50 Libri da leggere assolutamente

Il sito Hello! World ora dismesso, ha stilato diversi mesi fa, due liste che raccolgono 50 nomi di libri e di film che reputano di grande importanza. Quella che vediamo oggi è: “50 Libri da leggere assolutamente”, la prossima sarà: “50 Film da vedere assolutamente”.

Lo sappiamo bene, i libri da leggere, quelli da non perdere, sono infiniti. Non basterebbe una vita per leggere tutti i libri più importanti. Questa lista quindi, va presa come un semplice suggerimento senza nessuna altra pretesa.

La lista è in ordine alfabetico.

1 – 1984, George Orwell
2 – A scuola dallo stregone, Carlos Castaneda
3 – Bhagavadgītā
4 – Cent’anni di solitudine, Gabriel García Márquez (da non perdere anche L’amore ai tempi del colera)
5 – Cyrano de Bergerac, Edmond Rostand (commedia teatrale)
6 – De profundis, Oscar Wilde (anche Il ritratto di Dorian Gray, l’importanza di chiamarsi Ernesto)
7 – Delitto e castigo, Fedor Dostoevskij (anche Memorie dal sottosuolo, I fratelli Karamazov e Il giocatore)
8 – Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Raymond Carver
9 – Donne spezzate, Simone de Beauvoir (anche Le belle immagini)
10 – Fahrenheit 451, Ray Bradbury
11 – Favole al telefono, Gianni Rodari
12 – Frammenti di un discorso amoroso, Roland Barthes
13 – Full of life, John Fante (anche Aspetta primavera Bandini!, e tutta la saga di Artuto Bandini)
14 – Gargantua e Pantagruele, François Rabelais
15 – Il cinema secondo Hitchcock, François Truffaut
16 – Il codice dell’anima, James Hillman
17 – Il conte di Montecristo, Dumas (anche I tre moschettieri, Vent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne)
18 – Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati
19 – Il libro dei morti tibetano
20 – Il maestro e Margherita, Michail Bulgakov
21 – Il mambo degli orsi, Joe Lansdale (anche Mucho Mojo e tutta la saga di Hap e Leonard)
22 – Il pasto nudo, William Burroughs (anche La scimmia sulla schiena e La macchina morbida)
23 – Il senso di una fine, Julian Barnes
24 – Il vagabondo delle stelle, Jack London
25 – I sotterranei, Jack Kerouac (anche Sulla strada e I vagabondi del Dharma)
26 – Jules e Jim, Henri-Pierre Roché
27 – L’amante di Lady Chatterley, David Herbert Lawrence
28 – L’arte della gioia, Goliarda Sapienza
29 – L’isola di Arturo, Elsa Morante
30 – L’urlo e il furore, William Faulkner
31 – La gioia di scrivere Tutte le poesie 1945-2009, Wislawa Szymborska
32 – La tempesta, William Shakespeare (anche Amleto, Otello, Sogno di una notte di mezza estate e il Giulio Cesare)
33 – La vera storia del pirata Long John Silver, Björn Larsson
34 – La versione di Barney, Mordecai Richler
35 – L’arte di essere felici esposta in 50 massime, Arthur Schopenhauer
36 – Le Poesie, Pablo Neruda
37 – Le Straordinarie Avventure Di Pentothal, Andrea Pazienza
38 – Lezioni Americane, Italo Calvino
39 – L’inverno di Frankie Machine, Don Winslow (anche Il potere del cane)
40 – Lo straniero, Albert Camus
41 – Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar
42 – Miti e dei dell’India, Alain Daniélou (anche Shiva e Dioniso e Le vie del labirinto, ricordi d’oriente e d’occidente)
43 – Mondo nuovo, Aldous Huxley (anche Le porte della percezione e La filosofia perenne)
44 – Orgoglio e Pregiudizio, Jane Austen
45 – Per chi suona la campana, Ernest Hemingway
46 – Poesie a Casarsa, P.P. Pasolini
47 – Post Office, Charles Bukowski
48 – Reparto N. 6, Anton Cechov
49 – Tropico del Cancro, Henry Miller (anche Tropico del Capricorno, Primavera nera, Il colosso di Marussi e Big Sur, Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch)
50 – Uomini e topi, John Ernst Steinbeck

Frammenti d’inverno #3/4

Nel cuore dell’inverno restiamo a tu per tu con l’essenza intima del mondo. Poche le distrazioni, assenti i colori, elusivi gli odori, troviamo solo geometrie essenziali e il silenzio nella sua forma più raffinata. (Fabrizio Caramagna)

Miles Davis

Nel periodo che va dagli anni Cinquanta al decennio successivo, il jazz attraversò una stagione di straordinaria e dirompente creatività, scandita da alcune personalità di eccezionale valore, musicisti in grado di portare a definitiva maturazione il potenziale della musica afroamericana, musicisti capaci di produrre non solo uno stile, ma una vera e propria «visione» del mondo. Primo fra tutti Miles Davis.
Davis (trombettista, compositore, arrangiatore) è stato un maestro oscuro e regale, un artista dal segno inconfondibile e penetrante. Nei quasi cinquant’anni della sua carriera ha saputo illustrare, con l’evoluzione del suo suono (prima ispirato apprendista del be-bop, poi ombra sottile del cool, poi guru del jazz modale, leader del piú famoso quintetto del jazz moderno, voce misteriosa e notturna e infine trasgressivo contaminatore), il passare delle epoche e degli stili. Ha quasi sempre anticipato il modificarsi delle sensibilità, senza mai adeguarsi alle correnti, piuttosto inventandone, costringendo gli altri a seguire e percorrere le strade da lui indicate. Modernizzatore, organizzatore di talenti e di creatività, Davis ha dilatato la lezione del jazz attraversando le trame culturali del secolo, trasportando la cultura afroamericana al centro esatto del tempo, rappresentato da un’altera e aristocratica purezza, facendo diventare «jazz» qualsiasi materiale sonoro e al tempo stesso costringendo il jazz a una costante ridefinizione dei propri confini.
Nella sua musica scorre il racconto dell’America nera: il ghetto, la violenza, ma anche la fama e la ricchezza, le donne e la droga, l’arte e il malessere, la ribellione e l’apatia di un popolo, il dandismo raffinato e soprattutto la definitiva e non compromissiva emancipazione artistica del suono jazzistico. Miles e come Muhammad Ali, come i discorsi di Martin Luther King, i guanti neri delle Pantere nere di Malcolm X, o la chitarra di Jimi Hendrix, icone di una cultura che negli anni è uscita dai confini fisici e razziali degli Stati Uniti d’America, producendo una sfuggente universalità nella quale si sono riconosciuti uomini di ogni provenienza e intere legioni di musicisti, che non solo hanno fatto tesoro del suo inimitabile stile ma che ne hanno innanzitutto imparato la straordinaria lezione creativa. Davis ha praticato una costante mobilità, evitando che la sua musica si immobilizzasse, diventasse essa stessa «storia».
Nato ad Alton, nell’Illinois, il 26 maggio del 1926 e scomparso il 28 settembre del 1991, Davis è entrato nella leggenda del jazz come trombettista, ma la sua influenza sulla musica contemporanea è dovuta anche al suo lavoro di ispiratore, di bandleader e di compositore. La sua ossessione era la costante mobilità del segno musicale. Mai ripetere e mai sprecare una nota, sembrava sottintendere in ogni performance, e questa naturale vocazione gli ha permesso di attraversare stili e periodi imponendo nuove regole, posizionato sempre all’avanguardia, attento alle possibili nuove strade offerte di volta in volta dagli sviluppi della tecnologia e della creatività. «Quando sento i musicisti di jazz di oggi che suonano le stesse cose di tanti anni fa, mi sento triste per loro. Voglio dire, è come andare a letto con una persona vecchia che puzza anche di vecchio… io amo le sfide, le cose nuove, mi dànno energia», diceva senza mezzi termini Davis, dipingendo la sua ansia del nuovo come una irrinunciabile necessità.

Artefatti di Internet #15 – Prima webcam (1993)

La prima webcam è stata installata nella Trojan Room del laboratorio informatico dell’Università di Cambridge, con l’obiettivo puntato su una caffettiera. I ricercatori hanno creato il feed in modo da poter controllare lo stato della caffettiera senza lasciare la scrivania. Inizialmente, per guardare lo streaming era necessario scaricare un programma chiamato XCoffee, ma nel 1993 il feed in bianco e nero – che aveva solo un frame rate di 3 fotogrammi al minuto – fu reso disponibile sul web. Milioni di persone finirono per guardare la caffettiera online nel corso degli anni ’90.

Per permettere alle persone che lavoravano nell’edificio di verificare che la caffettiera non fosse vuota prima di recarsi nella stanza per prendere un caffè, è stata installata una telecamera che forniva un’immagine dal vivo a tutti i computer desktop collegati alla rete dell’ufficio. Dopo che la fotocamera è stata connessa a Internet alcuni anni dopo, la caffettiera ha acquisito notorietà internazionale come caratteristica del nascente World Wide Web, fino a quando non è stata dismessa nel 2001. (continua…)

Fragilità

La fragilità è il grande tabù del nostro tempo: entrare in contatto con la propria fragilità, quindi essere in grado di sentire anche quella dell’altro, è difficile. È importante sentire la fragilità – come recita Mariangela Gualtieri – perché “è breve il tempo che resta“.

Quindi che senso ha essere duri? Perché sprecare energia nell’indifferenza? Nel togliere la parola ad una persona che abbiamo amato, o nell’umiliare l’altro, quando un dolore non trova la sua via di uscita? In quanto modi, ci feriamo. Forse la tenerezza è proprio questo: il legame di consapevole finitezza, con la vita.

C’è qualcosa di molto misterioso nel fatto di sentirsi toccati da qualcuno, o provare tenerezza per qualcuno. Le persone e le cose, si illuminano nella loro semplicità.

È scegliere di vivere senza maschere, senza rigidità. E si intensifica, attraverso questa postura, questo sguardo, il nostro desiderio di prenderci cura, di creare protezione, affezione.

Reagire alla ferita del mondo attraverso la tenerezza. Un mantra, che voglio ricordare oggi.

Popular Music (19. Italia: Il prog e fine anni ’70)

PrefazioneIndice

Disco: Tito Schipa – Vivere (1937)

La canzone, ripresa negli anni ’80 da Enzo Jannacci con un’interpretazione ironica e dissacratoria, fu un grande successo del 1937 nell’interpretazione di Tito Schipa che la cantava nel film omonimo di Guido Frignone. Si tratta del canto di gioia di un innamorato abbandonato, ma… inaspettatamente felice della ritrovata libertà. Da questo punto di vista una canzone assolutamente in controtendenza con i tanti cuori spezzati delle canzoni dell’epoca, che con la sua grinta quasi sbruffonesca ben si prestava all’interpretazione dei tenori dell’epoca.

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Disco: Domenico Modugno – Nel blu dipinto di blu (1958)

Questo brano molto più noto come «Volare» trionfò a Sanremo nel 1958. Era sovversivo fin dal modo in cui Modugno lo presentò sul palco: allargando platealmente le braccia quasi a volar via con la sua canzone, in spregio alla compostezza di maniera dei cantanti dell’epoca. E poi quell’urlo liberatorio «Volareee oh oh»… Quel gesto e quel grido provocatorio un vero terremoto nella sonnacchiosa canzonetta degli anni ’50, non ancora destabilizzata dal rock’n’roll e non ancora rivitalizzata dalla canzone d’autore. Forse tre anni dopo, Celentano non avrebbe voltato le spalle al pubblico (orrore!) Cantando, sempre a Sanremo, 24.000 baci, se Modugno non avesse spalancato le braccia. Forse gli «urlatori», senza quel grido, non avrebbero capito quale sarebbe stata la loro strada.

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Anni ’60: dall’America e dall’Inghilterra arriva il rock italiano

Tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60, l’Italia conobbe un’espansione economica enorme, il cosiddetto «boom» o «miracolo economico». L’incremento vertiginoso del commercio internazionale, lo sviluppo industriale grazie alle innovazioni tecnologiche e alla disponibilità di nuove fonti di energia, furono alcuni dei fattori che portarono ad un deciso aumento del tenore di vita delle famiglie italiane con straordinarie trasformazioni negli stili di vita, nel linguaggio e nei consumi. Nasceva la televisione, nelle case facevano la loro comparsa lavatrici e frigoriferi, iniziavano ad avere enorme diffusioni le prime utilitarie (500 e 600 Fiat).
Fu in questa Italia del benessere e del consumismo che, all’inizio degli anni ’60, arrivò il rock’n’roll americano. E lo scandalo fu enorme.
Era musica che portava con sé una grande carica di ribellione, e pur in qualche modo ancora ancorati alla tradizione, i giovani cantanti ne colsero lo spirito. Non si era mai visto un cantante voltare le spalle al pubblico, ma Adriano Celentano (1938) lo faceva e il pubblico, quello adulto, si scandalizzava, così come si scandalizzava alle grintose interpretazioni di Mina (1940) e di tutti gli altri giovani cantanti detti «urlatori» (Betty Curtis, Tony Dallara, Joe Sentieri, il primo Giorgio Gaber, Little Tony) che, accanto a colleghi di grande successo ma non così trasgressivi (Gianni Morandi (1944), Rita Pavone (1945) ecc. «sparavano» la loro voce dai juke box.
Le canzoni, a partire dallo stesso modo di presentarle, volevano esprimere un «disappunto», ovviamente, delle generazioni precedenti che con quei figli ribelli si trovavano a fare i conti.
Tuttavia stiamo ancora parlando di una canzone abbastanza tradizionale nella propria struttura. Il primo deciso rinnovamento arrivò però solo pochi anni dopo, alla metà del decennio, sull’onda del beat giunto dall’Inghilterra.
Il beat italiano costituì così un grande momento di creatività e presa di coscienza. Nonostante tutti i suoi maggiori successi fossero di fatto versioni (cover) di pezzi stranieri cui era stato adattato un testo italiano (spesso assai diverso dall’originale), importante fu il fatto che questi gruppi si rendessero conto di come attraverso le canzoni si potessero veicolare idee e opinioni, non solo storie d’amore.
Tra i principali esponenti del beat italiano vi erano, curiosamente, diversi gruppi inglesi giunti sulla scia del successo dei Beatles e poi rimasti nel nostro Paese. Si chiamavano Sorrow, Renegades, Motowns o Primitives. Tra tutti, i più famosi furono i Rokes

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Disco: Rokes – ma che colpa abbiamo noi (1966)

Questa canzone è uno dei manifesti del beat italiano. Si tratta della versione italiana (firmata da Mogol) di un brano del cantautore americano Bob Lind. Offre le prime composte, educate, rivendicazioni generazionali: «Sarà una bella società/fondata sulla libertà/però spiegateci perché/se non pensiamo come voi/ci disprezzate… come mai?». E ancora: «Se noi non siamo come voi/una ragione forse c’è/e se non la sapete voi/ma che colpa abbiamo noi?». Come si può vedere, ben altra violenza, negli anni, avrebbero espresso certe rivendicazioni giovanili (si pensi al punk), ma allora, per cominciare a muovere le coscienze, andava bene ance così.

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Da quel ricchissimo panorama musicale, popolato anche da celebri band italiane come Equipe 84, Nomadi, Ribelli, Corvi, Bisonti, Delfini e molti altri, prese il via il rock italiano, negli anni quasi sempre modellato sulle influenze anglosassoni, ma a volte di una grande originalità riconosciuta anche nei paesi ove il rock era nato.

Anni ’70: prog e i suoi fratelli

Come detto, il rock italiano (e quello dell’Europa continentale in genere) è figlio di quello anglosassone. Tuttavia particolarmente interessante fu – nei primi anni ’70 – la nostra scena progressive.
Mentre l’hard rock non fece molti proseliti tra i musicisti di casa nostra, gruppi inglesi come Genesis, yes, Jethro Tull o King Crimson, rappresentavano invece un modello per moltissime band italiane. Tuttavia, gruppi come Premiata Formerai Marconi (o PFM), Banco del Mutuo Soccorso (BMS), Osanna o Orme, non si limitarono ad imitare uno stile, ma coniugarono, con una perfezione mai più raggiunta dal nostro rock, stilemi anglosassoni e tradizione musicale italiana: quella popolare e folklorica (Osanna), quella classica (le Orme e i New Trolls) e quella del melodramma e del barocco (BMS e PFM).

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Disco: PFM – Per un amico (1971)

C’è stato un momento in cui gli italiani hanno cercato una strada italiana al rock, senza limitarsi a ripetere pedissequamente i modelli anglosassoni. Splendido esempio, questi spariti ricchissimi di inventiva e creatività in cui non è difficile rintracciare momenti assolutamente italiani. Ci sono la tarantella e il melodramma, il gusto peer la melodia e tutto il nostro sole. Le costruzioni dei brani sono piuttosto complesse, hanno righe parti strumentali caratterizzate dai timbri desueti di flauto e violino, e in alcuni casi lunghe durate, eppure, all’ascolto, la musica fluisce con grande naturalezza e facilità. Un lavoro che seppe affascinare gli ascoltatori stranieri, oltre che quelli italiani, e che a distanza di decenni conserva ancora intatta la freschezza e l’originalità che hanno influenzato generazioni di musicisti a venire.

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Fine anni ’70: largo all’avanguardia

Come avvenne in tutto il mondo, anche in Italia l’avvento del punk sconvolse la scena musicale della seconda metà degli anni ’70. In molti centri nodali: a Bologna, Firenze e Pordenone  soprattutto, ma anche a Milano, Roma e Napoli conobbero una scena simile più o meno. Si misero in luce molti gruppi come: Gaznevada, Skiantos, Litfiba e poi Windopen, Caffè Caracas o Tampax, stanchi di tutto ciò che il rock e la canzone d’autore avevano propinato fino a quel momento.
Tra le esperienza più valide, vanno citati i bolognesi Skiantos che furono precursori del cosiddetto genere demenziale che poggiava le proprie solide basi teoriche sulle intuizioni del giovanissimo leader Roberto «Freak» Antoni (1954 – 2014).

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Disco: Skiantos – Monotono (1978)

Dopo il debutto di «Inascoltabile», questo secondo album degli Skiantos fu un autentico manifesto contro i cantautori impegnati e il rock più stantio. Un manifesto scritto con un linguaggio volutamente «basso», fatto di rime baciate e testi stupidi che forse non volevano essere altro, o forse nascondevano molto di più. Testi che ridicolizzavano e sdrammatizzavano una musica spesso dura (punk, dopo tutto): «Le massaie fan la code/per comprare la mia broda/e per essere alla moda/io ci metto anche la soda» (Epdadone), «Io me la meno/di notte mi dimeno/domani prendo il treno/e vado fino a Sanremo» (Io me la meno), o «Se tu bruci una banca/il direttore poi si sbianca/dagli in testa anche una panka/e vedrai che poi la pianta!) (Panta Rock).

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L’autentica filosofia del punk (per non dire la dottrina politica del movimento) fu invece adottata dagli anni ’80 in poi, da band che vissero essenzialmente nelle cantine senza quasi mai assurgere a una qualche popolarità se non di nicchia (escludendo forse il solo caso degli emiliani CCCP)

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Ipse Dixit: «Decisi insieme ai mie amici, spronato dalla musica che usciva dalle cantine, di mettere in piedi una band. Il nostro modello erano gli Skiantos e i Gaznevada, mi piaceva il nonsense demenziale di Freak Antoni & Co. Rimasi rapito dalle loro idee. Personalmente fui spronato dalla scena bolognese e dal punk a mettere in piedi una band. Mi sentivo coinvolto dal messaggio crudo e diretto del punk: tutti potevano suonare anche se non sapevano suonare anche se non sapevano tenere in mano nessuno strumenti. L’importante era esporsi e metter a nudo la propria creatività.»

(Luca carboni in O. Rubini – A. Tinti «Non disperdetevi»)

Ascolta quindici brani su radioscalo.

Le migliori fotografie del mondo

La Sony ogni anno organizza un concorso fotografico denominato World Photography Award. Il concorso si articola in dieci categorie: dal viaggio al movimento, dal lifestyle al ritratto fino alla fotografia creativa e al paesaggio.
Si tratta delle migliori foto scattate nel corso del 2023: in tutto ci sono state 395 mila candidature.
Il vincitore assoluto verrà invece proclamato il 18 aprile quando a Londra si terrà la cerimonia di premiazione.

Pubblico le prime due foto vincitrici dell’Open del Sony World Photography Awards 2024, il resto le trovate nel link pubblicato a fine post.

Per la categoria “architettura” ha vinto la fotografia “Falling Out of Time” di Ana Skobe, che raffigura un faro stagliato contro un cielo limpido al crepuscolo.

Per “fotografia creativa” è stata premiata invece la fotografia scattata da Rob Blanken, che ha immortalato cristalli di aminoacidi B-alanina.

Le restanti fotografie sono visibili QUI

Sito italiano dedicato a Vincent Van Gogh

Van Gogh Gallery è un sito italiano dedicato al pittore Vincent Van Gogh che raccoglie dipinti, acquerelli e opere grafiche. E’ una raccolta veramente completa, permette infatti di sfogliare online quasi mille opere dell’artista.

Per accedere alla galleria si seleziona la sezione “opere”, si cerca poi il dipinto con un pratico motore di ricerca, per nome, per anno di realizzazione, per luogo di creazione o per locazione attuale. Degna di nota anche la “Biografia” dell’artista, che ne descrive la vita anno per anno in diversi capitoli.

Il portale è realizzato da un negozio che vende riproduzioni di alta qualità, ma non per questo deve scoraggiare, e merita almeno una visita.

Al di là che questo pittore possa piacere o no, è una raccolta che rende onore alla Rete.

Link per vedere il portale