Mohammed’s radio – Warren Zevon (1970)

Ho avuto la fortuna di vivere in prima persona la nascita delle radio libere ed è difficile spiegarlo a un adolescente di oggi. Si era in pochi, quasi sempre in un piano alto di un condominio. Due tavoli, un giradischi e un mangiacassette, un microfono e una luce che diventava rossa quando andavi in onda. Quella non mancava mai. Quella luce era la tua vita. Si accendeva, tu prendevi fiato e cominciavi a parlare, come non esistesse altro che lei, la radio, e te. E vedevi il mondo, là fuori, mai piccolo, mai così bello.

Mohammed’s radio è una bellissima canzone di Warren Zevon, dove la radio pirata di Mohhammed rappresenta l’unico sollievo per un gruppo di persone aggredite dai problemi della vita quotidiana.

Imagine – John Lennon #10/10

Dati

Imagine è un brano musicale di John Lennon pubblicato nel 1971.

Imagine viene spesso citata come uno dei brani musicali più belli della storia della musica rock; la rivista Rolling Stone, per esempio, l’ha posizionata al terzo posto nella classifica dei migliori brani musicali di tutti i tempi.

Lennon compose Imagine all’inizio del 1971, su un pianoforte Steinway nella sua camera da letto a Tittenhurst Park, la sua residenza in stile Tudor a Ascot, Berkshire, Inghilterra, dove lui e Yoko Ono nell’estate del 1969 prendono la residenza. Proprio Yoko gli fornisce l’ispirazione, pubblicando qualche anno prima Grapefruit: A Book of Instructions and Drawings, completamente basato sull’immaginazione.

Quando scrive Imagine, Lennon non si rende minimamente conto dell’enorme potenziale della canzone. Realizza un disco demo in cui la presenta come il rovescio della medaglia di Gimme Some Truth, la sua invettiva politica.

Del senso e della potenza di Imagine ha parlato anche suo figlio Julian: «Non vuole imporre a tutti una sua idea. Non si tratta di religione o di politica, ma più semplicemente di umanità e di vita. Ognuno di noi si augura quello che lui sta cantando e credo che questo sia il motivo per cui ancora oggi la canzone è così importante».

Pensiero

Concludo questa lista di dieci canzoni, a cui sono particolarmente legato, perché “legate” da un filo comune: il ricordo.

Infatti ricordo benissimo la prima volta che l’ascoltai alla radio, credo fosse anche la prima volta che fu trasmessa. Era una mattina dell’inverno 1971/72, stavo facendo i compiti perché andavo a scuola di pomeriggio (all’epoca erano normali i doppi turni a causa del sovrannumero) facevo la seconda media.

Il pianoforte fu un colpo al cuore, poche note, toccate piano, pianissimo. Ogni toccata di tasto creava un’emozione indescrivibile, la sua voce lieve, profonda, intersecata al suono, accapponava la pelle. Grande canzone quindi.

Quando un brano, e non sono poi tantissimi, dopo decenni e decenni (Image ha oltre cinquant’anni), dopo una miriade di ascolti riesce ancora ad emozionare non può essere altro che un capolavoro.
Ogni altra parola su una canzone come questa risulterebbe sicuramente superflua.
Questo è un brano che va semplicemente ascoltato e niente più.



Janis Joplin — Pearl (1971)

Atto finale della più grande cantante blues bianco mai esistita poco prima della sua morte, avvenuta il 4 ottobre del 1970, a causa di un miscuglio di alcol e droga. Pearl è il canto del cigno di una donna sola, infelice, che canta la sua tristezza con rabbiosa determinazione. A due passi dall’autodistruzione Janis Joplin realizza a Los Angels il sogno di emulare la sua antica maestra nera, Bessie Smith. Ogni brano è un gemito, un pianto disperato dove il sesso e l’anima si uniscono per diventare emozione sconvolgente, viva, esplosiva. Non ci sono più le certezze di essere l’unica star di un gruppo di dilettanti come i Big Brothers nè il dilemma e la paura del fallimento con la degenerazione sonora di Kozmic Blues, ma c’è un’artista che sente la fine un attimo prima e vuole dare il meglio di sè per esser ricordata.

Uscito postumo, Pearl è un epitaffio alla Spoon River. Si possono rintracciare canzone dopo canzone, nascita, splendore, miseria e morte di un talento inimitabile a cui bastava soltanto un sorso di bourbon per riprendere fiato, rialzarsi dal fango e scatenare il delirio.

Thunder Road – Bruce Springsteen #9/10

Dati

Thunder Road è uscita nel 1975 come prima traccia dell’album Born to Run.

Uno degli aneddoti racconta della prima volta che Bruce Springsteen suonò una versione embrionale di “Thunder Road“, nel febbraio del 1975, con la E Street Band. La folla applaudì il riff di apertura come se avesse conosciuto il brano da sempre. La melodia veniva suonata dal sax di Clarence Clemons, ma non si faceva ancora riferimento a “thunder road“. Questa prima versione si intitolava “Wings for Wheels“, nome che in realtà, come riferisce il batterista Max Weinberg, si riferiva all’intero album.

Di questo brano esistono diverse revisioni, compreso il nome di donna che è cambiato più volte (da Angelina a Christina), prima che si decidesse per Mary. Anche la parte armonica dell’introduzione ha subito numerose modifiche: dalla versione suonata al sax ed una versione alternativa con chitarra acustica realizzata dallo stesso Springsteen.

Nel 2021, dopo 46 anni, Bruce Springsteen cambia una parola nel brano. La modifica è nel primo verso della canzone, ‘The screen door slams, Mary’s dress waves’, .’Waves’ diventa ‘Sways’.

E’ stato risolto così l’ultimo rompicapo del web dopo che la giornalista Maggie Haberman del New York Times aveva twittato una foto di una foto di un palcoscenico vuoto di ‘Springsteen on Broadway’ (una serie di concerti tenuti dal Boss tra il 2017 e il 2018 in due teatri di New York). Nella didascalia si leggeva ‘A screen door slams, Mary’s dress sways’. Immediatamente la rete si è rivoltata contro affermando che la parola giusta è ‘waves’ e non ‘sways’.

In entrambi i casi significa ondeggiare, ma wave è riferito alle onde, in questo caso si tratta di un vestito. La versione con ‘waves’ compare anche sul sito ufficiale di Springsteen, ma lo stesso usa ‘sways’ nella sua autobiografia ‘Born to Run’.

Pensiero

Nel 1975 avevo sedici anni e Springsteen dieci di più. Quando ascoltai Born to Run per la prima volta, fu un fulmine a ciel sereno. Rimasi incantato dall’energia di questo giovane musicista, dal sax di Clarence Clemons (morto nel 2011) e dal sound che riusciva ad esprimere con estrema semplicità.
Subito la critica gridò alla nuova rivelazione rock e non ebbe torto.

Da quel momento non lo persi più di vista, pardon udito, e di dischi meravigliosi è riuscito a donarmene in grande quantità. Le canzoni di una bellezza disarmante sono tantissime e trovarne una è un’impresa impensabile e proprio per questo ho scelto la prima del suo primo (non di pubblicazione) disco che mi fece conoscerlo.

A differenza di altri brani di altri musicisti descritti qui sul blog, a cui sono legato per particolari motivi, in questo caso sono più legato all’intero disco, un disco legato ad una età in piena crescita musicale (e non solo) dove (anche) il boss ha avuto un ruolo determinante nella mia formazione “sonora”.



Police — Reggatta de Blanc (1979)

Ci sono dei dischi che più di altri rimangono nella mente perché legati a forti emozioni. Questo è uno di quelli, un disco legato soprattutto a ricordi… pensate; vent’anni e un nuovo amore… ho detto tutto, no?

Restiamo negli anniversari con questo disco quarantenne, portati bene, Reggatta de Blanc, probabilmente il loro capolavoro uscito nel ’79 dopo “Outlandos d’amour” del ’77.

All’inizio c’è il punk, anche se per sottrazione: ”Il punk mi interessa come fatto di costume, la musica invece mi fa veramente schifo”, osserva Sting mentre sfrutta lo stesso circuito di club utilizzato da Clash, Stranglers e Sex Pistol. E’ il 1977, e il fenomeno Police esplode in Inghilterra. Sting avverte che è giunto il momento per esprimere cose originali, per superare il guado in cui s’è cacciato il movimento punk, cui per altro non appartiene. Sente di avere un mucchio di cose nuove da dire. Ci crede, e con lui Stewart Copeland. Ha anche dato un calcio alla sua carriera di insegnante per dedicarsi alla musica. Scrive di getto una ventina di pezzi in vista prima dell’esordio e di questo “Raggae dei Bianchi” poi.

Sono stati definiti gli inventori del Reggae rock; il chitarrista Andy Summers, con il suo ricamo sonoro, fatto di fraseggi e accordi di ampio respiro, il bassista Gordon Sumner, in arte Sting sostenitore implacabile nonché voce principale e il batterista Stewart Copeland, con le sue alterne e geniali rullate trascinatore brano per brano.

E così, Message in a bottle, Reggatta de blanc, Deathwish, It’s al right for you, Bring on the night e Walking on the moon, solo per citare le principali e più riuscite canzoni del disco, firmano un’opera che verrà venduta e ascoltata in tutta europa e nel mondo. La caratteristica principale dell’album è la sincronicità, i brani pur andando a tempo prendono vie di fuga diverse e sempre nuove per poi fare ritorno alla base principale, alla melodia iniziale. Si è parlato di reggae perché è elemento fondamentale di tutto il disco, in tutti i brani riecheggia il sound caraibico, che diverrà il loro marchio di fabbrica in barba a tutte le contaminazioni che all’epoca venivano criticate.

I Police dovettero giustificarsi in una conferenza stampa dall’accusa di aver rubato le idee agli artisti reggae. “Sì, abbiamo preso energia dal reggae, ma gliene abbiamo anche data”, dissero.

Pere Ubu — Modern Dance (1978)

La “danza moderna” opera prima dei Pere Ubu, rimane a distanza di oltre quarant’anni un disco straordinario. Ecco sì, straordinario è l’aggettivo che più gli si addice. Straordinario il nome Pere Ubu (Ubu Roi, pièce teatrale del commediografo francese di fine ‘800 Alfred Jarry), che non diceva niente a nessuno ma aveva un bel ’suono’. Straordinaria la voce di David Thomas, un gigante con i capelli a cespuglio che cantava con un vocione da orco. Straordinari i musicisti Revenstine, un cercarumori quando l’elettronica era tutt’altro che facile, il chitarrista Herman, un trasformatore elettrico da 125 in 380volts, la sezione ritmica di Krauss alla batteria e Maimone al basso che scandiscono una musica complessa e alienata. Straordinario il suono, un turbinio di note, con scenari post-industriali, schizofrenici e avanguardistici.

Gli Ubu si auto producono quattro singoli, uno più feroce dell’altro, prima di giungere a questo favoloso esordio. Il disco è tirato in poche copie, non entra mai in classifica, ma abbaglia subito i cercatori di rock diverso. Thomas e i suoi portano il rock verso nuove frontiere, senza dimenticare l’essenzialità delle sue origini. Producono una musica con la devastante energia del punk, il ruvido calore del blues e presagi di quelli che un giorno sarebbero stati chiamati ‘paesaggi immaginari’ dell’electro-music. La voce squassata del leader e mente del gruppo David Thomas, l’anti — Sinatra per il suo ‘mal di canto’ si diverte a scrivere alla rovescia la storia della canzone tipo, e fa della sua sgraziata e disarmonica vocalità il marchio di fabbrica del gruppo.

Difficile, assurdo e insignificante catalogare il loro suono, avanguardia, jazz, rock, folk, tutto questo e il contrario, un meraviglioso variopinto minestrone musicale condito in maniera razionale da una melodia strabiliante, unica e invidiabile. Una visione ‘forse’ troppo forte e troppo ‘avanti’ per l’epoca. Un disco che resta ancora straordinario per la sua forza, ancora attuale e influente.

Mahavishnu Orchestra — The Inner Mounting Flame (1972)

In un periodo adolescenziale della mia vita fui folgorato sulla via del jazz rock (e non solo), termine non certamente ortodosso per la critica jazzistica.
Fra i tanti musicisti e gruppi in auge in quegli anni, la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin nutriva la mia più sentita ammirazione.
Se Miles Davis inventò il jazz rock sulle onde di “Bitches Brew”, furono i suoi discepoli a dargli ordine e regola, a cominciare da John McLaughlin, che con Hammer e Cobham fondò nel 1971 la Mahavishnu Orchestra. The Inner Mounting Flame è uno dei capolavori insieme a Birds of Fire (1973) di questo genere sonoro: il jazz rock. Questo primo disco è completamente composto dal giovane trentenne chitarrista, dotato di una tecnica straordinaria affinata nei lunghi anni di apprendistato nella scena jazz blues britannica.

McLaughlin è ispirato dalla filosofia induista di Sri Chinmoy e in “The Inner Mounting Flame” né dà evidente prova, infatti, per lui la musica è solo un mezzo e non un fine. Con le sue corde non vuole suscitare effimere meraviglie ma vuole premere nel profondo dello spirito. L’album è un insieme di mistiche visioni e di furibondi eccessi di energia. I musicisti dialogano fra loro, in maniera naturale senza nessuna forzatura, seguendo una “corrente” jazzistica, che si contrappone a quella più marcata del suono rock, in cui, normalmente, la presenza di uno strumento solista tende a prevaricare sugli altri. McLaughlin non nega la possibilità anzi, spesso sembra voler letteralmente richiedere ad ogni musicista del gruppo di potersi esprimere in maniera autonoma, senza nessuna censura e con la massima libertà.

A questo, però, si contrappone al contempo una scelta di suoni e arrangiamenti spesso lontani dal jazz, che rende il gruppo artefice di quello che poi, con il passare degli anni, troverà identità propria in altri generi musicali, più ancora che nel jazz-rock o nella fusion.

Altro disco interessante è: Love Devotion Surrender (1973) insieme a Carlos Santana, un dei miei dischi preferiti, un disco che è “ode alla chitarra elettrica”, e mai come in questo caso rappresenta uno dei migliori mai suonati nella straordinaria storia del rock.

Train in Vain – Tha Clash #7/10

Dati

Train in Vain è il terzo singolo estratto da London Calling, pubblicato nel 1979. Questo fu il primo singolo dei Clash ad entrare in una Top 30 statunitense e nel 2004 il brano è apparso alla posizione n° 292 nella lista delle 500 migliori canzoni dalla rivista Rolling Stones.

Non solo le parole Train in vain non sono mai citate nel testo, ma nel brano non si parla mai nemmeno di un treno. Il titolo doveva essere Stand By Me, poi utilizzato come sottotitolo, ma i Clash temevano che il loro pezzo si confondesse con l’omonima canzone di Ben E. King.
Alla fine optarono per Train in Vain perché il ritmo del brano ricordava all’autore Mick Jones l’andamento del treno e poi per assonanza con Love in Vain di Robert Johnson, uno dei capolavori del blues che Strummer amava particolarmente.

E’ probabile che Train in Vain sia una risposta a Typical Girls, una canzone delle Slits, il gruppo di Viv Albertine da cui Jones si era appena separato e che trattava lo stesso argomento: donne che stanno a fianco dei loro uomini. Ecco perché la prima strofa del brano recita così: “Dici di stare accanto al tuo uomo/ ma dimmi perché non capisco/ dicevi di amarmi e questo si sa/ però mi hai lasciato perché ti sentivi intrappolata.”

Nel 1995 una cover di Annie Lennox viene prodotta e inserita nel suo secondo album “Medusa”.

È apparsa anche  nell’episodio “Transitions” di The Wire  e nel finale di stagione della terza stagione di  Fresh Meat , nonché nel film  You, Me, and Dupree . È stato utilizzata anche nell’ottava stagione di  Dancing with the Stars, interpretato da Ty Murray e Chelsie Hightower per un Cha Cha.

“Train in Vain” è apparso nel video skate  Almost: Round Three  durante la parte di Rodney Mullen. È anche presente nella colonna sonora del videogioco  NCAA Football 2006, oltre ad essere disponibile come traccia scaricabile nel  gioco Rock Band  .

La canzone è stata inclusa come parte della colonna sonora di  Grand Theft Auto: Philippines  e  Grand Theft Auto: Manila City Stories  nella stazione DWJM Rock Radio.

Pensiero

La storia di Train in vain è sintomatica di come un gruppo come i Clash se ne sbatteva altamente delle dinamiche discografiche, privilegiava l’urgenza e l’immediatezza e inseriva un brano nel nuovo album London Calling (già un doppio) all’ultimo momento, quando ormai le copertine erano in stampa e lo faceva uscire con l’aggiunta di questa appendice sconosciuta e non accreditata da nessuna parte (per quanto il titolo fosse stato aggiunto con un ago nella parte vuota di vinile alla fine della facciata).
Anche per questo la mia scelta è caduta su questo brano.

Joy Division — Unknown pleasures (1979)

La leggenda narra che due rockettari, Bernard Sumner (chitarra) e Peter Hook (basso) si incontrino a Manchester, la loro città, il 4 giugno del 1976. Spinti da una performance (che è anche il loro primo concerto) dei Sex Pistols, decidono di formare loro stessi una band.

Sull’onda di una totale e radicale rifondazione musicale, cercano e incontrano l’aspirante poeta Ian Curtis. Partono facendosi chiamare Warsaw in onore della canzone “Warszawa” di David Bowie, per poi cambiarlo in Joy Division nome usato nei campi di concentramento nazisti dove venivano internate le donne destinate a soddisfare il sinistro piacere degli ufficiali con la croce uncinata. Nell’Inghilterra dei fine anni ’70 travolta dal punk la provocazione era diventata norma, persino abitudine.

Circolavano voci strane su di loro e sul loro cantante, Ian Curtis, quello che nelle foto guardava da un’altra parte. Si muoveva in modo stranissimo e si diceva che sul palco simulasse crisi epilettiche. Si seppe poi, che epilettico lo fosse davvero.

Quest’album d’esordio aveva un che di realmente inquietante, non era teatro, non era provocazione, era pura disperazione. La copertina nera (firmata Peter Saville) ne è l’esempio.

Le canzoni sono un muro sonoro avvolgente e incalzante insieme. Sono melodie introspettive, cariche di commozione e timore. Sono canzoni “maledette”, spettrali e sofferte.

Il geniale produttore Martin Hannett riesce ad impossessarsi del gruppo fino a cambiarlo radicalmente, e anche merito suo, l’esser riuscito a scovare dalle viscere dei musicisti, quel suono oscuro, nero, a volte spaventoso, a volte straziante… Curtis canta (come Jim Morrison, che venera) testi che parlano di nevrosi, alienazione, malattia, Hannett rallenta i pezzi fino a renderli ipnotici, perversi. La batteria è signora assoluta del suono, basso e chitarra sono al suo servizio.

In poco tempo i J.D. si fanno conoscere e alimentano un vero culto. La fama cresce, e non solo in Gran Bretagna, ma il suicidio di Curtis (nel maggio 1980, a ventiquattro anni) alla vigilia dell’uscita del secondo album e del primo tour americano, mette fine alla band e la fa entrare nella leggenda nera del rock’n’roll.

Cominciano gli anni Ottanta, i Joy Division non ci saranno più, e al rock mancherà qualcosa di importante.

Traffic — John Barleycorn Must Die (1970)

Doveva essere il suo primo disco solista, ma qualcosa ha fatto cambiare idea a quel genio di Steve Winwood, rimise la denominazione “Traffic” e cambiò il nome del disco che originariamente doveva chiamarsi “Mad Shadows”

I Traffic altri non sono che un trio, uno dei migliori che la scuola del rock abbia mai sfornato: Chris Wood ai fiati, Jim Capaldi alla batteria e il polistrumentista, cantante e compositore Steve Winwood. Ad onor di cronaca è utile ricordare che Steve all’età di quindici anni, si 15! creò la fortuna degli “Spencer Davis Group”. Questo trio di folk-pop tra i più interessanti, stimolanti e creativi degli anni Settanta, segnano con questo disco uno dei capolavori del pop-rock, un viaggio introspettivo ai confini tra il vecchio e un nuovo “ritmo sonoro”.

Ad un certo punto l’enfant prodige del rock britannico, Winwood, rimane folgorato dalla leggenda di John Barleycorn, un buffo omino dalla fisionomia variabile che nella tradizione popolare viene celebrato come la personificazione simbolica del Whisky e della Birra. E’ così che nasce “John Barleycorn Must Die”, capolavoro di semplicità e raffinatezza che alterna ipnosi ritmica a intensità lirica. Questo progetto viene offerto al pubblico in un periodo che è travolto dai furori di fine anni sessanta, i fiati tenui, la composta ritmica, l’atmosfera vocale, riescono ad ammaliare e a ipnotizzare i fan. Fu proprio questa compattezza a rendere “John Barleycorn” un‘avventura tanto provocatoria quanto originale, quasi il frutto di un’operazione chirurgica a cuore aperto.

Alcuni di voi si ricorderanno della sigla radiofonica di “Per voi giovani”, il brano era Glad, il riff ipnotico rimane ancora nella memoria di molti, come il disco del resto, che col passare degli anni venne considerato una delle pietre miliari del nascente “Progressive Rock”.

La spiegazione di tanta originalità è ancora oggi probabilmente da ricercarsi nella presenza del genio bambino, primattore ma antidivo, grande vocalist e virtuoso pluristrumentista Steve Winwood.