Elvis Costello — Imperial Bedroom (1982)

Il vegano Declan Patrick McManus in arte Elvis Costello è senza dubbio il personaggio chiave del pop britannico. Colui che ha restaurato la melodia a colpi di elettricità.
Imperial Bedroom è l’album che più di altri sintetizza la peculiarità della sua scrittura. La sua camera da letto mentale è quanto di meglio il pop costelliano possa offrire.
Le canzoni sono complesse, situate in atmosfere easy-jazz, tra pianto e ironia in un scenario avvolgente, non casuale, dove i brani sono un concentrato di dettagli sonori.
L’album è zeppo di punte di diamante che definisce nitidamente il suo sforzo creativo e la sua volontà di riconsegnare alla melodia una dignità spesso e volentieri calpestata da regole di mercato. I testi sono tutto meno che banali e consolatori.
Costello è uno dei pochi che si rendono conto che il pop non è un fenomeno limitato e introduce delle innovazioni di tipo strutturale e melodico. D’altronde il suo impeccabile gusto estetico ed emotivo non è altro che la regola dei corsi e ricorsi storici. E’ il rincorrersi di una musica tanto mutevole da formare, alla fine, una regola per lo sviluppo storico musicale del pop stesso.
Il disco, va ricordato, venne accolto dalla critica in maniera entusiastica mentre a livello commerciale si rivelò un flop ma poco contò per Elvis più attento alla forma d’arte che alle vendite.
Grande songwriter.

Train in Vain – Tha Clash #7/10

Dati

Train in Vain è il terzo singolo estratto da London Calling, pubblicato nel 1979. Questo fu il primo singolo dei Clash ad entrare in una Top 30 statunitense e nel 2004 il brano è apparso alla posizione n° 292 nella lista delle 500 migliori canzoni dalla rivista Rolling Stones.

Non solo le parole Train in vain non sono mai citate nel testo, ma nel brano non si parla mai nemmeno di un treno. Il titolo doveva essere Stand By Me, poi utilizzato come sottotitolo, ma i Clash temevano che il loro pezzo si confondesse con l’omonima canzone di Ben E. King.
Alla fine optarono per Train in Vain perché il ritmo del brano ricordava all’autore Mick Jones l’andamento del treno e poi per assonanza con Love in Vain di Robert Johnson, uno dei capolavori del blues che Strummer amava particolarmente.

E’ probabile che Train in Vain sia una risposta a Typical Girls, una canzone delle Slits, il gruppo di Viv Albertine da cui Jones si era appena separato e che trattava lo stesso argomento: donne che stanno a fianco dei loro uomini. Ecco perché la prima strofa del brano recita così: “Dici di stare accanto al tuo uomo/ ma dimmi perché non capisco/ dicevi di amarmi e questo si sa/ però mi hai lasciato perché ti sentivi intrappolata.”

Nel 1995 una cover di Annie Lennox viene prodotta e inserita nel suo secondo album “Medusa”.

È apparsa anche  nell’episodio “Transitions” di The Wire  e nel finale di stagione della terza stagione di  Fresh Meat , nonché nel film  You, Me, and Dupree . È stato utilizzata anche nell’ottava stagione di  Dancing with the Stars, interpretato da Ty Murray e Chelsie Hightower per un Cha Cha.

“Train in Vain” è apparso nel video skate  Almost: Round Three  durante la parte di Rodney Mullen. È anche presente nella colonna sonora del videogioco  NCAA Football 2006, oltre ad essere disponibile come traccia scaricabile nel  gioco Rock Band  .

La canzone è stata inclusa come parte della colonna sonora di  Grand Theft Auto: Philippines  e  Grand Theft Auto: Manila City Stories  nella stazione DWJM Rock Radio.

Pensiero

La storia di Train in vain è sintomatica di come un gruppo come i Clash se ne sbatteva altamente delle dinamiche discografiche, privilegiava l’urgenza e l’immediatezza e inseriva un brano nel nuovo album London Calling (già un doppio) all’ultimo momento, quando ormai le copertine erano in stampa e lo faceva uscire con l’aggiunta di questa appendice sconosciuta e non accreditata da nessuna parte (per quanto il titolo fosse stato aggiunto con un ago nella parte vuota di vinile alla fine della facciata).
Anche per questo la mia scelta è caduta su questo brano.

C. S. N. & Y.

Se c’è un gruppo che rappresenta magnificamente il passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta è quello che mette insieme David Crosby, reduce dall’avventura dei Byrds, Stephen Stills e Neil Young, che erano assieme nei Buffalo Springfield, e Graham Nash, inglese arrivato negli Usa dopo la sbornia beat vissuta in prima fila con gli Hollies. L’avventura iniziò nel 1968, con Crosby, Stills e Nash pronti a mettere insieme quelle straordinarie armonie vocali di cui diventano maestri (perfino i Grateful sostengono di aver imparato da loro quando incidono l’acustico Workingman’s Dead), la tradizione della canzone folk-rock, l’esperienza psichedelica, la lezione californiana delle “famiglie” dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, con i quali erano particolarmente legati, un gusto pop assolutamente inedito, per produrre un disco d’esordio, nel 1969, che fu un capolavoro, una magnifica fotografia del sentimento dell’epoca, dolcemente in bilico fra un trasognato calore acustico e una più intima alterazione visionaria. Il loro esordio dal vivo fu glorioso, sul palco di Woodstock, e già allora la band si era arricchita della presenza del canadese Neil Young e della sua inconfondibile chitarra elettrica. Il movement era alla fine, il sogno degli anni Sessanta si era infranto, ma per Crosby, Stills, Nash & Young il momento del passaggio dal sogno alla realtà andava raccontato con passione, come riescono a fare in Déjà Vu, nel 1970 e con lo straordinario live 4 Way Street. Dopo quel tour la formazione si sciolse, per riformarsi varie volte nel corso degli anni, con risultati alterni. Ma le canzoni scritte e conservate in questi primi dischi, canzoni originalissime e testi incentrati su storie personali e collettive, raccontano quanto meglio di qualsiasi altra illustrazione le tensioni di quegli anni, la politica, la rabbia, l’amore, la libertà, la poesia. Erano quattro personalità tra loro molto diverse, ma proprio questa diversità, un perfetto quadrato alchemico, ha giustificato un equilibrio dal sapore magico.

In quegli anni Crosby realizzò un incredibile album solista, If I Could Only Remember My Name, forse più di altri una sintesi irripetibile, fatata, in stato di grazia, delle energie della musica californiana, un delicato e contemplativo vangelo concepito in un ideale crepuscolo calato sulla Baia di San Francisco, prima di perdersi nell’incubo della droga. Anche Stills si mosse da solo e con i Manassas nel solco di un rock a tinte più forti e passionali. Nash scrisse alcune delle canzoni più tenui e dolci della storia del rock americano (una fra tutte, Simple Man, una sorta di garbato manifesto esistenziale). Neil Young divenne un ruvido e stralunato eroe solitario, un grande hobo in grado di vagabondare per le strade del rock, rischiando di continuo, sperimentando errori e fughe paranoiche, toccando disperati bagliori di verità, scrivendo numerosi capolavori e arrivando ancora intatto alla contemporaneità, amatissimo, quasi venerato, dai rocker dell’ultima generazione.

Nick Cave & Grinderman — Omonimo (2007)

Grinderman è un progetto, e come tale ha una sua precisa identità. I brani che compongono l’album hanno la peculiarità di essere “essenziali”, scarni, meno arrangiati del Cave che conosciamo degli ultimi anni, infatti, riportano il “nostro” agli esordi, anche se in forma più morbida. I Grinderman, oltre a Cave alla voce, chitarra e piano sono: Warren Ellis al violino e chitarra acustica, Jim Sclavunos batteria e percussioni, Martyn Casey al basso.

I disco spazia in tre momenti particolari; quello della “Tensione Elettrica” come la rabbiosa Get it on, la stridente Honey bee, la potente Love bomb, la essenziale Title track, per finire con la nevrotica e punk No pussy blues.

Quello del “Buio Tormento” come la psicadelica Elettric Alice, dell’oscura Don’t set me free, della seducente Decoration day, della decadente Go tell the women.

Quello “Dolce Rilassato” come la lirica Rise, la poetica Man on the moon solo voce e piano, la superbaVortex, per finire con l’eccezionale e romantica Chain of flowers.

L’ultimo quartetto sopra citato è quello che più mi affascina dell’intero album. Brani e ballate cariche di intensità che porta Cave nella via di mezzo, i Grinderman sono la parte più dolce e tranquilla del primo N.C. (punk) e la parte più diretta e semplice dell’ultimo N.C. (arrangiatore).

The Chieftains

Non sempre è possibile individuare con precisione il momento in cui un artista, o un gruppo di artisti, valica la linea d’ombra tra l’elité e il mito. Per i Chieftains, uno dei pochi ensemble musicali diventati il simbolo di una nazione, questo coincide con l’uscita e il successo di Barry Lyndon, il capolavoro con cui Kubrick prende atto dell’impossibilità dell’uomo di progredire. Nel 1975 il film al botteghino non fu un successo ma la colonna sonora agì da detonatore sullo spirito di un tempo in cui la musica popolare stava diventando rifugio sicuro per i tanti delusi da un rock che iniziava a dare i segni di una decadenza da Babilonia. Grazie ai Chieftains, il grande pubblico scoprì lo straordinario patrimonio musicale irlandese – qualcosa di molto simile a quello che ha fatto di Tolkien l’alfiere della riscoperta di miti e fiabe celtiche.

Negli anni ’50 l’Irlanda era percorsa dalla febbre per il rock’n’roll e farsi vedere in giro con un violino significava sembrare un gay agli occhi di tutti” racconta Sean Keane, il violista entrato nella band insieme a Peadar Mercier (bodhran) e Derek Bell (arpa celtica) in occasione della registrazione del quarto album, aggiungendosi così al nucleo originario formato alla fine degli anni ’50, oltre che da Moloney, da Sean Potts (tin whistle), Martin Tubridy (flauto, concertina) e Martin Fay (fiddle).

Per ricordare le difficoltà dell’inizio c’è un aneddoto che vale la pena di ricordare: nonostante la crescente popolarità di cui erano circondati, grazie soprattutto ai loro entusiasmanti concerti, ci sono voluti più di dieci anni prima che ciascun componente della band decidesse di lavorare nei Chieftains a tempo pieno, vincendo così la paura di “costringere le proprie famiglie a un futuro incerto”. Moloney, tanto per fare un esempio, per anni è andato in tournée prendendosi le ferie dal suo lavoro di dirigente d’azienda.

Oggi quella dei Chieftains, il cui organico ha subito diversi mutamenti, è la storia di un successo crescente, testimoniato dalla presenza in cartellone dei festival e di eventi più importanti della sfera musicale. Moloney & C. sono ormai identificati con la musica irlandese tradizionale. E, nonostante la disinvoltura con cui affrontano i repertori più disparati, non si sono mai allontanati dalla strada maestra delle proprie radici: è piuttosto il loro approccio al repertorio, quella speciale attitudine – patrimonio esclusivo dei grandissimi – che consente a un artista di svelare al pubblico più vasto tutti i segreti di un repertorio musicale considerato per pochi. Come Miles Davis con il jazz, “I Chieftains sono i Grateful Dead della musica tradizionale” ha detto Larry Kirwan, cantante dei Black 47, gruppo rock irlandese di stanza a New York.

Il successo dei Chieftains è l’ennesima conferma di quanto sterili possano essere le classificazioni troppo rigide: non a caso ormai nella bacheca sono allineati vari Grammy ottenuti in diverse categorie. Con il passare del tempo il gruppo sembra aver assunto un ruolo da testimonial non solo della cultura irlandese ma, più in generale, della musica popolare e della sua volontà di aprirsi al mercato.

Quanto al lavoro sulle possibili contaminazioni tra il proprio passato e la modernità, i Chieftains hanno raggiunto il massimo della creatività con “Irish Heartbeat” l’album capolavoro inciso con Van Morrison, ombroso quanto geniale patriarca musicale dell’Irlanda del blues, del jazz, del rhythm’n’blues e della sofferta spiritualità.

David Crosby

Ci sono personaggi la cui esistenza si dipana su un canovaccio ricco di svolte, di pieghe improvvise, di parabole inebrianti e di rovinose cadute, di successi fulminei e di paurosi sbandamenti. Il mondo del rock ne è pieno, anche se purtroppo, sovente queste vicende assumono inevitabilmente i contorni mitologici dell’eroe bello e dannato condannato a una morte prematura.
E’ solo per una serie di incredibili scherzi del destino o di karma direbbe un Buddista se oggi David Crosby è ancora qui con noi.

Una vita intensissima, estrema, spesso spericolata, ma che nel corso degli ultimi quattro decenni è stata testimone di pressoché tutti gli eventi chiave della storia del rock. Quasi quarant’anni nel corso dei quali David Crosby è sembrato morire diverse volte, preparando in più d’una circostanza i suoi irriducibili fans alla triste notizia che puntualmente non è arrivata: come un gatto a nove vite.
Musicalmente Crosby ha segnato almeno due decenni con una serie di capolavori culminati con quel “If I Could Only Remember My Name” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”) del 1971 che tutt’oggi rimane come una pietra miliare indiscussa del panorama musicale di quel periodo.

La sua attività musicale inizia nella metà degli anni sessanta con il gruppo dei “The Byrds” con i quali pubblica sette album, senza contare le raccolte e quelli dal vivo. Nel ’69 con Stills e Nash forma l’omonimo gruppo per poi ampliarsi l’anno successivo con l’arrivo di Neil Young. Con questi musicisti a ruota, inciderà poco meno di una ventina di dischi. A cavallo degli anni duemila con Pevar e Raymond pubblicherà una manciata di dischi con la denominazione CPR.

Dal ’71 anno di pubblicazione del sopra detto “If I Could Only Remember My Name” passano diciotto anni prima di ascoltare un altro suo disco. In questi anni Crosby vive di tutto, da malattie a carceri da droghe a separazioni, accumula tanto di quel “curriculum vitae” da poter scrivere un libro. Ma, come sempre ogni volta rinasce e nel 1989 incide “Oh Yes I Can” (“Oh, si che posso”) cioè la risposta al primo disco “If I Could…” (“Se solo potessi ricordare il mio nome”), il titolo suona come una convincente dichiarazione d’intenti e riporta prepotentemente la figura di Crosby alla ribalta. Il disco suona bene e convince critici e fans non purtroppo come il successivo “Thousand Roads” del ’93 e ancor meno “It’s All Coming Back To Me Now” del ’95.

La musica di David Crosby, dalle prime avventure con i Byrds fino al recente sodalizio con i CPR passando attraverso la leggendaria epopea di Crosby Stills Nash & Young, è stata la colonna sonora di più d’una generazione. La sua vicenda artistica e umana ha spesso assunto contorni leggendari e mitologici e, seppur con le sue mille contraddizioni, Crosby ha sempre avuto un ruolo di primo piano nei momenti cruciali della storia del rock e del costume.
Da portavoce della controcultura hippie, eroe della generazione di Woodstock, superstar degli anni settanta fino alla discesa agli inferi di una tossicodipendenza quasi letale, Crosby si è sempre esposto in prima persona e oggi porta le cicatrici di una vita avventurosa, sempre al di sopra delle righe.

Ry Cooder

Difficile è collocare un personaggio singolare come Ry Cooder, musicista, produttore, chitarrista, compositore, interprete, che dagli anni Settanta alla fine del secolo percorrerà in lungo e in largo le strade della musica, dal rock al country, dalla musica cubana a quella araba, dalle colonne sonore al pop, dal jazz al blues. Secondo lo schema tradizionale, non è un cantautore, non è un rocker, né un campione del pop. Sfugge, per natura, alle etichette e alle definizioni, ma il suo lavoro di recupero delle tradizioni musicali, quella americana in particolare durante gli anni Settanta, e il suo lavoro di musicista e produttore, avranno grandissima influenza. Come ha scritto su “Rolling Stones” Jon Landau: “Cooder è alla perpetua ricerca della nota magica, del sound giusto al momento giusto”.

Interprete sopraffino della tradizione musicale americana, nei primi anni della sua avventura musicale si concentrava sul repertorio più vicino al blues e al tex-mex, ma già verso la fine degli anni Settanta l’eclettismo delle sue scelte ne fa un preziosissimo outsider, in grado di muoversi liberamente tra generi e stili mantenendo saldissima la propria ispirazione, la capacità di far diventare diverse dall’originale le composizioni sulle quali lavora con certosina precisione.

I suoi album degli anni Settanta sono un incredibile catalogo dei linguaggi della musica popolare americana: da “Ry Cooder” (1970), intriso di folk e di blues, a “Into the Purple Valley” (1972), da “Paradise and Lunch” (1974) a “Chicken Skin Music” (1976), Cooder esplora la musica folk e il tex-mex, il blues e il rhythm’n’blues, la canzone e il gospel, per approdare al jazz con “Jazz” (1978) e alle origini del rock’n’roll con “Bop Till You Drop” (1979), primo disco nella storia della musica ad essere stato registrato totalmente in digitale. Negli anni Ottanta dedicherà molto del suo lavoro alla realizzazione di colonne sonore, girerà per il mondo collaborando con musicisti di estrazione e cultura diversissime, africani, indiani, arabi, per approdare al successo planetario, negli anni Novanta, quando farà scoprire al mondo intero la magia della musica cubana con “Buena Vista Social Club”. Negli anni duemila sono da rilevare i suoi “ Chavez Ravine” (2005) e “My Name Is Buddy” (2007), ma soprattutto alla collaborazione con Mavis Staples in “Well Never Turn Back” (2007).

CCCP, CSI e PGR

La saga di Giovanni Lindo Ferretti and co. 

I C.C.C.P. fedeli alla linea, nascono nel 1982 da un progetto di G.L. Ferretti e Massimo Zamboni, conosciutosi a Berlino un anno prima. L’idea provocatoria (vedi il nome) è di unire riferimenti dell’ideologia socialista al punk-casereccio del retroterra culturale emiliano. Il loro suono è dato dalla chitarra abrasiva di Zamboni unito ai testi di Ferretti, che altro non sono; un misto di efficaci slogan e di citazioni.

Dopo tre EP, pubblicano il loro primo disco: Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi (1986) radunando nuove versioni di brani già pubblicati. L’anno dopo esce il loro secondo disco: Socialismo e barbarie (1987) smussando certe asperità e con una contaminazione più orientaleggiante, il disco diventa più “morbido” e riesce a vendere 30.000 copie. Nell’89 esce: Canzoni preghiere danze del millennio sezione europa. Il disco è basato su un’idea di storia come eterno medioevo, contiene infatti citazioni religiose ed elementi etnici. Con l’aggiunta di Gianni Maroccolo, nel 1990 incidono: Epica etica etnica pathos, che non a caso riassume l’opera dei CCCP fin qui avvenuta, infatti poco dopo il gruppo si scioglie.

Nel 1992 il gruppo cambia ragione sociale è diventa C.S.I. acronimo di consorzio suonatori indipendenti (ma anche nuova sigla dell’ex Unione sovietica – CCCP ). E’ questo il momento più importante e se vogliamo anche musicalmente più felice di tutta l’intera saga.

Le emozioni e le tensioni dei CCCP, trovano un’espressione più quieta (la quiete del fuoco sotto la cenere) in KO de MONDO primo loro disco del ’94, altro non è che il prologo ad una splendida apertura acustica di IN QUIETE sempre del ’94, forse il loro capolavoro. Il disco è stato registrato in occasione del programma Acustica di videomusic. Quest’album con l’importante partecipazione di Ginevra di Marco alla voce, l’elegante fluidità del pianoforte di Magnelli, oltre ai sopra menzionati Ferretti & Zamboni, riesce a creare un pathos di rara bellezza. Linea gotica è un altro progetto, qui le chitarre elettrificate segnano il suono del nostro tempo siamo nel 1996, è l’elemento riconoscibile è un qualcosa che divide; la Jugoslavia per esempio, ma non solo. Il disco successivo Tabula Rasa Elettrificata del 1997 porta i C.S.I perfino in testa, per una settimana, alla classifica italiana, ed è il frutto di un viaggio che i due soci hanno fatto in Mongolia. Il disco è più lineare e anche se vogliamo più rock, ma non per questo meno suggestivo del precedente. Nel 2001 quando l’esperienza CSI è ormai chiusa, vengono pubblicati due volumi Noi Non Ci Saremo I e II, dischi altamente consigliati in quanto sono due antologie utili per avere un’idea abbastanza completa del gruppo.

P.G.R. acronimo di Per Grazia Ricevuta è l’ultima esperienza di Ferretti & co. Incidono due dischi più un live. Nel primo omonimo del 2002 rileggono lo stile CSI ma in una chiave molto più elettronica, il secondo D’amore e d’animali (2004) li riporta a un suono molto più diretto verso gli ultimi CCCP e i primi CSI. Nel framezzo di questi due dischi, viene pubblicato nel 2003 MONTESOLE, il live sopra citato.

L’essenza.

A Giovanni Lindo Ferretti & co. va riconosciuto il merito di una posizione limpida e chiara, il compito non facilissimo di allargare “l’area” di chi considera la musica, il rock, un linguaggio necessario per riflettere, crescere e andare avanti. La sua voce ha segnato come poche altre, un’epoca della nostra storia musicale, una voce con sfumature inedite. La musica dei CCCP e dei CSI rimane ancora nell’aria a distanza di diversi anni, trasmette più di ogni discorso le inquietudini, le incertezze e le speranze di quel periodo. Ci vengono offerti non soltanto spunti di amara riflessione (nei testi di Ferretti), ma anche un nuovo “suono” su cui soffermarci con attenzione e non con superficialità. Sono un pò lo specchio della società in cui viviamo, per cui hanno tutti i pregi e tutti i difetti che ha la società intorno a noi. Vivono delle stesse contraddizioni.

La saga di G.L.Ferretti ricorda delle anime-in-quiete, profondamente umane, calde e vibranti. Ricordano l’alternarsi di quiete e inquietudine, di pacificazioni e tempeste, di rasserenamenti e ansietà. Colpisce la loro religiosità pagana, la maledizione in preghiera.

BIOGRAFIA – DISCOGRAFIA – DEI C.C.C.P.

BIOGRAFIA – DISCOGRAFIA – DEI C.S.I.

BIOGRAFIA – DISCOGRAFIA – DI G. L. FERRETTI

The Cure — Disintegration (1989)

Non riesco ad immaginare quanto sarebbe vuota la mia vita senza i miei dischi, soprattutto certi dischi, a cui sono particolarmente affezionato. Raramente ho avuto dei “colpi di fulmine” e ho imparato a conoscere le opere molto lentamente, anche dopo mesi di ascolti. Con Disintegration è stato diverso, mi è piaciuto sin dal primo ascolto.

A mio parere, e di molti, questo è il miglior album dei Cure, per alcuni, di ogni tempo. Con ogni probabilità lo si può inserire nella miglior trilogia insieme a Pornography (1982) e Bloodflowers (2000).
Ancora una volta Robert Smith e la sua band riescono a sorprendere. Disintegration è un’opera decadente, un manifesto dark, un disco che se lo avesse inciso Baudelaire lo avrebbe chiamato “I fiori del male”.

I dodici brani di Disintegration producono 71 minuti di suoni ammalianti, carichi di forti sentimenti, con un sound inquietante, triste, a volte spettrale. Sembra proprio che questo sia l’ultimo disco di Smith, come sempre viene annunciato, ma non sarà cosi.
Robert ha trent’anni, e ha ancora parecchie cose da scrivere, sono i fumi dell’alcol, a fargli dire questo, in realtà è il potere della musica a salvarlo sempre, da ogni situazione. In ogni album Smith butta fuori tutte le sue angosce, tutte le sue paure, ogni disco è per lui terapeutico, è una liberazione, è una serie di sedute dallo psicoanalista, è una salvezza, ma è un pugno allo stomaco per noi, per noi che lo ascoltiamo.

La leggenda parla di devastanti effetti fisici all’ascolto di “Lullaby” e “Pictures of you”, di pianti a dirotto con “Lovesong” e “Closedown”, e non costa fatica crederci. Le malinconie di “Homesick” e “The Same Deep Water as You”, le tristezze di “Prayers for Rain” e “Untitled”, le ritmate, “Disintegration” e “Fascination Street”, le suggestive “Last Dance” e “Prayers for Rain”, sono brani carichi di emozioni, dolci e splendidi e fanno di questo disco un capolavoro della fine degli anni ottanta. Disintegration è un disco molto suonato, con molta musica, dei dodici brani del disco metà superano i sei minuti, un’eternità, per un gruppo pop.

Con Disintegration, Smith e la sua band, raggiungono il massimo della maturazione, sia nel lirismo dei testi e sia nella composizione sonora.

Ry Cooder — I, Flathead (2008)

“In un mondo in cui è difficile mantenere la soglia dell’attenzione oltre i tre minuti di un videoclip o di una news, pensare in termini di trilogia è già un atto coraggioso, estremo e ammirevole”. Marco Denti

Nonostante la sua non più tenera età, Ry Cooder è di nuovo in corsa per lanciarsi in una nuova avventura. La sua missione è: ‘salvare quel che resta della musica tradizionale, il gioiello più prezioso della pietra verde’ (Indiana Jones). Un gioiello che però sta rapidamente svanendo assieme ai suoni, ai modi di dire e di vivere delle comunità di cui è stata, e in certi casi è tutt’ora espressione.

Non a caso la fama di questo eclettico chitarrista e compositore californiano resta legata a memorabili riscoperte come quella dei nonnetti cubani del “Buena Vista Social Club” o come l’album “Talking Timbuctu”, favoloso compendio della tradizione maliana, rappresentata dal grande bluesman Alì Fraka Tourè.
Negli ultimi anni Cooder è tornato ad esplorare le tradizioni musicali legate alla natìa california, prima con “Chavez Ravine” (2005), poi con “My Name Is Buddy” (2007) e ora con “I, Flathead”, lavoro che conclude la trilogia californiana.

“Più che suonare dal vivo, quello che ancora mi stimola ad andare avanti, a 61 anni, è il piacere di fare i dischi, ascoltare un disco è un po’ come leggere un libro: un’esperienza totale.” Ry Cooder

I, Flathead è un viaggio in una california a metà del 20° secolo, i soggetti sono gli stessi nei due dischi precedentemente pubblicati: strade lunghe asfaltate e a volte polverose, taverne e nightclub, auto potenti e sole cuocente, alcol e donne quando si trovano. Un viaggio nella California multietnica alla ricerca di un sogno. I suoni sono fatti di country e di rock’n’roll e quelli di una terra di confine, mariachi ed echi cubani.
Flathead conclude “il cerchio” senza particolari scosse. My Name is Buddy resta il fulcro centrale di questa trilogia mentre Chavez Ravine e quest’ultimo rimangono per certi versi i due satelliti complementari. Chavez esplora complesse sonorità da renderlo a tratti di un’estrema bellezza e Flathead che impressiona per la varietà di soluzioni ritmiche, riassumendo come è giusto che sia le caratteristiche dei due dischi precedenti.
Tre dischi che raccontano di un’America passata, probabilmente forse solo esaltata, ma che sempre America è.