Pale Lights – Waverly Place (2024)
A nove anni di distanza dal loro album di debutto “Before There Were Pictures” e a sei dal secondo “The Stars Seemed Brighter” i Pale Lights pubblicano “Waverly Place” una compilation fresca e vitale con un bel jangle-pop moderno. Un album che, anche se la band non lo ha annunciato, suona come un bellissimo addio.
“Waverly Place” include canzoni e registrazioni da diverse compilation e canzoni che sono state pubblicate come versioni digitali solo su Bandcamp. Tutte le canzoni sono state accuratamente selezionate e compilate dai Pale Lights, dando all’LP la sensazione di un vero album piuttosto che di una compilation.
La sonorità dell’album è un scintillante e glorioso pop pieno di chitarre acustiche stridenti, melodie di chitarre cristalline, organi caldi e meravigliose armonie vocali che evocano ricordi delle migliori band jangle-pop britanniche degli anni ’80 come Felt, Weather Prophets e Razorcuts.
La ciclabile delle Dolomiti
La ciclabile delle Dolomiti attraversa il cuore del Cadore scorrendo però sempre a valle, quasi in pianura, dove si snoda per circa 60 km. Pedalando lungo la ciclabile vi farà scoprire le bellezze architettoniche, le tradizioni ed i sapori di questa affascinante regione.
Il percorso passa nei territori dei comuni di Cortina, San Vito di Cadore, Borca di Cadore, Vodo di Cadore, Valle di Cadore, Pieve di Cadore e Calalzo di Cadore. La pista ciclabile segue quello che era l’itinerario della vecchia linea ferroviaria che collegava Calalzo di Cadore a Dobbiaco, dismessa a partire dagli anni Sessanta.
La prima parte del percorso, dalla stazione di Calalzo a quella di Cortina, è quasi interamente asfaltata e in parte illuminata artificialmente anche durante le ore notturne. Particolarmente suggestivo è il tratto che attraversa l’Oltrechiusa dove dalla ciclabile è possibile ammirare il Pelmo-Croda da Lago, l’Antelao, le Marmarole e il Sorapiss.
Nel tratto da Calalzo di Cadore a Passo Cimabanche Cortina d’Ampezzo, la pista prende il nome di lunga via delle Dolomiti e ripropone in parte il percorso della ferrovia dismessa nel tratto Cortina d’Ampezzo-Dobbiaco nel 1962 e nel tratto Calalzo-Cortina nel 1964.
La Pista parte da Calalzo di Cadore e circonda il lago. Prima di proseguire fate una visita al sito di Lagole dove ci sono numerose sorgenti usate fin dai tempi degli antichi Veneti. Proseguite poi verso Valle di Cadore dove si susseguono numerose gallerie illuminate. Non perdete il tratto dopo San Vito di Cadore che raggiunge la Dogana Vecchia, dove potrete seguire il corso del Boite.
Sul sito ufficiale trovate tutte le informazioni per conoscere meglio il percorso e la mappa completa della ciclabile: Percorso completo
Ero un orso
Ero un orso, non conoscevo la differenza fra seguire e inseguire due fidanzati.
Maledetta ignoranza.
Ero un orso da tenere d’occhio perché mi avvicinavo troppo alle vostre case. Perché ci trovavo qualcosa da mangiare.
Perché non avete messo i cassonetti anti-orso?
Ero un orso, se solo vi avessi considerati una preda avrei mangiato uno di voi al giorno.
Ero un orso, vivevo nei boschi nei quali voi mi avevate inserito, nei quali pensavo di essere al sicuro, nei quali voi eravate gli ospiti.
Ero un orso che una cosa la sapeva: i boschi non sono vostri, o almeno non solo vostri. Ci sono anche gli animali che lì ci vivono, sapete?
Ero un orso, ero anche abbastanza veloce ma non tanto da scomparire davanti a voi nel caso ci potessimo incontrare. Nei boschi sono eventi che possono accadere, anche se è sempre bene stare lontano da voi. Come sa ogni animale del bosco.
Ero un orso e sono stato condannato a morte perché non sono rimasto nel profondo del bosco, perché ho trovato cibo troppo facilmente grazie a ciò che lasciate voi, perché in fin dei conti noi animali selvatici siamo sempre e solo un problema per voi.
Un problema da abbattere, subito.
Ero un orso.
M90
Varie uno
Bruce Springsteen — Wrecking Ball (2012)
Quante volte ci si chiede se un musicista ormai datato della scena artistica mondiale, con decine e decine di album pubblicati, abbia ancora qualcosa di nuovo da farci sentire? E’ molto probabile che, se il musicista non appartiene alla nostra sfera di preferenza, lo si liquidi subito, a volte ancor prima di ascoltarlo, con un bel “niente di nuovo”, “album inutile”, “ormai finito” ecc. ecc.; se invece è un nostro beniamino o ancor meglio apparteniamo alla sfera dei suoi fans incalliti, è molto probabile che il nostro giudizio sia “oscurato” dal classico velo affettivo che, per carità non è “pietoso”, ma senz’altro poco obbiettivo. Ecco, tutta questa premessa per arrivare a dire che, personalmente, pur appartenendo alla seconda sfera, quella dei fan incalliti e non da tempi recenti, serenamente affermo che Wrecking Ball è un buon album e il nostro sessantatreenne “The Boss” riesce a dirci ancora molto!
Un gradino al di sotto di Magic del 2007 e un gradino sopra di Working On a Dream del 2009, “Wrecking Ball” si colloca nella “via di mezzo”. Certo, siamo lontani dal suo ultimo capolavoro “The Rising” del 2002, escludendo quei due lavori leggermente atipici che sono l’acustico “Devils & Dust” del 2005 e quel folkloristico “We Shall Overcome: The Seeger Sessions” del 2006.
Gli album di Springsteen e di conseguenza i suoi testi rispecchiano sempre il periodo attuale e anche questo diciassettesimo album in studio “Wrecking Ball” ossia “palla demolitrice” non fa differenza. Se “Working On A Dream” portava un vento di speranza legata soprattutto all’ascesa di Obama alla presidenza Americana, “Wrecking Ball” riflette la società e il pensiero odierno ossia la recessione, la consapevolezza di vivere un periodo critico e difficile dovuto alla crisi economica che esaspera milioni di persone.
Un album per certi versi amaro quindi, dove non si risparmia nessuno, dai politici agli economisti, dagli amministratori ai banchieri, ma che al contempo, invita a non arrendersi, a continuare ad usare la rabbia, il motore che crea la forza per vincere. I temi sociali sempre in prima linea, ma non solo, anche storie di vita quotidiana, un “personale e politico” che si fondano in un tutt’uno. Un album che sottolinea alcuni aspetti negativi della vita come l’amarezza e la delusione ma che, come quasi sempre avviene, lancia un “messaggio” positivo e ottimista: sogno e speranza è ancora una volta il consiglio Springstiniano. Prendersi cura di noi per creare un futuro migliore per i nostri figli è il suo slogan preferito.
Le musiche ben amalgamate (come sempre) con il “senso” dei testi, creano tredici brani strutturalmente buoni. Si va da “We Take Care of Our Own” brano allegro e coinvolgente a “This Depression”, bellissima canzone lenta, probabilmente dedicata alla moglie Patti Scialfa, tra le più belle del disco. Da “Easy Money”, brano countrygheggiante a “Wrecking ball” altro ottimo brano con un riff tra i più orecchiabili. Dalla entusiasmante “Shackled and Drawn” a “Death to My Hometown”, un misto di celtico e gospel, terzo brano più bello del disco. Da “Swallowed Up”, brano testuale a “Land of Hope and Dreams” il brano più “springstiniano” dell’intero album. Se “Jack of All Trades” è un altro brano lento e riflessivo, “Rocky Ground” è un brano anomalo, una strana campionatura e una voce femminile lo rende il più innovativo del disco. “American Land” è una ballata energica mentre le ultime due: “You’ve got it” e “We are Alive” si mantengono nel “genere springstiniano” senza particolari emozioni.
Se la fisarmonica e il violino fanno riecheggiare il sound irlandese e il banjo è una reminescenza “seegeriana”, non bastano a far di questo Wrecking Ball un disco marcatamente folkanzi, è ancora il rock a fare da padrone. Il suono è energico, senza eccessi e, ancora una volta, chitarra, basso e batteria, riportano il Boss al stile classico a noi più caro.
Non entrerà tra i Top della discografia Springstiniana questo “Wrecking Ball” ma resta comunque un buonissimo disco, per nulla scontato ne tantomeno noioso e banale e anzi, quello che più conta, non lascia trasparire il senso di “vuoto musicale” che, a dire il vero, colpisce molti musicisti non più in tenera età.
Oasi di pace: il vilaggio dove ebrei e arabi vivono insieme
A metà strada fra Gerusalemme e Tel Aviv, esiste un villaggio che porta il nome di “Neve Shalom Wahat al Salam”, il cui nome, scritto sia in lingua ebraica che araba, significa Oasi di Pace.
E’ stato fondato nel 1972 dal padre domenicano Bruno Hussar su un terreno concesso dal vicino monastero trappista di Latrun, nel 1977 ha visto il trasferimento della prima famiglia sulla collina che all’epoca non aveva né acqua corrente, né elettricità.
Oggi il villaggio ospita 70 famiglie, metà di fede ebraica e metà musulmane, che dedicano la loro vita alla costruzione di giustizia, pace e riconciliazione per la regione. Si tratta dell’unica comunità del Paese in cui ebrei e arabi, tutti di cittadinanza israeliana, vivono insieme per scelta e insieme fanno studiare i loro figli nell’asilo e nella scuola elementare bilingue, che ospitano circa 270 bambini.
Tra le altre iniziative della comunità vi è la Scuola per la Pace, che dalla sua fondazione nel 1979 ha offerto laboratori e corsi universitari per favorire il dialogo interculturale e interreligioso a circa 65.000 tra israeliani e palestinesi.
Nell’ultimo comunicato del villaggio emesso a seguito dello scoppio delle ostilità tra Israele e Hamas si legge: “Continuiamo a incontrarci e a discutere della situazione. Per noi il dialogo e il confronto sono fondamentali. Dobbiamo ritrovare la strada per tornare ai valori umani, al rispetto e all’apertura al dolore, alle paure e alle reazioni degli altri”.
Artefatti di Internet #10 – Internet Relay Chat (1988)

Creato da Jarkko Oikarinen come progetto parallelo mentre lavorava all’Università di Oulu in Finlandia, IRC, o Internet Relay Chat, è un protocollo di comunicazione basato su testo che consente agli utenti di chattare in conversazioni di gruppo in tempo reale, note come canali. Il server IRC iniziale era composto principalmente dagli amici di Jarkko, ma il protocollo si è diffuso lentamente quando altri hanno iniziato a ospitare i propri server. Anche altre scuole, come l’Oregon State University, hanno iniziato a utilizzare il protocollo. Verso la metà del 1989 esistevano circa 40 server in tutto il mondo e IRC fu adottato dalle prime comunità Internet come alternativa chat alle bacheche.
Antesignano mezzo di comunicazione, IRC è stato il “canale”: un nome che identificava un gruppo di utenti. In tale contesto tutti gli appartenenti erano abilitati ad inviare messaggi, leggibili unicamente dagli utenti dello stesso gruppo. Un canale IRC si creava automaticamente nel momento in cui il primo utente vi acceda per la prima volta. I nomi dei canali appartenenti ad una rete IRC si identificavano col carattere “#” (cancelletto) iniziale, mentre quelli locali, specifici di un server, erano identificati con il carattere “&”. Per ovviare a problemi di desincronizzazione dei canali, quando dei server si scollegano, erano stati creati i canali “!” senza problemi di sincronismo, ma hanno ottenuto scarso successo. (continua…)
Salvador Dalí

In una realtà delirante abbiamo bisogno dell’arte del delirio per rappresentarla e rappresentarci.
Salvador Dalí ovvero l’arte del surrealismo.
L’arte surrealista è come un sogno danzante tra le pieghe della realtà, dove il pensiero si libera dalle catene della logica per attirarti nelle reti dorate delle sue dimensioni alternative. Le immagini si fondono e ci confondono, creando visioni misteriose e suggestive che puntano all’incantamento. Un viaggio nei cunicoli ammalianti dell’inconscienza, dove la razionalità cede il passo all’irrazionale e l’ordinario si trasforma in straordinario. I colori, le forme e le idee si svelano come segreti nascosti nell’ombra di un sogno, invitandoci a esplorare i confini della mente umana e dei nostri spazi interiori che fanno da specchio deformante alla vita che brulica e arranca là fuori.

Il surrealismo ci aiuta a illustrare la realtà attraverso una lente unica e affascinante, svelando – per lo più in modo inconsapevole – i reconditi aspetti dell’esistenza umana che spesso sfuggono alla nostra percezione.
Mette in luce l’irrazionale che nascondiamo tra la polvere sotto il tappeto della nostra quotidianità. Mostra come i sogni, i desideri repressi e le paure possano influenzare le nostre azioni e le nostre percezioni nella realtà diurna.
Sfida le convenzioni spingendoci a riconsiderare le norme e i presupposti che governano la nostra vita e, al tempo stesso, fa da specchio rivelatore alle contraddizioni e alle irrazionalità che permeano le nostre relazioni sociali e la società in cui trasciniamo le nostre esistenze.

Link utili:
Biografia – Finestre sull’Arte – Il giornale dell’Arte







