Massimo Bubola — Amore e Guerra (1996)

In Amore e Guerra, Massimo Bubola unisce passato e futuro, infatti, reinterpreta alcuni brani che ha scritto per altri con rinnovata energia ed intensità e dà a queste canzoni una veste completamente rinnovata.

Bubola mostra le sue qualità di interprete, la sua è una rilettura lucida e piena di forza. Le canzoni vengono da diciotto anni (dal 1978) di scrittura conto terzi, ed escono rivestite a nuovo.
Un disco come questo copre un buco nella discografia italiana.

La musica è sana, americana nello spirito, italiana nel corpo; non c’è, in queste canzoni, la solita italietta canora, la solita tiritera melodica, bensì un suono robusto e vibrante, che ci scuote e ci porta a gustare il disco, a risentirlo ed a risentirlo in continuità.

Chitarre elettriche, batteria dura, basso pulsante, ogni tanto una fisarmonica o un violino al servizio di qualche aria folkeggiante. Musica dolce e forte al tempo stesso: Bubola è un cavallo di razza che sa dosare sentimenti ed immagini.

Le canzoni…
“Fiume Sand Creek”: La canzone si libera fiera, ben lontana dai vincoli che le aveva imposto De Andrè: un mandolino di sapore ‘cooderiano’ stempera le sue note, la voce preme e la canzone, rabbiosa, ci avvolge in un crescendo continuo. Grande inizio.

“Un angelo in meno”: è l’unica canzone inedita, lenta basata su un bel gioco di chitarre, ha un testo forte, teso come una lama ed una melodia di ampio respiro.

“Johnny lo zingaro”: vecchia conoscenza con ‘The Gang’, è riletta con molta forza, chitarre quasi hard, batteria possente, ed una atmosfera piena di phatos, le danno una nuova vitalità.

“Andrea”: è una boccata d’aria fresca, il violino danza subito e la melodia cattura immediatamente. La rilettura è geniale, con un sapore country folk che dà alla composizione una nuova veste, invenzioni tex mex, brillanti e piene di allegria, fanno da contrasto col testo amaro, che racconta di coraggio e morte.

“Marabel”: è in chiave rock, chitarre aperte, batteria che preme, basso che pulsa. Massimo canta con rabbia.

“Spezzacuori”: ha un altro aspetto, l’atmosfera è quasi western, con la chitarra molto evocativa e la voce grave a raccontare. La canzone sembra uscita da un vecchio vinile di Johnny Cash.

“Sally”: è una delle cose più belle che Massimo ha regalato a Fabrizio de Andrè, ma questa versione supera di gran lunga l’originale. L’idea è quella di una chitarra liquida (c’è sempre Cooder nei dintorni) che segue, pari passo, la melodia. Grande brano.

“Don Raffaè”: è una delle colonne portanti di “Nuvole” di De Andrè, grande brano, grandissimo, eppure Massimo, ancora una volta, riesce a sorprenderci . Bluesato, leggermente jazzato, notturno e fumoso, Don Raffaè mantiene la sua lucida attualità sociale ma cambia radicalmente il suo vestito.

“Eurialo e Niso”: tra le più riuscite del disco, la struttura rimane, ma la musica è più forte con la chitarra a l’armonica che rafforzano la tematica ormai country.

“Camice rosse”: canzone di cui Massimo va molto fiero, che però la Mannoia non ha saputo rendere al meglio. Un tessuto armonico di sapore tex mex, ben evidenziato dall’uso continuo della fisarmonica. Una melodia intensa, condita con mille sapori, vibrante e piena di vitalità.

“Tre rose”, tenue ed interiore, e “Quello che non ho”, molto elettrica decisa. Concludono un album di grande spessore, molto poco italiano, in cui il senso della vera musica rock viene espresso appieno.

Bubola ha fatto il suo capolavoro.

Vuoti

Appare la nebbia
senz’aria e senza vita.

Le storie finiscono
dove le parole sono morte.

I pensieri cercano
uno spazio vivo.

Thunder Road – Bruce Springsteen #9/10

Dati

Thunder Road è uscita nel 1975 come prima traccia dell’album Born to Run.

Uno degli aneddoti racconta della prima volta che Bruce Springsteen suonò una versione embrionale di “Thunder Road“, nel febbraio del 1975, con la E Street Band. La folla applaudì il riff di apertura come se avesse conosciuto il brano da sempre. La melodia veniva suonata dal sax di Clarence Clemons, ma non si faceva ancora riferimento a “thunder road“. Questa prima versione si intitolava “Wings for Wheels“, nome che in realtà, come riferisce il batterista Max Weinberg, si riferiva all’intero album.

Di questo brano esistono diverse revisioni, compreso il nome di donna che è cambiato più volte (da Angelina a Christina), prima che si decidesse per Mary. Anche la parte armonica dell’introduzione ha subito numerose modifiche: dalla versione suonata al sax ed una versione alternativa con chitarra acustica realizzata dallo stesso Springsteen.

Nel 2021, dopo 46 anni, Bruce Springsteen cambia una parola nel brano. La modifica è nel primo verso della canzone, ‘The screen door slams, Mary’s dress waves’, .’Waves’ diventa ‘Sways’.

E’ stato risolto così l’ultimo rompicapo del web dopo che la giornalista Maggie Haberman del New York Times aveva twittato una foto di una foto di un palcoscenico vuoto di ‘Springsteen on Broadway’ (una serie di concerti tenuti dal Boss tra il 2017 e il 2018 in due teatri di New York). Nella didascalia si leggeva ‘A screen door slams, Mary’s dress sways’. Immediatamente la rete si è rivoltata contro affermando che la parola giusta è ‘waves’ e non ‘sways’.

In entrambi i casi significa ondeggiare, ma wave è riferito alle onde, in questo caso si tratta di un vestito. La versione con ‘waves’ compare anche sul sito ufficiale di Springsteen, ma lo stesso usa ‘sways’ nella sua autobiografia ‘Born to Run’.

Pensiero

Nel 1975 avevo sedici anni e Springsteen dieci di più. Quando ascoltai Born to Run per la prima volta, fu un fulmine a ciel sereno. Rimasi incantato dall’energia di questo giovane musicista, dal sax di Clarence Clemons (morto nel 2011) e dal sound che riusciva ad esprimere con estrema semplicità.
Subito la critica gridò alla nuova rivelazione rock e non ebbe torto.

Da quel momento non lo persi più di vista, pardon udito, e di dischi meravigliosi è riuscito a donarmene in grande quantità. Le canzoni di una bellezza disarmante sono tantissime e trovarne una è un’impresa impensabile e proprio per questo ho scelto la prima del suo primo (non di pubblicazione) disco che mi fece conoscerlo.

A differenza di altri brani di altri musicisti descritti qui sul blog, a cui sono legato per particolari motivi, in questo caso sono più legato all’intero disco, un disco legato ad una età in piena crescita musicale (e non solo) dove (anche) il boss ha avuto un ruolo determinante nella mia formazione “sonora”.



Blog

Volendo identificare questo mio blog come un luogo fisico me lo immagino come una piccola calda baita di montagna, rigorosamente costruita in legno, riscaldata con la legna che brucia nel caminetto, con un bel tetto aguzzo, pronto ad accogliere grosse quantità di neve senza minacciare le fondamenta. Poi all’esterno, un infinito lembo di terra verde, prato, fiori e abeti alti e scuri a proteggere e a stimolare questo mio, immaginario rifugio.

Cielo & Acqua

Il cielo sotto è il sottotitolo di questa foto. In realtà appunto, quello che si vede sotto il cespuglio di rami, è uno specchio d’acqua dove si riflette il cielo sovrastante, dando un effetto opposto.

Nelle vicinanze ma nello stesso specchio d’acqua, foglie sedimentate nel basso fondo.

Tom Waits — Rain Dogs (1985)

“Preferisco un fallimento alle mie condizioni che un successo alle condizione altrui.”

Tom Waits è tra i miei songwriter preferiti e Rain Dogs è un capolavoro che non può mancare tra gli album preferiti della nostra collezione discografica.

“I cani che vagano per le strade alla ricerca della propria casa, dopo che la pioggia ha annullato gli odori” sembrano uomini che cercano il senso vero della vita, dopo che il destino ha cambiato di colpo tutto quello in cui credevano.

Rain Dogs è l’atto centrale della “trilogia” di Frank”, la logica conseguenza di “Swordfishtrombones” del 1983 che proseguirà poi con “Frank Wild Years” nel 1987. In questo disco si concentrano tutti gli elementi della mirabolante foga da ‘intrattenitore’ di Waits. Tom non è solo ‘song-writing’ mutuato al jazz notturno, ma è “suono & significato”, un ‘estratto’ direttamente dalle fogne di New York. La sua musica è un mix impressionante di blues, free-jazz, tanghi, polke, atmosfere orientaleggianti e ritmi tribali che non si escludono vicendevolmente, ma si completano magistralmente.

“La mia vita è come quella di un vigile urbano: momenti di noia rotti da momenti di puro terrore.”

Il suono è reso attraverso un complicato armamentario di percussioni fatte in casa, parole di lacerante poesia, senso dello spazio ridotto alla visuale di un treno diretto al centro della città. E’ una dissacrante panoramica sulle culture deboli.

Con questo intruglio passionale e drammatico fatto di brevi capitoli, Waits scuote la retorica effimera del rock e fa dell’andare fuori tempo e della sua voce roca al limite della stonatura una nuova norma da seguire. Waits smantella tutte le sue memorie stilistiche offrendoci una visione etilica e grottesca di un’umanità rassegnata e senza più sogni da inseguire.

Rain Dogs è la metafora di un mondo di sconfitti che masticano lentamente il sapore di questa dimensione, senza illusioni. La più grande Opera buffa da parte del Bukovski del nuovo blues, un americano che odia l’’America’ chiamato Tom Waits.

Un genio al suo massimo.

Felicità

Quante volte abbiamo pensato che la vita non è mai come la si vuole, come l’abbiamo immaginata?

Le cose che abbiamo desiderato, chissà perché stavano sempre altrove, da un’altra parte. La felicità, decisamente sopravvalutata, viveva in un posto sconosciuto, che non esiste sulle mappe, sempre in ritardo con la vita.

Ho usato volutamente il plurale e il passato perché si sa, tutti più o meno ci siamo passati.

Ma poi l’età, si l’età, e con essa le esperienze, ci cambiano e cambiando ci aiutano a capire.

Lei, la felicità, sta sempre lì al suo posto, possiamo anche trovarla a volte, se siamo capaci, ma non possiamo trattenerla a lungo. È preziosa perché ci sfiora solo qualche istante. Ma in quel tempo così piccolo la vita vale il doppio.

Camminamenti urbani

Pavé, porfido (Sampietrini), sassi, pietre ecc. ecc. di quanti tipi sono le pavimentazioni urbane? Tante e soprattutto diverse. Anche se per molti tipi il materiale è lo stesso, cambiano le forme e i colori.
Per lo più non ci si fa caso ma ad una attenta osservazione alcune hanno il loro fascino.

Sedici ottobre

Tre mesi fa accennavo in questo post, della situazione che si era venuta a creare dopo un esame fatto quasi per caso. Non avevo infatti nessun sintomo e solo per precauzione o meglio per prevenzione ho voluto fare un elettrocardiogramma, era il sette di luglio.

Stavo non bene ma benissimo, facevo un’attività fisica che mi piaceva tantissimo; il Fitwalking, ero felice anche in previsione delle prossime vacanze montane che avrebbero preso inizio quindici giorni dopo.

Il medico esamista mi invita a fare una ecocardio in quanto sembra dal referto ci sia il cuore un po’ “ingrossato” ma non mi da premura, con calma. Conoscendo i tempi biblici per gli appuntamenti medici decido di telefonare subito convinto che ci sarebbero voluti mesi. Vengo informato della possibilità dell’ecocardiogramma per l’undici luglio, quattro giorni dopo, impensabile!

L’esito dell’eco non è confortante e il medico esamista lo è ancor di meno, paragonando numericamente il suo grado di empatia da uno a dieci il suo è zero. Ma vabbè, dicono sia bravo e questo lo salva. Ci sono seri problemi mi informa, e se fossi in lei mi dice, non aspetterei tanto per esami più approfonditi.
Mi crolla il mondo addosso.

Mancavano una decina di giorni alle tanto attese vacanze e questa sentenza medica non ha certo favorito il mio umore ma tant’è la salute è al primo posto ed è la cosa più importante.

Nonostante il periodo estivo feriale, in previsione di ulteriori esami e nelle condizioni psicologiche non serene, decido di disdire la prenotazione montana e per la prima volta in 43 anni rinuncio alle vacanze.

Il quattro agosto mi sottopongo all’esame di TAC il quale conferma gli stessi dati della eco e quindi: alcune placche coronariche e una dilatazione aortica borderline, per fortuna però la valvola è tricuspide e questo migliora la situazione.

Il medico con il quale sono in contatto mi rasserena informandomi che anche le coronarie sembrano meno pericolose di quanto ha sentenziato la ecocardio, ma mi invita allo stesso tempo di fare una coronarografia in modo da mettere completamente in luce la situazione reale del mio cuore.

La coronarografia infatti è l’esame (invasivo) più completo e veritiero, che con certezza, a differenza degli esami precedentemente eseguiti, dice tutto sulla situazione cardiaca.

I tempi per questo esame, visto anche il periodo agostano, si aggirano a non meno di un mese, un mese e mezzo. Avrei potuto quindi approfittare per un breve periodo di vacanza ma, e per l’umore e per gli sforzi, a tal proposito già dall’undici luglio avevo smesso con il Fitwalking proprio evitare problemi, decido di trascorrere il periodo estivo a casa, rinunciando a malincuore alla montagna.

Ma non è stata un’estate cittadina da dimenticare anzi, è trascorsa bene senza particolari slanci diversivi ma con profonda serenità e consapevolezza. Ho confidenziato con la mia città, passeggiando con il mio cane Forte e mia moglie, in parchi e boschi presenti in grande quantità nell’area in cui vivo.

Il cinque ottobre vengo ricoverato per la coronarografia e il sei mi fanno l’esame. Già durante l’esame vengo informato che le placche non hanno lesionato le coronarie e sono in posizioni non pericolose, ed è quindi da escludere interventi di “pulizia” e riparazione. Il referto confermerà quanto detto e non bastasse, decreta che la dilatazione aortica è inferiore di ben quattro millimetri a quanto stabilito dalla eco e dalla TAC, mettendomi in condizioni se non normali sicuramente non borderline.

E’ stato un giorno felice il sei ottobre, da scrivere sul calendario ed è per questo che lo scrivo qui sul blog. Ma non ci si rende subito conto, si ha bisogno di metabolizzare per diventare veramente consapevoli.

Questo periodo è stato importante per questi motivi e a distanza di dieci giorni, ancora una volta, mi rendo conto di quanto importante sia la salute. E’ vero, è la solita banalità ma è la banalità più importante che esista.