Occidente, il caldo secco degli ultimi 20 anni non ha precedenti in 500 anni

Uno studio recente basato sulla dendrologia rivela che l’Occidente sta vivendo le condizioni di caldo secco più estreme degli ultimi 500 anni

L’Occidente sta affrontando la sua fase più critica di siccità e calore degli ultimi cinque secoli. Uno studio basato sull’analisi degli anelli degli alberi ha rivelato che il fenomeno del “caldo secco” è aumentato in modo senza precedenti, amplificato dal cambiamento climatico. Questa scoperta, ennesimo campanello d’allarme per la scienza moderna, è una chiara dimostrazione di come le nostre azioni influenzino direttamente l’ambiente che ci circonda.

Il ruolo della dendrologia nella comprensione del clima

La dendrologia, lo studio degli anelli degli alberi, svolge un ruolo cruciale nella nostra comprensione del cambiamento climatico. Gli anelli più densi indicano generalmente temperature più calde, mentre quelli meno densi suggeriscono periodi più freddi. Recentemente, sono stati fatti passi da gigante in questo campo, con l’introduzione di tecniche che utilizzano la luce per misurare la densità degli anelli in modo più semplice, sicuro ed economico.

In questo caso, attraverso l’osservazione della densità e della larghezza degli anelli gli scienziati possono ricostruire le condizioni climatiche passate e il caldo secco risalendo fino al 1553. Se volete approfondire lo studio pubblicato su Science Advances, eccolo a vostra disposizione.

Implicazioni presenti e future

La combinazione di caldo estremo e condizioni di siccità non solo peggiora la situazione idrica, ma ha anche conseguenze complesse sugli ecosistemi e sull’agricoltura. Per questo le aree travolte dal caldo secco potrebbero vedere accelerare un effetto domino ancora più estremo nei prossimi anni.
Ogni stress causato da una bassa precipitazione o anche da una lieve riduzione delle precipitazioni causerà maggior stress al pianeta a causa dell’aumento delle temperature.

Caldo secco, i danni maggiori

Aree come il Nevada o il Sud-ovest degli USA, o la penisola iberica e l’Italia rischiano sempre più eventi estremi e danni per la salute dei cittadini. La ricerca è in una corsa contro il tempo per sviluppare modelli previsionali più accurati e trovare soluzioni per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

È fondamentale agire ora per affrontare le sfide poste dal caldo secco provocato dal cambiamento climatico. Solo attraverso un impegno collettivo e un’azione immediata possiamo sperare di mitigare gli impatti di questi fenomeni senza precedenti.

via | futuroprossimo

Artefatti di Internet #13 – Il primo sito web (1991)

Nel marzo 1989, Tim Berners-Lee scrisse la proposta iniziale per il World Wide Web, immaginandolo come un “sistema informativo universale collegato” per aiutare i ricercatori a condividere le informazioni. Nel dicembre 1990 ha lanciato il primo sito web al mondo, info.cern.ch. Il sito conteneva dettagli sul progetto WWW, inclusa una spiegazione dell’ipertesto e istruzioni per la configurazione di un server web. Tim Berners-Lee ha creato il primo browser web, chiamato WorldWideWeb, per visualizzare il sito. Ha ospitato il primo sito web su un computer NeXT, allegando una nota scritta a mano al computer: “Questa macchina è un server. NON SPEGNERE!!”

Il World Wide Web (termine in lingua inglese traducibile in italiano come “rete di ampiezza mondiale”, o “rete mondiale”, dove “rete” viene richiamato da web (“tela”), l’intreccio composto da ordito e trama), abbreviato web, sigla WWW o W3, è uno dei principali servizi di Internet, che permette di navigare e usufruire di un insieme molto vasto di contenuti amatoriali e professionali (multimediali e non) collegati tra loro attraverso collegamenti (link), e di ulteriori servizi accessibili a tutti o ad una parte selezionata degli utenti di Internet; questa facile reperibilità di informazioni è resa possibile, oltre che dai protocolli di rete, anche dalla presenza, diffusione, facilità d’uso ed efficienza dei motori di ricerca e dei web browser in un modello di architettura di rete definito client-server. (continua…)

Nicolas De Staël

“Io non oppongo la pittura astratta alla pittura figurativa. Un quadro dovrebbe essere al tempo stesso astratto e figurativo. Astratto in quanto muro, figurativo in quanto rappresentazione d’uno spazio.”

Intervista, 1952, in Marie du Bouchet, Nicolas de Staël. Une illumination sans précédent

Furono gli anni cinquanta il periodo d’oro dell’Espressionismo Astratto e New York era il centro mondiale. De Kooning, KLine e Rothko erano le stelle dell’arte americana che stava trionfando. Ma anche a Parigi si viveva una sorta di boom postbellico, testimoniato dallo slancio di una nuova generazione di pittori e scultori. Uno di quest’ultimi – una meteora, come lo definì un critico – fu Nicolas de Staël.

Nicolas de Staël è nato a San Pietroburgo nel 1914, da una famiglia nobile di origine baltica. I De Staël si trasferirono in Polonia, dove il padre di Nicolas morì, poi a Bruxelles, dove il giovane ricevette la sua prima educazione. Ma Nicolas trascorse gran parte della sua gioventù a giro per l’Europa, prima di stabilirsi a Parigi nel 1938.
Nella Francia occupata, de Staël visse momenti assai difficili, ma già nel primo dopoguerra si era guadagnato una notevole fama ed una certa indipendenza economica che lo indusse, nel 1953, a trasferirsi a Ménerbes, nel sud della Francia. Morì suicida ad Antibes il 16 marzo 1955.
De Staël è oggi un’icona dell’arte francese del dopoguerra e non solo per l’aura esistenzialistica che la sua figura pubblica ha sempre emanato. De Staël era infatti un artista autentico: il suo cromatismo romantico e tuttavia sempre emotivamente controllato, il suo talento nell’impasto materico e nel tocco lievissimo lo ha reso un pittore di grande energia, ma mai esplosiva, anzi sempre contenutissima e perfettamente dominata da uno spirito in qualche modo ascetico.

Il colore e la luce sono del resto i veri protagonisti nell’esperienza pittorica di de Staël e come nel caso di Klee, è dal Nord Africa (visitato a più riprese fra il 1936 ed il 1940, anno in cui prestò servizio nella Legione Straniera) che de Staël ne trasse le impressioni più indelebili. In luogo del disegno, il colore stesso diventò il fondamento dei suoi dipinti, il testo della sua esperienza sensibile.

De Staël visse gli anni in cui si consumava la diatriba fra figurativo ed astratto. L’impossibile conciliazione fra i due termini pareva allora questione assoluta. De Staël si gettò con tutte le sue forze alla ricerca di una possibile soluzione, creando una pittura di pure forme che, come le idee platoniche, vivono fuori dal tempo, ma sono ugualmente concrete e materiche quanto può esserlo la vita stessa.

Link utili: WikipediaObliqueIl Giornale dell’ArteIl Foglio dell’Arte

Leggera

Pianta stranissima che neanche l’app è stata in grado di riconoscere, probabilmente perché è indefinibile il fatto che non si capisce se stia sfiorendo o crescendo. Poco cambia.

Victor Jara’s Hands – Calexico (2008)

Una delle qualità che preferisco in una canzone è la capacità di evocare senza sforzo una scena nella testa dell’ascoltatore. Il brano inizia con un lento sviluppo di maracas e chitarra e crea uno sfondo ispanico che pian piano si estende oltre il semplice ritornello “Ole ole ole ole” con sezioni di fiati brillanti a guidare bene la canzone.
In questo brano si evocano le mani di Victor Jara, esponente della Nuova Canciòn Chilena, militante del Partido Comunista de Chile (lo stesso di Pablo Neruda) e sostenitore di Salvador Allende, ucciso dagli uomini del generale Pinochet dopo terribili torture.

Nuvole

Sospese nell’aria, danzano leggere,
le nuvole adornano il cielo a piacere.
Come bianchi veli di un immenso palcoscenico,
tracciano forme e disegni, un gioco incantato e unico.

Le nuvole sono poetesse senza penna,
che dipingono con l’anima l’eterea scena.
Come foglie sospese in un infinito vortice,
ci parlano di libertà, di sogni e di magia complice.

Guardale, osservale con occhi curiosi,
e lascia che la loro poesia ti sveli i misteri.
Nel loro volo lieve, troverai l’ispirazione,
e nell’infinito cielo, vivrai la tua visione.

Febbraio

Anche oggi, in pieno Inverno, c’è un sole abusivo che spunta, prepotente, dietro nuvole timide. I venditori di ombrelli sono in sciopero della fame, le città soffocano sotto una cappa di inquinamento, i laghi si stanno prosciugando, la neve artificiale ha sostituito quelle belle nevicate di una volta, le allergie da polline sguazzano nei nasi colanti, il freddo marca il cartellino e se ne va al mare e gli alberi sono in fiore.

La primavera è donna ma, stranamente, è in anticipo all’appuntamento con l’Inverno.

Alba vicina

Capita assai di rado, non che mi svegli molto presto anzi quello succede molto frequentemente, ma che esca di casa per un giretto nel mio rione, ricco di vegetazione. Beh! ne è valsa la pena, non per le foto mediocri ma per il bene psicofisico.

John Coltrane

John Coltrane scomparve prematuramente nel luglio del 1967, all’età di quarantuno anni, rinnovando una parabola di sfrenata creatività e autodistruzione che ricordava il genio dissoluto di Charlie Parker. Fu anche uno degli ultimi jazzisti a interpretare in modo idealistico, romantico, l’avventura della ricerca musicale. Al pari di Davis, ma seguendo una strada più vincolata all’evoluzione del rapporto musicista-improvvisazione, la sua carriera è un condensato della storia del jazz moderno, secondo una evoluzione lineare che l’ha portato gradualmente dalle prime acquisizioni tradizionali, legate allo stile hard bop, fino a vette di sublime e inarrivabile libertà creativa.
Arrivò sulle scene tutto sommato in sordina, alla metà degli anni Cinquanta, entrando a far parte come sax tenore del gruppo di Miles Davis, dopo un lungo apprendistato nel ryhthm’n’blues, nel be-bop, e nel mainstream jazz. Quando il gruppo si sciolse, nel 1957, andò a lavorare con Thelonious Monk, e con il grande pianista iniziò a definire alcuni dei tratti più caratteristici del proprio stile. Nel 1958 tornò con Davis e insieme a lui si avventurò nei territori dell’improvvisazione modale. Nel 1960, alla fine dell’esperienza con Davis, Coltrane pubblicò Giant Steps, un disco che in qualche modo rivelava definitivamente la sua grandezza anche attraverso la varietà delle strade annunciate. Soprattutto è evidente la singolare capacità, tipica del mondo di Coltrane, di unire una prodigiosa e spesso cerebrale tecnica strumentale a una forte passione emotiva e spirituale, come fu ancora più evidente quando Coltrane trovò un ineguagliabile equilibrio formando il celeberrimo quartetto con McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso ed Elvin Jones alla batteria, con il quale realizzò uno dei massimi capolavori della cultura jazzistica, ovvero My Favorite Things. Nel brano, che dura tredici minuti, si avverte un bilanciamento sospeso, quasi magico, tra la struttura fortemente armonica del pezzo (uno standard classico) e le nuove esperienze modali che Coltrane aveva mutuato sia dal lavoro con Miles Davis sia dalla fascinazione verso le musiche dell’Oriente. Suona infatti il sax soprano, fino ad allora poco usato nel jazz e imposta il pezzo proprio come una struttura meditativa o ancora di più, come un’esaltante esperienza spirituale.
La momentanea stabilità offerta dal quartetto permise a Coltrane di allargare spettacolarmente i confini del jazz., senza perdere un evidente legame con le radici. In questa sfrenata corsa creativa, Coltrane adottò una chiave spirituale che in qualche modo lo ha collocato in un luogo diverso ma complementare a quello che invece era il «polo laico» di questa ricerca, ben rappresentato, per motivi diversi, da Ornette Coleman e da Miles Davis. «Penso che la cosa principale che un musicista vorrebbe fare sia dare all’ascoltatore un quadro delle tante cose meravigliose che conosce e sente nell’universo. Questo è la musica per me: una delle maniere di dire che l’universo in cui viviamo, che ci è stato dato, è grande e bello». Dal 1964 in poi l’aspetto spirituale della sua musica fu espresso attraverso A Love Supreme e Ascension, due capolavori assoluti in cui la mobilità «ascensionale» era costante e che riflettevano la crescente ossessione coltraniana per la ricerca.
Coltrane praticava la sperimentazione come se un fuoco inestinguibile lo portasse a muoversi sempre in avanti, senza sosta. E fu proprio questa corsa febbrile e inarrestabile – non a caso il suo soprannome era «Trane» – a consumare velocemente la sua esistenza, un po’ come era successo molti anni prima a Charlie Parker e a Bud Powell, o, per rimanere negli anni Sessanta, a personaggi come Jimi Hendrix. Coltrane potrebbe essere considerato ancora oggi un maestro, soprattutto nel metodo, nella sua filosofia della ricerca musicale come avventura continua, come instancabile riprogettazione di scenari in movimento.

Artefatti di Internet #12 – AOL Dial Up (1991)

America Online ha debuttato nel 1991 ed è diventato rapidamente il più grande fornitore di servizi dial-up. La schermata iniziale e l’iconico suono di connessione remota sono diventati la prima introduzione a Internet per molte persone. La connessione Internet dial-up funzionava utilizzando l’infrastruttura telefonica esistente. I modem si connettevano in modo simile alle conversazioni telefoniche, con il suono della connessione remota che fungeva da stretta di mano tra le macchine. Il suono della connessione remota era una danza coreografica di bip e boop che scambiavano tutte le informazioni necessarie per connettersi alla rete.

Il termine Dial-up, nel campo delle telecomunicazioni, indica le connessioni tra computer realizzate con l’utilizzo di modem tramite la composizione di una normale numerazione telefonica, cioè dunque utilizzando l’usuale banda fonica a bassa frequenza, grazie a opportuni programmi detti dialer.
Ad oggi i modem tradizionali permettono una velocità di connessione di fatto insufficiente per la maggior parte delle applicazioni: per esempio, aprire una pagina web dalle dimensioni di 150 kB richiede in trasmissione analogica circa un minuto, mentre attraverso un collegamento ADSL o in Fibra ottica la stessa pagina richiede tempi intorno a 1 o 2 secondi. È da considerare inoltre che le connessioni in Dial-up hanno tempi di latenza generalmente molto elevati: intorno ai 400ms o più. (continua…)