Jackson Browne – Late for the sky (1974)

Con una splendida immagine di copertina esplicitamente dedicata a Magritte, l’album spinse al top la cosiddetta arte del riflusso. Il canzoniere dei disillusi della contestazione trova in Jackson Browne un interprete perfetto, che racconta la fatica di vivere con malinconica credibile vitalità. ‘Late for the sky’ esce nel dicembre del 1974. Non è un momento particolarmente fortunato. Jackson ha appena passato qualche guaio con “Redneck friend”, una canzone tratta dal suo precedente lavoro, ‘For everyman’, in cui si parla di masturbazione. Sua moglie però aspetta un figlio. E, infatti, nel retro della copertina di ‘Late for the sky’, Jackson dedica il disco a quell’Ethan (“che sta per arrivare”).

Il disco riceve i complimenti della critica, ma commercialmente è un piccolo disastro. Il suono morbido che viene offerto, le ballate profonde, il senso di vaga ma cosciente disperazione sociale attraggono e respingono allo stesso tempo. Di sicuro non sono “cosa immediata”. I singoli del disco (“Walking slow” e “Fountain of sorrow”) naufragano nei bassifondi della classifica. Jackson va in tournèe, anche da solo, a volte con il solo David Lindley, che col suo violino dà una svolta al timbro del classico suono da cantautore chitarra e pianoforte, cui anche Jackson era legato.

‘Late for the sky’ ha cambiato tanto nella musica rock. Forse troppo o troppo presto. Ha rimpastato le vecchie idee sulla cultura dell’immagine. Cantando canzoni senza tempo e trovando, dopo una serie di tentativi un suono che appariva perfetto per gli anni difficili che gli “individui” stanno vivendo, abbandonati dai loro stessi sogni e costretti a dire sì ad una società sporca. Jackson infila nel disco le osservazioni di una vita, guardando dentro ai propri cassetti, cantando la solitudine e la stessa desolazione di una generazione.

Quasi un capolavoro. 

Artefatti di Internet #14 – Le prime foto sul Web (1992)

Una delle primissime foto caricate sul World Wide Web era quella di Les Horribles Cernettes, una band tutta al femminile fondata da dipendenti del CERN. La band, il cui nome rende omaggio al più grande acceleratore di particelle del mondo, cantava canzoni pop parodia con testi come “Non passi mai le notti con me… ami solo il tuo collisore”. La band proveniva dallo stesso laboratorio in cui è stato inventato il Web e Tim Berners-Lee era un tale fan che caricò questa foto sul primo sito web. La band in seguito disse che l’immagine “è stata una di quelle che hanno cambiato il web, da piattaforma per la documentazione della fisica a media per le nostre vite”.

Il 18 luglio 1992 Silvano de Gennaro, sviluppatore e allora fidanzato di Michelle, si trovava nel backstage del Hadronic Music Festival, un’altra ricorrenza al confine tra il serio e il faceto tenuta annualmente al Cern. Fotografò la fidanzata e le amiche con una Canon EOS 650, modificando poi il risultato con la primissima versione di Photoshop. Berners Lee iniziava ad accarezzare l’idea di rendere il suo web un posto più divertente di un mero luogo di archiviazione di dati e risultati di esperimenti: voleva riuscire a caricarci delle foto. Trovandosi accanto a de Gennaro, gliene chiese una con cui fare una prova. Ecco come le Cernettes sono entrate nella storia del web. (continua…)

Il Buddambulo #6

Benché i libri che pretendono di spiegare come diventare felici siano numerosi, nel complesso gli esseri umani sono ancora tormentati dagli stessi problemi che assillavano i loro antenati. Il povero cerca la ricchezza, il malato desidera ardentemente la salute, coloro che sono afflitti dalle discordie familiari vorrebbero vivere in armonia, e via dicendo. I problemi, comunque, non sono in se stessi la causa fondamentale dell’infelicità: secondo il Buddismo, la causa reale dell’infelicità non è l’esistenza dei problemi ma il fatto che manchiamo del potere e della saggezza per risolverli.

Il Buddismo insegna che tutti gli individui possiedono un potere e una saggezza illimitati, e insegna il modo di sviluppare l’uno e l’altra. Piuttosto che cercare di eliminare la sofferenza e le difficoltà, che sono considerate intrinseche alla vita stessa, il Buddismo si concentra invece sul modo di sviluppare il nostro infinito potenziale allo scopo di vivere una vita realmente felice.
Potere e saggezza, spiega il Buddismo, derivano dalla forza vitale, perciò se sviluppiamo una forza vitale sufficiente saremo in grado di fronteggiare le avversità della vita e di trasformarle in una sorgente di felicità e di gioia.

Quando cadiamo in una profonda disperazione o siamo alle prese con un problema difficile, è arduo credere che la nostra vita possieda un potenziale illimitato. Ma questa è l’essenza di uno dei più profondi insegnamenti buddisti, noto come «i tremila regni in un singolo istante di vita», che vedremo nel prossimo post.
Per tutta l’epoca moderna, lo sviluppo della civiltà scientifica occidentale è stato sorretto, e forse persino dominato, dall’umanesimo, una dottrina che accentua la superiorità dell’uomo in quanto essere razionale. Ma l’umanesimo non sempre si è fondato su una visione globale della vita. In definitiva, l’idea che l’essere umano sia il centro dell’universo è ristretta ed egocentrica.

Non possiamo negare che il senso dell’io sia necessario per condurre una vita soddisfacente, ma l’attaccamento all’idea che l’io costituisca la totalità dell’esistenza secondo il Buddismo è non soltanto limitata ma addirittura pericolosa. Il Buddismo insegna invece che la strada per la liberazione dalla sofferenza sta nel risvegliarsi a una vita più grande che trascende i ristretti confini dell’io.

La coscienza dell’io costituisce la struttura che supporta la nostra visione del mondo. La percezione dell’universo diviso in due parti contrapposte – io e altri o interno ed esterno – sorge dalla nostra coscienza dell’io. Questa stessa coscienza dà origine agli altri dualismi come, ad esempio, il dualismo di mente e corpo (che ci fa credere che la mente sia il nostro vero io, mentre il corpo non lo è), quello di materia e spirito o quello di umanità e natura. Il pensiero dualista è stato il fondamento dell’evoluzione della civiltà moderna, ma è anche la radice di gran parte dei suoi attuali problemi. (Continua)

Stop animali nei circhi, vogliamo vederli liberi! Firmiamo la petizione per dire basta

No, gli spettacoli circensi con tigri, elefanti e scimmie non hanno niente di divertente (né tanto meno di educativo). L’era dei circhi con gli animali è ormai al capolinea in Italia. Firmiamo in massa la petizione lanciata dalla LAV per chiedere ai più presto la messa al bando definitiva di questo disumano business!

Imprigionati, sottoposti a stress, privati della loro essenza e costretti a viaggiare e ad esibirsi in spettacoli ridicoli. Sono circa 2000 gli animali che ancora oggi vengono sfruttati nei circhi sparsi sul territorio italiano. Da diversi anni cittadini e attivisti chiedono di far calare il sipario una volta per tutte su questo scempio, ma gli appelli sono rimasti inascoltati.

Oggi abbiamo la possibilità di cambiare direzione e unirci alle oltre 50 nazioni, fra cui la Francia, il Belgio e l’Austria, che hanno compiuto questo passo di civiltà, mettendo al bando i circhi con animali.

Nel nostro Paese, purtroppo, il primo via libera del Senato per l’approvazione della legge sullo stop all’utilizzo degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti è arrivato soltanto nel 2022 – dopo anni di stallo – ed entro il 18 agosto 2024 dovrà essere approvata la Legge-delega.

L’augurio è che non vi siano ulteriori slittamenti, anche perché i cittadini italiani stanno dalla parte degli animali: da un sondaggio DOXA BVA, commissionato nel 2023 dalla LAV (Lega Anti Vivisezione), è emerso che la stragrande maggioranza della popolazione – pari al 76% degli intervistati – è contrario al loro impiego nei circhi, mentre l’80% preferisce gli show senza sfruttamento.

Nei fine settimana del 9 e 10 e del 16 e 17 marzo, nell’ambito delle Giornate Nazionali LAV, sarà possibile sostenere la campagna #BastAnimaliNeiCirchi”.

Da Nord a Sud, in diverse piazze del Bel Paese si potrà firmare la petizione rivolta al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e al Parlamento, attraverso cui si chiede di procedere velocemente con l’attuazione della Legge-delega sullo spettacolo n.106 del 2022, aiutando economicamente la riconversione e il rilancio dei numeri circensi in spettacoli umani e più etici.

Alla petizione hanno già aderito oltre 25mila persone. Firma QUI anche tu per essere parte attiva di questa svolta di civiltà (attesa troppo a lungo)! (Fonte)

Mimosa

Ieri è stata la giornata della donna. Credo che solo “la donna” abbia, più dell’uomo, il diritto di esprimere il proprio pensiero. Proprio per questo il mio omaggio è esclusivamente “floreale”. In questo caso, anche un semplice scritto o una semplice frase, potrebbe rivelarsi superflua e velleitaria.

Spencer Segelov & Great Paintings – You’re A Lighthouse, I’m At Sea (2024)

You’re A Lighthouse, I’m At Sea del gallese Spencer Segelov e il suo gruppo Great Paintings, ha quel tipo di fascino retrò-pop che bene si abbina a qualsiasi epoca.

All’ascoltatore viene offerto un viaggio attraverso il sussidiario del pop-rock di ieri, i brani infatti, sono immersi tra gli anni ’60, ’70 e ’80.

Sono le chitarre elettriche (quattro su cinque strumenti) a costruire la trama sonora del disco, creando melodie intense e vivaci con quel “sentito” che non crea nostalgia ma che invece ha una portata futuribile.

Figlio del blocco del covid, i brani di questo album hanno sostituito le serate di Spencer nei pub gallesi e, di sicuro, lo lanceranno definitivamente verso quell’aurea musicale di matrice pop che tanto facilmente gli riesce bene.

Ascolta il disco

Dieci musei da visitare da casa

Solomon R. Guggenheim Museum, New York

Con oltre 1.700 opere d’arte di oltre 625 artisti, la Collezione Online presenta un database di ricerche di opere selezionate dalla collezione permanente del Guggenheim di circa 8.000 opere d’arte. Il museo rende disponibili online alcune delle sue collezioni ed esposizioni, tra cui opere di Franz Marc, Piet Mondrian, Pablo Picasso e Jeff Koons.

Musei Vaticani

I Musei Vaticani presentano una vasta collezione di importanti sculture d’arte e classiche curate dai Papi nel corso di molti secoli. Potrete fare un tour virtuale del parco del museo e delle mostre iconiche, incluso il soffitto di Michelangelo della Cappella Sistina.

Louvre, Parigi

Il museo Louvre di Parigi, offre tour online gratuiti di alcuni dei suoi reperti ed opere, come le sue antichità egizie e le opere di Michelangelo. Potrete dare un’occhiata al museo a 360 gradi e cliccare sui rari manufatti per conoscerne i dettagli e la storia.

British Museum, Londra

Con una collezione che conta oltre otto milioni di oggetti, il British Museum di Londra rende alcuni dei suoi pezzi visualizzabili online, tra cui “Kanga: Textiles From Africa” e “Objects From The Roman Cities of Pompeii and Herculaneum”. Il museo ha anche collaborato con il Google Cultural Institute per offrire tour virtuali utilizzando la tecnologia di Google Street View.

Museo del Prado, Madrid

Anche il museo del Prado di Madrid è chiuso per emergenza coronavirus, e mette a disposizione di tutti le sue collezioni e gli spazi meno noti. Il museo di Madrid ospita opere dei maggiori artisti italiani, spagnoli e fiamminghi, fra cui Beato Angelico, Andrea Mantegna, Raffaello Sanzio, Hieronymus Bosch, Rogier van der Weyden, Bruegel il Vecchio, El Greco, Pieter Paul Rubens, Tiziano, Diego Velázquez, Francisco Goya.

Hermitage, San Pietroburgo

Potrete visitare online l’Hermitage di San Pietroburgo che espone una delle più importanti collezioni d’arte del mondo. Tra i numerosissimi autori annoveriamo Caravaggio, Paul Cézanne, Giambattista Pittoni, Leonardo da Vinci, Raffaello, Antonio Canova, Francesco Casanova, Jacques-Louis David, Edgar Degas, Paul Gauguin, Fra Filippo Lippi, Henri Matisse, Claude Monet, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir, Rembrandt, Vincenzo Petrocelli, Pieter Paul Rubens, Tiziano Vecellio, Vincent van Gogh, Jacob van Ruisdael, Diego Velázquez, Paolo Pagani.

Gallerie Uffizi, Firenze

Parte l’iniziativa Uffizi Decameron. Ogni giorno, sui profili social degli Uffizi: Instagram, Facebook e Twitter, verranno pubblicate foto, video e storie dedicate ai capolavori custoditi nella Galleria delle Statue e delle Pitture, in Palazzo Pitti e nel Giardino di Boboli.

Museo Egizio, Torino

Il museo Egizio di Torino organizza videotour attraverso i canali social per raccontare gli oggetti della collezione del Museo Egizio. Con l’iniziava #laCulturaCura, potrete fare un viaggio virtuale tra i tesori del museo di Torino.

Rijksmuseum, Amsterdam

Il Rijksmuseum di Amsterdam possiede la più grande collezione di opere d’arte del periodo d’oro dell’arte fiamminga (1584-1702) e una considerevole collezione di arte asiatica. Potrete visitare il museo con un’app che propone 14 diversi tour multimediali e molti percorsi creati dai visitatori utilizzando Rijksstudio.

Teatro-Museo Dalì, Figueres

Il Teatro-Museo Dalí è interamente dedicato alle opere d’arte di Salvador Dalí. Presenta molte sale e mostre che ripercorrono ogni epoca della vita e della carriera di Dalí, l’artista stesso è sepolto qui. Il museo offre tour virtuali del parco e alcuni reperti, come la mostra surreale di Mae West’s Face.

The Band — The Band (1969)

Se il primo album della Band “Music from Big Pink” (1968), per molti il capolavoro del gruppo, sembrava provenire dal nulla, fu con questo secondo disco Omonimo che la Band prese il volo. Il gruppo più coeso e compiuto, con uno sforzo maggiore e consapevole, assume le fisionomie di vera band. Abbandonando la miscela sgangherata, per quanto eccezionale del primo lavoro, il suono delle dodici canzoni che compongono questa pietra miliare assume una linea più marcata e personale.

Una Band speciale sotto molti punti di vista: per il nome (l’unico veramente incondizionato), per la provenienza geografica, per le peculiarità dei componenti: un batterista che suona il mandolino, un organista che suona il sassofono, un bassista che suona il violino e un pianista che suona la batteria. L’unico normale è il chitarrista Robbie Robertson, che però è un eccellente strumentista, oltre che autore di gran parte delle canzoni e leader a tutti gli effetti. Appunto, una Band con un leader non cantante: le voci affidate al batterista, al pianista e al bassista. Una Band di purissima americana costituita per quattro quinti da canadesi. In una parola: un miracolo.

Più dell’esordio di Music From The Big Pink, questo secondo album omonimo è il solco più profondo scavato nelle viscere dell’America ancenstrale, dalle fondamenta di ragtime, bluegrass, jazz fumoso, rhythm’n’blues e folk da campo. Un uovo concetto di country-rock, diranno i critici contemporanei. Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson e Richard Manuel ci arrivarono dopo aver sudato come The Hawks al fianco di Ronnie Hawkins e con Dylan nella basement, ma ci giunsero essenzialmente “da soli”, con un insieme di cultura, grazia a passionalità che non verrà mai eguagliato. Immagini calde e fascinose, il Grande Romanzo Americano nella sua essenza più nobile.
Across The Great Divide, Rag mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down, Up On Cripple Creek e Rockin’ Chair sono scritte sul Libro della Vita.
Oggi non ne resta nessuno di quei prodigiosi figli americani: Manuel si è impiccato, Danko è morto nel sonno. Robertson è morto di cancro, Helm se ne andato nel 2012 e Hudson a gennaio del 2025. (Aggiornato)

Questa è musica senza tempo.