Popular Music (9. Il Jazz degli anni ’50 e ’60)

Prefazione Indice

Il Jazz degli anni ’50 e ’60

Se il cool aveva preso piede soprattutto in California, a New York il be bop si evolse nell’hard bop, una forma più ‘distaccata’ e impassibile. Certo non rilassata come il cool, ma nemmeno frenetica come il be bop.
Questo nuovo stile è caratterizzato dal punto di vista ritmico, non a caso alcuni dei gruppi più interessanti del periodo sono guidati da batteristi (Art Blackey, Max Roach, Elvis Jones, Philly Joe Jones e altri) dei quali il jazz studiò nuove strade.

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Disco: Joni Mitchell – Mingus (1979)

In un colpo solo ci si occupa di un grandissimo del jazz come Charles Mingus e una cantautrice, Joni Mitchell, che nei tardi anni ’70 sarebbe stata protagonista di un entusiasmante incontro tra jazz e canzone d’autore. Per questo disco, la cantante accettò l’invito dello stesso Mingus ad interpretare alcune sue composizioni scritte appositamente. Il risultato è esaltante, anche grazie all’apporto di grandissimi musicisti come Herbie Hancock (tastiere), Wayne Shorter (sax, Don Alias (percussioni), Peter Erkine (batteria) e Jaco Pastorius (basso). Mingus però non vide mai realizzato il disco: morì poche settimane prima dell’inizio delle registrazioni. Dal tour con il quale la Mitchell portò il lavoro in concerto venne tratto un doppio album live epocale intitolato ‘Shadows and light’.

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Nel 1959, il sassofonista Ornette Coleman (1930 – 2015) pubblicò l’album ‘Shape of jazz to come’, un autentico pugno in faccia agli appassionati di jazz. In esso, la musica era diventata, semplicemente, free, libera; non aveva più regole, gli strumenti non rispettavano né tempi né tonalità, per molti non era neanche musica.
Era free jazz.
In effetti, essa liberava totalmente i musicisti dalle strutture armoniche, melodiche e ritmiche tradizionali. L’improvvisazione era totale e i jazzisti potevano inventare i loro percorsi assieme (ognuno seguendo la propria idea musicale) o singolarmente.
Era, insomma, una ribellione verso ogni schema formale precostituito che andava di pari passo con la ribellione che scendeva nelle piazze contro la guerra e per la conquista dei diritti civili da parte dei neri.
In effetti, musicista come il trombettista Don Cherry (1936 – 1995), il pianista Cecil Taylor (1929 – 2018), i sassofonisti Anthony Braxton (1945) e Albert Ayler (1936 – 1970) o il gruppo degli Art Ensemble of Chicago poggiavano la loro proposta artistica su solide basi ‘ideologiche’ prima ancora che musicali.

Se Ornette Coleman aveva aperto la strada del free jazz, John Coltrane (1926 – 1967) indicava una direzione leggermente diversa.
Anche il suo era un jazz molto libero, ma non aveva abbandonato del tutto i vincoli dell’armonia: il suo era un sax che spesso gridava, ma la sua musica era quasi sempre ordinata e accessibile. Era nuova, ma non sovversiva.
Quella di ‘Trane’ fu una vicenda artistica brevissima. La sua attività cominciò a 29 anni e si concluse con la sua scomparsa ad appena 40, solamente undici anni, ma fondamentali per la storia del jazz.
Il suo approccio al sassofono era diverso e nuovo: più istintivo e più arrabbiato. Inevitabilmente, divise critica e pubblico in una disputa senza fine. Dopo altre esperienze discografiche, nel 1964 Coltrane realizzò il suo capolavoro, ‘A love supreme’. Il disco ebbe un successo di vendite degno di un album rock, venne osannato dalla critica e adorato da pubblico e musicisti non solo jazz. 

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Disco: John Coltrane – A love supreme (1964)

Un vecchio detto recita che se nel jazz devi cominciare da qualche parte, non puoi far altro che partire da qui. In effetti, stiamo parlando di un lavoro che rappresenta la vetta artistica di uno dei maggiori jazzisti della storia. E’ un disco fortemente spirituale, influenzato in maniera determinante dal misticismo religioso che pervadeva Coltrane, strettamente legato ad un suon momento di rinascita umana ed artistica dopo anni di dipendenza da alcol ed eroina. Si tratta di un’opera straordinaria in cui il sax tenore grida, si contorce e alla fine si libera, nel finale, raggiungendo apici di indicibile dolcezza, cercando di mostrare a tutti cosa voglia dire essere toccati da un ‘amore supremo’ dopo una vita travagliata.

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Il trombettista Miles Davis (1926 – 1991) è stato un personaggio fondamentale nella storia del jazz che egli ha visto (e creato) da protagonista per quasi mezzo secolo.
Pur non esente dai comuni problemi di tossicodipendenza, a differenza di tanti grandi colleghi ebbe una carriera lunghissima continuamente mossa da una curiosità che lo ha portato ad esplorare (spesso prima di tutti gli altri) i più diversi territori del jazz e non solo.
Nel 1948, in anticipo sui tempi, con il suo primo gruppo, alle prese col cool. Messo fuori gioco per alcuni anni dall’eroina, nella seconda parte degli anni ’50 realizzò album storici come ‘Millestones’ e soprattutto ‘Kind of blue’, Negli anni ’60 esplorò poi l’hard bop, cominciando la grande rivoluzione che lo vide protagonista alla fine del decennio: l’incontro del jazz con la strumentazione elettrica e quindi con il rock. Proprio a seguito di questa intuizione, con due dischi storici come ‘in a silente way’ e ‘Bitches brew’.
Questa ‘nuova musica’ che venne chiamata jazzrock (o rockjazz) non venne accettata dai puristi, ma milioni di ascoltatori e migliaia di musicisti impazzirono per questi nuovi suoni.

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Disco: Miles Davis – In a silent way (1969) 

Ascoltare questo disco è facile. La musica scorre fluida e accattivante. Nonostante vi suonino alcuni tra i maggiori musicisti della storia (da Wayne Shorter a Chick Corea, da Herbie Hancock a John McLaughlin, da Joe Zawinul a Dave Holland) non vi sono assolo, e anche la tromba di Davis suona poche note, non ci regala alcun virtuosismo ma un’intensità e un’espressività che è propria solo dei grandi. ‘In a silent way’ è fatto di pochissime note, ma ciò che dà profondità ed emozione sono proprio i silenzi, le attese tra una nota e l’altra: la magia di questo lavoro che portò per la prima volta gli strumenti elettrici nel jazz, sta tutta nelle note… non suonate. Nessuno urla, qui Williams carezza i piatti con le bacchette, Mclaughlin, Corea e Hancock scivolano sulle loro tastiere e bisogna ascoltare con attenzione per cogliere i loro arpeggi appena accennati, Shorter sembra solo ‘respirare’, non soffiare, nel suo sax. E Davis, uno che ha urlato spesso, prima e dopo, qui sceglie di esprimersi sottovoce. E quello che ne risulta è magia ed emozione.

Ascolta otto brani su radioscalo

Creazione di messaggi autodistruttivi

Per vari motivi si può avere la necessità di scambiarsi indirizzi postali, di posta elettronica, numeri di telefono e molto altro. Insomma dovete inviare un messaggio importante ad una persona ma non dovrebbe esser visto da altri.

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M9

Particolare delle grandi pareti del Museo M9, o Museo multimediale del ‘900, di Mestre (Venezia).
L’M9 è un museo etnografico e di storia contemporanea, è stato inaugurato nel dicembre 2018. Lo spazio espositivo è concepito come espressione di cultura multimediale, architettura sostenibile, tecnologia, servizi per i cittadini e forme innovative di commercio.

How To Love di Withered Hand (2023)

Sono passati nove lunghi anni dall’ultima volta che abbiamo sentito Withered Hand sull’acclamato LP “New Gods”. Purtroppo il cantautore scozzese Dan Willson è rimasto in silenzio a causa delle sue lotte con problemi di salute mentale. Fortunatamente la fiducia sembra ripristinata e un senso di speranza e apprezzamento per le cose buone che la vita può offrire è tangibile.
“How To Love” è un album straordinario di resistenza umana che trova i suoi brividi nei semplici piaceri della vita e nel viverla nel miglior modo possibile. Ovviamente, è terribile pensare alle lotte di Dan Willson negli ultimi anni, ma credere fermamente nel potere riparatore della musica e sentire quell’esatto processo in azione. Di conseguenza, il ritorno di Withered Hand è una cosa di trionfo e meraviglia.

Ascolta l’album

Password manager o gestore di password

Nel post “Come migliorare la propria sicurezza online“, ho accennato alla Password manager come una protezione avanzata anti-phishing, anti-malware e anti-spam.

Cos’è e come funziona un password manager

Sono programmi e app che archiviano in modo sicuro e crittografato le credenziali (username e password) di accesso ai servizi web (e non solo) in una sorta di cassaforte (“Vault”) virtuale, rendendola disponibile all’utente quando ne ha bisogno.
In poche e povere parole, la Password manager è una “cassaforte” personale privata che contiene tutte le password (ma anche dati personali ecc. ecc.). Questa cassaforte si apre con una sola password (che deve essere abbastanza complessa) la quale si deve obbligatoriamente o per forza ricordare.
Questi servizi si possono usare in diversi modi: via browser, con estensione dello stesso e con applicazione desktop e mobile.
Per una ulteriore sicurezza è consigliabile usare le app e non il browser, in quanto le app sono “sicuramente” accessibili ai soli possessori del Vault, mentre i browser/link e le estensioni, teoricamente, anche se cosa assai difficile, possono essere attaccate da hackers.

I portali che offrono questi servizi sono molti, basta scrivere in qualsiasi motore di ricerca “Password manager o gestore di password” e vi verrà restituita una lista.

Personalmente uso il servizio offerto da Bitwarden per due motivi: perché è un gestore di password open-source, è considerato estremamente sicuro da migliaia di esperti di sicurezza in tutto il mondo in quanto hanno rivisto indipendentemente ogni parte del suo codice sorgente e perché la versione gratuita è pressoché completa e capiente per un utilizzatore privato.

Margherita

Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.
 
(Margherita Hack)

Ci sono poche persone al mondo che lasciano un segno indelebile nel campo della scienza, ma lei oltre a questo è stata grande per la sua immensa umanità.
Margherita Hack è la dimostrazione che quando l’intelligenza va di pari passo con il cuore riesce a dare solo il meglio di sé.
L’eredità ricca di saggezza che le persone di grande spessore scientifico e morale, lasciano ai posteri è di fondamentale importanza e vantaggio per un progresso universale.

Grazie grande donna!

NRC

Altro bel graffito sempre nei pressi della mia abitazione. Un muro anonimo di un box all’interno del Bosco di Mestre, viene ravvivato con dei bei colori e una scritta con delle lettere che, come consuetudine, risulta di difficile decifrazione.

Jeff Buckley

E’ probabilmente il più apprezzato e amato dei cantautori degli anni Novanta, figlio del leggendario Tim Buckley, anche lui tragicamente scomparso in giovane età. Jeff aveva un modo creativo di affrontare la canzone. Affascinato in egual modo dai Led Zeppelin come dal garage rock, dal punk e dalla disco, riusciva a essere un interprete romantico anche quando la progressione musicale era devastata dal suono di una chitarra elettrica distorta.

Era bello, giovane e forte di un album, Grace, del 1994, di cui tutti dissero un gran bene, sia la stampa specializzata sia quella istituzionale. E’ morto nel maggio del 1997 in circostanze mai chiarite fino in fondo.

C’era abbastanza materia emotiva per fare di Jeff Buckley un eroe “guevariano” agli occhi dei ragazzi e delle ragazze che seguono le cose del rock, e altrettanta per imbastire una speculazione discografica, visto il grande bagaglio di registrazioni postume che si sono riversate nel corso degli anni sui fan. Buckley era riuscito fino ad allora a seguire degnamente le orme del padre, distaccandosene in termini stilistici ma facendone rivivere la materia poetica. Autore e interprete sensibile e originale, ha segnato in maniera forte, con la sua breve ma intensa carriera, la produzione dei cantautori degli anni Novanta.

Scaricare quasi 1000 opere di Van Gogh in alta definizione

Il sito del Van Gogh Museum di Amsterdam mette a disposizione per il download decine di opere dell’artista olandese

La grande arte di Vincent van Gogh trasformata in digitale. Il Van Gogh Museum di Amsterdam, la struttura museale dedicata al grande artista olandese, che ospita ogni anno oltre 2 milioni di visitatori, ha deciso di aprire sul proprio sito una galleria virtuale con le opere custodite al suo interno. Tutte dotate di scheda con storia, informazioni e curiosità, certo, ma soprattutto scaricabili in tre diverse dimensioni: small, medium e large.

Troviamo così disponibili per il download numerosi autoritratti del pittore, tra cui il famosissimo Autoritratto con cappello di feltro dipinto nel 1887, ma anche i suoi Girasoli, La Camera di Vincent ad Arles e i Mangiatori di patate. Un totale di quasi mille opere, 986 per la precisione, tra cui dipinti, disegni e bozzetti, di cui trovate una piccola anticipazione nella nostra gallery. Le immagini in questione sono per lo più utilizzabili privatamente, ma circa 200 di quelle caricate sul portale del museo consentono un pieno uso anche sul fronte commerciale.

Link al Van Gogh Museum