbe un successo strepitoso: vendette un milione e mezzo di copie solo grazie al passaparola (la Victor non credeva nell’operazione e non la pubblicizzò). Anche se i neri facevano da tempo quel tipo di musica, fu questo successo ad avere un effetto decisivo sui musicisti del tempo. Proprio sull’organico della Original Dixieland Jass Band (cornetta, clarinetto, trombone, pianoforte e batteria) si modellarono molti altri gruppi che, ad esempio, da quel momento eliminarono il violino, allora assai presente in questo tipo di band.

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Ricapitolando: Il jass, ragtime, New Orleans, Original Dixieland Jass Band e il 1917, sono cinque termini, nella semplificazione massima, da ricordare come elementi della nascita del jazz.

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Popular Music (5. Il Funk e il Rap)

Prefazione – Indice

Il Funk e il Rap

Funk
Le caratteristiche del funk sono ben definite: linea di basso ossessiva, ritmo martellante, chitarra secca e graffiante. Si possono individuare in brani di James Brown come Papa’s got a brand new bau (1965) o come la celeberrima Get up sex machine (1970).

Ma la musica funk non era solo trascinante e ‘fisica’, i testi spesso erano estremamente politicizzati come per esempio: Heron (1949) e molti altri brani dello stesso James Brown.
Il funk era la musica della popolazione di colore orgogliosa della propria identità, pronta a combattere peer difenderla. Era la voce del ‘potere nero’. Ma anche nel funk, dal punto di vista musicale, vanno fatte delle distinzioni. Una cosa era la proposta accattivante degli Earth, Wind & Fire (non a caso protagonisti poi della disco music), altra quella fortemente influenzata dal rock psichedelico di George Clinton o di Sly & the Family Stone.

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Disco: Sky & the Family Stone – There’s a riot goin’ on (1971)

Magari ancora loro non lo sanno, ma quello che Sly Stone e famiglia mandano nei negozi è un lavoro che avrebbe fornito un sacco di idee a tutti immusonisti del periodo (e dopo). Opaco e asfissiante nel suono quanto i loro dischi precedenti erano solari, avveniristico negli arrangiamenti (c’è perfino una drum machine in Family affair, quasi otto minuti a testa per Thank you for talkin’ to me Africa e Africa talks to Thank you), adrenalinico nelle ritmiche, chiude definitivamente con gli anni ’60 e i suoi sogni. Il brusco risveglio degli anni ’70 era alle porte e questo disco ce lo mostra già confondendo le frustrazioni di una generazione con quelle di un musicista ormai schiavo di eccessi di ogni tipo e in vista della propria fine artistica.

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Va detto tra l’altro che la lezione del funk finì per influenzare anche il jazz: dischi come ‘Head hunters’ (1973) di Herbie Hancock o ‘On the corner’ (1972) di Miles Davis portano più meno dichiaratamente quell’impronta sonora.
Anche Jimi Hendrix, Prince e i bianchi Red Hot Chili Pepper, hanno riconosciuto un’influenza decisiva, come figlia del funk.
La vicenda del funk si sarebbe andata spegnendo lentamente con il finire degli anni ’70: come gli artisti raggiungevano uno status (anche economico) agiato, la loro musica perdeva di mordente e scadeva in una dance elettrizzante, ma priva di reali contenuti.

Rap
Contrariamente a quasi tutti i generi musicali, si può dire che il rap (letteralmente ‘chiaccherata’) ha un padre, una madre e perfino un certificato di nascita.
Il ‘certificato’ è rappresentato dal primo singolo rap della storia, Rapper’s delight della Sugarhill Gang (1979): la sua base sonora era fornita da Good times degli Chic, e su di essa ‘recitava’ il testo la voce di Henry ‘Big Bank Hank’ Jackson. Lui era stato scelto da Sylvia Robinson (ecco la ‘mamma’ del rap), cantante soul e proprietaria del negozio Sugai Hill Records.
Il rap era uno degli elementi della cultura hip hop, assieme alla breakdance e all’arte dei graffiti.
E’ il padre? Il padre si chiama Kool Herk (1955) un dj. E’ stato lui a portare in città questo nuovo stile che esisteva già dagli anni ‘60 in Giamaica.

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Ipse Dixit: «Kool Herk comprava dischi per utilizzare solo delle frasi o dei suoni, mai il prodotto intero. Un riff di chitarra o un giro di basso non dovevano durare più di 15 secondi. Metteva su lo stesso frammento musicale moltissime volte tagliando le altre parti del brano quando inseriva la sua voce. Poco dopo altri iniziarono a copiare lo stile di Herk aggiungendo ritocchi personali. Ad esempio, uno che si chiamava Theodor inventò la tecnica dello scratching che consisteva nel mandare avanti e indietro velocemente il disco con le dita.» (Dick Ebdige, ‘Cut’n’mix’)

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Disco: Rui DMC – Raising hell (1986)
Questo terzo lavoro dei Rui DMC fu il primo a sdoganare l’hip hop presso le grandi masse e la crew fu la prima ad avere un disco di platino, la prima ad avere la copertina della prestigiosa rivista musicale Rolling Stone, la prima ad essere trasmessa da MTV. Tutto merito di quest’album dove, per primi, i tre decidono di sostituire le usuali basi di balck music con un rock più accessibile al pubblico di bianchi e i testi sono cruda cronaca della sopravvivenza nel ghetto, pur tuttavia rinunciando alle sovrastrutture politico-ideologiche tipiche, ad esempio, dello stile dei Pubblici Enemy.

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Ipse Dixit: «Il rap è la CNN dei neri americani. Il nostro dovere è informare su quello che realmente succede. Le parole sono l’unico mezzo che abbiamo per fare arrivare al mondo la nostra voce. I vecchi oggi sembrano sempre più lontani dai giovani che crescono e vivono con il rap. Sono due sistemi che si scontrano e la frattura è solo un’inevitabile conseguenza. Esistono vari modi di fare rap e nessuno è migliore dell’altro. Ogni rapper ha qualcosa da raccontare. Può variare il linguaggio, non la sostanza.» (Chuck D., rapper)

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