Non esiste deriva più disumana di uno Stato che decide di burocratizzare persino il dolore terminale. La nuova disciplina sul fine vita è un concentrato di crudeltà, ignoranza e sperequazione sociale. Affidare la decisione finale a un comitato nominato dal governo significa trasformare un diritto umano fondamentale in un’esaminazione politica. I tempi della burocrazia si sovrappongono a quelli della sofferenza: dovrai aspettare fino a 240 giorni per una risposta, come se il dolore atroce potesse essere messo in pausa. Se la domanda viene respinta, scatta la condanna: quattro anni di attesa forzata prima di un nuovo tentativo, un tempo che per molti malati terminali equivale semplicemente a un’eternità impossibile. Come se non bastasse, l’accesso a questa scelta viene delegato al settore privato, tagliando fuori chi non ha risorse e trasformando un atto di civiltà nell’ennesimo business sulla pelle dei cittadini.