Polis

Uno sguardo alle origini della parola “politica” per ricordarsi quali ideali meravigliosi significhi.
Se cerchiamo in un qualsiasi motore di ricerca il significato della parola “politica”, la frase che più troveremo accomunata molto sinteticamente, sarà “bene comune”.

Etimologicamente la lingua antica che dobbiamo ringraziare è senza dubbio il greco antico, la civiltà ellenica e, in particolare, la parola “polis“.
Questo sostantivo è tra i più ricchi di significati all’interno del lessico greco e quello che purtroppo crea più problemi d’interpretazione e traduzione in quanto muta completamente accezione a seconda del contesto nel quale si trova.

Il suo significato passa con disinvoltura da “città” a “città fortificata”, a “regione”, “cittadinanza”, “città a regime democratico”, “repubblica”, “condizione di cittadino”, “abitanti”, eccetera.
Nella civiltà ellenica, in particolare ad Atene, la ”polis” era fondamentale non solo dal punto di vista politico, sociale ed economico, ma anche, e soprattutto, sotto il profilo psicologico ed etico-morale.

Cosa significava “polis” per un Greco? Essere un “polites” cioè un cittadino, nel pieno dei suoi diritti e doveri, indipendentemente dagli avi che lo hanno preceduto, che ha la facoltà di prendere parte alle decisioni comuni, proponendo, attraverso la libertà di parola, quello che ritiene sia il consiglio migliore per la comunità.

Il “polites” si sente coinvolto nella gestione della vita della sua città in prima persona: soffre, ama, combatte con ardore per i suoi concittadini quasi fossero membri della sua stessa famiglia. La meta finale della politica era infatti conseguire “il vivere bene”. È proprio questa la qualità che si riconosce ancora oggi ai greci: essi sperimentarono molto raramente quel conflitto fra società ed individuo che è causato dalla distanza fra chi è al potere e chi è sottomesso, ed è palese come gli interessi dell’individuo coincidessero con quelli della comunità. Ognuno trovava la propria realizzazione nella partecipazione alla vita collettiva e nella costruzione del “bene comune”.

Meditiamo gente, meditiamo.

Sunset

Questa come tante altre, sono fotografie che non hanno bisogno di dettagli.
Parla da sola.

Popular Music (18. Il rock: Africa e anni ’90)

PrefazioneIndice

Attorno alla metà degli anni ’80, l’occidente si accorse improvvisamente della musica africana.
Successe che nel 1986 Paul Simon (1941), grande cantautore americano che negli anni ’60 aveva avuto un enorme successo in coppia co Art Garfunkel, pubblicò l’album ‘Graceland’, disco splendido, profondamente influenzato dalle ritmiche e dalle soluzioni sonore e musicali dei musicisti sudafricani e ghanesi che vi avevano contribuito.
La musica occidentale di accorse così dell’immensa ricchezza di quell’universo sonoro, e moltissimi furono i musicisti che vi si ispirarono. E, quel che più conta, si aprirono le porte a molti artisti che dall’Africa arrivarono a proporre la propria musica in prima persona in Europa e in America: Salif Keita e Mori Kate dalla Guinea, Ray Lema dallo Zaire, i senegalesi Toure Kunda e Youssou N’Dour e moltissimi altri godettero per alcuni anni di grande popolarità.
Va detto comunque che non era la prima volta che musicisti africani ottenevano grande successo nel… nord del mondo: basti pensare, dagli anni ’60 in poi, a una star come Miriam Makeba, o al gruppo degli Osibisa, al sassofonista Manu Dibango, al trombettista Ugh Masekela o a Fela Kuti, alfiere dell’afrobeat.

Anni ’90: il britpop

Così come erano stati frenetici gli anni ’80, gli anni ’90 furono piuttosto… sonnacchiosi. Probabilmente il fenomeno più rilevante del decennio, in Inghilterra, artisticamente e commercialmente, fu quello del britpop. Niente di clamoroso o particolarmente innovativo: gruppi come Pulp, Suede, Verve, Supergrass, Blur e oasi si limitarono a fondere strutture musicali anni ’60 e ’70, innervandolo con i nuovi suoni sviluppatosi negli anni ’80. 

Sta di fatto che, però, già alla fine del decennio si aveva già dato tutto e l’affermarsi di  nuove band come Radiohead, Coldplay, Placebo, Stereophonics, ecc. legittimarono la creazione di una nuova etichetta: new britpop. Ma si era già nel nuovo millennio.
Contemporaneamente ha avuto una vita breve ma intensa un altro interessenza genere che il grande critico musicale Simon Reynolds battezzò post rock. Di fatto la sua caratteristica era di proporre una musica che fondeva elementi rock con altri mutuati dal jazz e dalla musica classica contemporanea, dando vita a una proposta intensa, rarefatta e introspettiva.

Il nuovo millennio
Difficile individuare negli ultimi anni qualche filone, scuola o genere unitario che abbia caratterizzato l’inizio del nuovo secolo. Certo non sono mancati e non mancavano gruppi e musicisti interessanti come Kasabian, Artic Monkeys, Franz Ferdinand, Muse, Tortoise, Mogwai, Belle and Sebastian e i Talk Talk.

La disco music

La nascita di un «genere»
Quando è nata la disco music (o semplicemente disco)?
Difficile dirlo, probabilmente nei primi anni ’70.
In questa musica ‘nuova’, confluivano generi e stili diversi: funk, soul, influenze tropicali il pop bianco delle grandi orchestre.
Nel 1973, la Love Unlimited Orchestra di Barry White (1944 – 2003) portò al primo posto della classifica dance USA un brano intitolato ‘Love’s theme’, nel 1974 entrarono in classifica una dopo l’altra ‘Never con way goodbye’ di Gloria Gaynor a altri brani di Kool & The Gang, Shirley & Company, Hues Corporation e di George McCrae.

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Disco: Gloria Gaynor – Never can way goodbye (1975)

Album fondamentale nella storia della disco. Il produttore Meco Monardo (che otterrà grandissimo successo con la riedizione disco della colonna sonora di ‘Star Wars’) costruì nella prima facciata un medley di tre canzoni passando senza soluzione di continuità da Honeybee alla title track quindi alla celeberrima Reach out. Il medley, che per tutto il 1975 imperversò nelle radio e sulle piste, aveva un suono in odore di Philly Sound con diverse break strumentali piazzati in punti strategici su cui potevano effettuare i messaggi. Questa operazione che riproponeva ‘già pronto’ il lavoro del dj ebbe un grande seguito e negli anni fu riutilizzata in molti altri brani di successo.

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Se Barry White può essere considerato uno dei precursori della disco music, altri produttori stavano lavorando, nello stesso periodo, in quella stessa direzione. A Philadelphia, ad esempio, Kenny Gamble e Leon Huff e rinomi di punta Billy Paul e Teddy Pendergrass, gli O’jays, le Three Degrees e i Blue Notes di Harold Melvin

A Miami sempre nel 1974, raggiunse la cima delle classifiche anche Rock your baby di George McCrae, euna certa notorietà la ebbe la TK Records ed Henry Stone.
Henry Stone ebreo e bianco portò all’enorme successo i K.C. & The Sunshine Band

Nel ’76 la disco music era di quasi esclusivo appannaggio della gente di colore, solo due anni dopo, nel ’78, invece la disco dominava qualsiasi classifica, invadeva la programmazione di qualsiasi stazione radio, musicava gli spot pubblicitari e influenzava pesantemente la produzione musicale di artisti rock, come Rolling Stone, David Bowie, Rod Stewart o Santana.
Come per il jazz e per il rock, perché un fenomeno musicale di origine nera assurgesse a popolarità mondiale, era stato necessario che se ne appropriassero i musicisti bianchi, nel caso della disco, i Bee Gees.
I Bee Gees non erano nati come musicisti disco: i tre fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb, avevano dominato le classifiche pop degli anni ’60 con vari singoli. Però quando la carriera sembrava lanciata a mille si interruppe quasi di colpo, dissidi interni portarono alla divisione del trio e ciascuno intraprese con scarsissimo successo una propria carriera. Nel ’75, alla disperata ricerca di qualcosa che riportasse in auge i tre, ci fu il miracolo. I vecchi Bee Gees melodici e languidi non c’erano più, il loro pop bianco si era trasformato in un funk di facile presa che faceva faville e il singolo Mr. Jive li riportò in vetta alle classifiche.
Era disco music, sissignori: c’erano finalmente arrivati anche i bianchi.

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Disco: Saturday night fever – O.S. (1977)

Quando si parla della colonna sonora del film disco per eccellenza, si finisce sempre per parlare dei Bee Gees, anche se nel disco non ci sono solo loro. Ma la cosa è inevitabile. I maggiori successi dell’album (Stayin’ alive, How deep is your love, Night fever, More than a woman, You should be dancin’) sono dei fratelli Gibb, e se accanto a loro vi sono anche comprimari di tutto rispetto (Kool & the Gang, K.C. & the Sunshine Band, Tavares) ad essi i tre bianchi dalle voci in falsetto lasciarono solo le briciole: Boogie shots a K.C., e soprattutto Disco inferno ai Trammps. Tutto ciò impedisce di considerare l’album una credibile antologia della disco music anche se la sua importanza nella diffusione del fenomeno fu assolutamente fondamentale.

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Ipse Dixit: «La musica quest’anno si misura in battute al minuto, fra 122 e 144: la chiamano «Disco». Sembra che tutto il mondo abbia voglia di ballare. Da Rio a Parigi, dall’Italia alla sua patria, New York City, la discoteca è diventata meta di una generazione nuova e di una vecchia che si è convertita. Disco è la parola per tutto quello che oggi significa danza. Perché disco, incredibilmente, è diventato il nuovo esperanto musicale e sta per influenzare la storia della musica a venire. Nessuna via di fuga. Disco è la nuova maniera di dimenticare l’arrivo del 2000, è la chiave per lasciarsi alle spalle gli anni ’60. E’ la gioia, un Popper per sfrecciare sui confini del totale abbandono dal controllo dei sensi. Eppure è la moda-musica più tecnologica, comandata e controllata che sia stata prodotta. Bene e male in lotta. La prima massiccia alternativa danzante dai tempi del rock’n’roll. E, infine, la più grossa operazione commerciale nel campo dello spettacolo da sempre».

(Carlo Massarini, Popster – maggio 1979)

Ascolta quattordici brani su radioscalo.

Le foto vincitrici del Nature Photography Contest 2023

Ogni anno il “Nature Photography” crea un concorso che porta il nome di “Contest” che premia le migliori fotografie naturalistiche suddivise per categorie, dal paesaggio alla fauna selvatica, dal mondo notturno a quello subacqueo.
Da pochi giorni è stato pubblicano il “Contest 2023” che vede fra i tanti partecipanti, fotografi sia professionisti che dilettanti.

Quest’anno ha trionfato Glenn Ostle ricevendo il Photo Award of the Year con la foto che ritrae un leone marino nelle profondità dell’isola di Los Islotes.

Le fotografie, tutte di estrema bellezza, sono visibili nel sito The Nature Photo Contest

Feedly: lettore di feed

Questo è un servizio di cui non potrei farne a meno, insieme ad altri due/tre è quello che in assoluto uso quotidianamente di più.
Feedly è il lettore di feed RSS più popolare. L’interfaccia utente è veramente ben progettata, pulita, essenziale e semplicissima da capire. Come NewsBlur, anche Feedly è una web app, quindi può essere utilizzato su qualsiasi browser, che tu sia un utente Windows, Mac o Linux. Sono anche disponibili delle app mobili per dispositivi Android e iOS.

Link a Feedly

Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)

Non è facile descrivere questo album, la sua bellezza è direttamente proporzionale alla sua complessità. Sono i Suoni e i sospiri di un uomo distrutto nel fisico, ma spiritualmente integro come pochi. Wyatt ritrova se stesso e l’inizio di una nuova vita proprio quando stava per perderla. Costretto su una sedia a rotelle, Wyatt realizza insieme ad amici canterburiani di vecchia data come Richard Sinclair, Hugh Hopper e uno straordinario Mike Oldfield, uno dei pochi toccanti inni di pace e d’amore mai ascoltati. Non c’è più la lucida follia dei Soft Machine, ne la psicotica anarchia dei Matching Mole, ma una musicalità dolce pervasa da un senso di commovente tranquillità e una voce roca che sembra quasi sottolineare i passaggi di questa eterea e sognante dimensione. Rock Bottom è un fascio di luce radioso che entra dalle finestre dell’anima per esaltare l’imperscrutabile grandiosità della vita. Un destino oltraggioso a causa dell’autolesionismo ha spezzato il talento tecnico del miglior batterista del Regno Unito, ma, di conto, proprio questa condizione l’ha trasformato in un musicista completo e un poeta che non teme confronti. 

Artefatti di Internet #11 – Il primo LOL (1989)

L’acronimo “LOL” ha fatto la sua prima apparizione documentata su Internet in una newsletter FidoNet. FidoNet era una rete di BBS o sistemi di bacheca elettronica. I messaggi venivano trasferiti tramite telefonate durante le ore non di punta per ridurre al minimo i costi dei pedaggi. Questa edizione della newsletter FidoNet tenta di catalogare il crescente numero di emoticon e acronimi che in quel periodo si diffondevano in rete. Conteneva anche convenzioni che non hanno mai preso piede, come ODM per “On De Move”.

LOL, acronimo inglese di laughing out loud, o di lots of laughs (“tante risate”), è (stato) un modo di dire diffuso nel gergo di internet, spesso scritto in lettere minuscole (lol), e rappresenta una sonora risata. 
Storicamente nato su Usenet, l’acronimo LOL si è ampiamente diffuso anche in numerose altre forme espressive di comunicazione mediata dal computer, arrivando persino ad essere utilizzato nel linguaggio comune. Si tratta di uno dei tanti termini utilizzati per esprimere una risata in forma testuale. (continua…)

Il Buddambulo #5

Il Karma può suddividersi in positivo e negativo. Nel primo caso produrrà gioia, nel secondo sofferenza. Secondo l’intensità e la gravità dell’azione il karma sarà più o meno pesante: un conto è ferire, un altro uccidere. Fondamentale è anche la persona o la cosa verso cui è diretta l’azione: diversa sarà la retribuzione se viene ucciso un animale, un altro uomo o addirittura un genitore.

«Per spiegare con un esempio, se qualcuno colpisce l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… La gravità di un peccato dipende da chi viene offeso

A livello negativo i pensieri producono effetti più leggeri delle parole; le azioni generano il karma più pesante. A livello positivo invece tutti e tre sono determinanti: senza una buona intenzione nessuna azione può definirsi veramente positiva.

«La sfortuna viene dalla bocca e ci rovina, la fortuna viene dal cuore e ci fa onore.»

Il karma presenta tre aspetti. La causa karmica è il karma considerato sotto il profilo della singola azione. Parliamo invece di tendenza karmica quando un certo tipo di azione ripetuto costantemente produce una predisposizione verso un certo tipo di comportamento. Infine la relazione karmica regola i rapporti con gli altri individui e con l’ambiente in cui viviamo. Dipende infatti dalla relazione karmica se nasciamo in una certa famiglia, se viviamo in un certo stato, se entriamo in rapporto con certe persone piuttosto che con altre.

Il karma può anche essere classificato in base al tempo che intercorre fra la causa e l’effetto. La causa, chiamata anche seme karmico, resta latente nella nostra vita per un periodo più o meno lungo. L’effetto talvolta appare subito, talvolta nel corso della vita dopo svariati anni, frequentemente erompe improvviso e apparentemente immotivato nelle vite successive. Solitamente tanto più le cause sono pesanti, tanto più lontano nel tempo si manifesteranno gli effetti in tutta la loro gravità: un grosso debito comporta maggiori interessi e quindi più tempo per essere estinto.

Le cause più leggere producono inoltre effetti variabili nel tempo, cioè non prestabiliti o predeterminati, come un frutto che matura prima o dopo secondo le circostanze climatiche di quell’anno. In questo caso parliamo di karma mutabile. Più grave è il karma immutabile che esplode nei suoi effetti predeterminati come una bomba a orologeria nel tempo prefissato.

La lunghezza della vita umana è l’aspetto più importante del karma immutabile. E possibile cambiare il karma o dobbiamo rassegnarci ai suoi effetti (che per altro non conosciamo)?
Un karma leggero e mutabile può essere vinto dagli sforzi umani, ma solo la pratica buddista può incidere sul karma immutabile. (Continua)