Quella strana cosa che è l’umanità

Ma alla fine che cosa è un umano? Che cosa lo rende propriamente tale? Che cosa significa essere degli esseri umani? Se occorresse ricavare una sola lezione, sarebbe questa: tra essere qualcosa e significare qualcosa c’è una bella differenza. Che cosa significa essere umani? C’è un solo modo per stabilirlo: intersoggettivamente, come accade per il significato delle parole e per il senso della vita. Tornerò a domandarmi che cosa significa essere degli esseri umani e, in prospettiva, quale sia “il senso della vita”, provando a suggerire alcuni elementi di risposta in vista di futuri negoziati, appunto, intersoggettivi. Per ora mi accontento di riepilogare in che cosa consiste l’umanità dell’uomo: è l’esperienza di un animale dotato di facoltà come l’immaginazione, il linguaggio, la coscienza, la capacità scientifica, il senso morale e un certo margine di libertà – caratteri che distinguono la nostra specie da tutte le altre.

Due cose, però vanno assolutamente chiarite. Riconoscere che l’essere umano è una specie “unica” o “eccezionale” non vuol dire che lo saremmo da ogni punto di vista né, tantomeno, che gli esseri umani sarebbero moralmente superiori alle altre creature viventi. Significa solo che gli esseri umani posseggono al di là di ogni ragionevole dubbio, almeno in forma potenziale, certe capacità cognitive e certe abilità che non si riscontrano altrove nel regno animale. Forse (anzi è probabile) alcune specie se la possono vedere con l’uomo in termini di intelligenza bruta, ma l’intelligenza non è una delle facoltà esclusive che definiscono l’uomo. Anche gli “scemi”, se posso esprimermi così, sono a tutti gli effetti degli esseri umani umani: anche loro partecipano della coscienza, del linguaggio, dell’immaginazione (senza dimenticare che gli intelligenti, a volte, sono moralmente “ottusi”).

In secondo luogo, essere degli esseri umani non significa sempre, purtroppo, partecipare dell’“umanità”. Altrimenti saremo tutti buoni, generosi, tolleranti e pacifici, e il mondo sarebbe un posto meno atroce. In altre parole, ci è dato scegliere, almeno in linea di principio, se essere o diventare “più umani” o “meno umani”. Uso il termine “umano” in modo puramente descrittivo e scientifico, senza connotazioni etiche, normative o ideologiche. Continua a leggere questo interessante articolo su Il Tascabile.

Appunti Corti #27

E’ piacevole venire a conoscenza di belle e buone azioni. E’ stata aperta un’asta per la vendita di 428 terreni a uso agricolo presenti sull’intero territorio nazionale per un totale di oltre 11mila ettari agricoli abbandonati in tutta Italia. L’iniziativa è promossa da ISMEA, Istituto Servizi per il Mercato agricolo e Alimentare nata per rimettere in circolazione terreni agricoli fermi a causa di operazioni fondiarie fallite. I terreni agricoli sono offerti con condizioni di accesso agevolate ai mutui per i giovani agricoltori, facilitando l’ingresso delle nuove generazioni nel settore agricolo e garantendo la possibilità di costruire piani di ammortamento delle spese per un periodo fino a trenta anni a tassi controllati. Le agevolazioni sono indirizzate ai giovani imprenditori agricoli che si è insediano per la prima volta in un’azienda agricola, in qualità di impresa con la maggioranza assoluta di amministratori di età compresa tra i 18 e i 41 anni. Per quanto riguarda il costo del terreno questo potrà essere ridotto di un quarto rispetto al valore fissato per il primo tentativo di asta ed essere assegnato in un secondo o terzo tentativo a prezzi fortemente ribassati.

Van Morrison – Veedon Fleece (1974)

Tornato in Irlanda nel 1973 e suggestionato nel rivedere i luoghi della propria adolescenza, Van trova l’ispirazione per un album concept estremamente personale. Non vi sono note di copertina o interviste a spiegarlo, ma si capisce che le varie canzoni sono in un ordine preciso, con frasi che si ripetono da un brano al successivo, in modo da formare la storia di un ragazzo che dapprima sogna una vita fantastica, popolata da eroi e da poeti, poi parte deciso incontro alla vita reale come se andasse incontro ad una avventura (la ricerca di un immaginario vello di Veedon). Seguono le esperienze e le disillusioni. Alla fine c’è il ritorno al paese natio ed un amore che curerà le ferite. Ad accompagnare il cantante c’è una versione snellita della Caledonia Soul Orchestra. Il suono è curato, ma rarefatto, ricordando un po’ tutti gli album precedenti. Infatti per ogni canzone c’è uno stile diverso, eppure l’opera conserva un carattere fortemente unitario. Rispetto ad Astral Weeks, cui quest’opera è stata paragonata, essa è molto più sfaccettata, più costruita e meno originale. L’accompagnamento strumentale è infatti semplice e tradizionalista, più ancora che nei due album in studio precedenti. I testi e le parti vocali sono estremamente personali. E’ un disco che, pur non essendo musicalmente difficile, richiede un ascolto raccolto, al buio, per essere penetrato.

Prima che Veedon Fleece arrivasse nei negozi, era stato già ultimato ed annunciato il suo successore, dal nome “Mechanical Bliss” e dal tono opposto, gaio e spensierato. L’album non fu mai pubblicato.

Artefatti di Internet #26 – Space Jam (1996)

Il sito web utilizzato per promuovere il film Space Jam del 1996 includeva giochi, libri da colorare, quiz e persino un tour a 360 gradi del “Jordan Dome”. Un gruppo disordinato di cinque designer e produttori con sede a New York è stato incaricato di creare il sito web del film. La maggior parte dei dirigenti della sede centrale della Warner in California non capiva o non si preoccupava particolarmente di Internet, dando al team libero sfogo per sperimentare con poca supervisione. Inizialmente il team di cinque persone non conosceva l’HTML e per iniziare aveva acquistato il libro Teach Yourself Web Publishing with HTML in 14 Days.

Alcune parti della galassia non possono essere viste ad occhio nudo. Lo stesso vale per il sito web di Space Jam del 1996.
Per pensare a questo livello, possiamo iniziare con la struttura del sito web di Space Jam. Navigando nel sito, la homepage presenta una navigazione orbitale con pagine collegate tra loro come pianeti chiusi in una cintura gravitazionale. Per ciascuna di queste pagine, possiamo visualizzare l’origine per sbirciare cosa si trova sotto il front-end rivolto all’utente. Questa azione può rivelare commenti HTML, come briciole di pane testuali lasciate dai creatori del sito web venti anni dopo. (continua)

Il Buddambulo #10

La tradizione filosofica dominante in Occidente tende (nel mondo greco a partire da Platone, che ha influenzato in maniera determinante il Cristanesimo; nel mondo moderno a partire da Descartes) a separare corpo e anima, materia e spirito, estensione e pensiero. Spesso il primo termine veniva collegato al male e alla morte, il secondo al bene e all’immortalità. Teoricamente sarebbe quindi possibile separare il bene dal male, la morte dalla vita, combattere contro l’aspetto negativo e far trionfare solo l’aspetto positivo. Ironia della sorte, la società occidentale ha conseguito i suoi più splendidi successi in campo scientifico e tecnologico, mentre in campo spirituale il bilancio è stato più discutibile.

All’opposto i filosofi monisti, che riducono tutto il reale a uno solo dei due aspetti (tutto è materia oppure spirito) si trovavano poi in difficoltà a spiegare la complessità della vita in tutte le sue forme. Per il Buddismo invece materia e spirito, corpo e mente, non sono che due aspetti della medesima entità. Questo principio, conseguenza diretta dell’unificazione delle tre verità, è detto unione o inseparabilità di corpo e mente (shikishin funi).

Questo termine compare per la prima volta nel commento di Miao-lo all’Hokke Gengi di T’ien-t’ai. Shiki, contrazione di shiki-ho (fenomeni fisici) indica tutto ciò che può essere percepito esteriormente: in altre parole l’aspetto visibile. Shin, contrazione di shin-po, corrisponde a ciò che è invisibile, alla mente. Funi è l’abbreviazione sia di nini funi (due ma non due) che di funi nini (non due ma due). Ciò significa che corpo e mente appaiono distinti senza esserlo, sono due solo fenomenicamente, ma formano un’unità inscindibile a livello di entità. L’intelletto umano li percepisce e li analizza separatamente; ma agli occhi del Budda sono semplicemente due manifestazioni della stessa realtà.

Solo la psicanalisi ha tentato di superare il tradizionale dualismo, mentre la psicosomatica ha dimostrato come la mente possa influire sul corpo dando origine a molte malattie. Ma il Buddismo si spinge oltre. Non si tratta di stabilire come un fattore influenzi l’altro, perché in questo caso si ragionerebbe ancora in termini dualistici. Non esistono una materia pura e uno spirito puro che interagiscono secondo modalità non ancora del tutto chiarite scientificamente; esiste solo l’entità fondamentale della vita che si manifesta come materia o energia, come corpo o pensiero.

Corpo e mente appartengono al livello fenomenico, l’unicità è il livello della “vera entità”. Ne consegue che, agendo tramite la pratica buddista (a livello di entità), avremo la possibilità di migliorare la nostra salute e di guarire da malattie, sia fisiche sia psichiche, di fronte alle quali la scienza medica si è dimostrata impotente.

Appunti Corti #26

Gente e idee di “Fratelli di taglia”, politicamente non mi sono mai piaciute, ma la gente che vota lega proprio non la digerisco. Anzi, più che la Lega, dico proprio Matteo Salvini. Ma come si fa a votare tanta “poraccitudine”? Un dislessico politico, una banderuola messa sul pennacchio di una barca che stramba continuamente per cercare un refluo d’aria che lo possa sospingere. Più che un politico, lui è un corsaro che mira solo al bottino. Un tipo che se cambiasse idea su amici e affetti per come l’ha sempre cambiata in politica, sarebbe come un lebbroso medioevale preso a sassate appena si avvicina alla cinta muraria di qualsiasi città… Un cazzaro verde (come qualcuno l’ha rinominato) che in un Paese, non dico serio ma appena appena mediocre, starebbe a sbucciar banane per i babbuini. Un “papeetaro” che d’estate non regge nemmeno l’acqua minerale e parla come un tamarro ubriacone.

Unique pieces #1

Perché anche se calpestato ripetutamente il dente di leone non muore? Il segreto della sua forza è nella sua radice lunga e robusta, che si estende in profondità nel terreno. Lo stesso principio vale per le persone. I veri vincitori nella vita sono coloro che, avendo le radici del loro essere a una profondità tale che nulla possa scuoterli, sopportano ripetute sfide e battute d’arresto. (Daisaku Ikeda)

Lizzie No – Halfsies (2024)

Il terzo album della cantautrice, chitarrista e arpista di Brooklyn, New York, Lizzie No è un costrutto. Classificare gli artisti potrebbe rendere più semplice l’organizzazione dei negozi di dischi e delle playlist, ma non esiste un termine che possa definire un artista, men che meno uno come Lizzie No.

Si potrebbe dire che Lizzie No fa musica “americana”, in quanto il suo lavoro attinge ai ritmi e alle tradizioni del blues, del folk e del country. Mostrando un’innegabile influenza indie che le permette di muoversi frequentemente e senza soluzione di continuità tra circoli musicali sovrapposti.

Si potrebbe dire che Lizzie No scrive canzoni di “protesta”, in quanto donna nera e queer, la sua intera esistenza è una protesta vivente, respirante e cantata contro un genere e un paese che sono riluttanti a fare i conti con le fondamenta stesse su cui sono stati costruiti.

Il modo meravigliosamente intricato di scrivere canzoni di Lizzie No risplende in queste undici canzoni, con il personale e il politico che si intrecciano l’uno con l’altro con la stessa naturalezza del suo patchwork di influenze. L’album funge da conversazione vivente tra le ispirazioni musicali e letterarie di No, riflettendo la sua venerazione per le grandi voci che l’hanno preceduta, da Lucinda Williams a Toni Morrison, e la sua ricerca di una connessione tra loro.

Ascolta l’album

James Cotton: l’armonica d’oro del Blues

Il 1° Luglio del 1935, a Tunica, nel Mississippi, U.S.A., nasceva il grande armonicista e vocalist Blues James Cotton. Iniziò a suonare l’armonica a bocca molto presto e fu allievo di Sonny Boy Williamson II, musicista con il quale iniziò anche ad esibirsi in tour. Per 12 anni armonicista di Muddy Waters, il suono potentissimo e una presenza sul palco unica e irripetibile rendono James Cotton uno degli armonicisti più apprezzati al mondo e sicuramente uno dei più ispiranti. Nel 1966 formò la propria Blues band, iniziando lunghe tournèe in tutti gli Stati Uniti, e raggiungendo presto il successo. Negli anni ’70 ed ’80 venne riconosciuto come il miglior armonicista Blues in attività, molto apprezzato anche come vocalist ed entertainer, partecipò ai più grandi Festival Blues americani ed europei e vinse anche alcumi “Grammy Awards” sia come compositore, che come armonicista e show man. Oltre al sound acustico, davvero inarrivabile, James Cotton ha anche una gamma di fraseggi interessanti e dotati di una personalitè straordinaria è soprattutto quando suona sincope mozzafiato o frasi incalzanti dove ogni nota è dotata di un attacco stellare. Soprattutto come band-leader, James Cotton è la dimostrazione pratica di che cosa riesca a fare un ottimo suono acustico: Cotton infatti si esibisce quasi sempre usando un microfono da voce collegato direttamente all’impianto, anziché passare per l’amplificatore. Di lui restano una ventina di dischi come leader ed una cinquantina di dischi nei quali è ospite di altri grandi musicisti. Morì ad Austin, nel Texas, nel 2017.