My Favorites Albums #5/100

John Hiatt – Bring The Family (1987)

[…] Bring the Family è un disco che parla di amore, verso le persone, verso la natura, verso il mondo. E’ un disco perfetto: dieci canzoni di grandissimo spessore che sanno regalare emozioni genuine e dirette. Ry Cooder suona splendidamente ed Hiatt canta come non aveva mai fatto in precedenza. Se amate il rock americano non potete certamente farvi scappare questo meraviglioso disco. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Imarhan – Essam (2026)

Recensioni 2026

Essam: un’evoluzione tra tradizione e modernità.
Imarhan, quintetto tuareg originario di Tamanrasset (Algeria), con Essam — che in Tamasheq significa “fulmine” — compiono un salto sonoro audace pur rimanendo profondamente radicati nelle proprie origini musicali. 
Il punto di forza di Essam è il bilanciamento tra il desert blues tradizionale (assouf) e elementi contemporanei, tra ambience elettronica e strumenti acustici. Questo non tradisce l’essenza del gruppo, ma lo spinge verso un territorio più vasto e contemplativo. 

Il disco esplora temi universali ma radicati nella realtà nordafricana:
Dislocamento e resilienza, con riferimenti alla situazione dei rifugiati e alle tensioni tra Algeria e Mali. 
Identità e appartenenza, attraverso testi in Tamasheq che raccontano la vita quotidiana e il legame con la propria terra. 
Comunità e celebrazione della cultura, con contributi vocali di musicisti locali e sezioni ritmiche corali che evocano l’energia collettiva di Tamanrasset. 

Essam è un disco audace e affascinante, che vede Imarhan espandere il proprio linguaggio musicale senza rinunciare alle radici. È un album che parla di identità, movimento e speranza, capace di catturare l’ascoltatore in un viaggio sonoro tra dune di chitarre, ritmi ancestrali e paesaggi elettronici. 
Un ascolto consigliato a chi ama le musiche che uniscono tradizione globale e sperimentazione contemporanea.

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Courtney Marie Andrews – Valentine (2026)

Recensioni 2026

Fin dalla prima nota, la voce di Courtney è ciò che ti cattura: intima, limpida ed emotivamente precisa. Gli arrangiamenti di Valentine privilegiano trame acustiche e raffinate sfumature elettroniche; nulla è troppo elaborato, e questa sobrietà lascia respirare le canzoni. Questo non è un disco da festa. È un album da camera da letto, da ascoltare a tarda notte – tranquillo, introspettivo e ricco di dettagli – il tipo di disco che rivela nuove linee e piccole scelte di produzione a ogni ascolto.

C’è una tenerezza intrecciata al rimpianto in tutto l’album, e una manciata di versi sono così chiari da rimanere impressi.  Courtney si muove in bilico tra alt-folk, country e indie, e il risultato è un album che sembra allo stesso tempo senza tempo e contemporaneo: una scrittura colta, una voce che sembra una conversazione serrata e una produzione che si pone al servizio delle canzoni anziché competere con esse.

Valentine di Courtney Marie Andrews è un album autentico, emotivamente ricco e artisticamente audace, che conferma la sua posizione come una delle voci più sincere e interessanti del panorama folk/Americana contemporaneo. 
Perfetto se ami cantautori riflessivi, testi poetici e sonorità che uniscono tradizione e sperimentazione.

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Angel Gatti

Angel ‘Pocho’ Gatti (Buenos Aires, 28 gennaio 1930 – Parigi, 22 gennaio 2000) è stato un pianista, arrangiatore, direttore d’orchestra e compositore argentino di jazz. Figlio di un violinista dell’Orchestra Sinfonica del Teatro Colón di Buenos Aires, iniziò la sua carriera musicale come clarinettista nella Banda Sinfonica Municipale di Buenos Aires prima di dedicarsi al pianoforte.
Negli anni Quaranta si trasferì negli Stati Uniti, vivendo soprattutto a New York, dove studiò e collaborò con grandi nomi del jazz e della musica pop, come Frank Sinatra, Sarah Vaughan e Nat King Cole. Nel 1961 si trasferì in Italia, dove rimase circa dieci anni, partecipando a vari festival jazz e fondando nel 1968 la sua Grande Orchestra con alcuni dei migliori solisti italiani.
Gatti fu anche arrangiatore e direttore d’orchestra per molti importanti interpreti italiani, come Ornella Vanoni, Johnny Dorelli, Bruno Lauzi e Iva Zanicchi, e partecipò più volte al Festival di Sanremo. Negli anni ’70 tornò in Argentina, dove formò una nuova big band e partecipò a varie produzioni discografiche. Negli anni ’80 si stabilì in Svizzera, poi agli inizi degli anni ’90 si trasferì a Parigi, città in cui visse fino alla sua morte nel 2000.
La sua attività fu caratterizzata dalla direzione orchestrale e dall’arrangiamento, con importanti esperienze in Argentina, Italia e Francia, e lasciò una ricca eredità musicale nel mondo del jazz latino e europeo.

Bob Dylan: i suoi album #12

Pat Garrett & Billy The Kid (1973)

Un western crepuscolare su un mondo ormai agonizzante attira Dylan come il miele fa con le mosche. E gli ispira una delle sue canzoni più popolari.

La colonna sonora di Pat Garrett & Billy The Kid, composta ed eseguita da Bob Dylan, è il suo dodicesimo album in studio e il suo primo album colonna sonora, pubblicato il 13 luglio 1973.
Dylan, oltre a comporre la musica, ha anche interpretato il personaggio “Alias” nel film western di Sam Peckinpah. L’album è notevole per essere composto prevalentemente da brani strumentali che catturano l’atmosfera malinconica e crepuscolare del film, un Western revisionista.

Il pezzo più famoso e iconico della colonna sonora è senza dubbio “Knockin’ on Heaven’s Door”. La canzone, con il suo testo semplice e struggente, accompagna la scena della morte dello Sceriffo Colin Baker (interpretato da Slim Pickens), simboleggiando il tema dell’ineluttabilità della morte che pervade la pellicola.
Divenne una Top 20 hit transatlantica e uno dei brani più celebri di Dylan, superando in popolarità l’album stesso e il film. Nel tempo ha assunto anche un significato spirituale oltre il contesto cinematografico.

L’album originale è composto da 10 tracce che, ad eccezione di “Knockin’ on Heaven’s Door” e di alcune delle tracce “Billy”, sono per lo più strumentali.
La musica è prevalentemente lenta, delicata e trasmette un forte senso di tristezza riflessiva, fungendo da contrappunto alle scene d’azione violente. L’atmosfera generale è di genere Country e Folk rock.
Molte tracce sono variazioni su temi ricorrenti che fungono da leitmotiv cinematografici, spesso associati all’entrata o all’uscita dei personaggi, come dimostrano le tracce intitolate al protagonista.

Nonostante il successo del singolo, la critica contemporanea all’uscita fu in gran parte sfavorevole all’album, con alcuni critici che lo considerarono amatoriale o mediocre nel contesto dell’ampio catalogo di Dylan. Tuttavia, con il passare del tempo e la rivalutazione del film di Peckinpah, anche la colonna sonora ha ottenuto un giudizio più favorevole, venendo riconosciuta come una gemma sottovalutata nel lavoro di Dylan, in grado di evocare in modo eccellente l’ambientazione western.

Truck Parham

Truck Parham, il cui vero nome era Charles Valdez Parham (nato il 25 gennaio 1911 a Chicago, Illinois, e morto il 5 giugno 2002 a Chicago), è stato un rinomato contrabbassista jazz americano con una carriera che si estese per sette decenni. Prima di dedicarsi alla musica, fu anche pugile e giocatore di football con i Chicago Negro All Stars.
Iniziò la carriera musicale suonando la tuba, ma con l’evolversi del jazz passò rapidamente al contrabbasso, studiando con figure come Walter Page e Nate Gangursky della Chicago Symphony Orchestra. Parham suonò con grandi nomi del jazz come Earl Hines, Jimmie Lunceford, Zutty Singleton, Roy Eldridge, Art Tatum e Bob Shoffner. Tra il 1940 e il 1947 fu membro dell’orchestra di Earl Hines e successivamente di quella di Jimmie Lunceford.
Nel dopoguerra fu molto attivo suonando con musicisti come Muggsy Spanier e Art Hodes, e rimase una presenza costante nella scena jazz di Chicago fino agli ultimi anni della sua vita, continuando a esibirsi anche nei primi anni 2000. Pur non avendo mai inciso come leader, Parham ha lasciato un’impronta importante come bassista in numerose registrazioni e performance live.

The Band – Rock of Ages (1972)

È la mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno quando Bob Dylan sale sul palco della Academy of Music di New York per celebrare con una fuggevole presenza l’ultimo di tre splendidi concerti eseguiti dalla Band. Dopo la parziale delusione causata dal recente Cahoots, l’incontro con Allen Toussaint suscita il desiderio di reinterpretare in veste nuova alcuni dei vecchi brani, affiancando al classico sound dei primi album, caldo e così straordiariamente “pieno”, una base sontuosa e pervasiva di fiati. Cosi, il lavoro di Toussaint convince e stimola il gruppo a lasciarsi andare in una sequenza di performance trascinanti, spesso di altissimo livello.
L’atmosfera sul palco è lieve e divertita sin dall’ispiratissima cover di Don’t Do It, vecchio successo di Marvin Gaye dove Danko e Helm duettano con scioltezza, e in brani immortali come Stage Fright, Unfaithful Servant e la dolcissima Caledonia Mission tornano a emozionare e volteggiare nell’aria. La sintonia quasi perfetta tra il gruppo di fiati e i consueti ritmi di tastiere e chitarre raggiunge un equilibrio che mai si smarrisce, rivelando Rock Of Ages come un capitolo fondamentale di uno dei più leggendari gruppi della storia del rock.

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Stairway To Heaven – Led Zeppelin (1971)

Stairway to Heaven,” pubblicata nel 1971 sull’album IV dei Led Zeppelin, è considerata una delle canzoni più epiche e leggendarie della storia del rock. Il brano, della durata di otto minuti, è ammirato per la sua costruzione perfetta, che presenta un magnifico crescendo che passa da una parte acustica e sognante a una potente sezione elettrica.

Il testo è di stampo fantastico (scritto da Robert Plant), e la parte strumentale è esaltata dal famoso assolo di chitarra di Jimmy Page e dall’impatto complessivo della band. La canzone non fu mai pubblicata come singolo per scelta del gruppo, quindi non entrò in classifica fino al 2007, quando il catalogo fu reso disponibile in digitale.

Il brano fu concepito da Page, che iniziò a lavorarci da solo nel 1970, con l’intenzione di creare un pezzo epico per sostituire “Dazed and Confused” negli spettacoli dal vivo. La struttura fu finalizzata con la band a Headley Grange. L’arrangiamento si sviluppa gradualmente: inizia in modo acustico con un’atmosfera da ballata, l’elettricità e il basso si aggiungono attorno al terzo minuto e la batteria di John Bonham arriva solo dopo circa quattro minuti, in concomitanza con l’apertura del ritmo. Dopo una breve pausa, il brano esplode con il celebre assolo di Page e un finale rock, in netto contrasto con l’inizio pacato. Nonostante la durata, è una delle canzoni più trasmesse dalle radio a livello globale.

Page stesso ritiene che la canzone incarni tutto ciò che i Led Zeppelin rappresentano. Plant, pur non definendolo il suo brano preferito, lo esegue in modo insuperabile, tanto che Page non ha mai permesso ad altri di cantarlo nelle sue esibizioni da solista, preferendo una versione strumentale.

Il brano è stato anche oggetto di una controversia legale per la somiglianza dell’arpeggio iniziale con il pezzo “Taurus” degli Spirit. Dopo una lunga battaglia legale iniziata nel 2014, i tribunali americani hanno definitivamente prosciolto i Led Zeppelin dalle accuse di plagio nel 2020, nonostante l’evidente somiglianza.

Infine, il testo accenna alla leggenda metropolitana, probabilmente infondata, secondo cui l’ascolto di “Stairway to Heaven” al contrario rivelerebbe un messaggio satanico.

My Favorites Albums #4/100

Mary Margarete O’Hara – Miss America (1988)

[…] Questo purtroppo è l’unico disco da lei inciso. Una delle più grandi cantautrici di tutti i tempi, non ha conosciuto il “bene commerciale”. La sua musica di difficile collocazione contiene un cocktail di folk, jazz, blues e country, tutta condita da un’estrema personalità. Su tutto risalta la sua interiorità, meditata e pura, non costruita ne artefatta. [continua…]

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Questo disco fa parte di una lista casuale di album che mi sono particolarmente piaciuti, dall’età dell’adolescenza fino ai giorni nostri. Non segue un criterio cronologico né un ordine di preferenza.
Alcuni album sono stati colonne sonore di passaggi importanti, altri mi hanno accompagnato silenziosamente, a volte solo per una stagione. La lista mescola generi, stili, voci, epoche. Non è una classifica, ma una mappa emotiva, fatta di memoria, ascolto, risonanza. È anche un modo per ringraziare quegli artisti – noti e meno noti – per la bellezza, l’inquietudine, la forza o il conforto che la loro musica mi ha lasciato. La musica, del resto, non si spiega: si ascolta, si sente, si porta con sé.

Sonny Clark

Conrad Yeatis “Sonny” Clark (Herminie, Pennsylvania, 21 luglio 1931 – New York, 13 gennaio 1963) è stato un pianista e compositore statunitense di jazz, tra i protagonisti più significativi dell’hard bop. Fu profondamente influenzato da Bud Powell e sviluppò uno stile personale, a tratti percussivo e nervoso, che lo rese molto richiesto come musicista di supporto e leader.
Clark iniziò a studiare pianoforte a 4 anni e si trasferì in California dove collaborò con musicisti come Wardell Gray, Oscar Pettiford e Buddy DeFranco, con cui fece tour in Europa. Nel 1957 si trasferì a New York, divenendo uno dei pianisti più richiesti nelle sessioni Blue Note, accompagnando artisti come John Coltrane, Dexter Gordon, Jackie McLean, Hank Mobley, Lee Morgan e molti altri.
Tra gli album più famosi come leader ci sono “Dial ‘S’ for Sonny” (1957), “Sonny’s Crib” (1957), “Cool Struttin’” (1958) e “Leapin’ and Lopin’” (1962). Purtroppo, la sua carriera fu breve a causa di problemi di tossicodipendenza e morì a soli 31 anni nel 1963, probabilmente per overdose.
Clark è ricordato come uno dei pianisti più originali e influenti del jazz moderno, capace di coniugare tecnica e sensibilità compositiva in modo straordinario.