Popular Music (18. Il rock: Africa e anni ’90)

PrefazioneIndice

Attorno alla metà degli anni ’80, l’occidente si accorse improvvisamente della musica africana.
Successe che nel 1986 Paul Simon (1941), grande cantautore americano che negli anni ’60 aveva avuto un enorme successo in coppia co Art Garfunkel, pubblicò l’album ‘Graceland’, disco splendido, profondamente influenzato dalle ritmiche e dalle soluzioni sonore e musicali dei musicisti sudafricani e ghanesi che vi avevano contribuito.
La musica occidentale di accorse così dell’immensa ricchezza di quell’universo sonoro, e moltissimi furono i musicisti che vi si ispirarono. E, quel che più conta, si aprirono le porte a molti artisti che dall’Africa arrivarono a proporre la propria musica in prima persona in Europa e in America: Salif Keita e Mori Kate dalla Guinea, Ray Lema dallo Zaire, i senegalesi Toure Kunda e Youssou N’Dour e moltissimi altri godettero per alcuni anni di grande popolarità.
Va detto comunque che non era la prima volta che musicisti africani ottenevano grande successo nel… nord del mondo: basti pensare, dagli anni ’60 in poi, a una star come Miriam Makeba, o al gruppo degli Osibisa, al sassofonista Manu Dibango, al trombettista Ugh Masekela o a Fela Kuti, alfiere dell’afrobeat.

Anni ’90: il britpop

Così come erano stati frenetici gli anni ’80, gli anni ’90 furono piuttosto… sonnacchiosi. Probabilmente il fenomeno più rilevante del decennio, in Inghilterra, artisticamente e commercialmente, fu quello del britpop. Niente di clamoroso o particolarmente innovativo: gruppi come Pulp, Suede, Verve, Supergrass, Blur e oasi si limitarono a fondere strutture musicali anni ’60 e ’70, innervandolo con i nuovi suoni sviluppatosi negli anni ’80. 

Sta di fatto che, però, già alla fine del decennio si aveva già dato tutto e l’affermarsi di  nuove band come Radiohead, Coldplay, Placebo, Stereophonics, ecc. legittimarono la creazione di una nuova etichetta: new britpop. Ma si era già nel nuovo millennio.
Contemporaneamente ha avuto una vita breve ma intensa un altro interessenza genere che il grande critico musicale Simon Reynolds battezzò post rock. Di fatto la sua caratteristica era di proporre una musica che fondeva elementi rock con altri mutuati dal jazz e dalla musica classica contemporanea, dando vita a una proposta intensa, rarefatta e introspettiva.

Il nuovo millennio
Difficile individuare negli ultimi anni qualche filone, scuola o genere unitario che abbia caratterizzato l’inizio del nuovo secolo. Certo non sono mancati e non mancavano gruppi e musicisti interessanti come Kasabian, Artic Monkeys, Franz Ferdinand, Muse, Tortoise, Mogwai, Belle and Sebastian e i Talk Talk.

La disco music

La nascita di un «genere»
Quando è nata la disco music (o semplicemente disco)?
Difficile dirlo, probabilmente nei primi anni ’70.
In questa musica ‘nuova’, confluivano generi e stili diversi: funk, soul, influenze tropicali il pop bianco delle grandi orchestre.
Nel 1973, la Love Unlimited Orchestra di Barry White (1944 – 2003) portò al primo posto della classifica dance USA un brano intitolato ‘Love’s theme’, nel 1974 entrarono in classifica una dopo l’altra ‘Never con way goodbye’ di Gloria Gaynor a altri brani di Kool & The Gang, Shirley & Company, Hues Corporation e di George McCrae.

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Disco: Gloria Gaynor – Never can way goodbye (1975)

Album fondamentale nella storia della disco. Il produttore Meco Monardo (che otterrà grandissimo successo con la riedizione disco della colonna sonora di ‘Star Wars’) costruì nella prima facciata un medley di tre canzoni passando senza soluzione di continuità da Honeybee alla title track quindi alla celeberrima Reach out. Il medley, che per tutto il 1975 imperversò nelle radio e sulle piste, aveva un suono in odore di Philly Sound con diverse break strumentali piazzati in punti strategici su cui potevano effettuare i messaggi. Questa operazione che riproponeva ‘già pronto’ il lavoro del dj ebbe un grande seguito e negli anni fu riutilizzata in molti altri brani di successo.

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Se Barry White può essere considerato uno dei precursori della disco music, altri produttori stavano lavorando, nello stesso periodo, in quella stessa direzione. A Philadelphia, ad esempio, Kenny Gamble e Leon Huff e rinomi di punta Billy Paul e Teddy Pendergrass, gli O’jays, le Three Degrees e i Blue Notes di Harold Melvin

A Miami sempre nel 1974, raggiunse la cima delle classifiche anche Rock your baby di George McCrae, euna certa notorietà la ebbe la TK Records ed Henry Stone.
Henry Stone ebreo e bianco portò all’enorme successo i K.C. & The Sunshine Band

Nel ’76 la disco music era di quasi esclusivo appannaggio della gente di colore, solo due anni dopo, nel ’78, invece la disco dominava qualsiasi classifica, invadeva la programmazione di qualsiasi stazione radio, musicava gli spot pubblicitari e influenzava pesantemente la produzione musicale di artisti rock, come Rolling Stone, David Bowie, Rod Stewart o Santana.
Come per il jazz e per il rock, perché un fenomeno musicale di origine nera assurgesse a popolarità mondiale, era stato necessario che se ne appropriassero i musicisti bianchi, nel caso della disco, i Bee Gees.
I Bee Gees non erano nati come musicisti disco: i tre fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb, avevano dominato le classifiche pop degli anni ’60 con vari singoli. Però quando la carriera sembrava lanciata a mille si interruppe quasi di colpo, dissidi interni portarono alla divisione del trio e ciascuno intraprese con scarsissimo successo una propria carriera. Nel ’75, alla disperata ricerca di qualcosa che riportasse in auge i tre, ci fu il miracolo. I vecchi Bee Gees melodici e languidi non c’erano più, il loro pop bianco si era trasformato in un funk di facile presa che faceva faville e il singolo Mr. Jive li riportò in vetta alle classifiche.
Era disco music, sissignori: c’erano finalmente arrivati anche i bianchi.

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Disco: Saturday night fever – O.S. (1977)

Quando si parla della colonna sonora del film disco per eccellenza, si finisce sempre per parlare dei Bee Gees, anche se nel disco non ci sono solo loro. Ma la cosa è inevitabile. I maggiori successi dell’album (Stayin’ alive, How deep is your love, Night fever, More than a woman, You should be dancin’) sono dei fratelli Gibb, e se accanto a loro vi sono anche comprimari di tutto rispetto (Kool & the Gang, K.C. & the Sunshine Band, Tavares) ad essi i tre bianchi dalle voci in falsetto lasciarono solo le briciole: Boogie shots a K.C., e soprattutto Disco inferno ai Trammps. Tutto ciò impedisce di considerare l’album una credibile antologia della disco music anche se la sua importanza nella diffusione del fenomeno fu assolutamente fondamentale.

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Ipse Dixit: «La musica quest’anno si misura in battute al minuto, fra 122 e 144: la chiamano «Disco». Sembra che tutto il mondo abbia voglia di ballare. Da Rio a Parigi, dall’Italia alla sua patria, New York City, la discoteca è diventata meta di una generazione nuova e di una vecchia che si è convertita. Disco è la parola per tutto quello che oggi significa danza. Perché disco, incredibilmente, è diventato il nuovo esperanto musicale e sta per influenzare la storia della musica a venire. Nessuna via di fuga. Disco è la nuova maniera di dimenticare l’arrivo del 2000, è la chiave per lasciarsi alle spalle gli anni ’60. E’ la gioia, un Popper per sfrecciare sui confini del totale abbandono dal controllo dei sensi. Eppure è la moda-musica più tecnologica, comandata e controllata che sia stata prodotta. Bene e male in lotta. La prima massiccia alternativa danzante dai tempi del rock’n’roll. E, infine, la più grossa operazione commerciale nel campo dello spettacolo da sempre».

(Carlo Massarini, Popster – maggio 1979)

Ascolta quattordici brani su radioscalo.

Popular Music (17. Europa – Il rock fine anni ’70 e ’80)

PrefazioneIndice

Il punk prende le mosse negli Stati Uniti attorno alla metà degli anni ’70. Solo dopo sbarca in Inghilterra. Ambasciatori di questa nuova musica, furono il primo album dei Ramones (omonimo) e l’ex manager dei New York Dolls. Costui si chiamava Malcom McLaren, un 25enne londinese trasferitosi in Usa, che, tornato a Londra, radunò un gruppo di scalciati musicisti da lui battezzati Sex Pistols. Forse McLaren voleva solo lanciare una moda, ma quella ‘nuova cosa’ trovò terreno fertile in una generazione che sentiva l’esigenza di ribellarsi contro l’industria discografica e spazi vitali negati. Se infatti alle sue origini il rock era immediatezza e ribellione, cosa avevano di autenticamente rock le suites di 40 minuti di Mike Oldfield (1953) autore di un album di enorme successo e grande bellezza come ‘Tubular bells’, o le intricatissime costruzioni musicali del progressive, o ancora, certo pomposo e prolisso hard rock?
Dunque il punk esplose fragorosamente a Londra dando voce a spazio a centinaia di giovani che non aspettavano che l’opportunità di scatenarsi in maniera finalmente libera.
Tuttavia, se il punk ha avuto socialmente una carica dirompente ed è stato concettualmente rivoluzionario visti i tempi e gli stili imperanti, dal punto di vista strettamente musicale non fu una vera rivoluzione: di fatto riprendeva caratteristiche già nel rock come spregiudicatezza dei temi, immediatezza, ingenuità, ritorno a canzoni brevi e immediate e dalla struttura semplicissima.
Dunque le caratteristiche distintive del punk erano:
– Grande velocità e brevità dei brani
– Ritmica martellante e non elaborata
– Formazione tipo con 2 chitarre, basso, batteria, ma niente tastiere
– Canzoni dalla semplice struttura strofa/ritornello a volte con bridge (intermezzo centrale)
– Tecnica esecutiva non necessariamente ineccepibile (anzi!)
Va sottolineato come per i musicisti punk l’esigenza primaria era esprimersi, non farlo in maniera accurata come solo pochi anni prima. Durante il primo concerto dei Ramones in Inghilterra, il 4 luglio 1976, il gruppo incontrò alcuni fans che erano anche musicisti: erano membri dei Sex Pistols e dei Clash. Paul Simonon disse che i suoi Clash non avevano ancora fatto nessun concerto perché non si sentivano ‘abbastanza bravi’, Johnny Ramone gli rispose: ‘Voi siete pazzi, noi suoniamo male, ma non è necessario essere bravi, basta andare sul palco e suonare. Dopo due giorni i Clash tennero il loro primo concerto.
Gruppi come Sex Pistols, (per loro di fatto uno solo album in studio, ‘Never mind the bollock’ del 1977, ma fondamentale per la storia del rock), Damned, Clash, e moltissimi altri diedero vita ad una breve e intensa stagione musicale che di fatto azzerò completamente tutto quello che era esistito prima e gettò le basi per quanto sarebbe venuto dopo.
Travolti da questa ondata, i ‘mostri sacri’ del panorama rock precedente finirono infatti per perdere consensi: sopravvissero a questa rivoluzione (e all’odio delle giovani generazioni di musicisti e ascoltatori) i pochi che nella loro carriera erano rimasti aderenti all’idea di un rock considerato come espressione artistica immediata, sincera e non artefatta, come Bruce Springsteen, Rolling Stones, Bob Dylan, Neil Young o Lou Reed. Accanto a loro, quelli il cui successo era tale da non poter essere scalfito dal succedersi delle mode (Queen, Bowie) ed alcun eroi del pop come i più volte citati Elton John, Madonna, Paul McCartney o i Genesis che dopo l’uscita di Peter Gabriel avevano gradatamente abbandonato il progressive per una musica più semplice e di maggior successo commerciale.
Quella generazione di musicisti violenti e ribelli era comunque impreparata a confrontarsi con le regole dell’industria discografica (e magari cambiarle) e la loro musica poteva essere perfetta per demolire l’ordine precostituito ma, basata su una povertà formale assoluta, non aveva alcuna possibilità di resistere al tempo.
Il punk rock, nelle forme in cui era esploso, si esaurì nel giro di pochi anni: morì ‘ufficialmente’ nel 1979 con la morte violente (e mai chiarita del tutto) di Syd Vicious bassista dei Sex Pistols e nel momento in cui alcuni gruppi, come i Clash, cedettero alle lusinghe delle major discografiche o, semplicemente, sentirono l’esigenza di affinare ed elaborare la loro proposta musicale. In particolare i citati Clash nella loro carriera avrebbero realizzato album fondamentali per la storia del rock come ‘London Calling’ o ‘Sandinista’, ma i fans della prim’ora non perdonarono mai loro di ‘essersi venduti a logiche commerciali’.
Il punk della prima ondata, dunque, durò pochi anni, tuttavia fu da quel ciclone e dal rinnovamento che esso portò nel panorama musicale, che presero origine le esperienze più significative degli anni ’80. 

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Ipse Dixit: «Sono un anticristo/sono un anarchico/non so cosa voglio/ma so come averlo/voglio distruggere la gente comune/perché voglio essere un anarchico/non un cagnolino/anarchia per la Gran Bretagna/primo o poi arriverà/forse sto vivendo il momento sbagliato/fermate il traffico/il tuo sogno è fare shopping in un supermercato/(ecco) perché io voglio che l’anarchia sia in città/di tanti modi di avere quello che vuoi/io uso il meglio/io uso gli altri/io uso il nemico/io uso l’anarchia/perché voglio che l’anarchia/sia il solo modo di essere/è questa la M.P.L.A. o l’U.D.A. o l’I.R.A.? Io pensavo fosse la Gran Bretagna/o un altro paese/un’altra stupida tendenza/voglio che sia anarchia/voglio che sia anarchia/lo capisci?/allora incazati/distruggi» (Sex Pistols, Anarchy in UK)

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Fine anni ’70: r’n’b, ska e reggae

Mentre infuriava il punk, le nuove generazioni, avevano però anche l’esigenza di divertirsi, di ballare… C’è chi lo faceva al ritmo della nascente disco music, chi invece preferì recuperare il vecchio rhythm’n’blues, considerata si ‘solo’ una musica fisica, divertente e danzereccia e quindi lontana dai presupposti del punk, ma che nella sua immediatezza e ‘sincerità’ non tradiva lo spirito della nuova musica giovane.
Spesso, tuttavia, una grande energia danzereccia nascondeva nei testi tematiche sociali. Lo ska ad esempio, parla degli operai schiavi di una vita di lavoro cui non resta che bere birra.
Parlando infine di quel periodo, non si può però evitare di dar conto di un fenomeno musicale, in qualche maniera estraneo al rock esploso in Inghilterra e che ebbe immediatamente un grande successo mondiale. Sto parlando del reggae giamaicano, una musica che nei Caraibi aveva una lunga tradizione ma che a Londra trovò la spinta per imporsi a livello planetario, finendo per influenzare sia il rock – ad esempio nella proposta di gruppi come Police o UB40 o in album di artisti non reggae come per esempio ‘Black and blue’ dei Rolling Stones.
Se è vero che molti gruppi e musicisti europei o americani ne adottarono la ritmica ‘zoppicante’ è anche vero che furono i più autentici esponenti di questa musica ad avere successo in prima persona, musicisti come Peter Tosh (1944 – 1987) o Bob Marley (1945 – 1981), capofila di una nutrita schiera di artisti giamaicani che godevano per diversi anni di enorme successo.

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Disco: Bob Marley – Exodus (1977)

Questo album è considerato uno dei vertici di tutta la musica reggae, non solo di Marley. Il musicista lo incise a Londra dove, entrato in contatto con la scena reggae inglese e col punk, comprese l’importanza del proprio ruolo sia come artista che come leader per la sua gente. Realizzò quindi un lavoro dove ritroviamo tutti gli aspetti della sua musica, della sua filosofia di vita e della sua religione. Canzoni d’amore, di rabbia e ribellione, di speranza e fede, di fratellanza universale e gioia. «Aprite i vostri occhi e guardatevi dentro/Siete soddisfatti della vita che state vivendo?/Noi sappiamo dove stiamo lasciando Babilonia, per tornare nella terra di nostro padre/Esodo, movimento del popolo di Jah».

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Anni ’80: tanta vita dalle macerie del punk

Dalla ventata di novità del punk, fiorirono alcune realtà di assoluto rilievo artistico: esperienze che musicalmente poco avevano a che vedere col punk stesso, ma moltissimo con la volontà di rinnovare gli ormai usurati stilemi del rock anni ’70.
I Talking Heads, i primi Police, i Tears For Fears, i Jam, gli Style Council, i Joy Divison, i Cure, gli Dire Straits ecc. ecc. Sono la minima parte di gruppi e musicisti che in qualche modo e in maniere diverse, contribuirono a rinnovare il suono di quegli anni.

A vantare una storia che prese le mosse all’inizio degli anni ’80, vi furono gli irlandesi U2.  Quando nel 1981, pubblicarono il loro primo album ‘Boy’, il disco arrivò come un pugno in faccia, qualcosa di inaspettato e di diverso da tutto quando andava in quel periodo. Era rock vero, fatto da più dalle chitarre e dalla batteria che dagli strumenti elettronici che in quel momento dominavano e i testi parlavano di problemi reali, importanti di impegno e di una dichiarata, accesa, fede in Dio.

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Disco: U2 – The Joshua tree (1987)

‘The Joshua tree’  è considerato uno dei picchi creativi della band di Dublino. Ma è stato anche un album di enorme successo (20 milioni di copie vendute), con brani divenuti pietre miliari nel percorso artistico del gruppo. Momenti che spiccano in un progetto musicale comunque coeso e compatto. Nel disco si esprime compiutamente tutta la forza sonora degli U2 ma anche, nei testi, tutta la loro potenza espressiva. Eppure non sono solo i valori tecnico-artistici in senso stretto a fare di questo lavoro una delle vette del gruppo, quanto lo straordinario impatto emotivo, quel ‘qualcosa’ che parla al cuore prima ancora che al cervello.

Ascolta dodici brani su radioscalo

Popular Music – Europa – Il rock degli anni ’70 (16. Parte seconda)

PrefazioneIndice

Progressive rock

Durante gli anni 70, il progressive rock (o prog) rappresentò l’evoluzione massima della composizione in ambito rock.

Osteggiato da chi preferiva immediatezza e aggressività, adorato da chi a rock chiedeva invece maggiore complessità e profondità, questo genere prevedeva brani anche di lunga durata (fino a venti, trenta minuti) e estremamente elaborati.

Per scriverli ed eseguirli, i musicisti di Genesis, Emerson Lake & Palmer, King Crimson, Yes, Van Der Graaf Generator, ecc. dovevano possedere solide basi teoriche compositive e un’abilità tecnica straordinaria.

In tali proposte risultava fortissima l’influenza della musica colta, una vicinanza tra i due mondi che a volte ha finito per concretizzarsi anche nella rievocazione in chiave rock di brani classici da parte di gruppi come Emerson Lake & Palmer, Nice, Renaissance, Jethro Tull, ecc.

Esistono almeno due Pink Floyd, o meglio, un solo gruppo dalle due facce.

Formatisi alla fine degli anni 60 sotto l’influenza del genio visionario del chitarrista Syd Barret (1946 – 2006), i Pink Floyd si segnalarono immediatamente come gruppo interessato alla più estrema sperimentazione musicale a e visiva (quest’ultima, ovviamente nei concerti arricchiti da fantascientifici – per l’epoca – impianti luce).

I loro primi album sono a buon diritto ascrivibili al filone psichedelico inglese, del quale sono considerati necessari punti di riferimento. Tuttavia nel 1973, la band cambiò decisamente direzione (ecco i “secondi” Pink Floyd) con l’album “The dark side of the moon”: perso Barrett, divenuto incapace di conciliare disturbi mentali e uso di droghe con la sua presenza nel gruppo, con questo album la band si indirizzò verso una musica più accessibile al grande pubblico, dando sfoggio di genio compositivo e di grande capacità di intuire cosa potesse piacere alla gente.

Ottenuto un immenso successo (il disco restò ininterrottamente in classifica per oltre trent’anni vendendo più di 50 milioni di copie) se pure accusati di tradimento da parte dei fans della prima ora, i Pink Floyd negli anni avrebbero centellinato le loro produzioni discografiche regalando tuttavia al pubblico un paio di capolavori assoluti (‘Wish you were here’, ‘The wall’) e diverse altre pagine di alto livello.

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Disco: Pink Floyd – Atom Earth mother (1970)

Non il lavoro più noto dei Pink Floyd, non quello di maggior successo, ma questo album, per alcune caratteristiche, va segnalato. Magari, riscoperto. Stiamo parlando dei Floyd pre-“Dark side”, quindi lontani dal grande successo commerciale e ancora pesantemente influenzati dalla psichedelia. Ma sono Pink Floyd che stanno cercando di esplorare nuove strade.
Centro nodale dell’album è la splendida (in alcuni momenti, esaltante) suite di 25 minuti che titola l’album, nella quale il suono del gruppo si fonde con quello di un’orchestra sinfonica con una perfezione quasi mai raggiunta nei tanti altri esperimenti del genere. Tra gli altri pezzi di stile psichedelico si segnalano la dolce ballata If e i 13 lisergici minuti di Alan’s psychedelic breakfast.

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Come abbiamo visto, all’inizio degli anni ’70, il rock non era più solo la musica aggressiva e spensierata delle origini: guardava con grande interesse alla musica classica, alla letteratura e all’arte.

Non stupisce quindi che alcuni dei suoi esponenti non fossero semplicemente ragazzi con un giubbotto di pelle e una chitarra a tracolla: David Bowie (David Jones, 1947 – 2016), ad esempio – e non era certo l’unico – prima di mettersi a fare musica aveva studiato cinema, arte, teatro e letteratura, e nella sua proposta artistica “globale” confluirono tutti questi interessi.

I suoi concerti dei primi anni ’70 erano autentiche performances d’arte moderna, tese ad amplificare l’aspetto “finzione” insito nell’esistenza stessa della rockstar. Nel corso di questi spettacoli si produceva infatti in un plateale trasformismo estetico amplificato dalla dichiarata bisessualità, incarnando il personaggio alieno di Ziggy Stardust. Fingere in maniera clamorosa, insomma, per evidenziare la finzione di quanti, sul palco, pretendono invece di essere “autentici”

Buona parte degli anni ’70 lo videro impegnato in questo tipo di ricerca (estetica, musicale e concettuale), poi, abbandonate le vesti di Ziggy per un look classico ed elegante (in clamoroso contrasto con le spille da balia, le folli acconciature e i jeans strappati del punk che stava sorgendo), si dedicò l’esplorazione della musica elettronica realizzando alcuni album di cerca, ma anche al cinema e al teatro.

I decenni successivi l’avrebbero sempre visto impegnato in un proprio percorso che, di volta in volta, ha ignorato le tendenze musicali temporanee o le ha destrutturate e ricostruite a proprio uso e consumo. Finendo per diventare uno dei personaggi fondamentali della storia della musica rock.

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Disco: David Bowie – The rise and fall Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)

Questo disco parte da una maschera, quella di Ziggy Stardust, alieno “caduto sulla terra” in cui convivono il cabaret mitteleuropeo d’anteguerra e la fantascienza di Kubrick, il glam più volgare e le intuizioni più sottili. Dal punto di vista musicale, l’album offre ballate romantiche, rock’n’roll tiratissimi da suonare a tutto volume (come si raccomanda in copertina) e, appunto, glam: voci sguaiate, melodie struggenti, arrangiamenti al limite del pacchiano che non sanno rinunciare agli effettoni dell’orchestra. Un miscuglio che sarebbe insopportabile se dietro non ci fosse tantissima autoironia, ottime intuizioni e, alla fine, alcuni autentici capolavori entrati nella storia: Five years, Moonage daydream, Starman, Ziggy Stardust e Rock and roll suicide. Mica pochi per un disco solo.

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Nel resto d’Europa

Cosa succedeva in quel periodo nel resto dell’Europa? Non molto va detto.

Certo ogni paese aveva la propria scena rock e pop, ma raramente di livello internazionale. Tra i pochi che hanno ottenuto qualche popolarità fuori dal proprio paese possiamo ricordare gli olandesi Focus e i francesi A.N.G.E. e Magma, (tutti progressive rock), gli svedesi ABBA e i tedeschi Scorpions (hard rock). Ma anche nel caso di un grande successo (360 milioni di dischi venduti dagli ABBA), niente di particolarmente originale.
In questo senso forse l’unico fenomeno continentale di rilievo di quegli anni fu quello della cosiddetta ‘musica cosmica’ fiorito in Germania dalla fine degli anni ’60.
In realtà sotto questa etichetta finirono esperienze musicali affalto diverse: la psichedelia dei Faust (“IV”), dei Can (“Tago mago”) e degli Ashra Tempel (“Schwingungen”), il misticismo laico/religioso dei Popol Vuh (i bellissimi “Hosianna mantra” e “Seligpreisung”), le meditazioni elettroniche di Klaus Schulze e dei suoi Tangerine Dream (‘Phaedra’), i deliri anarchici degli Amon Düül (‘Vive la Trance’), ecc. Fu in questo variegato panorama musicale, che per lo più aveva come denominatore comune l’uso degli strumenti elettronici e la ricerca di un linguaggio svincolato dai modelli anglosassoni, che avrebbero in qualche modo preso il via anche le sperimentazioni (meno “sognanti” ed effettistiche) di un gruppo che tra gli anni 70 e ’80, avrebbe conosciuto un notevole successo commerciale: i Kraftwerk.

1 Kraftwerk possono essere considerati i veri padri della moderna computer-music. Il loro contributo allo sviluppo della musica elettronica è infatti riscontrabile in molte delle produzioni techno ed electro di fine millennio (ne parleremo nel capitolo dedicato alla dance). La loro intuizione fu di usare, fin dall’inizio degli anni ’70 e con quel poco che la tecnologia metteva a disposizione, le macchine come strumento compositivo. «Autobahn” “Trans Europe Express” e “The man machine” i loro dischi più significativi, ad evidenziare un percorso che riguardò non solo la loro musica ma anche lo stralunato modo di porsi sul palco: distaccati ed inespressivi, molto più vicini al mondo delle macchine che non a quello degli esseri umani. Chi scrive assistette ad un concerto in cui i quattro, dopo due brani, si alzarono dalle loro poltrone in platea e salirono sul palco prendendo il posto di quelli che tutto il pubblico aveva preso per i musicisti ma che in realtà erano solo dei manichini…

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Popular Music – Europa – Il rock degli anni ’70 (15. Parte prima)

PrefazioneIndice

Il rock degli anni ’70

Tra gli anni ’60 e gli anni ’70, l’Inghilterra e Londra in particolare erano una fucina di creatività non solo in ambito musicale: le idee più innovative nel campo della moda, del design e dell’arte venivano da li.

A Londra, strade come Carnaby Street, King’s Road o Regent Street (e ovviamente i loro negozi, laboratori e atelier) erano inevitabile punto riferimento per chi volesse tenere d’occhio l’evolversi, a volte anche frenetico, dei costumi e delle tendenze. Si trattasse del lancio di una scandalosa gonna sopra il ginocchio (la “minigonna” di Mary Quant) o dell’ultima folle idea dei Pink Floyd.

Non stupisce quindi che in quel periodo anche il rock conoscesse evoluzioni continue e continue frammentazioni in sottogeneri, anche molto distanti loro. Così alcuni gruppi optarono per un suono duro e fortemente ritmi (hard rock), altri per uno sviluppo estremo della tecnica di composizione con brani elaborati e complessi (progressive rock), altri cercarono interessanti fusioni con l’universo dell’arte contemporanea (art rock), al si dedicarono essenzialmente all’aspetto visuale e giocosamente trasgressivo (glam rock), altri ancora si fecero pronubi del fertilissimo matrimonio tra rock e jazz, altri infine dedicarono a sperimentazioni estremamente interessanti in una terra di nessuno tra classica, jazz e rock psichedelico (la citata, fertilissima, «Scuola di Canterbury»). Infine va detto del recupero, i questi anni, del patrimonio musicale folkloristico da parte di band come Pentangle (ma i primi due bellissimi album sono ancora della fine degli anni ’60), Fairport Convention e Steeleye Span.

Hard rock ed heavy metal

Caratterizzato da una proposta agreressiva nelle sonorità e nelle ritmiche, l’hard rock (rock duro), ha avuto nei decenni esponenti un po’ in tutto il mondo. Solo negli anni ’70, dagli Stati Uniti arrivarono Iron Butterfly, Ted Nugent, Grand Funk Railroad, Steppenwolf, Blue Oyster Cult, Aerosmith, Van Halen, Alice Cooper, Z7 Top, Kiss e, tutto il filone del southern rock, dall’Australia gli AC/DC, dal Canada i Triumph, dalla Germania gli Scorpions, dall’Italia il Rovescio della Medaglia.

Molto significativi erano comunque i gruppi inglesi, forse quelli che godettero di maggior successo internazionale e la cui proposta risultava più stilisticamente varia. Tra i tantissimi, possiamo ricordare almeno Deep Purple (nelle loro diverse formazioni succedutesi nei decenni), Black Sabbath autori di un hard rock tetro e funereo precursore di tanto metal del decennio successivo, Led Zeppelin, con un personalissimo stile che fondeva blues, rock duro, psichedelica e reminiscenza folk, e Who cui si deve la prima, fondamentale, opera rock della storia: ‘Tommy’ del 1969.

Nati artisticamente in ambito blues, Jimmy Page, chitarra, Robert Plant, voce, John “Bonzo” Bonham, batteria, e John Paul Jones, basso e tastiere, i Led Zeppelin hanno rappresentato una delle realtà più interessanti ed influenti della storia del rock, godendo anche di un successo enorme (circa 300 milioni di dischi venduti). La loro storia (9 album ufficiali e molte raccolte) è finita con la scomparsa del batterista John Bonham avvenuta il 4 dicembre 1980 anche se gli altri tre sono tornati sul palco altre volte, come in occasione del Live Aid nel 1985. La musica del gruppo si richiamava, soprattutto agli inizi, alle basilari strutture del blues (la band fu spesso accusata di saccheggiare quel repertorio senza riconoscerne gli autori) ma presto accolse anche influenze folk e psichedeliche. E, alla fine, nonostante i Led Zeppelin siano universalmente riconosciuti tra i principali esponenti del rock “duro”, da molta parte della critica è stato loro rimproverato di non essere “sempre” duri come avrebbero potuto e dovuto essere. Page, Plant, Bonham e Jones invece avevano orizzonti musicali più ampi come è ben espresso dalla monumentale e leggendaria Stairway to heaven e per loro era una necessità ineludibile alternare la violenza di Immigrant song (il cui “attacco” è stato votato come il più devastante della storia del rock), alle atmosfere bucoliche di Black mountain side, lo sperimentalismo sonoro di Whole lotta love e le emozioni di Since I’ve been loving you, uno dei più intensi, struggenti ed emozionanti blues mai scritti o cantati.

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Disco: Led Zeppelin – III (1970)

Dopo i trionfi dei due album precedenti, il terzo era tanto atteso che dovette uscire in tutta fretta con una copertina provvisoria. Appena messo sul piatto, molti pensarono che il solo attacco dell’iniziale Immigrant song valesse buona parte dei soldi spesi. Arrivati a Since I’ve been loving you quasi tutti erano convinti che sarebbe stato impossibile spenderli meglio, quei soldi.
L’universo musicale di questo album oscilla fra il devastante brano d’apertura e questo intensisimo blues, ma prevedeva anche puntate nel folk, chitarre acustiche e atmosfere bucoliche. Tanto eclettismo non era apprezzato da chi da Page e Plant voleva solo bordate sonore, e iniziò a considerare finita la vicenda del Dirigibile. Invece di lì a poco il gruppo avrebbe tirato fuori il brano che gli avrebbe consegnato l’immortalità: Stairway to heaven.

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Popular Music (14. Europa – Il rock degli anni ’60)

Prefazione Indice

Europa – Il rock degli anni ’60

Torniamo indietro: alla fine degli anni ’50.
In quel periodo, il rock’n’roll sbarcò in Inghilterra dove già  erano arrivati da oltre Oceano il blues e il jazz degli States e dove aveva grande seguito lo skiffle, un genere ritmico di derivazione jazzistica.
Di fatto fu dall’unione di questi generi musicali che prese origine (e peculiarità) il rock inglese, in qualche maniera abbastanza differente da quello americano dello stesso periodo.
I primi ad avere successo con questa formula furono gli Shadows del cantante Cliff Richard, ma il primo grande fenomeno musicale (ma anche sociale) britannico fu rappresentato all’inizio degli anni ’60, dai Beatles. Chi però trovava Paul, George, Ringo e John troppo ‘puliti’ ed ‘educati’ (non certo gli adulti che comunque giudicavano indecenti e sovversivi quei ‘capelloni urlanti’), optava per gli storici antagonisti, i Rolling Stones: ‘brutti, sporchi e cattivi’, come si diceva all’epoca, e molto più duri (musicalmente). Con album epocali come ‘Their satanic majesties request’ (1967), ‘Sticky fingers’ (1971) o ‘Exile on Main Street’ (1972) gli Stones si imposero come uno dei gruppi più importanti e influenti del mondo, statura artistica che tuttora mantengono, mezzo secolo dopo la loro esplosione!
Beatles e Rolling Stones erano i principali esponenti di un genere musicale (ma anche di una moda e di u fenomeno di costume che presto invase tutta l’Europa e successivamente l’America con la cosiddetta British Invasion) chiamata beat, che prevedeva comunque ancora brani di grande semplicità musicale e testi decisamente disimpegnati.
Era un panorama musicale popolato da decine e decine di band (tra cui i Kinks, i primi Who, e poi Hollies, Zombie, Small Faces…) che influenzò tutta la musica europea.

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Ipse Dixit: «Caro direttore, ho paura che presto ci capiti un’altra sciagura nazionale: sento dire che presto verranno anche in Italia i Beatles, quattro giovanotti disertori della vanga che col loro jazz fanno impazzire mezza Europa. Quando la finiremo a calpestare le aule del bel canto italiano?» Ugolino Pieracei – Lettera alla Domenica del Corriere del 1 marzo 1964.

«Egregio Direttore, non crede che Beatles che godono di una libertà fanatica, corrompano i costumi dei nostri giovani? Quei capelli lunghi, quegli urli, quella volgarità non producono nulla di buono.» Ettore Massa – Lettera a Gente dell’8 settembre 1965.

«Egregio Dottor Rusconi come, dunque, questi impudenti urlatori d fiera sarebbero degli artisti? Ma, in nome di Dio, cos’è l’arte? I Beatles sono dei forsennati che alla maniera delle baccanti inscenano spettacoli rumorosi e quasi orgiastici tra una musica assordante e movimenti incomposti.
L’esaltazione di autentici mostri che tuttavia vanno per la maggiore deve finire.»
Colonn. Giuseppe Bellacosa – Lettera a Gente del 3 novembre 1965.

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Per molti storia di popular music, il gruppo di Paul McCartney (voce, basso), John Lennon e George Harrison (voce, chitarre) e Ringo Starr (batteria) è da considerare il più importante fenomeno musicale e di costume di tutti i tempi.
Anche se a molti ascoltatori di oggi tale asserzione può sembrare esagerata e contestabile, essa è probabilmente giustificata. Dunque va spiegata.
L’esplosione dei Beatles avvenne nei primi anni ’60, quando il rock aveva già avuto un idolo amato e imitato come Elvis Presley. Ma, in Europa, Elvis non aveva avuto lo stesso impatto che negli USA, i Beatles, invece, finirono molto presto per influenzare non solo tutta una generazione di musicisti, ma anche il modo di pettinarsi, di vestirsi e di atteggiarsi di milioni di giovani del Vecchio Continente: era la prima volta che nel Vecchio Continente un cantante o un gruppo aveva una tale rilevanza sociale.
Ma i quattro di Liverpool sono stati fondamentali soprattutto dal punto di vista musicale. Perché se è vero che nei primi album i Beatles si muovono sulla falsariga di generi già collaudati (il rock’n’roll, prima, il beat, dopo), con l’andare del tempo essi riuscirono a maturare uno stile musicale personalissimo e ad inserire nelle canzoni talmente tante invenzioni e innovazioni tecniche e musicali da influenzare in maniera determinante il modo di comporre, di arrangiare e di registrare in ambito rock, aiutati in maniera determinante in questo percorso dal geniale produttore George Martin.

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Disco: The Beatles – Revolver (1966)

Ecco l’album in cui i Beatles si tuffarono a pesce nella ricerca e nello sperimentalismo sonoro oltre a toccare tutti gli argomenti, dalle tasse al buddismo, esplorando tutti i generi musicali: dalla canzonetta infantile (Yellow submarine) al rhythm’n’blues (Got to set you into my life), dal pop psichedelico (She said she said) alla musica orientale (Love you to), al blues (Taxman). Poi ci sono i capolavori intramontabili. Come Eleanor Rigby, scritta da Paul e arrangiata da George Martin con l’uso geniale di un doppio quartetto d’archi: il suo splendido testo, nella parte conclusiva, con la morte della protagonista e il prete che si pulisce le mani dalla terra allontanandosi dalla sepoltura, non mancò di sconvolgere il pubblico. O come Tomorrow never knows che è la canzone più sperimentale mai incisa dai Beatles fino a quel momento. Il testo ispirato al tibetano ‘Libro dei morti’ è cantato da John con al voce filtrata da un amplificatore Leslie per organo, ottenendo un’atmosfera quasi mistica. Scritto da Lennon sotto l’influsso dell’LSD (il ‘Libro dei morti’ è testo di riferimento della cultura lisergica) parla dell’acido e del suo universo. In questo senso, è stato uno dei brani più socialmente influenti del gruppo.

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Naturalmente, negli anni ’60 in Gran Bretagna non c’erano solo gruppi beat. Accanto a questa musica di fatto più ‘commerciale’ e di facile ascolto, una fiorentissima scena di derivazione blues vedeva la presenza di personaggi come Eric Clapton (1945) e suoi Cream, Jimmy page, che avrebbe formato i Led Zeppelin, John Maya, Eric Burdon e gli Animals.
A metà del decennio, poi, assieme a quella americana prendeva corpo una scena psichedelica inglese, alla quale si collegarono gruppi come i Pink Floyd di Syd Barrett, i Soft Machine e tutta la cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’, una interessantissima scena fiorita nell’omonima cittadina. Oltre, come visto agli stessi Beatles.
E poi, quello che viene considerato il più grande chitarrista della storia del rock: Jimi Hendrix (1942 – 1970), nato negli Stati Uniti, a Seattle, ma anche in Inghilterra trovò la propria consacrazione.
Hendrix rappresentò, nella seconda metà degli anni ’60, il confluire di una miriade di influenze, musicali ma non solo: nel suo stile erano mescolati psichedelia bianca e blues nero, rock e rhythm’n’blues. Artista dalla presenza carismatica sul palco, con la sua tecnica chitarristica straordinariamente innovativa e grazie ad un suo rivoluzionario di effetti, echi e feedback, riusciva a trarre dal suo strumento suoni mai sentiti prima. Indubbiamente, Hendrix è stato il chitarrista con maggiore influenza su generazioni e generazioni di musicisti: il suo mito, alimentato dalla morte prematura (destino comune a tanti dall’epoca) ha comunque solidissime basi nei quattro album realizzati in vita (‘Are you experienced’, 1967, ‘Axix: bold as love’, 1967, ‘Elettric ladyland’, 1968 e ‘Band of gypsy’, 1970), ben più che nelle decine di dischi realizzati con vecchio materiale a suo tempo scartato, pubblicato dopo la sua morte.

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Disco: Jimi Hendrix – Elettric ladyland (1968)

L’ultimo album in studio di Jimi Hendrix rappresenta forse anche il vertice della sua ricerca sonora. Il lavoro raccoglie infatti un’enorme quantità di idee e di intuizioni che avrebbero fatto scuola per decenni. La concretezza e la carnalità del blues incontra l’evanescenza e le dilatazioni della psichedelica in un matrimonio sulla carta (ma non sul vinile) impossibile: così, per una terrena Voodoo Chile, abbiamo un’eterea Have you ever been (to Eletric ladyland) e accanto al messaggio universale della dilaniata All along the watchtower, l’intimità personale di Gypsy eyes, dedicata alla madre. Un doppio album pieno di rimpianto per quanto Hendrix avrebbe potuto dare alla musica se altri (falsi) paradisi non l’avessero rapito.

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Popular Music (13. USA – Il Rock: punk, grunge e nuovo millennio)

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USA – Il Rock: punk, grunge e nuovo millennio

Anni ’70: il punk

Se le battaglie di Springsteen avevano tutto sommato sempre qualcosa di costruttivo e, in fondo, portano speranza, non bisogna credere che questa fosse la filosofia di tutto il rock americano del periodo.
Di verso diametralmente opposto era ad esempio la proposta di un gruppo fondamentale per il rock statunitense (e non solo) come quello dei Velvet Underground nato a New York nel 1964.
Il gruppo formato da John Cale e Lou Reed (1942 – 2013), sotto l’egida dello stilista Andy Warhol, con il suo suono duro e grezzo e le sue tematiche sociali, è considerato un autentico percursore di generi che si sarebbero sviluppati nel corso degli anni a venire: garage, alternative rock e punk.
Per loro 5 album fondamentali per comprendere la faccia ‘cattiva’ del rock americano di quel periodo.
Così proprio nei Velvet Underground, come negli MC5 e negli Stooges di Iggy Pop, vanno ricercati i semi del punk americano che esplose nella seconda metà degli anni ’70: una musica dura e rabbiosa tesa solo ad annientare perché, come dicevano i Ramones, ‘quando vivi in una prigione, la prima cosa da fare è distruggerla’.
Quella prima ondata di ‘gruppi ribelli’ vide sui palchi di locali di New York, gruppi come i citati Ramones, i Televison, Patti Smith, i Suicide o i Voivoids di Richard Hell, (ognuno di questi con le proprie peculiarità), prima di attraversare l’Oceano e dare il via in Europa ad un analogo movimento musicale. 

Anni ’80 tra post punk e grunge

Gli anni ’80 videro in punk che aveva proposto Ramones, Television, Patti Smith o Suicide, sopravvivere solo in abito underground col nome di hardcore grazie a gruppi come Agnostic Front, Circle Jerks e soprattutto Dead Kennedys, mentre prendeva piede la cosiddetta no wave di DNA, Sonic Youth o Nick Cave & Bad Seeds, gruppi dalla grande strumentazione basica (chitarra, basso, batteria) e con una proposta volutamente ostica  opposta a qualsiasi forma accattivante di rock. Ad essi si contrapponevano diversi gruppi con proposte più elaborate e ricche di riferimenti colti: i componenti di Talking Heads e Wire venivano da istituti d’arte, i Bauhaus si rifacevano alla nota scuola architettonica, i cabaret Voltaire presero il loro nome dai dadaisti, i Pere Ubu dall’opera di Alfred Jarry, i Tuxedomoon si producevano in performance tra musica e teatro proponendo un mix tra colonne sonore da b-movie, atmosfere dark e cabaret, i Devo partivano da un elaborato concetto di de-evoluzione e si presentavano in divisa, indistinguibili, per dare l’idea di essere macchine non essere umani…
Tutte queste proposte animavano l0underground americano, mentre le classifiche erano popolate da star come Hall & Oates, Lionel Richie (1949), Billy Joel (1949) o Madonna (1958), dai ruggiti dei vecchi leoni dei decenni precedenti (Santana, Springsteen, Dylan, Neil Young, ecc.) dal rock accattivante, pur di altissima qualità, ma non particolarmente innovativo Southern rock di Allman Brothers, Lynyrd Skynyrd, Molly Hatchet e Outlaws.
Nella seconda metà degli anni ’80, prese però le mosse nel nord ovest degli States (a Seattle) un fenomeno musicale che riportò il rock più immediato agli onori delle classifiche: il grunge.
Il grunge può essere considerato un figlio non degenere del college rock (poi detto alternative rock) dell’inizio del decennio (capofila i R.E.M.), ma di fatto, come grunge vennero classificati gruppi stilisticamente anche molto diversi, come i Nirvana di Kurt Cobain (1957 – 1994), i Pearl Jam, i Soundgarden, gli Alice in Chains, gli Jane’s Addiction, i Pixies e gli Smashing Pumpkins.

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Ipse Dixit: «Gli anni ’90,come era musicale, sono cominciati tardi e finiti presto. Un decennio che vede la luce con i power corda di Smells like teen spirits e si spegne con l’intro di pano di Hit me baby one more time.
L’Anti-pop defenestrato dal pop, sapete com’è andata. Ma la storia dei Noneties è in realtà ben più ricca, divertente e strana di come la si riassume.
Abbiamo ascoltato canzoni di band pseudo-grunge migliori di quelle dei gruppi realmente grunge, abbiamo visto reduci degli anni 80 come U2 e R.E.M. raggiungere le loro vette artistiche (rispettivamente con ‘Achtung Baby’ e ‘Automatic for the peolple’) e gruppi come Metallica e The Black Crowes passare su MTV, mentre Vanilla Ice e MC Hammer cedevano il loro trono, in pochi anni, a Dr. Dre, Snoop Dog e Eminem».
(Brian Hiatt – Introduzione a ‘The ‘90s: The inside storie from the decade that rocked’)

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Il Nuovo millennio

Ma un elemento va sottolineato: se è vero che l’America ha visto nascere la musica rock, la canzone socialmente ‘impegnata’ e la sperimentazione musicale nel periodo psichedelico, dagli anni ’70 in poi, molto raramente ha offerto al panorama mondale reali innovazioni musicali, limitandosi per lo più a rielaborare senza posa schemi preesistenti.
Le band emerse nel nuovo millennio non hanno rappresentato quindi niente di veramente innovativo nel panorama rock.
Sul versante pop si è assistito invece ad una sfilata infinita di musicisti e gruppi di grande successo ma dall’effimera carriera.

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Popular Music (12. USA – Il Rock degli anni ’70: crisi e rivoluzioni)

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USA – Il Rock degli anni ’70: crisi e rivoluzioni

Poter cambiare il mondo (come ad esempio cantavano in Chicago Crosby, Stills, Nash & Young, principali esponenti della musica acustica della West Coast) era ovviamente un’illusione, ma un’illusione della quale fu coinvolta tutta una generazione, quella che si riuniva in folle oceaniche ai festival rock (500.000 a Woodstock nell’agosto del 1969) e che diede vita al movimento hippy. Un movimento che cercava disperatamente una via alternativa alle logiche del consumismo sfrenato portato dallo sviluppo economico e dall’industrializzazione.
La realtà degli anni ’70, con le sue profonde crisi economiche e sociali, le continue tensioni politiche, i conflitti in Sudamerica, in medio ed Estremo Oriente, risvegliò bruscamente questi sognatori.
Il più amato e ascoltato tra gli artisti che diedero voce a queste crisi e a tutte quelle che sarebbero seguite fu (ed è) Bruce Springsteen (1949) 

«Ho visto il futuro del rock e il suo nome è Bruce Springsteen», è la frase storica che scrisse il giornalista della rivista musicale Rolling Stone John Landau, e in effetti aveva visto giusto.
L’avrebbero detto gli anni successivi, ma allora era già possibile intuire che questo musicista era in grado di incarnare non solo il più autentico spirito rock, ma anche il più autentico spirito dell’America e degli americani.
In più con il suo successo, Springsteen ebbe il grande merito di rivitalizzare un panorama musicale, quello del rock statunitense appunto, che attorno alla metà degli anni ’70 stava languendo senza più molto a raccontare di nuovo.
Egli non influì pesantemente sul costume (come Elvis o i Beatles), non fu un rivoluzionario (come lo era stato il Dylan degli anni ’60), non ha lanciato stili, look o mode, ma pochissimi hanno saputo e sanno cantare come lui la vita della gente comune, dando voce ai suoi sogni e alle sue speranze, ma anche alle sue frustrazioni. Per queste ragioni il ‘Boss’ (come fu soprannominato) è subito divenuto per i giovani un personaggio in cui credere, un personaggio ‘vero’ che cantava con grande sincerità storie in cui tutti potevano riconoscersi. L’eroe positivo, autentico, pieno di entusiasmo di cui la gente aveva bisogno. Non uno che raccontava che tutto andava per il meglio, certo, ma che pur guardando in faccio alla realtà, trovava sempre, alla fine, un motivo per andare avanti nonostante le difficoltà. E sempre una possibilità di riscatto.
La carriera di Springsteen, nei decenni, si è dipanata con costante successo, ma sempre assolutamente al di sopra delle mode che non hanno mai cambiato il suo stile. Che si è certo evoluto secondo una normale maturazione ma che non ha mai tradito i propri presupposti artistici.

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Disco: Bruce Springsteen – Born to run (1975)

Pietra miliare nella storia del rock, in quest’album c’è tutta l’America. Certo: non era la prima volta che qualcuno cantava l’America, le sue autostrade infinite, le sue giungle d’asfalto, i suoi perdenti, i suoi vagabondi e suoi sogni infranti, ma qui tutto suona stranamente nuovo. Forse perché, sotto queste storie amare e dure, c’è una musica che non è solo il ‘solito rock’n’roll’, non solo il rhythm’n’blues nero che influenzava anche i musicisti bianchi, non il dolente folk dilaniano né le suadenti melodie della West Coast: ma tutto questo insieme. E forse perché anche nelle storie più tristi non manca mai un barlume di speranza, la possibilità, comunque, di ‘farcela’. Magari oggi certe soluzioni musicali o liriche possono suonare ridondanti, ma raramente il rock ha, prima o dopo, toccato i livelli di eticità di Born tuo run, Jungleland o Thunder road che ancora oggi, dopo oltre 40 anni, riescono ad emozionare. 

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Se esiste un musicista totalmente al di fuori degli schemi e delle mode, questo è Frank Vincent Zappa (1940 – 1993). Impossibile sintetizzare in poche righe la carriera straordinaria di questo chitarrista, compositore, bandleader (sempre contornato da musicisti eccelsi) di importanza straordinaria non solo per il rock, ma per tutta la musica del secolo scorso.
Si tratta infatti di uno dei pochissimi musicisti di estrazione popular ad avere goduto di grande considerazione da parte di molti musicisti e direttori d’orchestra di area ‘colta’ che ne hanno eseguito (e tutt’ora ne seguono) le musiche. Immensa la sua produzione (stiamo parlando di una sessantina di album – moltissimi doppi e tripli – pubblicati dal 1966 al 1993, più innumerevoli live, senza considerare la trentina di dischi postumi ‘ufficiali’ autorizzati dalla Zappa Family Trust), ma ancora più rilevante l’influenza che ha avuto sulle generazioni la sua musica assolutamente libera di muoversi tra rock, jazz e classica contemporaneamente senza mai rinunciare allo sberleffo, alla provocazione, al gusto di demolire convenzioni e schemi precostituiti.

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Popular Music (11. USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60)

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USA – Il Rock degli anni ’50 e ’60

Il rock nasce alla metà degli anni ’50 nel sud degli Stati Uniti quando del rhythm’n’blues nero si appropriano i musicisti bianchi, in qualche maniera ‘addomesticandolo’ e rendendolo più ‘accettabile’ (al pubblico di bianchi, ovviamente).
Siccome era inaccettabile che i bianchi ‘facessero musica nera’ come il rhythm’n’blues, semplicemente il dj Alan Free battezzo ‘rock’n’roll’ quello che alla fine non era altro che rhythm’n’blues… suonato da bianchi.
In ogni caso, il rock’n’roll fu la prima musica ‘per i giovani’ (bianchi e neri) e… fece scandalo. Innanzi tutto, per le vecchie generazioni non era concepibile che la stessa musica piacesse a bianchi e a neri, e che essi – bianchi e neri – andassero agli stessi concerti assieme. E poi il rock’n’roll, in quanto giovane (e quindi contrapposto al mondo degli adulti che amavano cantanti tradizionali come Frank Sinatra o Dean Martin che ‘sussurravano’ nel microfono invece di ‘urlare’ e per questo erano detti crooners, sussuratori) era ribelle e sovversivo e i suoi eroi erano considerati (dagli adulti) oltraggiosi e inaccettabili perché completamente diversi da questi cantanti tradizionali, sia negli atteggiamenti che nel repertorio. Elvis Presley (1935 – 1977), ad esempio, agitava il bacino mentre cantava (e per questo era detto Elvis ‘the pelvis’), e rappresentava una figura nodale in quel panorama. Elvis era bello, fascinoso aitante, sensuale e fu con lui che questa nuova musica esplose. Perché lui era ‘un bianco che cantava come un nero’.
Ma nonostante in alcuni stati USA il rock’n’roll venisse vietato e, a volte, i teatri che ne ospitavano i concerti fossero addirittura dati alle fiamme, il fenomeno divenne inarrestabile: la ribellione giovanile avrebbe avuto da quel momento illuso principale modo di espressione in quella musica che sarebbe andata di pari passo con l’evolversi del costume e della società.

L’importanza sociale di questa rivoluzione musicale
Fino a quel momento, infatti, i giovani semplicemente… non esistevano. La gioventù era una scomoda fase da abbreviare il più possibile, schiacciata tra la fanciullezza e l’età adulta. Quando questa musica, che non piaceva ai bambini e che non veniva accettata dagli adulti, ‘individuò’ per la prima volta una fascia di età ben definita (più o meno tra i 15 e i 25 anni, i ‘giovani’, appunto), di questa fascia di età si accorse anche l’industria: si trattava di un nuovo mercato totalmente vergine e da sfruttare.
Musicalmente, è forse una forzatura dire che dal rock’n’roll di Elvis Presley di Jerry Lee Lewis (Great hall of fire), Little  Richard (Lucille), Carl Perkins (Blue suede shoes), Gene Vincent (Be pop a Lula), Bill Haley (Rock around the clock) e mille altri derivi tutto il rock che ascoltiamo oggi, ma fu comunque dall’esplosione del rock’n’roll che i giovani iniziarono a rendersi conto che potevano avere musica che appartenesse solo a loro, che li identificasse.

Attorno alla metà degli anni ’60, prese forma un movimento musicale che per anni avrebbe influenzato pesantemente tutto il costume (comportamento e moda) e la cultura (musica, grafica, arte, design e letteratura): la psichedelia.
Fortemente influenzata dall’uso di stupefacenti (e in particolare di acido lisergico, l’LSD, visto come strumento indispensabile per raggiungere un auspicato stato di apertura mentale), la proposta artistica dei musicisti psichedelici prevedeva testi spesso dal forte impegno sociale, anelanti utopisticamente ad un’era di pace e amore (‘Peace & Love’ diventò lo slogan-simbolo di quel periodo), e musiche dilatate, a volte quasi ipnotiche.
Due band storiche come Grateful Dead e Jefferson Airplane furono i capofila di un vero esercito di musicisti ascrivibili a questo genere tra i quali possiamo annoverare le prime esperienze di due giovanissimi chitarristi che avrebbero poi avuto una carriera strepitosa come Carlos Santana (1947) e Frank Zappa (1940 – 1993).
Non vanno dimenticati altri gruppi come i newyorkesi Vanilla Fudge, i losangelini Byrds e soprattutto i concittadini Doors di Jim Morrison.

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Disco: Doors – L.A. Woman (1971)

Questo non è solo l’ultimo album (quello più blues) dei Doors ‘con Jim Morrison’ (che sarebbe morto un mese dopo la sua pubblicazione), ma può essere considerato ‘l’ultimo album degli anni ’60’. Perché dopo questo disco nulla sarebbe rimasto della musica del decennio precedente ormai spazzata via da nuove idee, nuovi suoni e nuove attitudini. Ma qui troviamo ancora il suono assolutamente sixtie dell’organo Hammond  e  l’anima blues che poi gran parte del rock avrebbe dimenticato. E certo nessun (inconsapevole) epitaffio poteva essere più indicato della monumentale Riders on the storm, un addio dolce, più rassegnato che disperato, che ha il sapore di tutta quella pioggia e disperazione dalla quale Morrison non sarebbe più emerso.

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Va sottolineato che, per alcuni anni, le canzoni rappresentano solamente un momento di svago, di disimpegno. I loro testi parlavano d’amore, di divertimento, di ragazze e di auto.
Fu Bob Dylan (Robert Allen Zimmerman, 1941), all’alba degli anni ’60, a raccogliere la lezione di folksinger come Woody Guthrie o Pete Seeger e a intuire che la canzone poteva essere il veicolo di istanze sociali più complesse.
Certo, ciò che Dylan cantava poteva magari essere letto nei libri o nei giornali, ma le sue canzoni avevano una diffusione e una immediatezza infinitamente superiore agli altri mezzi di comunicazione e per questo finirono per creare una coscienza sociale in quella nuova entità che erano i giovani.
Tuttavia, quando si dice che Dylan formò una coscienza sociale non si intende assolutamente dire che formò un’opinione politica: nelle sue ballate il cantautore poneva domande più che fornire risposte perché, come cantava nel suo  brano più famoso, Blowin’ in the Wind, tante volte la risposta non esiste. Dylan non ha mai detto quale fosse la soluzione dei problemi, ma ha sempre invitato l’ascoltatore a prendere coscienza del fatto che il problema esistesse. E di sicuro, all’epoca, non era poco.

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Disco: Bob Dylan – Blowin’ in the Wind (1963)

Scritta nel 1963, la canzone è diventata un simbolo e un inno che il tempo, le mode e le mutate sensibilità non sono mai riusciti a scalfire. In essa non si prendono posizioni politiche, non si dice no a qualcosa (alla guerra, alla violenza) o si a qualcos’altro (alla pace, alla fratellanza). In essa Dylan non ci fa alcuna predica, non dice cosa sia giusto e cosa sbagliato. Semplicemente, si fa e ci fa della domande. E non dà alcuna risposta perché forse una risposta non c’è. Però ci invita a riflettere, ci invita a porci noi stessi quella domande e quindi ad occuparci di questi problemi. Con questa canzone Dylan ci dice che è tempo di iniziare ad accorgersi di quello che non va e di chiedersi cosa sia possibile fare per migliorarlo.

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Popular Music (10. Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa)

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Il Jazz degli anni ’70 e l’Europa

Nei due dischi di Miles Davis ‘In a silent way’ e ‘ Bitches brew’ facevano la loro comparsa alcuni musicisti che avrebbero scritto splendide pagine negli anni successivi, tra gli altri: Herbie Hancock (1940), Joe Zawinul (1932 – 2007) e Chick Corea (1941), il chitarrista John McLaughlin (1942) e il sassofonista Wayne Shorter (1933).
Da loro nacquero alcuni gruppi che avrebbero segnato profondamente questo genere musicale: la Mahavishnu Orchestra di McLaughlin, i Weather Report di Zawinul e Shorter o i Return to forever di Corea. Da tutti questi (e molti altri) sarebbe arrivato materiale assolutamente fondamentale per il prosieguo della storia del jazzrock, definito successivamente fusion.

Finora è stato trattato il jazz americano, tuttavia questo genere ha avuto un largo seguito di pubblico e musicisti anche in Europa.
Grande interesse è sempre stata la scena francofona rappresentata dal chitarrista Django Reinhartd, dai violinisti francesi Stephane Grappelli, Jean Luc Ponty e Didier Lockwood, dall’armonicista belga Jean Baptiste e dal pianista francese Michel Petrucciani (1962 – 1999)
Il panorama britannico ha dato il meglio di sé praticando territori di ricerca al confine con i rock come nella cosiddetta ‘Scuola di Canterbury’. Musicisti come i sassofonisti Lol Coxhill ed Elton Dean, i chitarristi Allan Holdsworth, Derek Bailey o il citato John McLaughlin, il tastierista Keith Tippett e gruppi come i Soft Machine o i Just Us (di Elton Dean) hanno sempre proposto musica estremamente interessante.

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Ipse Dixit: «E’ nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. E’ stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombellicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano.» (Carlo Ravasio, Il Popolo d’Italia – 30 marzo 1929)

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Nel nostro paese arrivò durante la Prima Guerra mondiale con l’esercito americano ed ebbe subito una nutrita schiera di appassionati, sia tra il pubblico che tra i musicisti. Tuttavia conobbe un periodo di stasi durante il regime fascista che, in ‘difesa’ della musica italiana, lo bollò come ‘barbara musica negroide’, espellendola dalle trasmissioni radiofoniche dell’EIAR (l’ente precursore della RAI).
Dopo il periodo di oscuramento, il jazz riprese vigore dagli anni ’50 in poi, con gruppi come il sestetto di Gianni basso e Oscar Valdambrini o grandi solisti come Dino Piana (trombone), Enrico Intra e Renato Sellani (pianoforte), Franco Cerri (chitarra) e molti altri.
Una citazione a parte merita Giorgio Gaslini (1929 – 2014), uno dei primi ad ottenere fama internazionale, nel cui lavoro si fondono di volta in volta il rock italiano dei primi anni anni ’70, l’impegno politico, l’instancabile didattica (fu il primo a portare il jazz nei conservatori), l’interesse per la musica contemporanea o per la musica etnica (da leggere il uso ‘Musica totale’ del 1975).
Dai primi anni ’70, ricco è poi stato il panorama jazzrock: gruppi come Perigeo (straordinaria band in cui militavano grandi jazzisti come il pianista Franco D’Andrea, il sassofonista Claudio Fasoli, il batterista Bruno Biriaco, il contrabbassista Bruno Tommaso e il chitarrista Tony Sidney, gli Area (del fantastico cantante e ricercatore Demetrio Stratos) con una proposta in grado di toccare i generi più disparati, dal jazz, alla musica sperimentale, alla canzone di impegno politico, gli Arti & Mestieri, gli Agorà e molti altri.
Infine corre l’obbligo di ricordare operazioni estremamente interessanti realizzate a Napoli con la fusione tra jazz e altri ambiti musicali, per incontrare di volta in volta la canzone d’autore (Pino Daniele), il rock (Napoli Centrale, Osanna) o la musica etnica mediterranea (Tony Esposito, Tullio de Piscopo).
Senza dimenticare, oltre ai nomi citati, grandi maestri come i sassofonisti Mario Schiano (1933 -2008) e Massimo Urbani (1957 – 1993).il batterista Gilberto Gil Cuppini (1924 – 1996) o il direttore d’orchestra e polistrumentista Gorni Kramer (1913 – 1995). Altri nomi assolutamente degni di menzione: i trombettisti Enrico Rava (1939), Paolo Fresu (1961) e Fabrizio Bosso (1973), dei pianisti Franco D’Andrea (1941), Enrico Pieranunzi (1949), Danilo Rea (1957), Rita Marcotulli (1959) e Stefano Bollani (1972), dei sassofonisti Gianluigi Trovesi (1944) e Francesco Cafiso (1989)e  del batterista Roberto Gatto (1958)

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Disco: Paolo Fresu Quintet – The platinum collection (2008)

Tre cd celebrano un gruppo storico del nostro jazz. Ogni volume è dedicato a un tema: il primo alle ballads, il secondo al blues, il terzo al song. Pur con maggiore attenzione alle incisioni effettuate per la prestigiosa etichetta Blue Note, i brani percorrono l’intera carriera del trombettista. Ma se Fresu giganteggia, merito va dato ai suoi compagni di viaggio nel costruire un’architettura sonora tanto curata nei dettagli quanto emozionante all’ascolto. Grande Jazz anche quando Fresu e i suoi compagni di viaggio si accostano con infinita sapienza, anche a brani ‘facili’ della canzone d’autore italiana o dell’universo sudamericano.

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Popular Music (9. Il Jazz degli anni ’50 e ’60)

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Il Jazz degli anni ’50 e ’60

Se il cool aveva preso piede soprattutto in California, a New York il be bop si evolse nell’hard bop, una forma più ‘distaccata’ e impassibile. Certo non rilassata come il cool, ma nemmeno frenetica come il be bop.
Questo nuovo stile è caratterizzato dal punto di vista ritmico, non a caso alcuni dei gruppi più interessanti del periodo sono guidati da batteristi (Art Blackey, Max Roach, Elvis Jones, Philly Joe Jones e altri) dei quali il jazz studiò nuove strade.

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Disco: Joni Mitchell – Mingus (1979)

In un colpo solo ci si occupa di un grandissimo del jazz come Charles Mingus e una cantautrice, Joni Mitchell, che nei tardi anni ’70 sarebbe stata protagonista di un entusiasmante incontro tra jazz e canzone d’autore. Per questo disco, la cantante accettò l’invito dello stesso Mingus ad interpretare alcune sue composizioni scritte appositamente. Il risultato è esaltante, anche grazie all’apporto di grandissimi musicisti come Herbie Hancock (tastiere), Wayne Shorter (sax, Don Alias (percussioni), Peter Erkine (batteria) e Jaco Pastorius (basso). Mingus però non vide mai realizzato il disco: morì poche settimane prima dell’inizio delle registrazioni. Dal tour con il quale la Mitchell portò il lavoro in concerto venne tratto un doppio album live epocale intitolato ‘Shadows and light’.

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Nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman (1930 – 2015) pubblicò l’album ‘Shape of jazz to come’, un autentico pugno in faccia agli appassionati di jazz. In esso, la musica era diventata, semplicemente, free, libera; non aveva più regole, gli strumenti non rispettavano né tempi né tonalità, per molti non era neanche musica.
Era free jazz.
In effetti, essa liberava totalmente i musicisti dalle strutture armoniche, melodiche e ritmiche tradizionali. L’improvvisazione era totale e i jazzisti potevano inventare i loro percorsi assieme (ognuno seguendo la propria idea musicale) o singolarmente.
Era, insomma, una ribellione verso ogni schema formale precostituito che andava di pari passo con la ribellione che scendeva nelle piazze contro la guerra e per la conquista dei diritti civili da parte dei neri.
In effetti, musicista come il trombettista Don Cherry (1936 – 1995), il pianista Cecil Taylor (1929 – 2018), i sassofonisti Anthony Braxton (1945) e Albert Ayler (1936 – 1970) o il gruppo degli Art Ensemble of Chicago poggiavano la loro proposta artistica su solide basi ‘ideologiche’ prima ancora che musicali.

Se Ornette Coleman aveva aperto la strada del free jazz, John Coltrane (1926 – 1967) indicava una direzione leggermente diversa.
Anche il suo era un jazz molto libero, ma non aveva abbandonato del tutto i vincoli dell’armonia: il suo era un sax che spesso gridava, ma la sua musica era quasi sempre ordinata e accessibile. Era nuova, ma non sovversiva.
Quella di ‘Trane’ fu una vicenda artistica brevissima. La sua attività cominciò a 29 anni e si concluse con la sua scomparsa ad appena 40, solamente undici anni, ma fondamentali per la storia del jazz.
Il suo approccio al sassofono era diverso e nuovo: più istintivo e più arrabbiato. Inevitabilmente, divise critica e pubblico in una disputa senza fine. Dopo altre esperienze discografiche, nel 1964 Coltrane realizzò il suo capolavoro, ‘A love supreme’. Il disco ebbe un successo di vendite degno di un album rock, venne osannato dalla critica e adorato da pubblico e musicisti non solo jazz. 

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Disco: John Coltrane – A love supreme (1964)

Un vecchio detto recita che se nel jazz devi cominciare da qualche parte, non puoi far altro che partire da qui. In effetti, stiamo parlando di un lavoro che rappresenta la vetta artistica di uno dei maggiori jazzisti della storia. E’ un disco fortemente spirituale, influenzato in maniera determinante dal misticismo religioso che pervadeva Coltrane, strettamente legato ad un suon momento di rinascita umana ed artistica dopo anni di dipendenza da alcol ed eroina. Si tratta di un’opera straordinaria in cui il sax tenore grida, si contorce e alla fine si libera, nel finale, raggiungendo apici di indicibile dolcezza, cercando di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un ‘amore supremo’ dopo una vita travagliata.

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Il trombettista Miles Davis (1926 – 1991) è stato un personaggio fondamentale nella storia del jazz che egli ha visto (e creato) da protagonista per quasi mezzo secolo.
Pur non esente dai comuni problemi di tossicodipendenza, a differenza di tanti grandi colleghi ebbe una carriera lunghissima continuamente mossa da una curiosità che lo ha portato ad esplorare (spesso prima di tutti gli altri) i più diversi territori del jazz e non solo.
Nel 1948, in anticipo sui tempi, con il suo primo gruppo, alle prese col cool. Messo fuori gioco per alcuni anni dall’eroina, nella seconda parte degli anni ’50 realizzò album storici come ‘Millestones’ e soprattutto ‘Kind of blue’, Negli anni ’60 esplorò poi l’hard bop, cominciando la grande rivoluzione che lo vide protagonista alla fine del decennio: l’incontro del jazz con la strumentazione elettrica e quindi con il rock. Proprio a seguito di questa intuizione, con due dischi storici come ‘in a silente way’ e ‘Bitches brew’.
Questa ‘nuova musica’ che venne chiamata jazzrock (o rockjazz) non venne accettata dai puristi, ma milioni di ascoltatori e migliaia di musicisti impazzirono per questi nuovi suoni.

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Disco: Miles Davis – In a silent way (1969) 

Ascoltare questo disco è facile. La musica scorre fluida e accattivante. Nonostante vi suonino alcuni tra i maggiori musicisti della storia (da Wayne Shorter a Chick Corea, da Herbie Hancock a John McLaughlin, da Joe Zawinul a Dave Holland) non vi sono assolo, e anche la tromba di Davis suona poche note, non ci regala alcun virtuosismo ma un’intensità e un’espressività che è propria solo dei grandi. ‘In a silent way’ è fatto di pochissime note, ma ciò che dà profondità ed emozione sono proprio i silenzi, le attese tra una nota e l’altra: la magia di questo lavoro che portò per la prima volta gli strumenti elettrici nel jazz, sta tutta nelle note… non suonate. Nessuno urla, qui Williams carezza i piatti con le bacchette, Mclaughlin, Corea e Hancock scivolano sulle loro tastiere e bisogna ascoltare con attenzione per cogliere i loro arpeggi appena accennati, Shorter sembra solo ‘respirare’, non soffiare, nel suo sax. E Davis, uno che ha urlato spesso, prima e dopo, qui sceglie di esprimersi sottovoce. E quello che ne risulta è magia ed emozione.

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