Red Pants – Not Quite There Yet (2023) 

La musica sembra adattarsi perfettamente al mondo visivo che esiste intorno ai Red Pants: collage nostalgici dai colori vivaci, ritratti a penna e inchiostro che mostrano scene domestiche e video in stop-motion non certo moderni.
Come l’arte visiva, la musica fonde toni confusi di chitarra accanto a momenti di distruzione sonora e abbina il tutto a mormorii pop orecchiabili. I Red Pants sono il duo Jason Lambeth ed Elsa Nekola di Madison, Wisconsin. I due hanno fatto musica insieme negli ultimi cinque anni, con Elsa principalmente alla batteria e Jason praticamente in tutto il resto. In “Not Quite There Yet”, quasi tutte le canzoni sono cantate da Jason, ma Elsa si dedica a cantare come voce solista e aggiunge altra strumentazione con gli arrangiamenti noise pop di Jason. Per i fan degli anni ’90 Yo La Tengo o Sonic Youth, i primi Blonde Redhead, con pennellate di melodie di Trish Keenan. O come le canzoni più rumorose di Special Friend.

Ascolta l’album

Un mondo di radio: RadioGarden

Un globo stile Google Earth permette di ascoltare le emittenti di tutto il pianeta e molto altro

In giro per il mondo con le radio. Come? Tutti conoscono il globo mappamondo di Google Earth che permette di sorvolare, spostarsi e posizionarsi all’esatta latitudine e longitudine di un determinato posto. Un istituto olandese è partito da qui per adattare il globo alle centinaia di migliaia (milioni?) di emittenti radio, terrestri, dab o solo web che popolano la crosta terrestre.

Il sistema è semplice, all’accesso al sito di Radio.Garden si viene geolocalizzati automaticamente nel punto in cui ci si trova in quel momento (in base al proprio ip). Trovate poi un elenco di emittenti ed è sufficiente cliccarci sopra per ascoltare.

Link a RadioGarden

La riva

Ho nuotato in un mare di parole,
ho risalito fiumi di discorsi,
mi sono abbeverato a sorgenti di sapere,
poi finalmente ho ridisceso il fiume,
per tornare al mare,
e lì sono annegato.
La riva era muta.

Le piante parlano tra loro

Foto di mia realizzazione

Predisposizione, sentimentalismo, inclinazione, sarà un eccesso di tutto questo, anzi diciamo pure che lo è, ma, io ho sempre pensato che le piante parlassero tra di loro.

Ora un team di scienziati giapponesi ha scoperto che questa comunicazione esiste davvero. Per la prima volta sono riusciti a registrare foglie che “parlano” tra loro attraverso un linguaggio biologico mai individuato prima.

I ricercatori della Saitama University hanno catturato un processo in cui le piante danneggiate da insetti, predatori o per altri motivi, comunicano con piante non danneggiate fornendo loro segnali di pericolo. Il linguaggio si attiva dopo aver rilevato composti organici volatili che vengono prodotti dalle piante in risposta a danni meccanici o alterazioni improvvise della propria struttura.

Questa comunicazione tra le piante avviene attraverso gli stomi, cellule che fanno da guardia e quando “sentono” delle variazioni, determinano l’apertura e la chiusura dello strato epidermico delle foglie per proteggerle dalle minacce ambientali, creando comunità che condividono e si scambiano le risposte di difesa.

Abbiamo finalmente svelato l’intricata storia di quando, dove e come le piante rispondono ai ‘messaggi di avvertimento’ aerei dei loro vicini minacciati”, ha detto M. Toyota nello studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature. “Questa eterea rete di comunicazione, nascosta alla nostra vista, svolge un ruolo fondamentale nella salvaguardia delle piante vicine da minacce imminenti, in modo tempestivo”.

Le piante comunicano le minacce, aiutando i loro vicini a prepararsi a pericoli simili, non solo utilizzando segnali chimici ma anche segnali elettrici e una rete di radici e funghi sotterranei. Questo complesso sistema permette loro di condividere nutrienti e informazioni, dimostrando una sofisticata forma di interazione e cooperazione nel mondo vegetale.

L’email temporanea o usa e getta

Nel post “Come migliorare la propria sicurezza online“, ho accennato alle email temporanee come (una) possibile soluzione per evitare le fughe dei dati. Utilizzando una casella di posta temporanea per ricevere mail, si può evitare infatti il furto e tenere al sicuro le informazioni personali.

Attualmente in rete la privacy è una preoccupazione crescente, per proteggere le proprie informazioni personali e mantenere la propria email libera dallo spam. Questo problema ha portato molti utenti a scegliere di avere una seconda email, ma temporanea.

Che cos’è un’email temporanea

Fondamentalmente, un indirizzo e-mail temporaneo o usa e getta sicuro e anonimo da utilizzare per tante funzioni, come la registrazione ai servizi online, la ricezione di codici sconto, ecc., senza inserire le informazioni personali.
Quindi non si dovrà occuparsi della costante posta indesiderata.
Questa forma di indirizzi e-mail viene creata e personalizzata per un motivo particolare e si può eliminarla o usarla fino a quando serve.

I portali che offrono questi servizi sono decine e decine, basta scrivere in qualsiasi motore di ricerca “Email temporanea” o “Email usa e getta” e vi verrà restituita una lista molto nutrita.

Personalmente uso il servizio offerto da Internxt che non memorizza alcuna informazione personale dell’utente, rendendolo sicuro e anonimo per coloro che desiderano proteggere la propria privacy online. Con questa soluzione, gli utenti possono creare più indirizzi e-mail temporanei secondo le necessità e per diversi scopi online.

Popular Music (17. Europa – Il rock fine anni ’70 e ’80)

PrefazioneIndice

Il punk prende le mosse negli Stati Uniti attorno alla metà degli anni ’70. Solo dopo sbarca in Inghilterra. Ambasciatori di questa nuova musica, furono il primo album dei Ramones (omonimo) e l’ex manager dei New York Dolls. Costui si chiamava Malcom McLaren, un 25enne londinese trasferitosi in Usa, che, tornato a Londra, radunò un gruppo di scalciati musicisti da lui battezzati Sex Pistols. Forse McLaren voleva solo lanciare una moda, ma quella ‘nuova cosa’ trovò terreno fertile in una generazione che sentiva l’esigenza di ribellarsi contro l’industria discografica e spazi vitali negati. Se infatti alle sue origini il rock era immediatezza e ribellione, cosa avevano di autenticamente rock le suites di 40 minuti di Mike Oldfield (1953) autore di un album di enorme successo e grande bellezza come ‘Tubular bells’, o le intricatissime costruzioni musicali del progressive, o ancora, certo pomposo e prolisso hard rock?
Dunque il punk esplose fragorosamente a Londra dando voce a spazio a centinaia di giovani che non aspettavano che l’opportunità di scatenarsi in maniera finalmente libera.
Tuttavia, se il punk ha avuto socialmente una carica dirompente ed è stato concettualmente rivoluzionario visti i tempi e gli stili imperanti, dal punto di vista strettamente musicale non fu una vera rivoluzione: di fatto riprendeva caratteristiche già nel rock come spregiudicatezza dei temi, immediatezza, ingenuità, ritorno a canzoni brevi e immediate e dalla struttura semplicissima.
Dunque le caratteristiche distintive del punk erano:
– Grande velocità e brevità dei brani
– Ritmica martellante e non elaborata
– Formazione tipo con 2 chitarre, basso, batteria, ma niente tastiere
– Canzoni dalla semplice struttura strofa/ritornello a volte con bridge (intermezzo centrale)
– Tecnica esecutiva non necessariamente ineccepibile (anzi!)
Va sottolineato come per i musicisti punk l’esigenza primaria era esprimersi, non farlo in maniera accurata come solo pochi anni prima. Durante il primo concerto dei Ramones in Inghilterra, il 4 luglio 1976, il gruppo incontrò alcuni fans che erano anche musicisti: erano membri dei Sex Pistols e dei Clash. Paul Simonon disse che i suoi Clash non avevano ancora fatto nessun concerto perché non si sentivano ‘abbastanza bravi’, Johnny Ramone gli rispose: ‘Voi siete pazzi, noi suoniamo male, ma non è necessario essere bravi, basta andare sul palco e suonare. Dopo due giorni i Clash tennero il loro primo concerto.
Gruppi come Sex Pistols, (per loro di fatto uno solo album in studio, ‘Never mind the bollock’ del 1977, ma fondamentale per la storia del rock), Damned, Clash, e moltissimi altri diedero vita ad una breve e intensa stagione musicale che di fatto azzerò completamente tutto quello che era esistito prima e gettò le basi per quanto sarebbe venuto dopo.
Travolti da questa ondata, i ‘mostri sacri’ del panorama rock precedente finirono infatti per perdere consensi: sopravvissero a questa rivoluzione (e all’odio delle giovani generazioni di musicisti e ascoltatori) i pochi che nella loro carriera erano rimasti aderenti all’idea di un rock considerato come espressione artistica immediata, sincera e non artefatta, come Bruce Springsteen, Rolling Stones, Bob Dylan, Neil Young o Lou Reed. Accanto a loro, quelli il cui successo era tale da non poter essere scalfito dal succedersi delle mode (Queen, Bowie) ed alcun eroi del pop come i più volte citati Elton John, Madonna, Paul McCartney o i Genesis che dopo l’uscita di Peter Gabriel avevano gradatamente abbandonato il progressive per una musica più semplice e di maggior successo commerciale.
Quella generazione di musicisti violenti e ribelli era comunque impreparata a confrontarsi con le regole dell’industria discografica (e magari cambiarle) e la loro musica poteva essere perfetta per demolire l’ordine precostituito ma, basata su una povertà formale assoluta, non aveva alcuna possibilità di resistere al tempo.
Il punk rock, nelle forme in cui era esploso, si esaurì nel giro di pochi anni: morì ‘ufficialmente’ nel 1979 con la morte violente (e mai chiarita del tutto) di Syd Vicious bassista dei Sex Pistols e nel momento in cui alcuni gruppi, come i Clash, cedettero alle lusinghe delle major discografiche o, semplicemente, sentirono l’esigenza di affinare ed elaborare la loro proposta musicale. In particolare i citati Clash nella loro carriera avrebbero realizzato album fondamentali per la storia del rock come ‘London Calling’ o ‘Sandinista’, ma i fans della prim’ora non perdonarono mai loro di ‘essersi venduti a logiche commerciali’.
Il punk della prima ondata, dunque, durò pochi anni, tuttavia fu da quel ciclone e dal rinnovamento che esso portò nel panorama musicale, che presero origine le esperienze più significative degli anni ’80. 

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Ipse Dixit: «Sono un anticristo/sono un anarchico/non so cosa voglio/ma so come averlo/voglio distruggere la gente comune/perché voglio essere un anarchico/non un cagnolino/anarchia per la Gran Bretagna/primo o poi arriverà/forse sto vivendo il momento sbagliato/fermate il traffico/il tuo sogno è fare shopping in un supermercato/(ecco) perché io voglio che l’anarchia sia in città/di tanti modi di avere quello che vuoi/io uso il meglio/io uso gli altri/io uso il nemico/io uso l’anarchia/perché voglio che l’anarchia/sia il solo modo di essere/è questa la M.P.L.A. o l’U.D.A. o l’I.R.A.? Io pensavo fosse la Gran Bretagna/o un altro paese/un’altra stupida tendenza/voglio che sia anarchia/voglio che sia anarchia/lo capisci?/allora incazati/distruggi» (Sex Pistols, Anarchy in UK)

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Fine anni ’70: r’n’b, ska e reggae

Mentre infuriava il punk, le nuove generazioni, avevano però anche l’esigenza di divertirsi, di ballare… C’è chi lo faceva al ritmo della nascente disco music, chi invece preferì recuperare il vecchio rhythm’n’blues, considerata si ‘solo’ una musica fisica, divertente e danzereccia e quindi lontana dai presupposti del punk, ma che nella sua immediatezza e ‘sincerità’ non tradiva lo spirito della nuova musica giovane.
Spesso, tuttavia, una grande energia danzereccia nascondeva nei testi tematiche sociali. Lo ska ad esempio, parla degli operai schiavi di una vita di lavoro cui non resta che bere birra.
Parlando infine di quel periodo, non si può però evitare di dar conto di un fenomeno musicale, in qualche maniera estraneo al rock esploso in Inghilterra e che ebbe immediatamente un grande successo mondiale. Sto parlando del reggae giamaicano, una musica che nei Caraibi aveva una lunga tradizione ma che a Londra trovò la spinta per imporsi a livello planetario, finendo per influenzare sia il rock – ad esempio nella proposta di gruppi come Police o UB40 o in album di artisti non reggae come per esempio ‘Black and blue’ dei Rolling Stones.
Se è vero che molti gruppi e musicisti europei o americani ne adottarono la ritmica ‘zoppicante’ è anche vero che furono i più autentici esponenti di questa musica ad avere successo in prima persona, musicisti come Peter Tosh (1944 – 1987) o Bob Marley (1945 – 1981), capofila di una nutrita schiera di artisti giamaicani che godevano per diversi anni di enorme successo.

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Disco: Bob Marley – Exodus (1977)

Questo album è considerato uno dei vertici di tutta la musica reggae, non solo di Marley. Il musicista lo incise a Londra dove, entrato in contatto con la scena reggae inglese e col punk, comprese l’importanza del proprio ruolo sia come artista che come leader per la sua gente. Realizzò quindi un lavoro dove ritroviamo tutti gli aspetti della sua musica, della sua filosofia di vita e della sua religione. Canzoni d’amore, di rabbia e ribellione, di speranza e fede, di fratellanza universale e gioia. «Aprite i vostri occhi e guardatevi dentro/Siete soddisfatti della vita che state vivendo?/Noi sappiamo dove stiamo lasciando Babilonia, per tornare nella terra di nostro padre/Esodo, movimento del popolo di Jah».

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Anni ’80: tanta vita dalle macerie del punk

Dalla ventata di novità del punk, fiorirono alcune realtà di assoluto rilievo artistico: esperienze che musicalmente poco avevano a che vedere col punk stesso, ma moltissimo con la volontà di rinnovare gli ormai usurati stilemi del rock anni ’70.
I Talking Heads, i primi Police, i Tears For Fears, i Jam, gli Style Council, i Joy Divison, i Cure, gli Dire Straits ecc. ecc. Sono la minima parte di gruppi e musicisti che in qualche modo e in maniere diverse, contribuirono a rinnovare il suono di quegli anni.

A vantare una storia che prese le mosse all’inizio degli anni ’80, vi furono gli irlandesi U2.  Quando nel 1981, pubblicarono il loro primo album ‘Boy’, il disco arrivò come un pugno in faccia, qualcosa di inaspettato e di diverso da tutto quando andava in quel periodo. Era rock vero, fatto da più dalle chitarre e dalla batteria che dagli strumenti elettronici che in quel momento dominavano e i testi parlavano di problemi reali, importanti di impegno e di una dichiarata, accesa, fede in Dio.

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Disco: U2 – The Joshua tree (1987)

‘The Joshua tree’  è considerato uno dei picchi creativi della band di Dublino. Ma è stato anche un album di enorme successo (20 milioni di copie vendute), con brani divenuti pietre miliari nel percorso artistico del gruppo. Momenti che spiccano in un progetto musicale comunque coeso e compatto. Nel disco si esprime compiutamente tutta la forza sonora degli U2 ma anche, nei testi, tutta la loro potenza espressiva. Eppure non sono solo i valori tecnico-artistici in senso stretto a fare di questo lavoro una delle vette del gruppo, quanto lo straordinario impatto emotivo, quel ‘qualcosa’ che parla al cuore prima ancora che al cervello.

Ascolta dodici brani su radioscalo

Artefatti di Internet #9 – Lettera a catena di Dave Rhodes (1988)

Una delle prime lettere a catena diffuse su Internet era intitolata “Make Money Fast”. Prometteva ai lettori che avrebbero ricevuto 50.000 dollari in contanti dopo sessanta giorni se avessero seguito le istruzioni fornite. La lettera funzionava come uno schema piramidale, in cui ogni persona doveva pagare chi prima di lei. Si diffuse rapidamente tramite e-mail e gruppi Usenet dopo essere stata pubblicata da un creatore sconosciuto nel 1988. Molte varianti della lettera si diffusero anche con titoli come “Make Beer Fast”, rendendola uno dei primi meme di Internet.

Una volta si usava dire “catena di sant’Antonio” quel sistema per propagare un messaggio inducendo il destinatario a produrne molteplici copie da spedire a propria volta a nuovi destinatari. Deriva dal fenomeno che consisteva nell’inviare per posta lettere ad amici e conoscenti allo scopo di ottenere un aiuto ultraterreno in cambio di preghiere e devozione ai santi (sant’Antonio è considerato uno dei santi oggetto di maggiore devozione popolare).
Nell’era di Internet la catena è sostituita dall’email e dalla richiesta di denaro. (continua…)

Scelte

…E ci capita di pensare come sarebbe stata la nostra vita se, davanti ad uno dei tanti bivi, avessimo scelto una strada diversa.
Se, invece di prendere la decisione che ci ha condotto per mano fino a quel punto, ne avessimo afferrata un’altra.
Magari con un colpo di coda finale, con un impensabile cambiamento di idea allo scadere del tempo.
Se, non avessimo dato retta alla parte razionale di noi, a quella stupida, ma saggia vocina che sussurra sempre cosa è meglio fare per noi, per i nostri genitori, amici o compagni.
O se invece, al contrario, non avessimo seguito l’istinto, quanto c’è di più animale, passionale ed irragionevole nell’uomo, ciò che ci indica, senza un motivo apparente, una determinata direzione.
E ci chiediamo se avremmo fatto bene… se davvero abbiamo preso la decisione giusta…

Nella nostra mente si affollano ricordi, istantanee di scelte prese, attimi di una vita fatta di decisioni forzate, non desiderate, di tempo passato a tentare di scappare da qualcosa di inevitabile, da una scelta obbligata.
La direzione della vita non dipende da quelle che noi comunemente chiamiamo “scelte importanti” perché non esistono scelte più importanti di altre. Ogni piccola, minima, decisione è un passo incerto verso il nostro futuro, un tuffo nell’ignoto.
Esistono forse scelte che racchiudono un numero di conseguenze, domande e bivi maggiori di altre, ma non per questo più importanti. Anche un minuto di ritardo ad un appuntamento, una strada sbagliata nel tornare a casa o una uscita imprevista può cambiare il corso di una vita.
…E ci accorgeremo che, ci vuole un grande, enorme, immenso coraggio in un qualsiasi tipo di decisione che una qualsiasi persona, con un minimo di coscienza e razionalità, prende.

Che ci vuole una grandissima fiducia in sé stessi e nelle proprie potenzialità per continuare il cammino, per non arrendersi e rannicchiarsi nell’angolino più buio della nostra stanza, per avanzare a testa alta nell’intricato labirinto di possibilità e decisioni chiamato vita.

Questo è il gioco della vita e se vogliamo rimanere in gara dobbiamo rassegnarci a rispettarne le sue regole. Dobbiamo continuare a prendere decisioni sperando che siano le migliori, sperando che la strada intrapresa, non ci porti soltanto verso un burrone pieno di rimpianti.
Abbiamo preso la decisione giusta? Ne siamo sicuri? Siamo pronti ad affrontarne tutte le eventuali conseguenze? Forse no, ma del resto non ha importanza. Possiamo continuare a chiederci se abbiamo fatto bene, ma di certo non dobbiamo lasciarci torturare dall’illusione che la scelta scartata sarebbe stata la migliore, perché questo non potremmo mai saperlo.